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Frantz

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La Guerra è finita. Quella del 15-18, detta la Grande. Adesso non rimane che contare i morti, ma soprattutto abituarsi all’idea di aver perso un figlio, un fratello, un amico. Sono i giovani ad averne fatto le spese, come in tanti hanno scritto nel corso del tempo. Anna (Paula Beer) è una di queste persone: Frantz, suo promesso sposo, è rimasto ucciso dai francesi. All’improvviso però arriva uno sconosciuto, Adrien (Pierre Niney), il quale si presenta alla famiglia di Frantz come un caro amico del giovane defunto. Ma per quale motivo è venuto fin lì? Che intenzioni ha?

Tutte domande che di primo acchito sfiorano i cari, che subito però devono arrendersi al fascino di questo ragazzo che ha per lo meno il merito di aver portato sollievo ed un pizzico di serenità in più in quella casa ancora devastata dal lutto. Adrien parla di Frantz, racconta di quando e come trascorrevano del tempo insieme; piccoli ricordi, episodi che riempiono il cuore dei genitori così come della bella Anna, invaghitisi del francese dai modi gentili e che, per forza di cose, diventa l’ultimo legame, il solo, con l’amato figlio e fidanzato.

Tuttavia, come sempre nei film di Ozon, anche in Frantz si assiste ad un intricato gioco di identità, che si muove costantemente sul filo dell’ambiguo. Il regista francese riesce a destare interesse quanto basta pur non definendo mai del tutto i propri personaggi; anche in questa sua ultima fatica si fa leva sulle sfumature ed il vero mistero, come detto, non riguarda il racconto in sé bensì i suoi protagonisti. Risultato difficile da ottenere ma che Ozon consegue con una grazia pressoché naturale. Bella e brava Paula Beer, che è un po’ l’ago della bilancia, baricentro in questa rete di bugie bianche, di quelle perciò dette a fin di bene; ma che fanno soffrire comunque poiché nondimeno bugie.

Si è parlato di Lubitsch e del suo L’uomo che ho ucciso, le cui premesse sono più che simili a quelle di Frantz: sarà, fatto sta che non se ne fa menzione. Ad ogni modo Ozon rilegge a suo modo quella che anzitutto una pièce teatrale semmai, integrando pure un finale oltremodo appropriato, in linea col discorso del regista, che fino all’ultimo non intende svelarci esplicitamente il vero volto di chi abbiamo seguito per l’intero film, contraddistinto per lo più dalla diffidenza tra nazioni ed il senso di colpa collettivo tipico di quel periodo storico.

Il bianco e nero aggiunge quella nota di elegante malinconia mutuata più che da Haneke, come potrebbe inizialmente sembrare, dall’Edgar Reitz di Heimat, virate al colore incluse. Un’atmosfera che fa buon gioco con quell’impronta noir che Frantz ad un certo punto assume. Come s’intuisce, insomma, l’armonia che Ozon riesce ad infondere in questo suo ultimo lavoro rappresenta uno degli elementi più felici. A dispetto di un contesto apparentemente atipico, il suo è un film in costume che non disdegna affatto un certo classicismo senza però farsene travolgere, bensì servendosene per reiterare ancora una volta il suo cinema così come i temi che gli stanno maggiormente a cuore.

