62216_ppl

Florence

florence-ita-210x300

 

“Florence” di Stephen Frears porta sul grande schermo la storia della cantante americana Florence Foster Jenkins, artista e mecenate della vita musicale newyorkese, concentrandosi sugli ultimi mesi di vita della sorprendente donna che morì nel 1944, in pieno conflitto bellico.

Convinta di avere una bellissima voce si esibiva in pubblico, e grazie all’inventiva del marito inglese, che si adoperava in ogni modo per proteggerla, furono sempre evitati sberleffi e derisioni. La faccenda sfuggi di mano anche al devoto consorte quando la donna, preoccupata per i soldati, allo scopo di dare loro un po’ di distrazione, organizzò un concerto al Carnagie Hall, regalando migliaia di biglietti alle associazioni di reduci.

Nicholas Martin, autore della sceneggiatura, sentì casualmente su YouTube un pezzo della Jenkins, ed incuriosito fece delle ricerche sulla vita della donna, tanto affascinante e particolare da portarlo a scrivere su di lei per un film. I dialoghi frizzanti scritti da Martin, e i toni leggiadri scelti da Frears, fanno del film una commedia fresca e divertente, che sa raggiungere anche il cuore di chi guarda.

Florence: eccellente la Streep e divertente Simon Helberg
A prestare volto, cuore e anima alla cantante una Meryl Streep in stato di grazia, che ad ogni interpretazione riesce a superare se stessa, lasciando lo spettatore sbigottito per la sua bravura. Si ride a crepapelle nelle scene in cui la donna prende lezioni di canto davanti all’esterrefatto pianista che l’accompagna, Cosme McMoon, al secolo Simon Helberg, talmente bravo che da solo vale il prezzo del biglietto.

L’attore in molte scene recita solo col volto, con una capacità mimica davvero speciale, che porta lo spettatore a risate incontenibili. Bravo Hugh Grant nei panni di St. Clair Bayfield, il marito della Jenkins, proprio dai suoi copiosi diari si conoscono tanti dettagli sulla vita della donna e il grande amore che lo legava a lei, nonostante vivessero una matrimonio non proprio convenzionale.

Florence: un film ben fatto su una donna speciale
“Florence” è un film tenero, che porta ad un’immediata empatia con questa donna che ha dimostrato la sua tempra, superando tante difficoltà che la vita le ha riservato, ma al contempo fragile e bisognosa di affetto. Ci piace citare alcune sue parole: “La gente può dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato”.

Il film è stato girato in Gran Bretagna, a Liverpool , non essendo possibile trovare a New York scorci credibili che riportassero all’epoca, mentre le scene relative ai concerti più importanti sono state girate a Londra, all’Hammersmith Apollo e al Park Lane Hotel. Belle le ambientazioni, belli i costumi e le ricostruzioni degli arredi, tutto credibile, un vero tuffo nel passato.

Lo consigliamo a tutti perché il divertimento è assicurato e perché si ha l’opportunità di conoscere la storia di questa donna davvero speciale.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

