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Freeheld: Amore, giustizia, uguaglianza

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Trasposizione cinematografica dell’ominimo cortometraggio documentario vincitore dell’Oscar e adattato dallo sceneggiatore di Philadelphia, Freeheld racconta la vera storia d’amore di Laurel Hester (Julianne Moore) e di Stacie Andree (Ellen Page), nella loro battaglia che condussero per ottenere giustizia. Quando alla pluridecorata detective del New Jersey Laurel viene diagnosticato un cancro, decide di assicurarsi che la sua sudata pensione vada alla sua compagna Stacie. Ma i funzionari della Contea di Ocean (Ocean County – New Jersey), detti Freeholders, non le riconoscono questo diritto. Il Detective Dane Wells (Michael Shannon) e l’attivista per i diritti civili Steven Goldstein (Steve Carell) si uniscono a Laurel e Stacie coinvolgendo altri agenti di polizia e la comunità a sostegno della loro lotta per l’uguaglianza.

Ammettiamolo: Freeheld, diretto da Peter Sollett, non brilla in originalità, ma tuttavia non si può negare il fatto che sia una commovente e toccante storia d’amore e di giustizia. Complice un cast principale con una chimica perfetta: Julianne Moore ormai, dopo Still Alice, riesce a calzare i panni di una donna forte che nonostante la malattia non si abbatte mai (forse seconda nomination agli Oscar per lei?) ed Ellen Page, piccola ma determinata, dà grande prova di sé; silenzioso ma possente Michael Shannon che pur avendo poche battute, è sempre presente nella scena a sostegno di Julianne Moore-Laurel. Menzione d’onore a Steve Carell nel ruolo di un personaggio divertente, ironico e frizzante, che tuttavia rappresenta il grande motore del film.

In Freeheld la love story tra Laurel e Stacie non appare molto fisicamente, non ci sono neanche scene troppo spinte, ma piuttosto il grande amore che le lega si vede attraverso il contatto, i piccoli gesti e le parole sussurrate. Il film potrebbe essere diviso in due parti: nella prima vengono messi in scena i sentimenti: l’incontro tra le due donne, l’innamoramento, la voglia di costruirsi una casa, una famiglia, e poi la scoperta della malattia di Laurel. Nella seconda parte, c’è tutta la mozione giudiziaria e la lotta di Laurel e Stacie contro i funzionari della Contea che respingono la richiesta, le diverse assemblea e la comunità LGTB (e non solo) che si mobilita per sostenerle e supportarle.

Personaggi contrapposti ma complementari sono Laurel e Steven: la prima vuole solo giustizia ed uguaglianza per le coppie gay, il secondo si spinge più in là e combatte per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Un tema difficile e attuale, quello del riconoscimento della parità dei diritti gay, portato sullo schermo in modo sincero senza troppe pretese.

Verdiana Paolucci, da “filmforlife.org”

 

 

Basato sull’omonimo cortometraggio documentario vincitore dell’Oscar per la sua categoria (Documentary Short Subject), e adattato dallo sceneggiatore di Philadelphia Ron Nyswaner, Freeheld narra la vera storia d’amore di Laurel Hester (Julianne Moore) e Stacie Andree (Ellen Page), e della battaglia che condussero per ottenere giustizia.

Quando alla pluridecorata detective del New Jersey Laurel viene diagnosticato un cancro, decide di assicurarsi che la sua sudata pensione vada alla sua compagna Stacie. Ma i funzionari della Contea di Ocean (New Jersey), detti Freeholders, non le riconoscono questo diritto. Il Detective Dane Wells (Michael Shannon), e l’attivista per i diritti civili Steven Goldstein (Steve Carell) si uniscono a Laurel e Stacie coinvolgendo altri agenti di polizia e la comunità a sostegno della loro lotta per l’uguaglianza. Una storia intensa, rappresentata sia attraverso tutte le fasi procedurali, sia descrivendo un amore inaspettato e irresistibile, in grado di superare i pregiudizi e l’intolleranza grazie all’abilità della regia e alle interpretazioni di Julianne Moore, commovente, e di Ellen Page, nei ruoli rispettivamente di Hester e Andree.

