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Heidi

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La bambina dei due mondi
Fine ‘800, sulle Alpi Svizzere: la piccola Heidi, rimasta orfana, viene portata da sua zia Dete a vivere nella baita del nonno, un vecchio scorbutico e solitario. L’uomo si affeziona presto alla ragazzina, che inizia una vita spensierata tra i monti, facendo anche amicizia col pastorello Peter. Ma le maldicenze degli abitanti del villaggio, e un’allettante offerta di una famiglia borghese di Francoforte, convincono Dete a strappare Heidi all’appena riconquistata felicità… [sinossi]
Un nuovo adattamento filmato di Heidi, in pieno 2015, era un progetto tale da suscitare un legittimo scetticismo. Rispetto a un’operazione che superficialmente potremmo considerare simile (quella del recente Belle e Sebastien, di Nicolas Vanier – con relativo sequel) lo svizzero Alan Gsponer va infatti a trattare un soggetto che è in sé molto più “icona”: l’orfanella uscita nel 1880 dalla penna di Johanna Spyri, infatti, è stata oggetto negli anni di un gran numero di adattamenti cinematografici e televisivi, tali da rendere lei e la sua vicenda, a tutti gli effetti, elementi trans-generazionali. Non solo la serie anime di Isao Takahata, quindi, prodotto “formativo” per gli attuali 30-40enni, ma anche il film del 1937 con Shirley Temple, il poco conosciuto adattamento svizzero di Luigi Comencini del 1952, la miniserie del 1993 con Jason Robards, oltre a un gran numero di ulteriori riletture (dal più svariato taglio, e su diversi medium, ivi compreso il teatro) che hanno consegnato il personaggio all’immortalità delle icone. Emblema culturale, in forma di narrativa per ragazzi, di una precisa epoca e di due diversi contesti sociali (la Svizzera rurale, e la Germania urbana e borghese di fine ‘800) la storia di Heidi è divenuta racconto e favola eterna, cristallizzata e (nell’immaginario collettivo) in gran parte decontestualizzata. Offrire su di essa uno sguardo vivo e moderno, e nello stesso tempo rispettoso del “canone”, non può essere considerata impresa da poco.

Il film di Gsponer, concepito già nel 2009, non nasconde i rischi e le insidie del soggetto. Pur presentando una confezione accattivante, e un approccio dichiaratamente fedele alle basi della vicenda, la sua lettura sembra da subito parlare (forse inconsapevolmente) a uno spettatore competente. La prima parte del film, nello sviluppo dei personaggi e dei rispettivi rapporti, presume molto sul piano della dimestichezza col soggetto: forse troppo. Da subito impostato con un’attenzione precipua all’elemento figurativo (il fascino selvaggio delle montagne, lo sguardo intriso di meraviglia sulle specie che le abitano, l’empatia mostrata dalla protagonista verso l’ambiente) il film scivola sugli elementi più classicamente narrativi, mettendone tra parentesi alcuni aspetti; ciò, con particolare riferimento alla fase di conoscenza, e di reciproca scoperta, di Heidi e del vecchio Almohi (un impeccabile Bruno Ganz). Un’evoluzione fin troppo rapida, funzionale allo sviluppo di un contesto (l’accasamento e la simbiosi della protagonista con l’ambiente montano) a cui si è voluta dare un’attenzione privilegiata. Più efficace sul piano della resa ambientale (e sociale) di un contesto contraddittorio, in cui l’idillio dei luoghi si contrappone a un’umanità animata da miseria e grettezza, lo script pennella con pochi tocchi l’elemento più intimo e affettivo, nascondendone in certa misura le basi. Lasciando l’empatia più all’indubbia abilità degli interpreti che allo sviluppo del racconto.

Questo Heidi, tuttavia, quasi timido nella sua prima parte, disseminata di intuizioni visive e narrative non del tutto sviluppate, acquista successivamente consistenza e vigore nel racconto. Lo spaccato sociale descritto dalla Spyri rivive con grande efficacia nella resa scenografica della Francoforte di fine ‘800, e nel claustrofobico microcosmo di casa Sesemann. Paradossalmente, il film, e il racconto dell’evoluzione umana della sua protagonista, vivono e respirano con più efficacia nell’ambiente borghese di Francoforte, descritto dalla sceneggiatura con altrettanta pregnanza della sua controparte rurale; ma finalmente animato da un più compiuto elemento drammaturgico. L’incontro/scontro dell’”aliena” Heidi col nuovo ambiente, l’amicizia con Klara, l’impatto col composito e variegato universo urbano, animato da miserie e grettezze non dissimili da quelle che nel villaggio di montagna hanno segnato l’emarginazione di suo nonno: in questo, lo script si rivela intelligente nel far emergere, in controluce, la realtà delle differenze di classe (e le loro ricadute sul privato degli individui) in un contesto che si vorrebbe immobile e cristallizzato. L’efficace delineazione della figura della meschina domestica francese, qualche efficace battuta dell’odiata Miss Rottenmeier (“avrei voluto poter crescere io in una famiglia del genere”, dice rivolta alla protagonista), l’efficace resa dell’anticonformista nonna di Klara, testimoniano uno sguardo attento e realistico, che aderisce al soggetto rifiutando la trappola del manicheismo.

