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Fuocoammare

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Quasi tre anni dopo l’inaspettato Leone d’Oro consegnatogli da Bernardo Bertolucci a Venezia perSacro GRAGianfranco Rosi è tornato a far parlare di sé per un’altra avventura ai margini, seppur muovendosi questa volta su un terreno già ampiamente esplorato e raccontato da altri: quello di Lampedusa e dei suoi sbarchi di migranti. L’avventura intrapresa nella realizzazione di Fuocoammare, consetitagli da una coproduzione italo-fancese e da un finanziamento del Ministero dei Beni Culturali, lo ha però questa volta costretto a lavorare con più criterio rispetto al passato e con delle scadenze precise, lui che girò in 5 anni il suo primo film Boatman e in 4 il suo capolavoro Below Sea Level.

Si è quindi trasferito per più di un anno a Lampedusa, dove ha trascorso il suo tempo tra gli abitanti dell’isola e sulle navi militari in mare aperto, filmando qualsiasi evento e persona che suscitasse la sua curiosità. Ad opposizione della coralità di Below Sea Level e Sacro Gra, inFuocoammare Rosi si concentra principalmente su di un personaggio solo, il 12enne Samuele, che come la maggior parte dei suoi concittadini vive un’esistenza modesta e totalmente ignara delle tragedie quotidiane che avvengono a poche miglia dalla costa.

Oltre a lui Rosi filma personaggi sparsi, un conduttore di una trasmissione radiofonica, un misterioso sommozzatore, un medico che lavora a stretto contatto con i migranti. Parallelamente filma anche l’arrivo di alcune imbarcazioni, le procedure di identificazione e smistamento delle persone nei centri di accoglienza. Sempre silenzioso, invisibile e il più possibile oggettivo sulla realtà che ha intorno a sé, Rosi si mostra molto distante inizialmente nel filmare i migranti, ma è proprio in questo fatto che l’esperienza del film risulta così umana e sincera.

Queste imbarcazioni intercettate in mezzo al nulla, colme di persone fino a strabordare, sono visioni impossibili da raggiungere con la fantasia, sono eventi al di fuori della normalità, nei confronti dei quali è difficile reagire con indifferenza o sicurezza. E Rosi mostra questo spaesamento iniziale in modo genuino e sincero, giungendo ad un’evoluzione del suo sguardo proprio nel corso del film, fino al punto in cui di fronte ad una tragedia in corso, in diretta, dovrà porsi il dilemma più palese di ogni documentarista: filmare o non filmare? Stare a guardare o unirsi ai soccorsi e provare a dare il proprio aiuto e fare la differenza?

Rosi sa che è venuto a Lampedusa con una missione che va oltre la sua esperienza personale di essere umano. È la missione del documentario, che lui segue come un devoto praticante di una qualche religione. La sua messa in scena è come sempre perfetta, seppur meno calcolata che in Sacro GRA, dove c’era il tempo di posizionarsi, di pensare le scene. InFuocoammare Rosi è obbligato nella maggior parte del tempo ad improvvisare sul momento. E il risultato che riesce a tirare fuori certe volte è qualcosa di incredibile, tanto che viene spesso da porsi la domanda di come sia stato possibile filmare determinate inquadrature.

E poi c’è la storia di Samuele, quella sì raccontata con la solita messa in scena invisibile ma minuziosa, che fa spesso dimenticare di trovarsi di fronte ad un documentario. Perché Rosi ormai dirige come un maestro vero, che non ha bisogno di troupe o di sceneggiature per fare grande cinema. Il suo sguardo è unico e affascinante, non ha bisogno di mediazioni linguistiche di alcun tipo, è un’esperienza sensoriale diretta, che ha la sua unica manipolazione nell’impeccabile montaggio del fido Jacopo Quadri. E noi non possiamo fare altro che sperare che il suo sguardo rimanga nostro ancora per molto tempo, puntato sul nostro territorio, sulle nostre vite, poiché la sua voce è una delle cose più preziose che abbiamo oggi in Italia.

Victor Musetti, da “cinefatti.it”

 

 

L’occhio pigro

Samuele ha 12 anni, va a scuola, ama tirare con la fionda e andare a caccia. Gli piacciono i giochi di terra, anche se tutto intorno a lui parla del mare e di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere la sua isola. Ma non è un’isola come le altre, è Lampedusa, approdo negli ultimi 20 anni di migliaia di migranti in cerca di libertà. Samuele e i lampedusani sono i testimoni a volte inconsapevoli, a volte muti, a volte partecipi, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi. [sinossi]