Le tematiche trattate in Freeheld sono universali, attuali e toccanti; il film esplora la potenza dell’amore e dell’intimità di fronte ad estreme pressioni esterne. Laurel e Stacie sono molto diverse e conducono vite diverse, in primo luogo hanno una certa differenza di età, elemento che può creare sempre qualche tensione, hanno anche un approccio diverso sul modo di mostrare la loro sessualità in pubblico, ma indipendentemente da tutto questo restano unite durante tutto il percorso e nei momenti più difficili. Scrivere su questo tipo di relazione non era davvero facile ma la sceneggiatura non arriva mai al patetico, e per questo resta molto credibile, con uno stile che, pur essendo “finzione,” ti permette di credere davvero che le persone coinvolte siano reali.

Julianne Moore, ancora una volta, conferma di essere un mostro sacro del cinema americano e non solo, aiutata anche da Ellene Page, che qui conferma il suo talento (già visto in Juno); il rischio di arrivare a una storia strappalacrime andava obbligatoriamente corso, ma il risultato è al di sopra di ogni aspettativa, confermando il fatto che, ove ce ne fosse ancora bisogno, il cinema americano sa ancora mostrare grande coraggio. Piccola citazione a parte merita Steve Carrell: il suo cameo da attivista gay ebreo è quello che dà colore e quel pizzico di ironia, che in un contesto tragico – drammatico come questo è una piccola ciliegina su una torta già di per sé ottima.

Salvatore Cusimano, da “paperstreet.it”

 

Laurel Hester è un detective di polizia nello stato del New Jersey. A fianco del suo partner, Dane Wells, combatte il crimine, colleziona articoli delle sue indagini e sogna di diventare tenente. Riservata sulla sua vita sentimentale, Laurel vive la sua omosessualità lontana da casa e dal suo dipartimento. L’incontro con Stacie, una giovane donna che aggiusta motori e cambia le ruote in sette minuti e una manciata di secondi, la induce però a rivelarsi e a rivelare al mondo il suo orientamento sessuale. Laurel e Stacie comprano una casa, ‘adottano’ un cane, coltivano il giardino e si certificano ‘coppia di fatto’. Ma il loro amore è interrotto dalla malattia di Laurel, a cui viene diagnosticato un cancro ai polmoni. Laurel chiede che la sua pensione venga destinata alla sua compagna, per garantirne la casa e il futuro. La sua richiesta verrà respinta ma Laurel non rinuncerà a lottare per i suoi diritti.
Ispirato a una storia vera, Freeheld appartiene alla categoria meno immaginativa della fiction hollywoodiana. Quella di fattura didattica destinata a collezionare statuette per il soggetto edificante, la coscienza politica e l’impressionabile interpretazione dei suoi attori. Cancer movie e dramma civile sui diritti degli omosessuali, il film di Peter Sollett si inserisce tra Dallas Buyers Club e Milk, con cui condivide la rivolta di un individuo contro il sistema e dentro uno contesto burocratico. Nonostante la sobrietà della messa in scena, che lascia spazio alla prova delle due interpreti principali (Julianne Moore ed Ellen Page), Freeheld soffre una dimensione agiografica ed è affetto da una sorta di freddezza, di assenza di empatia, che desiste e rende le protagoniste poco coinvolgenti. Quando si racconta un’icona, come fu Laurel Hester, la prima donna americana a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e a ottenere l’apertura sui diritti civili delle coppie di fatto, è necessario avere e praticare una resistenza fuori dal comune. Resistenza utile a non cedere a quella sorta di codice retorico elaborato da Hollywood sul tema. Dall’altra parte dello schermo ce ne vuole altrettanta per resistere alle emozioni e agli argomenti, per restare lucidi sul soggetto e sull’ammirazione che muove la sua eroina.
Il dramma di Sollett, proprio come quello di Gus Van Sant, mette in scena la liberazione di chi non solamente non ha più bisogno di nascondersi ma decide di prendersi un (sacrosanto) posto in prima fila. Ma se questo rinnovamento faceva grande l’attivista politico di Sean Penn e mostrava la presa di coscienza del suo carisma e l’apprendistato del gioco politico, la presenza di Julianne Moore, nonostante un’incandescenza che appartiene solo a lei e che abbaglia anche sotto il biondo che le impone il personaggio, non è sufficiente a compensare la valanga di convenzioni narrative che non prevedono zone d’ombra o di incertezza. Come Milk anche Laurel ignora a lungo il suo destino. Fino all’età di cinquant’anni l’omosessualità di Laurel è un affare privato che scoprirà soltanto attraverso la relazione con Stacie la dimensione pubblica, l’idealismo tenace, il fervore, la combattività, la possibilità di pensare una ‘riforma’ profonda di tutti i conservatorismi fomentati dalla paura. La parte sentimentale occupa una porzione congrua del film che poi cede il passo a una pubblica istruttoria, al ritratto della struttura ideologica dominante e alla lotta, affrontata con lo stile sciolto di Steve Carell e quello introverso di Michael Shannon.
Dramma sociale e politico sincero, Freeheld partecipa a un contesto globale di ripresa e di confidenza nell’America democratica e progressista contro l’opposizione al riconoscimento dei diritti degli omosessuali, senza procurare tuttavia la pienezza affettiva ed estetica di Milk, trovare la volontà politica di Sean Penn o segnalare una prestazione fuori norma come quella di Matthew McConaughey.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Se dovessimo definire Freeheld con una parola quella sarebbe “uguaglianza”. Perché, come ribadito più volte nel film, la storia di Laurel Hester e Stacie Andree non è la storia di una coppia di omosessuali che combatte per il matrimonio gay, non il racconto di una battaglia portata avanti per veder ripagati tutti i debiti che l’umanità ha accumulato nei confronti della comunità LGBT, ma il riconoscimento di un amore esattamente uguale agli altri. La voglia di sentirsi fortunati o sfortunati, più o meno simpatici, coraggiosi o vili in tutte le cose dalla vita come gli altri , ma soprattutto comuni, persone comuni, come tutti. Normali.