Voto: 8 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Germania, 1919. Una giovane donna si raccoglie ogni giorno sulla tomba del fidanzato caduto al fronte. La sua routine è rotta dall’incontro con Adrien, soldato francese sopravvissuto all’orrore delle trincee. La presenza silenziosa e commossa del ragazzo colpisce Anna che lo accoglie e solleva di nuovo il suo sguardo sul mondo. Adrien si rivela vecchio amico di Frantz, conosciuto a Parigi e frequentato tra musei e Café. Entrato in seno alla famiglia dell’uomo, diventa proiezione e conforto per i suoi genitori che assecondano la simpatia di Anna per Adrien. Ma il mondo fuori non ha guarito le ferite e si oppone a quel sentimento insorgente. Adrien, schiacciato dal rancore collettivo e da un rimorso che cova nel profondo, si confessa con Anna e rientra in Francia. Spetta a lei decidere cosa fare di quella rivelazione.
La forza del cinema di François Ozon consiste nel mettersi costantemente alla prova, prendendo dei rischi. L’autore francese non gira mai due volte lo stesso film così quello successivo non lo trovi mai dove te lo aspetteresti. Dal polar (8 donne e un mistero) al thriller hitchcockiano (Dans la maison), passando per il racconto moderno (Ricky), Ozon cambia pelle e genere insistendo sulla vertigine intellettuale che provoca la dialettica realtà-finzione. Grande film romanzesco al cuore del quale indugia un segreto, si annidano ricordi ricamati dalle bugie e fioriscono sentimenti mediati dall’arte (un quadro di Manet, un concerto per violino), Frantz ribadisce l’impatto dell’immaginario sul mondo, infiltrando un corpo estraneo in territorio straniero.
Adattamento di una pièce di Maurice Rostand che Ernst Lubitsch aveva già trasposto nel 1932 (L’uomo che ho ucciso), Frantz ausculta la tensione franco-tedesca all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Ma se il protagonista di Lubitsch rivela senza indugio le ragioni del suo arrivo, l’Adrien di Ozon approccia progressivamente la famiglia di Frantz col suo inconfessato, il tipo di menzogna per cui Ozon ha interesse e predilezione, il tipo di menzogna che crolla sul film mutandone il tono e sconvolgendo la vita dei suoi personaggi. Come indica il suo titolo,Frantz è un film sull’assenza (Frantz è il nome del soldato caduto e non del protagonista), motivo ricorrente nella filmografia dell’autore, che si concentra sulla vita di un uomo (tra)passato di cui rintraccia l’esistenza e la riscrive con un senso del dettaglio proustiano. Senza che lo spettatore possa più distinguere tra finzione e reale, l’autore lo manipola attraverso le esperienze descritte, qualche volta così bene che i protagonisti finiscono loro stessi per compiacerlo. Proprio come dovrebbe fare il cinema, Ozon risveglia i nostri sensi nella delicata scena in cui Adrien è invitato a suonare il violino di Frantz davanti ai suoi genitori. Il silenzio della morte è insopportabile ma l’autore insiste sulle note di Philippe Rombi, riempiendo il vuoto che i personaggi cercano disperatamente di colmare. Raccolti in salotto, combattono l’assenza facendo esistere Frantz nel loro immaginario, quel figlio perduto che Ozon traduce col colore. Perché Frantz è girato in bianco e nero per rendere più credibile il décor ma soprattutto per marcare lo scarto cromatico quando il sogno diventa più bello della realtà. Realtà che scandisce la progressione drammaturgica dei fatti col turbamento che provoca la presenza di un soldato francese in un villaggio tedesco ‘spogliato’ dalla guerra. La nascente amicizia franco-tedesca è essa stessa un’impostura che rivela la frattura di due paesi che vivono lo stesso lutto. La messa in scena bucolica, i tableaux che accolgono i personaggi e li conducono per mano lungo il fiume o sopra un prato, producono uno slancio umanista che trascende le identità nazionali, mischiando le lingue, e la poesia prodotta in quelle lingue, per andare oltre la parola e dimostrare l’universalità dell’immaginazione, il solo balsamo per curare gli orrori della guerra, le cicatrici che Anna ha sul cuore e Adrien incise nella carne. Tuttavia Ozon crea una tensione drammatica rispetto alla percezione dell’ideale, che può rivelarsi fatale in faccia al trauma. La finzione è frustrante perché inaccessibile e i protagonisti lo scoprono nel tentativo di proteggere i loro cari dalla verità. A questo punto il regista inserisce la confessione sconvolgente di Adrien, che passa testimone e carico (morale) ad Anna. La menzogna si impone sulla verità e la protagonista mutua e gioca il ruolo di Adrien mentendo a chi ama. Ma la rivelazione di Adrien si dimostra il motore dell’emancipazione della giovane donna, che al fondo di un conflitto accetta la realtà, dirigendo la sua evoluzione oltre i confini della Germania e verso il ‘fronte’ francese. Fronte in cui Frantz stempera il contesto storico per focalizzarsi sui suoi personaggi in fuga per la ricostruzione.
Dramma ficcato come una spina tra le due guerre e attraversato da un nazionalismo che esacerbato sfocerà qualche decennio più tardi in una Seconda Guerra Mondiale, Frantz fa risuonare in un film d’epoca le agitazioni geopolitiche contemporanee, emergendo l’universalità dei suoi propositi. In conclusione e davanti al quadro di Manet (Le Suicidé), Ozon ci ricorda che il cinema è l’arte della menzogna. Il cinema abbraccia e manipola il mondo reale, come Anna, meravigliandoci e incarnando l’irriducibile istinto vitale che si insinua e persiste. E dolcemente riprende il respiro.

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Il cinema di François Ozon riflette la natura imprevedibile e cangiante del suo autore e, nel corso dei suoi sedici lungometraggi (per non dire di cortometraggi, medi ed episodi di opere collettive), il regista francese si è assai divertito ad assecondare questa sua inclinazione, cambiando genere più e più volte, passando dal giallo (“Swimming Pool”) alla commedia (“Potiche“) al musical (“8 donne e un mistero“), dal dramma bergmaniano (“CinquePerDue”) al tema, più battuto, che riguarda l’elaborazione del lutto (“Sotto la sabbia”, “Il tempo che resta”, “Il rifugio“), fino a vere e proprie fantasie d’autore che sono ad oggi la massima espressione della sua vitalità artistica (“Ricky – Una storia d’amore e libertà“). Eppure, ci si accosta a ogni nuovo lavoro di Ozon con un misto di curiosità e sospetto: sebbene sia ammirevole l’impegno costante al fine di evitare di ripetersi, i risultati sono talvolta diseguali, anche all’interno dello stesso film.