Tutto è ancora fermo al giugno del 1961, quando sul numero 120 dei Cahiers du cinéma Jacques Rivette scriveva: “Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il più profondo disprezzo”. L’uomo in questione era Gillo Pontecorvo, principale destinatario di un articolo dal titolo inequivocabile:Dell’abiezione. Sono trascorsi quasi cinquantacinque anni, ma il punto della questione non si è spostato di molto, come dimostrano le reazioni a Fuocoammare, nuovo lungometraggio documentario che Gianfranco Rosi ha portato in concorso alla sessantaseiesima edizione della Berlinale. Se in Germania il film sembra essere stato accolto con grande interesse, e a pochi giorni dalla conclusione del festival continua a essere considerato uno dei vincitori più accreditati dell’Orso d’Oro, in Italia ci si è divisi da subito in due fazioni: da un lato coloro che vedono nell’operazione di Rosi una scelta coraggiosa, estrema ma doverosa, dall’altro i detrattori, che attaccano Fuocoammare per gli stessi motivi che spinsero Rivette a disprezzare Kapò. Alla stessa stregua di quella querelle, anche l’agitazione attorno al lavoro di Rosi riguarda un’unica inquadratura, centrale però nello sviluppo e nel senso che vuole acquistare il film.
Dopo aver mostrato in ogni suo dettaglio le difficili operazioni di salvataggio di un barcone carico di disperati in fuga dalla Libia da parte delle autorità italiane, Rosi entra con la videocamera nel barcone, oramai vuoto di persone vive ma ancora pieno dei cadaveri di coloro che non ce l’hanno fatta. La morte, nella società dell’ipervisione, è un tabù. Vedere la morte non è etico. Sempre Rivette scriveva: “Ci sono cose che non devono essere affrontate che nel timore e nel brivido, e la morte è una di queste”.

Il punto della questione, una volta di più, non è però il cosa può essere mostrato, ma il come. Chi si è interrogato, anche con termini forti, sulla sequenza del barcone di Fuocoammare, nella maggior parte dei casi non ha rigettato in sé l’idea che quei corpi ammassati senza vita potessero diventare oggetto dello sguardo di Rosi; il problema viene a crearsi quando ci si accorge che quell’inquadratura è studiata, con il quadro cinematografico che prende il sopravvento sull’attimo, sull’istante. Si suppone dunque che vi sia un calcolo estetico, che la morte reale diventi in ogni caso elemento di studio per l’immaginario. C’è però un punto su cui in pochi si sono soffermati: quell’inquadratura, centrale come si è scritto per la messa a fuoco del film, acquista nella sua postura un potere sacrale. Il corpo martoriato di uomini e donne, il corpo anonimo, è il centro. Un corpo che spesso durante i servizi dei telegiornali non viene mostrato, per non turbare la suscettibilità degli spettatori. C’è una lunga sepoltura illacrimata, nel corso di questi anni, con il Mediterraneo a fungere da immensa tomba; i numeri rimbalzano da un media all’altro, parlando di migliaia e migliaia di morti, ma le immagini principalmente diffuse sono quelle dei “fortunati” che hanno oltrepassato il guado, finendo nei centri di accoglienza. I numeri impressionano, ma restano numeri; nello sfondare la parete dello sguardo censurato Rosi mostra cosa “significano” quelle cifre, in un’operazione non poi così dissimile dalle cineprese che per prime ripresero l’apertura dei campi di sterminio nazisti.

Di tutto questo ne è ben consapevole Rosi, che resiste al desiderio di concentrare l’attenzione su una o più storie dei migranti: tolta la breve parentesi di una preghiera/racconto di profughi nigeriani (segmento in cui la retorica deborda in maniera poco convincente), questi restano poco più che fantasmi, figure spettrali che nel tragitto in mare hanno perso ogni specificità, e vengono mostrate solo come popolo, massa. Un mondo in viaggio che si scontra, senza mai incontrarsi, con quello degli isolani di Lampedusa; questi ultimi vivono in modo quasi arcaico, ancorati a una vita che non sembra più appartenere alla società contemporanea.
In questa dicotomia tra lampedusani e migranti, nel viaggio infernale che sta compiendo Fuocoammare trova il suo Virgilio in Samuele, un dodicenne che non si trova molto a suo agio sul mare e si appassiona solo alla sua fionda; è nel suo occhio pigro – che il ragazzo deve combattere portando una benda – che si nasconde la verità di Rosi. Il mondo occidentale, così abituato a guardare, si è dimenticato come si fa a osservare; posa con pigrizia il suo occhio sull’universo circostante, dandolo sempre per scontato ed evitando di soffermarsi su ciò che non procura piacere. L’ansia che attanaglia Samuele togliendogli di quando in quando il respiro è l’ultimo singulto di un’esistenza che non vorrebbe farsi omologare al senso comune. Come il dottore che non riesce ad abituarsi alle atrocità con cui ha a che fare all’approdo di ogni nuovo barcone; ma anche con l’occhio pesto, sanguinante, di un migrante scioccato, che non ha neanche la forza per parlare e serra le labbra, racchiudendo il dolore. Nella sua ricerca di uno sfogo di fronte a qualcosa che non si può accettare e che deve essere mostrato, Rosi non può che essere anche impotente, perdendo volutamente per strada alcune narrazioni ipotetiche – il pescatore subacqueo. Restano le fucilate metà gioco metà desiderio di Samuele, contro il cielo, su un pontile che dovrà abituarlo a farsi lo stomaco. Impresa a volte impossibile.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