New York, 1944. Florence Foster Jenkins è una melomane facoltosa che si crede dotata per il canto. Fiaccata da una malattia che cova dietro le perle e nella penombra della sua stanza, Florence decide di perfezionare il suo ‘talento’ con un maestro compiacente. Perché marito ed entourage hanno deciso di tacitare la sua mediocrità. Cantare per Florence non è un capriccio ma una terapia che le permette di vivere pienamente, ricacciando i fantasmi. Ma quello che doveva essere un trastullo colto per apprendere il repertorio classico, diventa il desiderio incontenibile di trovare un palcoscenico. Maestro e consorte si prestano al gioco e l’accompagnano, uno al piano, l’altro in attesa dietro le quinte, sulle tavole celebri della Carnegie Hall. Nella speranza che il concerto non volga in fiasco.
Tutto era già stato detto su Florence Foster Jenkins: il suo desiderio bruciante di diventare cantante, la sua incapacità di cantare, il lavoro accanito per apprendere la tecnica, il silenzio complice del marito, il concerto fallimentare, la sua morte. Nel 2015 esce in sala Marguerite, dramma ispirato al celebre soprano (senza voce) americano. Xavier Giannoli si prende qualche libertà col modello originale ma è facile rintracciare la sua storia sotto la maschera della finzione e l’ingenuità eccentrica della superba Catherine Frot. Traslocata nella Parigi degli anni Venti e delle avanguardie, l’autore francese ricaccia la tentazione di cedere alla caricatura e piega il soggetto alla sua poetica: l’ossessione per la metamorfosi, la trasfigurazione, la disfunzione narcisistica, la reinvenzione di sé.
Più fedele, l’adattamento di Stephen Frears restituisce alla protagonista il suo quadro spazio-temporale, la New York degli anni Quaranta, recupera ai personaggi i nomi di chi li ha ispirati e allega nei titoli di coda le foto della vera Florence Foster Jenkins, del suo consorte St. Clair Bayfield e del suo pianista Cosmé McMoon. Diversi nelle intenzioni e nella realizzazione, Marguerite e Florence condividono nel titolo e nello svolgimento una donna che ha vissuto una vita fuori norma inseguendo la sua inclinazione fatale, disastrosa e istrionica per l’arte lirica. Partendo da un personaggio reale e a dispetto della sua fantastica irrealtà, Frears si accende per l’ossessione di Florence e si espone a una comparazione, che pareggia con stile. Il regista britannico pesca nella sua filmografia e dice la sua su questa borghese grottesca, depositaria di un’enorme fortuna, incredibilmente resiliente e totalmente folle. Come ma diversamente dal suo predecessore, Frears non si accontenta di realizzare un biopic e prosegue la riflessione che aveva già avviato con Lady Henderson presenta, dissertando di arte e del ruolo che giocano gli artisti (anche mediocri) nella società. Una società ancora una volta stretta nella morsa della guerra. La Grande Guerra ieri, il secondo conflitto mondiale oggi. L’imprenditrice teatrale di Judi Dench (Lady Henderson presenta) e la chanteuse naïf di Meryl Streep (Florence) sono convinte che l’arte possa sostenere e rallegrare le truppe impegnate sul fronte. Ma per Florence la battaglia che infuria nelle trincee del Vecchio Continente è soprattutto la manifestazione di un conflitto interiore, di un limite imposto dalle sue corde vocali.
Incarnata da Meryl Streep con gesto manierato e consolidato, Florence è una sopravvissuta a un matrimonio combinato, a una malattia ereditata dall’ex consorte, alla solitudine che la ghermisce nella camera da letto, alla perfetta incoscienza della sua splendida voce falsa, ai tradimenti del nuovo compagno, l’aristocratico charmeur interpretato da Hugh Grant, che trova un altro ruolo a misura del suo cambiamento interrogandoci daccapo sulla longevità di un artista. Frears, alla maniera di St. Clair Bayfield, protegge la sua eroina, ‘corrompe’ i critici e convince lo spettatore del valore del suo canto. E poco importa se la nota non è quella giusta. Se la prima categoria non si piega reputando Florence inconciliabile con un sistema stabilito di criteri tecnici ed estetici, la seconda abbraccia commossa il sogno di Florence, la purezza del suo desiderio. Come Frears, ci scopriamo tutti innamorati, per ridere troppo a lungo di lei, un fenomeno da freak show che s’ignora magnificamente.
Divertissement sentimentale con una fibra comica pronunciata e una lacrima trattenuta, Florence si accorda con Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, attori impareggiabili e antitesi di una donna investita totalmente dal suo desiderio, priva del loro dono ma la cui ingenuità e autenticità ne definiva tutto lo charme. Il motore, in Marguerite e Florence, è la fiducia. La fiducia in qualcuno. Ma se il sostegno di Georges Dumont per Marguerite Dumont è condizionato e affatto sincero, quello di St. Clair Bayfield per Florence è assoluto, indecifrabile e sposta il baricentro del personaggio di Hugh Grant, che sublima il ridicolo e converte la mediocrità in sentimento. Risvegliata dal suo sogno, Florence Foster Jenkins morirà colpita al cuore dai detrattori. Perché non c’è niente che centri il cuore come il grande talento o l’assoluta mancanza di talento.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Secondo l’antica regola dell’attrazione degli opposti la mancanza di talento e la fama possono talvolta risultare, sorprendentemente, una coppia ben assortita. Esempio vivente ne fu Florence Foster Jenkins (1868 – 1944) ereditiera e cantante lirica che raggiunse una notevole popolarità nonostante non fosse provvista di qualche, seppur vaga, dote canora. La sua profonda passione per la musica, alla quale si dedicò fin da bambina, fu l’unica ragione di una vita che, benché agiata, non le risparmiò dolori e umiliazioni. Andata in sposa al dottor Frank Thornton Jenkins, che le trasmise la sifilide, divorziò giovanissima e dovette rinunciare alla carriera di pianista proprio a causa della malattia che le procurò gravi lesioni.