Basata su una storia vera e ripreso dall’omonimo cortometraggio documentario vincitore dell’Oscar, la pellicola del giovane regista Peter Sollet è allo stesso tempo delicata e incisiva. Il titolo stesso del film ha in sé l’ambivalenza propria di questa intera produzione. Freeheld letteralmente non significa nulla, ma gioca sulle due parole, uguali e opposte, fuse insieme: essere liberi e essere trattenuti. Proprio come Laurel (Julianne Moore), detective della polizia di Ocean County, New Jersey. Dura e estremamente riservata, la poliziotta non riesce a resistere alle attenzioni di Stacie (Ellen Page), una ragazza ben più giovane di lei che vive la sua condizione con discrezione ma anche con naturalezza. Sicuramente con più naturalezza di Laurel che inzialmente respinge Stacie per timidezza e per paura. Paura di non essere considerata uguale e meritevole come gli altri. Nel film siamo infatti agli inizi degli anni 2000 e, nonostante i passi in avanti, il mondo sembra non essere ancora pronto all’idea di una poliziotta lesbica, e donna, specialmente in un ambiente “machista”, come quello delle forze dell’ordine. Col tempo però le due imparano ad amarsi e a godersi la loro storia con serenità tanto da decidere di  vivere insieme in una casa vera. Ma purtroppo una tragedia è dietro l’angolo.

Laurel si ammala. Scopre di avere un tumore in stadio avanzato che con rapidità si diffonde in tutto il corpo non lasciandole alcuna possibilità di sopravvivenza. E qui sorgono i problemi.

Come sappiamo una coppia di fatto, a differenza di una coppia eterosessuale, è legata dall’amore ma non dal vincolo matrimoniale.

In essa manca un atto formale, il matrimonio, e quindi in caso di morte di uno dei due coniugi all’altro non verrà riconosciuta nessuna eredità. Laurel, a differenza di Stacie, crede nello Stato e nella relativa giustizia dopo aver prestato 23 anni di servizio. Dopotutto è un’agente della nazione e non vuole pensarla diversamente. Ma alla sua richiesta di trasferimento della pensione a Stacie in caso di morte, la contea di Ocean County, formata da cinque parlamentari, risponde negativamente. Comincerà così una battaglia che vedrà coinvolti vari personaggi e diversi punti di vista. Da Steven Goldstein (Steve Carrel), esuberante attivista gay, a Dane Wells (Michael Shannon), poliziotto compagno di pattuglia di Laurel. Da Todd Belkin (Luke Grimes), altro agente segretamente gay del distretto di Laurel, a Bryan Kelder (Josh Charles), il più ragionevole e titubante dei cinque parlamentari della contea a cui si affidano le sorti del caso. Tutti hanno qualcosa da dire ma nessuno sa come dirlo nel modo giusto. Sarà solo dopo un’estenuante campagna che le due otterranno giustizia, poche settimane prima della morte di Laurel e dopo la sua orgogliosa conquista del ruolo di tenente in polizia.