C’è un istante che sembra decisivo. È il momento in cui il piccolo Samuele e il suo amico Mattias sono sulla scogliera e alle loro spalle passa un pescatore silenzioso con la muta. È la prima volta che attraversa l’inquadratura, sembrerebbe un ospite casuale. Ma Rosi abbandona i due ragazzi e decide di seguire l’intruso. È un raccordo vertiginoso, un incrocio narrativo alla Jia Zhang-ke, in cui si incontrano e si confondono l’imprevisto del reale e la predeterminazione della messinscena. Il cinema non è mai neutro, non è un semplice documento che certifica, ma è un intervento, qualcosa che conferisce forma alle cose. Anche quando sembra dissolversi, farsi invisibile. Questo è un fatto. Ma per Gianfranco Rosi, sembra essere la questione centrale. Il nodo. Trovare quell’equilibrio, sempre precario e rimodulabile, tra il mondo e l’occhio, tra le mille potenziali diramazioni e stratificazioni delle storie incontrate per caso e la necessità di attualizzarle nell’inquadratura, metterle a fuoco, riportarle a una logica narrativa che ne sottolinei i percorsi, gli intrecci e le implicazioni. Liberarsi, dunque, dell’occhio “pigro”, davanti al quale tutto scorre in maniera indistinta, per cercare un’altra visione, un altro modo di osservazione e lettura del reale. Il piccolo difetto di Samuele diventa una metafora talmente evidente e potente, da rischiare di diventare didascalica se “ridotta” alla sola questione “sociale” del contenuto. Del resto, da qui, da questa prospettiva, sembra chiaro che tra la vita degli isolani e quella degli immigrati recuperati in mare e destinati ai centri d’accoglienza, non c’è vero contatto. La metafora, invece, tocca la morale perché riguarda innanzitutto questa cosa strana che è il cinema, cioè la disposizione dello sguardo. E il contrario dell’occhio pigro, allora, non è l’occhio “attento” o “sano”, ma è l’occhio “disponibile”, quello che si esercita a fatica, ma si riapre, grado per grado, sforza la mira e tenta il bersaglio.

Fuocoammare2È un lavoro, certo. E Rosi sembra, a tratti, forzare troppo. Non tanto perché la forma diventa ansiosa, avida, rischiando di impadronirsi del resto, pericolo scongiurato comunque da un residuo di verità spurio, ingestibile, non incorniciabile in uno specchio – e resta il fatto che Fuocoammare è un film molto “bello”. Ma soprattutto perché gli incroci tra i personaggi si moltiplicano e si inseguono, e tutto quel tessuto connettivo creato dal montaggio, dai suoni, dalle musiche, sembra ispessirsi. Non è ovviamente una questione di finzione e via dicendo. Semmai riguarda la ripetizione di un meccanismo che può portare alla maniera. E nella maniera, tutto perderebbe vigore e forza. Persino quella che dovrebbe essere la questione più tesa e urgente, che esplode eppur si complica quando l’obiettivo che si avventura nei meandri dei barconi, tra i morti. Qual è l’equilibrio? È il problema. Ma resta il fatto che Rosi vuole bene ai personaggi che incontra (nel ruolo di se stessi). E ancora una volta, Fuocoammare, pur utilizzando tutti gli strumenti del documentario, dalla testimonianza diretta al pedinamento, si apre a fughe immaginarie imprevedibili, che vanno al di là dello scheletro, e portano al racconto di formazione, all’avventuroso fantastico (l’occhio bendato di Samuele, figlio del Corsaro Nero, il viaggio in fondo al mare), alla commedia. Mille tracce germinali. Perché è sempre il reale il contenitore di tutte le storie possibili.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Ancora un anno fa la crisi europea dei rifugiati si lasciava associare a una sola  parola: Lampedusa. Un anno dopo la crisi ha moltiplicato le vittime e i luoghi del dolore ed è arrivata nel cuore dell’Europa. Anche per questo, per non dimenticare Lampedusa,  i volti senza nome dei disperati, ma anche  dei tanti eroi italiani impegnati in prima fila, ogni giorno, ancora oggi, a Lampedusa, Gianfranco Rosi porta in concorso a Berlino Fuocoammare.

Il documentario e film di Rosi è uno studio silenzioso sulla vita dei suoi abitanti, una vita semplice, ormai indissolubilmente legata al destino di centinaia di migliaia di migranti che qui, da anni, approdano appena in  vita. Ma cosa significa quaotidianità a Lampedusa? Rosi crea un contrasto di grande effetto tra il documentario incentrato sui migranti, le forze di soccosrso, la tragedia quotidiana, frammaneti di volti e destini, e la registrazione piana della piccola vita del  bambino Samuele, (irresistibile e bravo Samuele Pucillo) sull’isola. La sua isola. I piccoli gesti familiari di ogni giorno, le corse sugli scogli, la nonna amorevole, le vite dei pescatori al porto, il mare tutt’intorno. Due mondi, certo, di cui uno in permanente stato di emergenza. E l’altro, legato all’illusione di una sicurezza arcaica, nelle cose di ogni giorno.