Una regia ricca di ritmo e vigore, capace di mettersi da parte quando il soggetto lo richiede (lasciando il grosso del lavoro all’ottimo cast), trova nella progressione della vicenda l’ideale equilibrio tra humour e lacrime, sottolineando al meglio i momenti emotivamente più pregnanti della storia, e riuscendo a restituirne intatta l’originale carica da melò d’antan. La rilettura del soggetto ad opera dello script di Petra Volpe, al netto delle incertezze e delle indebite accelerazioni della sua prima parte, riesce a cavare sostanza e forza emotiva da una vicenda più volte riletta e raccontata, restituendo ad essa un’inusitata freschezza: segno di uno sguardo rispettoso del canone quanto capace di rivolgersi con naturalezza alla sensibilità e alle esigenze del pubblico contemporaneo (giovane e meno giovane). Non è un caso che il carattere cristallizzato, asessuato, immobilizzato in quella che appare un’eterna infanzia, che la tradizione vuole associato alla protagonista, venga qui spezzato in un’ipotesi e in una proiezione precisa (poste nei minuti finali) sul futuro.

La capacità di valorizzare il potenziale emotivo del soggetto viene completata da un lavoro di casting di ottima fattura, probabilmente portato avanti tenendo a mente la serie anime del 1974 (almeno stando alla fisicità e al trucco degli interpreti) ma non per questo meno efficace: mentre il già citato Bruno Ganz si “veste” in modo naturale, quasi impercettibile, delle fattezze del vecchio Almohi, l’esordiente Anuk Steffen è quasi disarmante nella spontaneità e nell’immediatezza della sua lettura del personaggio. Ma è l’efficace direzione d’insieme degli attori a fare la differenza, determinandone una resa collettiva di tutto rispetto. Una menzione va fatta anche all’ottimo score di Niki Reiser (che aveva già musicato il recente Il labirinto del silenzio), pregno di suggestioni medievaleggianti, sviluppato e articolato su un motivo centrale che si stampa indelebilmente in mente. La sensazione complessiva, una volta accese le luci in sala, è quella di aver ritrovato un gruppo di vecchi amici che, nel raccontare la loro storia, sanno ancora aprirla a nuove suggestioni. Date le premesse, un risultato nient’affatto scontato.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

 

A cinque anni la svizzera Heidi, rimasta orfana dei genitori, viene portata dalla ziaDete dal nonno (Bruno Ganz) che vive isolato in una baita sulle Alpi. Lei non se ne può più occupare, perché ha trovato impiego a Francoforte. Heidi piega la resistenza misantropa del nonno, si ambienta tra i pascoli e le capre, ama la vita all’aria aperta e diventa grande amica di un pastorello, Peter. Tre anni dopo la zia Dete si rifà però viva, portando via Heidi, perché ha trovato per lei una sistemazione presso la ricca famiglia Seseman: imparerà a leggere e a comportarsi secondo le regole della società, sarà guardata a vista dalla governante Rottenmeier, e diverrà amica di Klara, figlia del vedovo Seseman, costretta su una sedia a rotelle. Ma a quale mondo appartiene la bambina?

Heidi non è, come si potrebbe pensare, la versione in live-action del celebreanime del 1974 diretto da Isao Takahata e sviluppato con Hayao Miyazaki. Il film di Alain Gsponer si rifà invece direttamente al romanzo che ne è all’origine, quell’ “Heidi” del 1880 con cui la scrittrice Johanna Spyri riuscì a narrare l’infanzia e a legare due mondi distanti della sua Svizzera, in un sol colpo. La storia e l’ambientazione, anche scremate dall’usuale nostalgia degli anni Ottantae dei vecchi cartoni animati dei nostri pomeriggi, rimane per questo motivo atmosferica ed efficace. L’ottimismo della piccola Heidi, portato sullo schermo senza leziosità dalla giovanissima Anuk Steffen, fa di lei un bel personaggio, che si fa carico di una dicotomia eterna: il contrasto tra urbanizzazione e natura, e quindi tra società e istinto, di cui un bambino, a metà tra i due mondi, non può che diventare portavoce perfetto, anche per chi, crescendo, ha cercato di sopprimere quell’originale semplicità.