Cosa dire? Il racconto di una vicenda gay non è una novità nel mondo cinematografico. Dopo Philadelphia, Milk, The Normal Heart e tanti altri ancora, anche Freeheld si aggiunge alla lista. Ma, come affermato da Peter Sollet e Ellen Page in conferenza stampa qui alla Festa del Cinema di Roma, un film non può veramente cambiare la cose. Può però dare audience e giusto volume a questo argomento ancora così scottante, specialmente in Italia. Può essere un saggio diffuso tramite il giusto canale, una visione. E Freeheld è infatti un film molto “visivo” in questo senso.

Serve davvero tutto questo? Nonostante la storia d’amore commovente e le ottime performances di Julianne Moore eEllen Page io sono convinto di no. Il film è toccante e ne premio l’intento, ma temo che parlare di LGBTQ in una drammatica chiave sociale possa solo eludere ancora di più il problema facendone un bersaglio forse ancor più facile di quello che già è. Tuttavia il messaggio che lancia il film è fondamentale. Emozionante. Non bisogna confondere l’amore gay con uno smisurato bisogno di diritti per riparare i “matrimoni di serie B” delle unioni civili o gli altri pessimi trattamenti riservati a questa classe di diversi. Chiamiamo le cose col loro nome. Perché di differenze ce ne sono e non c’è da vergognarsene, non siamo tutti uguali come vogliamo credere, ma dobbiamo puntare ad essere uguali nelle proprie diversità. Questa è la vera uguaglianza, quella che va ricercata. I gay pagano le tasse, mangiano, dormono, vanno a scuola. Può essere il vostro collega in ufficio o l’insegnante di vostro figlio ma una persona gay c’è sempre. I gay ci sono, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. E non dovremmo riservargli posti speciali o posizioni privilegiate per proteggerli come fiorellini, ma solo posti e posizioni.

Non è un’invenzione, non è una tattica, non è un costume. Sono persone. Siamo tutti persone. E se per capirlo bisogna combattere, si è già perso in partenza.

Simone Bottaro, da “telefilm-central.org”

 

 

Il 26 Giugno 2015 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza storica, l’allargamento del diritto matrimoniale a tutti gli americani, coppie omosessuali comprese. 10 anni prima quando le unioni civili facevano il loro timido passo nell’America dei piccoli centri due giovani donne, Laurel e Stacie, combattevano una battaglia per la parità dei diritti. Tratto dall’omonimo documentario di Cynthia Wideche vinse il Premio Oscar nel 2008, Freeheld è la storia diLaurel Hester e Stacie Andree, due donne innamorate pronte a combattere contro tutto e tutti per veder loro riconosciuta una cosa semplice ma potente:l’uguaglianza.
Laurel è un detective di Ocean County – New Jersey, da 23 anni si occupa della sicurezza dei cittadini del piccolo centro nei dintorni dello stato di New York. Durante una partita di pallavolo conosce e si innamora della giovane Stacie, ragazza caparbia e timida, dopo un anno di storia decidono di andare a convivere e diventare legalmente una coppia di fatto. Ma la felicità dura poco, Laurel scopre di avere un cancro terminale ai polmoni, superato lo shock iniziale la detective vorrebbe che una volta deceduta la pensione statale andasse alla sua compagna e che la casa che ha visto crescere la loro felicità non le venisse portata via; una richiesta semplice dopotutto che però il consiglio comunale della città non approva. Inizia così una battaglia per vedere riconosciuti i diritti della coppia proprio nel momento in cui la guerra della Hester contro la malattia sembra essere persa. Ad unirsi alla coppia ecco Dane Wells, collega e amico di Laurel e l’attivista per i diritti LGBT Steven Goldstein.