Rosi, che ha già portato a casa un Leone D’Oro a Venezia col  suo altro documentario Sacro GRA nel 2013, afferra ancora una volta il mezzo espressivo che sa muovere  con maestria e che porta a momenti di poesia:  il racconto filmico senza commento, né prima persona. Solo così gli riesce l’assemblaggio di immagini che alla fine fanno dei suoi lavori un racconto unitario. Fuocoammare non è un documentario perfetto, né un film perfetto. Ma realtà e racconto nei suoi film sono così vicini da  confondersi. È questa la qualità principale di Rosi. È così che i suoi film fanno affiorare sulla superficie della realtà le contraddizioni atroci di questi giorni, dietro l’angolo di casa nostra.

È possibile che vinca l’Orso d’Oro Fuocoammare. La nuova Lampedusa, d’altra parte, è la Germania. E Meryl Streep, la prima ad alzarsi ed applaudire, deve averlo capito benissimo. Ma, Orso d’Oro a parte, la breve intervista al medico nel mezzo del film che commenta, la voce che gli affonda in gola, quello che ha visto e fatto in questi anni in prima fila a Lampedusa, è un momento da consegnare alla storia, anche del cinema.

Simone Porrovecchio, da “cinematografo.it”

 

Documentario ambientato a Lampedusa che racconta parallelamente l’arrivo dei migranti dell’Africa e la vita di una famiglia di pescatori locale.

Lampedusa è l’isola siciliana che dista 120 km dalla Sicilia e soltanto 70 dalla costa africana, punto d’approdo, meta di buona parte dei migranti che decidono di fuggire dall’Africa via mare, ovvero il principale punto di sbarco per tutti quegli emigrati che cercano salvezza e nuova vita in Italia. Ma cos’è veramente Lampedusa? È davvero la realtà che la stampa e la televisione ci presentano?

Gianfranco Rosi si immerge nella popolazione per mostrarci un punto di vista diverso da quello a cui siamo abituati rivelandoci che non si vive in un clima di terrore all’insegna della paura del prossimo sbarco, e lo fa, principalmente, attraverso Samuele, un bambino di 12 anni che diventa, davanti alla macchina da presa, un vero e proprio portavoce dell’isola. Figlio di pescatori, nipote di pescatori, Samuele è anch’egli destinato a seguire lo stesso destino, a lottare col mal di mare e imparare a vivere della pesca, a mangiare pasta con i calamari. A Lampedusa Samuele gioca, a Lampedusa samuele va a scuola, a Lampedusa Samuele impara a remare, a Lampedusa, per tutta la durata del documentario, non ha incontri con immigrati. Perché quei barconi che trasportano più cadaveri che esseri viventi ci sono, ed è, prima delle immagini, un medico a raccontarcelo da solo nel suo studio in una delle scene più toccanti del film, un medico che non ne può più di praticare autopsie e che, spinto da un senso insopprimibile di umana solidarietà, continua ad aiutare i disgraziati migranti e anche lui, come Samuele, è un portavoce dell’isola, uno dei tanti isolani che si prodigano per aiutare il prossimo, lasciati a sbrigliarsi da soli il problema, a gestire gli arrivi senza aiuti da parte della nazione. E quel medico è lo stesso che aiuta la vita a nascere e lo vediamo mentre sottopone una paziente rifugiata a un’ecografia, quella di due gemelli, ed è anche lo stesso medico che cura Samuele, indicando che a Lampedusa sono in pochi e, come in tutte le realtà paesane, tutti si conoscono e l’immigrazione è qualcosa di contemporaneamente vicino e lontano alla comunità e la sfiora, lasciandola allo stesso tempo intaccata e immutata.

Giunto al suo quinto documentario Gianfranco Rosi presenta in concorso alla 66a Berlinale Fuocoammare, tassello successivo di una carriera in continua evoluzione nel percorso del documentarista italiano. L’immersione nell’ambiente è sempre più naturale per il regista, qui molto simile al precedente Sacro GRA (Leone d’Oro nel 2013), dove Rosi non intervista i suoi soggetti, si limita a riprenderli nel loro agire e muoversi quotidiano, non imponendo la sua figura e lasciando che la vita scorra davanti alla sua camera come se lui non ci fosse. E lo stesso vale per i pochi momenti in cui il medico parla direttamente con il regista, facendo effettivamente sentire la presenza di quest’ultimo, ma il tutto avviene non nella forma di un’intervista ma come di un dialogo del soggetto con se stesso ma davanti alla camera come succedeva già in Below Sea Level e, ancor di più, in El sicario – Room164.