“Frantz”, seppur riprendendo leitmotiv peculiari del suo mondo autoriale, aggiunge un nuovo tassello a tale percorso di continua reinvenzione. Ispirato alla pièce di Maurice Rostand, da cui Ernst Lubitsch trasse “Broken Lullaby”, “Frantz” è ambientato nel 1919, all’indomani della fine della Grande Guerra e mette sotto la lente d’ingrandimento l’eredità da essa lasciata, ossia il vuoto di una generazione morta in trincea e le ferite fisiche e psichiche di chi è invece riuscito a sopravvivere.

In un villaggio tedesco, in cui molti figli sono morti combattendo, i padri rimasti e i reduci si riuniscono covando quell’odio e quello spirito revanscista che avrebbe spianato la strada all’avvento del nazional socialismo di Hitler. I coniugi Hoffmaister, e in particolare l’anziano Hans, medico del paese, cercano di tornare alla normalità, grazie anche alla vicinanza di Anna, promessa sposa del figlio scomparso, che abita con loro. Un giorno, proprio Anna si accorge che sulla tomba del fidanzato sono stati posti dei fiori: secondo il custode del cimitero, un francese era venuto a porgere l’omaggio al defunto. Sa che il padre di Frantz detesterebbe conoscere un francese, possibile assassino di suo figlio, ma cede alla curiosità della signora Hoffmester dopo che questo giovane uomo di nome Adrien Rivoire viene cacciato dalla casa dove si era educatamente presentato: così, lo invita nuovamente nella dimora degli Hoffmaister. Da qui nascerà una frequentazione emotivamente provante e non priva di qualche sfumatura ambigua…

Ozon mette bene in mostra come la diffidenza e l’odio reciproco tra Francia e Germania non si dileguò con la cessazione delle ostilità, ma proseguì prima con le condizioni a cui fu costretto il popolo tedesco e, quasi di conseguenza, con la Seconda Guerra Mondiale. Ma “Frantz”, per quanto sia un film pacifista, non si concentra veramente sulla guerra ma la usa quale strumento di scandaglio dell’anima, come evento-limite di fronte al quale le reazioni si fanno estreme, al pari delle traiettorie umane di chi, sopravvissuto, è costretto a fare ritorno alla vita. A tal proposito, è essenziale anche la scelta cromatica del bianco e nero che per Ozon equivale sia ai film che raccontano la Grande Guerra, sia ai colori del lutto; il colore viene utilizzato per i ricordi ante-guerra, oppure, per i rari momenti di élain vital immersi nella natura.[1]

Il mistero intorno a cui ruota almeno la prima parte del film è l’identità di Adrien e il suo rapporto con Frantz: è sottile Ozon nel far scivolare le asserzioni del giovane che, alla domanda di Anna, la quale chiedeva se fosse un amico dei tempi parigini del caduto in guerra, risponde affermativamente, iniziando a raccontare prima a lei e poi alla famiglia svariati aneddoti, caldi ricordi fotografati a colori. L’efficacia registica, ancor prima che scrittoria, consta nel filmare queste brevi scene con una delicatezza e un impaccio che non possono non anelare verso la categoria queer a cui l’autore di “Una nuova amica” appartiene senza tema da sempre. Sarebbe logico, inoltre, che il reduce francese, che ha percorso centinaia di chilometri per piangere alla tomba di un ragazzo tedesco conosciuto anni prima, e che vediamo con lui suonare il violino o ballare imbarazzato con altre donne, ne sia stato in realtà l’amante. Una volta condotto per mano lo spettatore verso tale conclusione, Ozon opta per un’altra via, piazzando a ogni turning point di sceneggiatura dei piccoli colpi di scena che, in fin dei conti, non sconvolgono la struttura drammaturgica della narrazione ma che, nell’insieme, compongono una meditazione sulla sublime/infernale arte della menzogna. La natura meta-cinematografica della riflessione è soggiogata dalla forma, interamente costruita su un découpage classico, nella cui limpida trasparenza Ozon s’immerge non avendo nemmeno paura della calligrafia.

Se questo è il quadro, è necessario andare a spigolare tra luci e ombre, oltrepassando la prima impressione. Infatti, i capovolgimenti di fronte sul piano della narrazione potrebbero indurre in una certa delusione, poiché la realtà immaginata supera in eccitazione e trasgressione la verità;[2] ed è proprio tale assioma, fondamento della Settima arte, che Ozon è deciso a ribadire.