Gentile e tenero, il lungometraggio si avvale di un buon cast (compreso Ganz nei panni del nonno), ma ha come limite la sua umile correttezza nei riguardi del classico originale, raccontato già innumerevoli volte, melodrammatico e qui non vivificato da particolari idee di regia o sceneggiatura. In altre parole, è la risposta a un progetto simile, quel Belle e Sebastien che tre anni fa si rivelò un buon successo di pubblico. Con quella produzione francese questo Heidi divide comunque un pregio: è un film dal vero rivolto ai più piccoli, ben raccontato e calibrato espressamente per loro. Non capita spesso di imbattersi in produzioni del genere non animate, e che non mirino alla risata clownesca. Forse avrà più successo nei passaggi televisivi, però lo specifico pubblico di riferimento, i bimbi intorno ai dieci anni, dovrebbero apprezzarlo anche in sala.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

Altro che banche, cioccolata, orologi e Michelle Hunziker. La Svizzera è famosa in tutto il mondo grazie ad una bimba orfana di 5 anni ideata nel 1880 da Johanna Spyri, interpretata da Shirley Temple negli anni ’30 e diretta persino da Luigi Comencini negli anni ’50, per poi diventare mito di non si sa quante generazioni grazie all’anime del 1974 disegnato da Hayao Miyazaki. Heidi. Un nome, una garanzia, una sigla animata che ora, dopo il boom di quel Belle e Sebastien portato al cinema dai francesi, sbarca nuovamente in sala con un live-action di produzione svizzera diretto daAlain Gsponer.

Un’opera fedelissima ai romanzi originali della Spyri, con ambientazione nel cuore del XIX secolo, tra montagne innevate e città ancora prive d’elettricità, paesini ricoperti dal fango e un analfabetismo travolgente. Una storia senza tempo con al suo interno temi universali che non a caso hanno tramutato Heidi in un personaggio amatissimo in mezzo mondo, con traduzioni in 50 lingue e oltre 50 milioni di copie vendute. Celebre protagonista una bimba rimasta orfana che viene di fatto scaricata dalla zia al burbero e solitario nonno che vive in cima ai monti svizzeri. Inizialmente impaurita da questo anziano barbuto che a malapena le rivolge parola, Heidi riesce in breve tempo a sciogliere il cuore di nonno Almohi, trovando finamente una propria collocazione, immersa nella natura tra pascoli, caprette che fanno ciao e il coetaneo Peter. Tutto cambia quando zia Dete, tornata improvvisamente all’attacco, la porta con la forza a Francoforte, ‘vendendola’ al ricco signor Sesemann con l’obiettivo di tramutarla in compagna di giochi della figlia Klara, costretta su una sedia a rotelle a causa di una malattia. Ad ‘educare’ le due bambine la severa la signorina Rottermeier, governante che mai vedrà di buon occhio l’arrivo in casa della scalmanata e ignorante Adelaide, conosciuta da tutti come Heidi e desiderosa di tornare a casa. Da suo nonno.

Ci sono tutti, ma proprio tutti i momenti salienti dell’anime nel film diretto con onesta e ineccepibile fedeltà da Alain Gsponer. Personaggi storici che tornano ad esser fatti di carne ed ossa dopo così tanto tempo, compresi la nonnina cieca di Peter e la dolce e saggia nonna Sesemann, gli odiati gatti della temibile Rottermeier e l’educato domestico Sebastian. Volti e figure che ruotano attorno all’aurea positiva e ‘animalesca’ della piccola Anuk Steffen, riuscita a far sua l’ambita parte dopo aver superato la concorrenza di oltre 300 bimbe svizzere.

Capelli arruffati, perennemente scalza e dal sorriso contagioso, la sua Heidi, anche se meno in carne rispetto alla versione animata, è onestamente impeccabile e credibile, grazie anche alla co-partecipazione di un gigante della cinematografia svizzera come Bruno Ganz. 12 anni dopo aver indossato gli spaventosi baffi di Hitler, il 74enne Ganz è un nonno Ohi inattaccabile, così apparentemente scontroso eppure morbido come il burro, una volta conquistato con la fiducia e con l’affetto. Gsponer, ovviamente, gioca con i sentimenti da loro smossi, ricreando città e paesaggi in cui è la povertà a farla da padrona. Enorme e davvero affascinante lo sforzo compiuto da regista, produttori, costumisti e scenografi per mantenere una credibilità storica, attraverso la rappresentazione di una Svizzera di metà ottocento raramente così rappresentata anche nelle precedenti versioni cinematografiche del classico della Spyri.

Incantati dalla maestosità della natura e dalle meravigliose Alpi nei Grigioni, andate incontro ad un certosino e invisibile lavoro di post-produzione CG per far sparire tralicci, ski-lift e cavi elettrici, si assiste al live-action di Heidi con malinconico piacere, figlio di quella mai dimenticata versione animata che ha cresciuto molti di noi, senza però limitare in alcun modo i possibili neofiti. Perché le peripezie vissute da questa bimba alla disperata ricerca di un luogo in cui sentirsi sicura, protetta e amata sono immortali e universali. Mondi opposti che si scontrano, vedi cultura e natura, città e campagna, libertà e convenzioni sociali, analfabetismo e istruzione, ampliando ancor di più il senso di smarrimento nei confronti di una realtà di fatto fagocitata dalla modernizzazione e dall’industrializzazione, ma ancora oggi incantata da un nome che si è fatto brand. Heidi, da quasi due secoli ‘icona di modernità’.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

 

 

 

 

 

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