Nonostante i problemi di salute e una voce che feriva i timpani, la Jenkins divenne famosa proprio per essere un’artista decisamente anticonvenzionale che suscitava, sì, ilarità ma al tempo stesso incuriosiva il pubblico che la trovava originale e nondimeno “coraggiosa”. Le sue esibizioni erano, di solito, riservate ad una ristretta cerchia di persone e, anche a fronte delle richieste che si facevano sempre più numerose, i suoi recital si svolgevano principalmente nei club e all’annuale ricevimento al Ritz-Carlton di New York, fino a quando, in tarda età, giunse a cantare alla prestigiosa Carnegie Hall.

Un personaggio sui generis quello di Florence la cui incrollabile fede in se stessa, a dispetto dell’assenza di estro, le conferì un’aura leggendaria e ispirò, nel 2015 il bel film Marguerite di Xavier Giannoli e, oggi, il remake di Stephen Frears. Il regista britannico rivisita la storia della cantante e gioca l’asso Meryl Streep che veste i panni (sontuosissimi e ricercati) della protagonista, unita al suo adorato St. Clair Bayfield (Hugh Grant) da un matrimonio bianco.

Pur scegliendo un approccio diverso alla storia dell’artista americana, la pellicola di Frears non può sottrarsi al paragone con quella del suo collega francese che, non mancando di sottolineare gli aspetti grotteschi e divertenti dell’avventura artistica della Jenkins (Cahterine Frot), restituiva intatta la profondità dell’anima lacerata di una donna ferita sia nel corpo che nello spirito. L’accuratezza della messa in scena e l’eleganza formale, infatti, non bastano per raccontare l’autentico tormento di Florence che, al di là del successo raggiunto, patì quella pietosa condiscendenza che molti della sua cerchia le riservavano e i cui sorrisi e complimenti erano, in molti casi, pagati in moneta sonante dal suo protettivo marito-manager.

La Streep, con Grant e con il bravo Simon Helbeg (il pianista Cosmé McMoon che accompagnò la Jenkins nei suoi concerti) danno vita a gustosi e divertenti siparietti in cui il talento della grande attrice la fa, come è ovvio, da padrone senza tuttavia arrivare al cuore tormentato del suo personaggio. Si ride certo, e in molti passaggi di gusto, senza tuttavia che si raggiunga un pathos autentico, né che si riveli, dietro gli orpelli dei costumi e gli striduli acuti, la profonda afflizione di questa eccentrica quanto unica artista.

Quel che resta è un’opera gradevole di un regista che non manca di grazia nemmeno nelle sue opere minori, come in questo divertissement di stile e di dilettevole leggiadria.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

 

La storia di Florence Foster Jenkins è rimasta intoccata dal cinema per 70 anni, fino a che due film sono stati realizzati nello spazio di poco più di un anno. Dopo il francese, e convincente, Marguerite di Xavier Giannoli, arriva ora quello ideato prima, ma dalla lavorazione più laboriosa: Florence, diretto dal britannico Stephen Frears. Il compito di interpretare la ricca esponente dell’alta società newyorkese con una passione febbrile per il canto è affidato a Meryl Streep; in fondo chi altro avrebbe potuto farlo, con la sua carismatica imponenza e lo sprezzo del rischio di andare un’ottava oltre lo spartito. Perché la particolarità di Florence Foster Jenkins è che non si limita a del sano mecenatismo delle arti musicali, ma si diletta in prima persona in concerti per amiche danarose e generosi iscritti al suo ristretto circolo The Verdi Club, da lei fondato alla fine degli anni ’20. Due precisazioni sono indispensabili: primo, la vicenda si svolge nel 1944; secondo, ben più importante, è stonata come una campana, probabilmente la peggior cantante del mondo, come titolerà con neanche troppa malignità il critico musicale del New York Post.