Peter Sollett (Tutto Accadde in una Notte) porta sullo schermo una storia drammatica oggi più attuale che mai, Freeheld è un colpo al cuore, indubbiamente non brilla per originalità, ma riesce comunque a toccare le corde più profonde del nostro cuore, merito anche di una sceneggiatura (scritta da Ron Nyswaner, già autore di Philadephia) che riesce ad alternare momenti comici e drammatici in un susseguirsi di un’altalena emozionale che non lascia scampo. La storia di Laurel e Stacie ti afferra allo stomaco riuscendo a commuovere in maniera diretta e genuina, niente scene romanzate, solo la verità di un amore incredibile a cui viene negato il più semplice dei diritti: quello dell’uguaglianza.
Freeheld ha dalla sua parte anche un cast eccezionale: Julianne Moore nel ruolo di Laurel Hester è perfetta, convincente e commovente, ricca di forza nonostante la malattia che la divora; ad interpretare Stacie Andree la meravigliosa Ellen Page che riesce a convincere grazie ad una prova attoriale da nomination all’Oscar. La Page è struggente nel ruolo di Stacie, fragile e delicata ma sorretta da una forza che scioglierebbe anche il cuore più duro. A sollevare l’enorme macigno emozionale un bravissimo Steve Carrell nel ruolo di Steven Goldstein, divertente e folle attivista per i diritti LGBT, un personaggio eccessivo e sopra le righe che strappa più di qualche risata facendoci respirare dal dramma della storia.

Lorenzo Colapietro, da “cinematographe.it”

 

 

 

Dallo sceneggiatore di Philadelphia (1993). Questo ci dice immediatamente il trailer del film. E questo già ci basta come mezza garanzia di qualità. Se a questo primo elemento aggiungiamo che il film è stato prodotto, oltre che co-interpretato, da Ellen Page, fresca di coming outriguardo la sua omosessualità, quindi (auto) eletta come autentica bandiera della comunità gay, capiamo d’essere di fronte ad un film fatto non alla leggera. Terzo elemento non trascurabile: c’è Julianne Moore, forse la più grande attrice del cinema americano degli anni Duemila. Un’attrice non nuova a ruoli omosessuali: si pensi a I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko e Chloe – Tra seduzione e inganno di Atom Egoyan. Quarto e ultimo elemento, ma non meno importante: Freeheld racconta una storia vera, di malattia e diritti civili. Quasi un “gender” cinematografico saccheggiatore di successo e premi. Tragli ultimi precedenti illustri Dalla Buyers Club con Matthew McConaughey.

Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza è un film assolutamente riuscito. La regia di Peter Sollett evita qualsivoglia trovata registica che possa smorzare il fluido procedere della vicenda. Una regia a totale servizio della narrazione, quasi invisibile, come in molti film degli anni Novanta. Sollett preferisce dedicarsi alla descrizione dei personaggi, che realizza con semplicità e personalità nella prima parte del film. La seconda è il lato civile dell’opera, con la battaglia portata avanti da Laurel Hester per far sì che la compagna (la moglie potremmo dire!) possa ricevere i suoi contributi pensionistici una volta che lei sarà morta, poiché affetta da un cancro ai polmoni che la sta divorando.

Freeheld è un film che semina bene nella prima parte per poi raccogliere meglio nella seconda. E lo fa senza strumentalizzare lo spettatore. Il tono non si fa mai davvero melodrammatico (come spesso invece accade), ma rimane incollato all’urgenza e alla prepotenza della realtà, dove l’uomo si scontra con quella legge che lui stesso ha creato.

Freeheld ha la stessa forza di Pride di Matthew Warchus, film che lo scorso anno, intorno a Natale, convinse un po’ tutti. Ma forse è addirittura più coraggioso, perché sa di non accontentare o piacere a tutti. In primis per la molteplicità di tematiche trattate: Freeheld non è solo un film, come recita il sottotitolo italiano, su amore, giustizia, uguaglianza. Ma anche sulla malattia, il diritto, la solidarietà, amalgamando il tutto con passaggi dalegal movie d’altri tempi.

Julianne Moore è gigantesca. L’emozione è il suo mestiere. E ora, forte anche dell’Oscar vinto per Still Alice, in cui interpretava una donna colpita da Alzheimer, è senza dubbio la massima specialista nei cosiddetti “ruoli impegnati”. Al suo fianco Ellen Page è tenerissima, e dietro quel volto da bambina si nasconde una tigre, di quelle che sanno graffiare senza dover mostrare gli artigli. Fanno quadrare il cerchio Michael Shannon e Steve Carell. Il primo, dall’alto della sua imponenza statuaria, che poco concede all’espressività facciale e fisica, distilla pian piano un’intensità che supporta quanto basta le due attrici. Il secondo, trovata la giusta misura tra dramma e commedia, ci propone il giusto equilibrio tra la comicità che l’ha reso celebre e la serietà d’attore drammatico mostrata in Foxcatcher di Bennett Miller.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

 

Se dovessimo utilizzare una sola parola per definire il merito principale di Freeheld, sceglieremmo “ricordare”. Viviamo in un momento di ipervisibilità del cosiddetto genere omosessuale al cinema e in Tv e la storia vera raccontata da Freeheld ci invita a riconsiderare l’attuale situazione sociale e culturale (almeno negli USA) come il frutto di anni ed anni di lotte sociali e politiche in nome di una parità di diritti conquistata da pochissimo tempo.