Samuele ogni tanto fatica a respirare, ed è convinto che sia dovuto a qualche forma di allergia, ed è compito del medico informarlo che è affaticato solo perché soffre d’ansia. Samuele non ci vede bene ed è compito del medico correggere il suo occhio pigro, costringerlo a sforzarsi di allenare quell’occhio, di migliorare la vista. Samuele siamo noi, che ci sentiamo affaticati da una realtà lontana, distorta, che ci fa affannare e che non vediamo per quella che è, perché non ci sforziamo di vederla, e Gianfranco Rosi è il nostro medico. È proprio questa la grandezza di Rosi e del suo documentario, la sua non presenza nell’ambiente, senza prediche, senza retorica, lontano dai patetismi. E la cura che ci viene suggerita altro non è che un diverso punto di vista sulla questione, un punto di vista che Rosi ci lascia evincere dalla sincerità delle sue immagini.

Enrico Cehovin, da “storiadeifilm.it”

La presenza italiana alla Berlinale si fa sentire. A partire da Enrico Lo Verso nella giuria opere prime e da Alba Rohrwacher in quella del concorso ufficiale,  che fa un certo effetto vedere seduta accanto a Meryl Streep durante le proiezioni alle 9 del mattino, entrambe con indosso il maglione per affrontare il freddo fuori. Il festival di Berlino regala anche questo: stare seduti due file dietro alla Streep per vedere l’unico film italiano in competizione, Fuocoammare diGianfranco Rosi (già vincitore a Venezia con il film documentarioGRA nel 2013 ). Si spengono le luci e appare sullo schermo enorme un paesaggio isolano…e un bambino che si arrampica su di un albero.

Siamo a Lampedusa e il colore del cielo e il rumore del mare ci trasportano la’, su quella piccola terra che, come sappiamo, e’ diventata terra di salvezza per alcuni e mai raggiunta per molti altri immigrati  che attraversano il mare nella speranza di avere una vita, nemmeno migliore, ma di averla, di non rischiarla ogni giorno, sotto armi, guerre, violenza e fame.

Il film documentario selezionato dalla Berlinale tocca un tema molto caro e piuttosto delicato per tutta l’Europa e  proprio per la Germania. Rosi, che ha girato più di un anno sull’isola, ha realizzato un film non innovativo sul piano prettamente “formale” ma poco scontato a livello di “racconto”, passando apparentemente senza motivo da immagini di quotidianità rassicurante a quelle di stragi umanitarie a cui i nostri occhi sono purtroppo abituati, ma che fanno un certo effetto così vicine al gioco dei bambini siciliani, giochi ancora primordiali e non sfiorati dal digitale, che li rendono per fortuna connessi alla vita e alla natura.

Ma se fa sorridere il piccolo che costruisce la fionda e parla in un dialetto stretto sembrando un piccolo uomo, sono pugni  allo stomaco quelli delle immagini di donne disperate, corpi disidratati e canzoni strazianti a raccontare la fuga dalla morte. Rosi riesce a commuovere e far riflettere, a farci sentire piccoli e impotenti.

Quando zia Maria ricompone il letto, bello, immacolato, e bacia la foto del marito defunto, Padre Pio e la Madonna, e poi compaiono gli occhi di una madre senza fiato e con la morte in faccia. E quel medico, che mai si abituerà all’orrore, che controlla le mani per scorgere la scabbia, coccola una madre con due gemelli in grembo, ma non si da’ pace per cosa e’ costretto a vedere e fare.

Quel rumore fastidioso del bambino che succhia gli spaghetti, e quei bambini stipati nella pancia del barcone, invece che al sicuro.  Mondi vicini e destini diversi. Lungo applauso alla fine. Può piacere o no, ma sicuramente la canzone Fuocoammare mandata dalla radio di Lampedusa ci rimarrà nel cuore.

Ylenia Politano, da “filmforlife.org”

 

 

Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte.
Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è prioritariamente indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione.
Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders, si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.
Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l’ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a consatatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione. Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

Il film di Gianfranco Rosi Fuocoammare è stato premiato con l’Orso d’oro al festival internazionale del cinema di Berlino. È un orso d’oro meritato a un film decisamente contemporaneo, che si spera faccia riflettere gli spettatori incitandoli a una maggiore sensibilità nei confronti di un problema che ci riguarda tutti da molto, molto vicino.

La protagonista del film di Gianfranco Rosi Fuocoammare è Lampedusa, la Lampedusa nel cui mare sono morte migliaia di persone che arrivavano da più paesi, guidate dal sogno di una vita migliore. O meglio, sono due diverse Lampedusa che s’incontrano soltanto attraverso la figura di un medico locale che ci dice cosa significa accogliere e curare i migranti, o constatarne la morte: cinque minuti o poco più di una testimonianza accorata, cinque minuti che andrebbero mostrati in tutte le scuole e a tutti gli italici deputati, e funzionari, e professionisti e insomma a tutti i nostri ipocriti connazionali. Non ci fosse che questo,Fuocoammare sarebbe già un film memorabile, ed è forse questo medico che avrebbe dovuto essere il protagonista del film o il suo occulto maestro.