“Frantz” è dunque un’opera in cui si inseguono due fantasmi: quello della verità e quello di Frantz stesso. La morte del ragazzo tedesco è, secondo Adrien, la sua unica vera cicatrice: lo stesso Adrien che, dopo aver nuotato nel fiume, seduce col suo corpo seminudo Anna mostrandole le stimmate della guerra. Questo momento idilliaco, che non a caso inizia a svolgersi a colori, evidenzia un’altra questione cara al cinema del francese, cioè la trasmigrabilità dei generi: è infatti un uomo, fino a quel momento piuttosto femminizzato nella caratterizzazione, che uscendo dalle acque si mostra a una donna, seducendola. Ma da Adrien sono rapiti gradualmente anche i genitori di Frantz, che rivedono nella sensibilità e nell’emotività del francese il loro adorato figliolo e, a tale scopo, continuano ad accoglierlo a casa, spingendolo a raccontare dei tempi di Parigi, o invitandolo a suonare il violino del defunto. A tutti gli effetti, la presenza nella borghese dimora degli Hoffmaister di Adrien equivale all’evocazione di un fantasma, inseguito innanzitutto dal giovane francese che, roso dai dubbi e dai sensi di colpa, lo sussume in sé. Quasi di conseguenza, sia i genitori di Frantz che Anna se ne innamorano e la ragazza decide di partire alla volta della capitale francese, per scoprire che fine abbia fatto il nuovo amico di famiglia. Come nel “Rifugio” e come in “Una nuova amica“, chi muore non cessa semplicemente di esistere ma diventa l’invisibile punto di convergenza di un nuovo rapporto: è la reinvenzione di eros e thanatos che Ozon sta compiendo da ormai molti anni a questa parte e che in “Frantz” trova probabilmente la sua sublimazione.

Nella seconda parte si assiste a un rovesciamento della prospettiva e la ragazza tedesca diventa la straniera in terra di Francia, ripercorrendo con esiti e tappe diverse lo stesso percorso di Adrien: gli sguardi di sottecchi delle persone, l’ospedale per veterani di guerra al posto del cimitero, la casa e la di lui madre, infine il concertino improvvisato e il mancamento che aveva colpito il giovane francese dagli Hoffmaister. È Anna, adesso, a inseguire un fantasma, rielaborazione mentale sulla scorta della sua idea di Adrien – il quale, in una scena simbolica, specchiandosi, vedeva riflesso il volto Frantz. La chiusura del film, al Louvre e di fronte al “Suicidio” di Manet, conclude l’arco narrativo e la parabola di Anna lasciando un’unica ineludibile verità: la morte o la sua esorcizzazione sono forme che possono liberare la vita. E il cinema contempla in sé entrambi gli stati. L’arte di Ozon, uscita dalle pastoie di giochi metanarrativi e ricognizioni inconcludenti sui medesimi temi, raggiunge ora uno dei suoi vertici.

[1] In alcuni momenti pare che Ozon omaggi l'”Heimat” di Edgar Reitz, sebbene abbia dichiarato che il suo punto di riferimento per la scelta del b&n sia stato “Il nastro bianco” di Michael Haneke.
[2]
 Come vedremo, ciò è vero fino all’ultima e non risolutiva sequenza: Anna contempla il quadro preferito da Frantz (secondo Adrien!), “Il suicidio” di Manet, mentre fuori campo viene letta la lettera spedita agli Hoffmaister, in cui si racconta di una quotidianità che l’immagine smentisce. Un ragazzo seduto vicino a lei chiede se le piaccia il dipinto e Anna, enigmaticamente, asserisce che le fa venire voglia di vivere.

Voto: 8 / 10

Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

Ozon mette nuovamente al centro la famiglia partendo dalla Broken Lullaby di Lubitsch e Rostand, accentuandone i toni sepolcrali e scegliendo un bianconero rigoroso attraversato da rari inserti a colori. Menzogna e desiderio, con un occhio rivolto a Rohmer, sono gli elementi che sviluppano il dramma, slittamenti di senso a cui ci ha abituato e che forse hanno segnato negativamente proprio i suoi film più deboli e schematici. Frantz è un film altrettanto chiuso nelle dinamiche causali, ma ha il fascino di un fuori campo che preme continuamente dai margini del racconto tradizionale, dove il non detto scardina continuamente la centralitá della messa in scena. Il segreto di Adrian Rivoire, che l’ufficio stampa del film ha chiesto esplicitamente di non rivelare, non si lega semplicemente all’amicizia vera o presunta con Frantz, il giovane tedesco deceduto durante il primo conflitto mondiale, ma si confonde, nel gioco tra memoria e desiderio, con un difficile percorso identitario nella societá del dopoguerra, raccontata do Ozon con rarissimo gusto e senso dell’equilibrio, attraverso una commuovente antropologia famigliare basata sui volti e i gesti dei personaggi. Il rischio di chiudere tutto quanto in un levigato esercizio di calligrafia viene scongiurato dall’amore e l’empatia per tutti i personaggi, a partire da quello di Anna, la promessa sposa di Frantz, accolta dai genitori di lui come una figlia e testimone improvvisa del dolore di Adrien sulla tomba del fidanzato defunto. Anna è un testimone del tempo e Ozon le affida il compito di viaggiare da un contenitore sociale all’altro, da una famiglia all’altra, fino all’incontro con un quadro di Manet che avevamo immaginato diverso e che biforca ulteriormente il senso. Come ne ‘Le suicidé’, l’eroismo, l’idealismo, la Storia di regime, l’arte stessa, diventano elementi a cui non è più possibile riferirsi, ed è sorprendente che la voglia di vivere nuovamente cominci proprio da quell’immagine, evidente e indicibile allo stesso tempo.