Freeheld, adattamento del cortometraggio omonimo vincitore del premio Oscar nel 2007, è una pellicola estremamente poco militante e, data la portata della vicenda, questa scelta potrebbe far dubitare molti. Scritto dallo sceneggiatore diPhiladelphia, Ron Nyswaner, il film è sostanzialmente una storia d’amore che lascia ai margini la politica e non approfondisce le questioni spinose. La storia di Laurel Hester e Stacie Andree è presentata in maniera molto standard: primo incontro, prima uscita, innamoramento, casa, cane ecc… Le due donne riescono, nonostante le difficoltà quotidiane imposte dagli ambienti omofobi che le circondano, a costruirsi una vita insieme. Quando il cancro colpisce Laurel, detective da più di 20 anni, lei darà inizio ad una battaglia legale per garantire che i soldi della pensione vadano alla sua compagna.

La pellicola appare nettamente divisa dall’evento tragico della malattia di Laurel: dopo una prima parte molto canonica, troppo lunga ma ben fatta, Freeheld dà il meglio di sé nella seconda metà, mostrando definitivamente la scelta di non concentrarsi in maniera rigida e monolitica sulla lotta politica preferendo descrivere una tragedia personale come riflesso di un problema collettivo. Il film non è perfetto ed alcuni dialoghi non brillano certo per originalità ma le due attrici regalano al pubblico due interpretazioni toccanti e coinvolgenti.

Ultimamente Julianne Moore ci sembra sempre malata al cinema: dopo l’Oscar per l’immensa interpretazione di Still Alice, incarna tutta la forza di una donna che urlerà fino all’ultimo respiro la parità dei diritti per ogni individuo, e nulla di più. Il personaggio è perfettamente nelle corde della Moore che lo rende sfaccettato in tutte le sue sfumature, dall’amore all’ambito lavorativo. Ellen Page, grande promessa di Hollywood lanciatissima da Juno nel 2006, torna ad un ruolo di grande spessore dopo diverse parti minori negli ultimi anni; nonostante la sua età, tiene testa alla sua controparte femminile, superandola in alcuni momenti molto riusciti. Abbiamo apprezzato la non standardizzazione ed approfondimento curato dei personaggi che circondano le protagoniste. L’attivista gay interpretato da Steve Carell conferisce quel tocco comico perfettamente equilibrato nel dramma complessivo, mentre il detective interpretato da Michael Shannon è un personaggio tutto da scoprire e da apprezzare nel corso della pellicola. La storia mette in risalto pregi e difetti di tutti gli uomini (etero e gay) e, tra le righe, suggerisce che non sempre urlare le proprie ragioni aiuta. L’unico difetto, nella parte finale del film, risulta il soffermarsi sul dolore della malattia in un paio di sequenze assolutamente non necessarie.

Per concludere, dobbiamo sottolineare che Freeheld riesce a far ricordare, come dicevamo in apertura, ma non riesce ugualmente bene ad analizzare gli eventi. Negli ultimi anni, il genere omosessuale sta cercando di uscire dalla nicchia dei festival tematici provando a raggiungere il grande pubblico. La pellicola compie questo passaggio ma, forse, per farlo non rende giustizia alla storia. Un po’ come già accaduto per Philadelphia, la storia risulta emozionante e le interpreti sono in gran forma ma sembra che per creare un prodotto che arrivi a tutto il pubblico (eterosessuale) si lascia poco spazio ai problemi veri. In fondo, è solo una storia d’amore come tante altre ma, mentre l’amore viene raffigurato, la sua portata simbolica viene lasciata in ombra. Allo stesso tempo, se il film farà ricordare agli Americani le lotte passate, a noi servirà a riflettere e a mostrare la nostra arretratezza culturale. Perché ormai mezzo mondo è riuscito a capirlo ma a noi sembra tanto difficile: “E’ solo amore. Perché vi terrorizza tanto?” (cit. “Get Real”)

Matteo Illiano, da “darksidecinema.it”

 

 

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