C’è la Lampedusa di una quotidianità scandita dal lavoro della pesca (anche quella subacquea), dalla vita di famiglia, da una trasmissione radiofonica divertente ed evasiva quanto mille altre e dalle esperienze di un bambino di età puberale, secondo i modi di crescere di una volta, nel confronto con la natura e l’ambiente e nella verifica delle proprie capacità. È una storia di apprendistato ricostruita con amore, una storia che però esclude cellulari e computer, e ci lascia il dubbio sulla credibilità di quest’assenza.

C’è la Lampedusa dei migranti, delle navi che individuano e assistono gli scafi in cui sono stati ammassati, dei militari e marinai per lo più senza volto (coperti da igieniche maschere).

Ci sono anche i morti, non potevano non esserci, in sacchi chiusi mostrati nella loro tremenda normalità, e c’è il racconto tragico ed epico che fanno i migranti del loro viaggio (nell’altro brano più struggente del film, con il canto rap nel centro di accoglienza). Ci sono i loro, di volti, i cui occhi hanno visto più volte la morte pronta a ghermirli.

Le immagini sono sempre terse e bellissime, il montaggio sapiente, il coinvolgimento dello spettatore ogni volta, nei due film a cui assistiamo, suggerito senza violenza, con pudore e rispetto. Ma si resta tuttavia con l’impressione di due diversi film che non trovano un accordo, neanche formale, poiché nell’uno prevale il documento (i migranti) e nell’altro il film, la ricostruzione, il copione, secondo un modello che possiamo ben giudicare neorealista.

Due film diversi nella forma ma anche nella sostanza? Perché questa scelta di due registri, uniti solo dall’accuratezza della veste? Per dire che la normalità italiana (qui non pessima, ma antica) ignora la diversità migrante? Molto più convincente del precedente Sacro Gra – dove il magistero zavattiniano dell’aneddoto significativo e quando possibile edificante era più scoperto – Fuocoammare mostra, mi sembra, un’incertezza di fondo in un regista di grande e vero talento, che potrebbe dare grandi cose se fosse più persuaso e profondo non tanto in ciò che concerne il cinema e il suo linguaggio quanto nel presente e nel modo di leggerlo.

Goffredo Fofi, da “internazionale.it”

 

Il film di Gianfranco Rosi, che fa seguito ad alcune altre opere che già hanno fatto incetta di premi (si pensi al ‘Sacro Gra’ sulla vita di quanti gravitano sul Grande Raccordo Anulare di Roma), può ridestare antichi dibattiti sulla natura stessa del cinema.

Cos’è infatti ‘Fuocoammare’? Tutto porta a definirlo un documentario, visto che l’ambientazione è reale (Lampedusa, lembo estremo sud dell’Italia) e i personaggi sono veri abitanti dell’isola in questione, ripresi durante le loro ‘normali’ giornate di vita. Ma l’opera ha il ‘passo’ e la durata del lungometraggio ‘a soggetto’ ed è distribuita nelle sale come gli altri film ‘di finzione’, senza dimenticare che è stata prodotta da Rai Cinema e dal glorioso Istituto Luce Cinecittà (che fa davvero piacere rivedere nei ‘titoli di testa’ con il suo attuale logo).

I personaggi ripresi e presentati al pubblico, in realtà, sono poche figure emblematiche scelte da Rosi per far capire quale sia la natura e l’anima di Lampedusa e potrebbero persino in teoria essere frutto di ‘invenzione’, non cambierebbe poi gran che.

Documentario allora, non opera a soggetto e assolutamente non inchiesta giornalistica, ma documentario di un tipo che non siamo abituati a vedere o almeno non in sala, e qui si tornerebbe anche con la memoria a quei documentari (per non parlare dei cinegiornali) che vedevamo un tempo, in genere malvolentieri, prima del film nelle sale, opere non di rado noiose, su temi tipo l’arte o la natura, con tanto di compitissima ‘voce narrante’.

Ebbene, qui la voce narrante non c’è del tutto, parlano semplicemente le immagini, perché i dialoghi sono pochi, spesso dominano il silenzio e il lavoro, quello di chi va in mare, del medico che soccorre i migranti (ne parleremo), di chi si occupa del centro di accoglienza, della donna in casa che rifà il letto con ogni cura, punto per punto, o prepara da mangiare, anche del conduttore di Radio Delta, che a Lampedusa è una vera compagna di vita per chi abita l’isola e qui l’antico rito delle dediche e richieste ha ancora un senso profondo.

Poi c’è il ragazzo, Samuele, un modo diverso e antico di affrontare la vita rispetto a tanti suoi coetanei di altre parti d’Italia, affidato all’arte di salire sugli alberi, alla fionda con cui destreggiarsi, anche al ‘gioco della guerra’, innocuo perché rigorosamente ‘finto’. Samuele sta crescendo e ha i suoi problemi, per esempio ci vede maluccio, mangia in un modo buffo, ‘aspirando’ letteralmente il cibo, e ha il mal di mare, cosa che a Lampedusa sembra un po’ contronatura, ma aspetta di diventare uomo, in fondo sereno e tranquillo.