Michle Faggi, da “indie-eye.it”

 

Negli anni in cui si ricorda il centenario delle battaglie della Prima guerra mondiale, il regista francese François Ozon si ispira a una pièce del dopoguerra di Maurice Rostand portata al cinema da Ernst Lubitsch in uno dei film meno noti, per raccontare Frantz: tentativo di un francese di entrare nelle case, e idealmente nelle trincee, dell’ex nemico tedesco. Siamo nel 1919, la guerra è finita da pochi mesi. In una piccola cittadina una ragazza di vent’anni, Anna, porta ogni giorno fiori freschi sulla tomba del fidanzato e mai marito, soldato tedesco morto in prima linea. Un giorno vede un coetaneo, un francese (il Pierre Niney diYves Saint Laurent), venuto a rendere omaggio all’amico conosciuto a Parigi prima della guerra.

Accolta in casa dai suoceri come una figlia, Anna vive una quotidianità di vedova inconsolabile, in cui il nuovo venuto alimenterà nuove e vecchie passioni. Non sveleremo altro della trama, visto l’intento di Ozon di mantenere il mistero sul rapporto fra i tre. Possiamo solo dire che oltre al senso di colpa, dei padri che spinsero i figli in guerra o di chi in trincea fu vittima dell’assurdità stessa della guerra, il film affronta la bugia come gesto ultimo di tutela da una verità inaccettabile e dolorosa.

Il bianco e nero ben si concilia con un melodramma trattenuto, ravvivato senza forzature da qualche sprazzo di colore, ricordo di un passato spensierato o proposito di un futuro migliore. Un triangolo che ruota intorno al personaggio assente, perno emotivo del racconto di un mondo sospeso, alla ricerca della dolorosa ricomposizione della quotidianità da parte di milioni di persone segnate dalla perdita. Anche una serie di bugie possono servire allo scopo di conciliare i nemici, divisi da anni di guerra e incomprensioni di decenni, ma unite dalle stesse sofferenze. Lo spirito di conciliazione lo si intravede farsi spazio con difficoltà fra le note accennate e mai esplose dell’Inno alla gioia, musicato da Beethoven sui versi del connazionale Schiller; un inno alla fratellanza universale attraverso gli ideali illuministici. I germi dell’incomprensione e del rancore sono così vivi in Germania che anche nel piccolo paese in cui il film è ambientato un gruppo di famigliari di caduti inizia a diventare un accumulatore di revanscismo nazionalista.

Frantz è il racconto su quanto difficile sia trasformare la condivisione della perdita in un sentimento positivo, con gli ingredienti del melodramma e un raffinato sguardo sul momento storico. Quella che colpisce è la particolare cura dei dettagli con cui rende il viaggio emotivo dei protagonisti, su tutti una straordinaria Paula Beer, con il suo cappotto tutto abbottonato e il cappello in testa. Il suo è un percorso di formazione compiuto con teutonico senso del dovere e una purezza d’animo struggente.

Voto: 4 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Germania, 1918. Anna (Paul Beer) si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte. Ma una mattina s’imbatte in Adrien (Pierre Niney), un giovane e misterioso francese che sta pregando davanti alla stessa lapide. Chi è quest’uomo e quali sono i suoi rapporti con Frantz?
L’uomo che visse due volte, anzi tre. Ha evidenti ascendenze hitchcockiane questo mélo in b/n diretto e interpretato magistralmente (magnifica Paula Beer), dove una volta di più amore e morte si corteggiano, si inseguono, pericolosamente si confondono. Necrofilia, feticismo, fantasmi del desiderio, ovvero l’abc del genere, infettano questa variazione sul tema tratta da una pièce di Rostand – da cui già Lubitsch aveva ricavato Broken Lullaby – ambientata nel primo dopoguerra (sposando dunque anche la retorica del fidanzato/figlio morto al fronte) senza però risolverla del tutto.
La maturazione di Ozon come autore è proprio in questo scarto tra l’impeccabile rilettura filologica e l’intima necessità emotiva che lo porta da un lato, e non di rado con crudeltà, a scandagliare l’animo della sua sfortunata eroina (fino a celebrarne, col colore, la rinascita) e dall’altro a ribaltare – ultimo e inverante atto nella meccanica della sostituzione che regola tanto il cuore del personaggio quanto quello del film – il valore negativo della fascinazione per il simulacro quale affettazione patologica. Certe bugie invece, come le bugie del cinema e dell’arte (così si spiega il finale davanti al “suicidio” di Manet), rendono meno amara la verità. Splendida fotografia di Pascal Marti.