Ecco, la tranquillità, la saggezza antica e la sobrietà di una vita che ha poco a che fare con quella del resto d’Italia, quella propria di un luogo dove la natura e il mare sono ancora i veri protagonisti, sembrano le chiavi che hanno consentito a Lampedusa di reggere l’impeto di una tragedia immane come quella delle traversate e delle tante morti dei migranti, che oggi si ripete, amplificata ancor di più, su alcune isole greche, per le quali il discorso, forse, non è molto diverso.

‘Fuocoammare’ non è dunque solo un’antica canzone di Lampedusa, è il simbolo di una comunità ancora incontaminata, dove il denaro non è l’unico valore, dove la tradizione di accogliere chiunque ‘venga dal mare’ ha ancora un senso profondo, è un dovere che si compie credendoci profondamente, mentre ogni morte, ogni cadavere che viene tratto a riva è una ferita e mai una consuetudine a cui ci si abitua.

Rosi ha avuto per sua fortuna i finanziamenti ‘giusti’e tanto tempo a disposizione (rispetto ai ritmi imposti dalle odierne produzioni) per conoscere davvero Lampedusa, si è immerso nella sua realtà e ha eletto a suo ‘alter ego’ il medico di Lampedusa Pietro Bartolo, che ha soccorso e aiutato migliaia di migranti in questi anni, un uomo di antica dignità e di grande spessore che ha portato con sé a Berlino, dedicandogli anche il premio ricevuto.

Protagonista di ‘Fuocoammare’ è dunque la gente di Lampedusa, alcuni abitanti di questa straordinaria isola che ne rappresentano l’identità, e la camera da presa li segue costantemente, ferma e ‘silenziosa’, sempre senza fretta, lenta e dignitosa come lo sono loro, nella loro vita quotidiana.

Poi ci sono ovviamente le parti dedicate alla tragedia dei migranti ma Rosi sceglie anche qui una chiave assolutamente inedita. Dedica l’apertura ai difficili dialoghi in mare con un barcone alla deriva che chiede soccorso e mostra poi il primo trasferimento di chi arriva dal mare, l’accoglienza professionale ma sempre umanissima delle forze dell’ordine e di quanti seguono le meticolose operazioni. Le tragedie, naturalmente, ci sono e Rosi ce lo ricorda nel finale ma senza mai eccedere, con pochi ‘flash’, perché i toni sobri e il dolore composto sono la migliore reazione possibile a Lampedusa.

C’è poi un momento straordinario, quando un nigeriano si dedica a una sorta di gospel (ma vien quasi voglia di definirlo un ‘rap’) che racconta la sua vita e la sua tragedia di migrante, con alcuni altri compagni di sventura a fargli da coro, un modo bello e poetico, anche qui, di raccontare vicende così strazianti.

Alla fine si compone un puzzle che racconta con la semplicità più autentica (per quanto calcolatissima dal punto di vista estetico e cinematografico) e con l’efficacia che forse nessun’altra opera, sia di finzione che a carattere documentaristico, avrebbe potuto avere, un luogo, la sua gente, le tragedie che qui ci si trova ad affrontare. Un meritato Orso d’Oro.

Mauro Roffi, da “millecanali.it”

 

Ci sono tanti modi di costruire un documentario, quello più tradizionale consiste nel seguire una scaletta, cioè nell’argomentare per punti (la vita di una persona, il processo a un imputato, i cicli di un ecosistema) utilizzando materiali di repertorio e altri realizzati ad hoc, soprattutto interviste. C’è naturalmente una contraddizione in termini in questo metodo, il punto di vista del regista emerge non solo – appunto – nel punto di vista, cioè dove e quando si piazza la macchina da presa, ma anche nella scelta di una struttura, nel tempo del film che spesso è diviso in tre atti a beneficio della platea e delle sue aspettative.

Niente di male, riuscire a creare suspense all’interno della forma documentario è anche un valore aggiunto, ci sono casi esemplari recenti (Cartel Land, Searching for Sugarman e The Imposter sono i primi che mi vengono in mente, e poi il più controverso Making a Murderer disponibile su Netflix), ma è un sollievo che esistano autori come Gianfranco Rosi che provano a raccontare la realtà con un approccio diciamo impressionista, cioè immergendosi dentro un contesto – vivendoci per un po’ -, e poi scegliendo un certo numero di persone e posti non come testo dell’indagine ambientale, ma come “agenti chimici”, capaci di attivare la realtà e farla emergere dal niente dei nostri pregiudizi in una composizione non del tutto definita eppure viva.

Dopo il deserto americano degli emarginati (Below Sea Level) e il grande raccordo anulare di Roma (Sacro Gra), Rosi ha vissuto per oltre un anno sull’isola di Lampedusa, in una casetta del porto vecchio, trasferendo qui anche gli strumenti del montaggio. Fuocoammare è l’impressione che questo tempo ha lasciato su di lui attraverso alcune persone che ha seguito, alcune cose che ha fatto e alcuni posti in cui è stato. E la recensione di Fuocoammare può essere poco più di una nota a margine, perché non c’è modo di dire le storie dei suoi personaggi, non sono nemmeno storie, sono frammenti, esperienza.