Voto: 4 / 5

Teo Zampa, da “cinematografo.it”

La Prima guerra mondiale è da poco finita. E si contano i morti. In una cittadina della Germania, paese piegato dall’umiliazione della sconfitta e delle condizioni di pace, la giovane Anna piange la scomparsa del suo fidanzato, Frantz, ucciso dai francesi. Vive ancora con i genitori del ragazzo, che l’hanno accolta come una figlia, forse per compensare, almeno in parte, il dolore della perdita. Un giorno arriva in città un giovane francese, Adrien Rivoire, che dice di essere un amico di Frantz. Ma è tutto un forse… Si convive con la menzogna, il più delle volte per tener a bada le ferite, cauterizzarle. Eppure prima o poi bisogna farne i conti.

paula-beer-frantzÈ questa, probabilmente, la questione che interessa di più a Ozon, ma è solo una traccia che non incide al fondo nella serena perfezione dell’insieme. Frantz è un film liscio come un uovo, in cui ognuno può tentare i percorsi che vuole, salvo poi ritornare di nuovo al punto di partenza, sempre sulla superficie del guscio. La formazione sentimentale di una giovane donna, la questione “politica” di una fratellanza impossibile, i sottotesti da psicanalisi (nell’ossessione di Adrien per Frantz c’è qualcos’altro?), l’arte, il lutto e la voglia di vivere, nonostante ogni cosa. Le linee di interpretazioni o sviluppo sono tutte lì. Ma c’è sempre l’impressione che contino poco. Alla fine, tutto si gioca sempre su un altro piano, quello che segna la distanza tra la materia viva dei sentimenti e la loro espressione. A prescindere da quali essi siano e cosa implichino. La forma, per Ozon, è sempre tutto, ma stavolta lo stile non è solamente una struttura vuota, una gabbia che inquadra le passioni e congela le carni. In Frantz c’è finalmente un accordo profondo tra l’espressione e la materia, tra l’eleganza austera della messinscena e la grazia pudica di un mondo sentimentale sempre vissuto in sottrazione, tenuto a freno nel controllo rigoroso dei comportamenti. Eppure è un mondo che si muove, vibra. In maniera trattenuta, ma percepibile, profonda, toccante.

paula-beer-pierre-niney-frantzL’ambientazione ha il suo peso, certo. E gran parte dell’eleganza del film deriva dalla cura décor, dalla ricostruzione d’epoca “truccata” dalla scelta di un bianco e nero impeccabile, ravvivato, innervato quasi, da inserti a colori che segnano lo scollamento dall’hic et nunc della vicenda sul piano del tempo o del fantastico. Ma il vero fascino di Frantz sta nella sua dichiarata provenienza da un’altra epoca del cinema. Un melodramma che appartiene al rigore del classico più che al calligrafismo del contemporaneo. Sarà che alla radice c’è Lubitsch,Broken Lullaby, film del tzner, ispirato a una pièce di Maurice Rostand. Ma fatto sta che Ozon, senza rifuggire dagli stilemi e dai cliché, trova la bellezza della semplicità, forse come mai gli è accaduto prima. È una semplicità che è frutto di artificio, di un lavoro di cesellatura, certo. E che è distante anni luce da Lubitsch. Ma il risultato è, comunque, impeccabile. Una storia che procede in maniera cristallina, lineare, che appiana tutte le sorprese, i potenziali sconvolgimenti, le tentazioni di tortuose implicazioni. Perché tutta concentrata sull’unico vero dramma, quello dei sentimenti di Anna, sempre chiari, evidenti ai nostri occhi, disegnati nello splendido volto di Paula Beer, eppure sempre negati, taciuti, delusi, disattesi. E questo è vita.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Al termine della Prima guerra mondiale – come si leggeva nel Catalogo dei film in concorso a Venezia 73 -, in una cittadina tedesca, Anna si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte in Francia. Un giorno incontra Adrien (Pierre Niney), un giovane francese anche lui andato a raccogliersi sulla tomba dell’amico. La presenza dello straniero nella cittadina tedesca susciterà reazioni sociali molto forti e sentimenti estremi.

Intanto Anna e la famiglia del suo defunto fidanzato si affezionano a Adrien, e si illudono, rispecchiandosi nei suoi racconti o ascoltandolo suonare il violino, di rivivere un simulacro di presenza di Frantz. Quando Adrien, dopo aver confessato di aver mentito e aver rivelato nuovi dettagli a Anna, tornerà in Francia, la ragazza dapprima si chiuderà nella depressione e poi, spinta anche dai suoceri, andrà a cercarlo.

 

Film sulla memoria, che invita a chiedersi quale sia il punto da cui ricominciare a sentirsi vivere dopo un lutto; film, come è stato detto, sul rimpianto e il senso di colpa; sulla paura dell’altro; opera-meló di ambientazione storica (siamo nel 1919), lavoro sulla sopravvivenza: Frantz, di François Ozon è tutto questo, ma è pure qualcosa di più, che si tende a non dire. Ma è proprio in quel pezzo ancora mancante, forse, che vivono le emozioni, le soluzioni visive e il racconto più interessanti.

In tal senso, vale la pena di recuperare la storia del soggetto di Frantz, che riadatta una famosa pièce teatrale (L’homme que j’ai tué) del 1930 – originariamente era un romanzo – di Maurice Rostand (1891-1968): il figlio di Edmond, l’autore del Cyrano; difensore della causa omosessuale; amico di Marcel Proust – al quale avrebbe suggerito il titolo Du côté de chez Swann.

Ozon non è stato il primo a portare al cinema l’opera di Rostand, perché già nel 1932 era uscito Broken Lullaby, il film di Lubitsch (il regista di Ninotchka, 1939; To be or not to be, 1942) tratto appunto da Rostand. Ora, questi dettagli non valgono solo a svolgere un gomitolo di titoli e circostanze, perché è anche in tale intreccio di fili che si sono formate molte vicende e, soprattutto, molti sguardi e atmosfere del film di Ozon. Il regista di Frantz, infatti, anche se ha dichiarato di essersi inizialmente ispirato soltanto a Rostand, in realtà ha recuperato molti motivi e situazioni di Broken Lullaby: non solo il bianco e nero, ma anche i tagli delle ambientazioni in paese, l’uso così espressivo dei silenzi (che hanno fatto vincere a Paula Beer il premio come miglior attrice emergente), o alcune scene intere, come per esempio quella qui sotto, che è una delle parti più potenti, tanto nel film del 1932 che in quello del 2016, per la sua capacità di demistificare, proprio dall’interno del suo simbolo più forte, vale a dire l’amore per i figli, la retorica della guerra come espressione di patriottismo. Ci sono dei padri, raccolti intorno a una tavola, messi a confronto con la verità più inaccettabile: il nemico ha ucciso i loro figli, ma sono stati loro a spingerli in guerra! Ecco Lubitsch (in attesa di vedere Ozon al cinema).

Ma c’è qualcosa di ancora più importante che è passato dal film di Lubitsch a quello di Ozon, e riguarda la maniera di rimettere in immagine la grande storia della Prima Guerra Mondiale componendo e scomponendo il piano degli eventi a partire dai modi in cui possono essere percepiti. Indugiamo ancora, perché la scena di Lubitsch che stiamo per riguardare – si tratta dell’inizio di Broken Lullaby – forse supera ogni altra scelta di inquadratura del cinema sulla Grande Guerra (e aiuta anche a capire e vedere meglio, per esempio, anche le opere letterarie legate a quell’evento). È la ricorrenza del primo anniversario dell’Armistizio: tuonano i cannoni, suonano le campane, passa il corteo in pompa magna, e Lubitsch sceglie di filmarlo mettendo la macchina quasi a terra, al posto della gamba amputata di un reduce.

 

La visione prende vita nello spazio lasciato vuoto da qualcosa che si è perduto, e arriva da uno sguardo fuori campo che non sfila dentro la processione della memoria ufficiale; è da lì sotto che il film ci chiede di percepire il film, o per meglio dire (visto che l’inquadratura successiva, dall’alto, mostra invece l’insieme delle truppe che sfilano) è nelle incongruenze tra le differenti prospettive possibili che il nostro sguardo è chiamato a insinuarsi.

Ozon, anche se in maniera diversa, sembra voler produrre un effetto analogo di disorientamento narrativo e visivo, con la relativa perdita di una prospettiva unica, costruendo un film che di continuo lavora sull’ambiguità e la suspense, componendo una storia fatta di motivi e di desideri che si ripetono rincorrendosi (due uomini per Anna, e due corrispondenti epistolari; due scene di ballo: quella di Adrien e Frantz e quella di Adrien e Anna; due esecuzioni di inni, quello tedesco e la Marsigliese, cantati prima in Germania e poi in Francia; due passaggi dal Louvre; due madri dei figli soldati; e si potrebbe continuare ancora…). Nulla sembra più avere un perimetro definito, come nel quadro di Manet,Le suicyde (1877), che torna due volte in Frantz, e dove la composizione elimina l’effetto della cornice, lasciando alcune sezioni della scena (la parte superiore del quadro, i lati del letto o della mobilia) fuori dalla raffigurazione:

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Le situazioni di sdoppiamento non servono soltanto a mantenere una tensione romanesque, né sembrano servire semplicemente a un gioco di opposizioni tra realtà e apparenza, perché questo sistema di scambi e di ritorni – che tra l’altro nel passaggio da Rostand e Lubitsch a Ozon si arricchisce, poiché solo in Frantz è presente la storia narrata in tutta la seconda parte della quête di Anna a Parigi – rimanda a un’ambiguità che lavora, sotto traccia, per tutto il film. E che rimanda all’identità sessuale di Adrien. Non perché, non soltanto perché il suo corpo – l’unico a essere spogliato – ha dei tratti così androgini; ma per tutti gli altri indizi che lavorano nel film (entra in scena portando un mazzo di rose sulla tomba di Frantz; il fratello della fidanzata francese si chiama come Frantz: Francois; mai c’è una luce erotica tra lui e Anna, al contrario di quando guardava Frantz danzare), e che alludono a un transfert che, leggendo le lettere d’amore di Frantz, Adrien ha tentato di operare su Anna, senza però avere il diritto di uscire dalle menzogne. L’uomo che più di tutti ha ucciso Adrien, allora, forse è proprio lui stesso, che è rimasto non chi racconta di essere ma chi gli altri credono e si aspettano che lui sia; lo dicono i suoi sguardi, e lo dicono i silenzi di Anna, la sua scelta di separarsi da lui. Mi è tornato in mente, ripensando agli enigmi di questo personaggio, il passaggio di una poesia di Franco Buffoni: «Mi disorienta non doverti chiamare / Per mentirti ogni giorno parole»: sono due versi tratti da Avrei fatto la fine di Turing(Donzelli, 2015) la raccolta di versi intitolata al matematico Alan Turing (1912-1954), morto suicida dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica per “curare” la sua omosessualità.