Vedrete, nel film, Samuele Puccillo, 12 anni, figlio di pescatori che “subisce” il mare, e deve passare le serate sui pontili che ballano per imparare a digerirlo. Che prova a remare, ma viene risucchiato verso i moli, tra le barche grandi. Che ha un occhio pigro, e deve portare l’altro bendato. Che va a caccia con la sua fionda, e poi dal dottore perché respira male.
Pietro Bartolo, direttore dell’ASL locale, che assiste lampedusani e migranti, da trent’anni è la prima idea di civiltà dopo gli sbarchi; distingue i casi gravi da quelli lievi, i vivi dai morti, e ha imparato tutti i modi in cui si sparisce nelle barcacce degli scafisti.
Giuseppe Fragapane, il dj di Radio Delta, che alterna dediche amorose e comunicazioni di servizio vitali per l’isola.
Pescatori, pensionati, donne che cucinano il pesce in pentole che sembrano inghiottirti, tutti pieni di cose da raccontare e suggerimenti senza vanità, di vita vissuta.

E poi il Centro di Accoglienza, per riprendere nel quale Rosi ha avuto un permesso speciale; e, ancora a ritroso, in mare aperto, la nave Cigala Fulgosi, quella che opera il primo soccorso lontano dall’isola, recupera le persone e i corpi, li trascina, li sposta, li ricompone.
In mezzo a tutto questo Rosi riconosce e smonta il folklore, che è poi la vera qualità del grande documentarista. Così restano nel film, setacciati, i desideri e le paure del ragazzino, la stanchezza del dottore, il dolore normale e terribile di tutti, così come il divertimento, che è solo quello che è.
Giorno e notte, il ritmo dell’isola.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

 

Lampedusa: un’isola così diversa da tante altre, il confine più simbolico d’Europa, terra di approdi, di speranza, linea di confine tra la vita e la morte. È proprio in quest’isola cheGianfranco Rosi, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2013 con Sacro Gra, decide di trasferirsi per più di un anno, toccando con mano cosa significa essere lampedusiani al giorno d’oggi. Da qui nasce il documentario Fuocoammare, unico lavoro italiano in concorso alla Berlinale.

Fuocoammare si presta ad una narrazione piuttosto lontana dal tipico racconto mediatico e politico, smantellando fin da subito l’idea di emergenza. Dov’è l’emergenza quando ogni giorno ci si trova di fronte a sbarchi e al bisogno di beni di prima necessità all’interno del centro di accoglienza?
Nonostante questo, Gianfranco Rosi non crea un documentario fatto di patetismi di facile presa emotiva, al contrario ci racconta un’isola in cui esistono i lampedusiani e una sorta di“mondo dentro il mondo” che molte volte non entra in contatto diretto con l’altra parte dell’isola.
Il regista ci racconta Lampedusa attraverso Samuele (Samuele Pucillo), un bambino di 12 anni che va a scuola, ama tirare con la fune e giocare tra la natura aspra dell’isola; soffre il mal di mare e ha un occhio pigro. Intorno a Samuele ruotano altri personaggi che nella loro semplicità ci mostrano uno spaccato di vita, del loro quotidiano e del loro modo di vedere le cose.

Una chiave di lettura importante è rappresentata dall’incontro tra il regista e il direttore sanitario dell’Asl locale Pietro Bartolo al quale sono affidate le due scene più importanti ed emblematiche. Tutto si concentra nell’ecografia di una donna incinta di due gemelli e la delicatezza con cui il medico cerca di farle capire il sesso dei suoi figli, tra le incertezze linguistiche e le difficoltà di comunicazione. Ma più di tutte, colpiscono le parole di Bartolo “Ha sofferto molto questa cristiana”, parole così semplici eppure così dolorose. Ed è ancora Bartolo il protagonista di una testimonianza che ci fa capire senza troppi giri di parole che cosa significa essere presente ad ogni singolo sbarco, stabilire chi può andare al centro di accoglienza e chi è deceduto: “Molti miei colleghi mi dicono che ormai, dopo tutti questi anni, sarò abituato. Ma la verità è che non ci si abitua mai”. Mentre scorrono delle immagini per noi inedite sul computer davanti a sé, Bartolo non le guarda perché dice di aver così ben presente ogni singolo volto da sognarselo tutte le notti.

È in queste parole che si percepisce la cifra umana della tragedia e dell’intero documentario, racchiuso nella semplicità di una partita di calcio nel centro di accoglienza, dove i profughi si dividono in squadre in base al paese d’origine dal quale sono scappati o nel canto gospel di uno dei migranti appena arrivato.
Fuocoammare e i suoi due piani di lettura dell’isola arrivano al cuore: da una parte l’occhio pigro di Samuele (o l’occhio pigro dell’Europa) e il suo sparare per gioco a bersagli inesistenti, dall’altra parte la tragedia in perpetua emergenza.

Laura Siracusano, da “cinematographe.it”

 

 

 

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