Daniela Brogi, da “leparoleelecose.it”

 

 

Arriva in concorso al Lido Frantz, sedicesimo lungometraggio della prolifico regista franceseFrançois Ozon. Il film è ambientato alla fine della prima guerra mondiale e basato su un’opera teatrale di Maurice Rostand, già adattata per il cinema dal Maestro Ernst Lubitsch con Broken Lullaby. Gli interpreti principali sono Pierre Niney (20 anni di meno,Yves Saint Laurent), Paula Beer (Lo straniero della valle oscura) ed Ernst Stötzner(Underground).

Ci troviamo in una piccolo paese tedesco nel 1919, subito dopo la fine della sanguinosa prima guerra mondiale. La giovane teutonica Anna (Paula Beer) nel corso del conflitto bellico ha perduto il proprio fidanzato Frantz (Anton von Lucke), a cui ogni giorno va a fare visita al cimitero. Improvvisamente nella cittadina arriva il francese Adrien (Pierre Niney), che si dichiara amico di Frantz e cerca di instaurare un rapporto con Anna e con la famiglia del deceduto. Il giovane transalpino si trova a confrontarsi con la diffidenza di un popolo a lui ancora ostile e con i fantasmi di un passato che torna prepotentemente a presentare il proprio conto.

 

Questa decisione ottiene il duplice scopo di immergerci in un’epoca distante ormai un secolo dalla nostra e di rendere in qualche modo senza tempo una vicenda universale, incentrata sull’intricata storia dei protagonisti ma anche su temi sempre attuali come il sospetto, il rimorso, l’elaborazione del lutto e la necessità di perdonare.

I personaggi di Frantz si uniscono nel dolore per la comune perdita, trovando nella reciproca compagnia la forza di andare avanti e ricominciare: Adrien diventa per i genitori dello scomparso una sorta di sostituto del figlio, con il quale assaporare l’illusione di essere ancora genitori, e per Anna un modo per capire di più della personalità del fidanzato scomparso.

Mentre il già citato Broken Lullaby di Ernst Lubitsch collocava già all’inizio del film un importante risvolto sul passato di uno dei personaggi, che ovviamente non vi sveleremo per non rovinare a nessuno il gusto della prima visione, François Ozon opta per traslare tale rivelazione circa a metà della pellicola, depistando magistralmente lo spettatore fino a questo colpo di scena.

L’attenzione del regista non è però rivolta solo al dipanarsi della trama e alla rivelazione del mistero di fondo che essa cela, ma anche all’analisi della società del tempo, incapace di lasciarsi alle spalle gli strascichi di quella che all’epoca fu il più brutale conflitto della storia umana, e perciò condannata a ripetere gli stessi errori, con conseguenze ancora peggiori, a distanza di appena 20 anni. Significativo in tal senso un dialogo fra alcuni signori tedeschi, che, dopo aver manifestato perplessità per l’arrivo nel proprio paese di un ex “nemico” francese, vengono messi dal personaggio di Ernst Stötzner di fronte alla loro evidente incoerenza nel giudicare con due pesi e due misure le azioni e le morti dei propri connazionali e della fazione opposta.

Frantz offre anche un’interessante analisi dell’elaborazione del lutto, enfatizzata soprattutto nel rapporto fra Anna e Adrien, fondamentale soprattutto nell’ultima, eccessivamente allungata, parte.

La scomparsa di Frantz diventa per i due una comune occasione per l’espiazione delle proprie colpe e per ricostruire sopra le macerie dei rimorsi e dei rimpianti. Dalla morte può così nascere una nuova vita, e persino un dipinto lugubre e inquietante come Le Suicidé di Manet può diventare il simbolo di una rinascita spirituale.

François Ozon dirige con rigore e lucidità un melodramma intenso ma mai patetico, senza mai peccare di campanilismo verso la propria patria, che viene comunque omaggiata con un’esecuzione della Marsigliese che ricorda, più visivamente che concettualmente, un’analoga sequenza dell’immortale capolavoro Casablanca.

Un plauso va certamente tributato al direttore della fotografia Pascal Marti, che riesce a creare un’atmosfera ovattata senza tempo e senza spazio, in cui gli attori si muovono come anime spezzate che percorrono i binari morti della propria esistenza.
Buone anche le musiche di Philippe Rombi, giunto ormai alla quinta collaborazione consecutiva con Ozon, e le prove degli attori protagonisti, fra cui è doveroso segnalare la notevole espressività della talentuosa Paula Beer, classe 1995.

 

Un film che non scuote lo spettatore, ma che si insinua lentamente come un tarlo nella sua mente, mettendo in crisi le sue convinzioni sulla morte e sulla capacità di perdonare. Un’opera che trova nelle sue piccole imperfezioni la propria unicità e originalità, che potrebbe convincere i giurati di Venezia 73 a elargire finalmente un premio al cinema di François Ozon, a bocca asciutta nelle due precedenti presenze al Festival.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

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