Nonostante questo ogni sua esibizione è un successo, solo applausi e sorrisi da un pubblico per cui allisciare la ricchissima dama vale più del riscontro dei danni al sistema uditivo. A proteggerla dalle intrusioni della stampa o dei curiosi – non dimentichiamo che si tratta di una celebrità del jet set di New York, spesso sui giornali – ci pensa il devoto marito, specializzato da anni nel tacitare o ben oliare.

Il loro è un rapporto tanto simbiotico quanto aperto: St. Clair, il marito più giovane interpretato da uno Hugh Grant in gran spolvero, si occupa teneramente di Florence, malata da molti anni; ma “l’amore prende varie forme”, e per i piaceri della carne ha la “fidanzata”, con cui vive lontano dalla moglie, dalla grazia di una Rebecca Ferguson. Una dinamica che niente toglie alla devozione per l’amata, dimostrata con attenzioni e sorrisi complici, oltre che con le parole. A dirla tutta ci ha convinto più un irresistibile e ormai ben maturo Hugh Grant, ironico e affettuoso, rispetto a una Streep alle prese con un ruolo troppo bello per non gettarsi a do di petto in fuori, caricando troppo ugola e smorfie; per intenderci filone Mamma mia e Julie & Julia.

La tensione su cui si regge il film è quella fra talento e passione: quanto quest’ultima può essere seguita con tanta cieca indifferenza per quel talento necessario a nobilitarla? Un dubbio giunge nella migliore scena del film, in cui Florence va a trovare il suo pianista (l’ottimo Simon Helberg, il Wolowitz di The Big Bang Theory) per portargli la loro unica incisione, ancora ascoltabile su youtube. Si mette a strimpellare un preludio di Chopin con una mano, la sinistra ha una malattia ai nervi che l’ha costretta da ragazza ad abbandonare il sogno di diventare pianista. In quel momento sembra togliere la maschera, dimostrare il suo orecchio per la musica che non può non riconoscere la sua pessima voce: che sia talento anche la dissimulazione con cui affronta la sua carriera amatoriale?

Importa sempre meno che la sua voce corrisponda ai canoni, è uno dei meriti di Frears. La passione rende brutalmente sincera, a suo modo un capolavoro, l’esibizione alla Carnagie Hall per le truppe: un sogno che diventa realtà.

Stephen Frears si diverte raccontando di critici corrotti da una festa e qualche donna, della corte che protegge Florence in un cordone di approvazione. Peccato si pensi, specie negli ultimi venti minuti, più a soddisfare il momentaneo sorriso che l’analisi più profonda delle dinamiche di personaggi interessanti, ma meglio approfonditi in Marguerite. A modo loro i due coniugi si sono liberati dell’angoscia di non avere talento: lei si convince contro tutto e tutti, ma forse non se stessa, di essere una cantante di classe, lui è un attore inglese di terz’ordine, per cui “è stata dura ammetterlo, ma una volta fatto mi sono sentito liberato dalla tirannia dell’ambizione.” Ha iniziato a vivere, e ha trovato in Florence la sua improbabile ma perfetta anima gemella. Perché “senza lealtà non c’è niente”, ma qualche bugia o recensione negativa nascosta aiutano a vivere meglio.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

‘Qualcuno potrà dire che non so cantare ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato’.

Un anno dopo Marguerite di Xavier Giannoli, presentato in Concorso al Festival di Venezia e interpretato da una stupenda Catherine Frot nei panni di Florence Foster Jenkins, la vita del soprano statunitense, diventata famosa per la sua totale mancanza di doti canore, torna in sala grazie a Florence di Stephen Frears, dal 22 dicembre nei cinema d’Italia.

In programma alla Festa del Cinema di Roma, il film del regista di The Queen e Philomena vive sulle spalle della più grande attrice vivente, Meryl Streep, come al suo solito spaventosa nel saper indossare la maschera di una donna fragile e al tempo stesso solida nella sua passione per il canto, matura eppure ‘fanciullina’, da 40 anni malata di sifilide ma ancora in vita grazie all’irrefrenabile amore che prova nei confronti della musica.

Una Streep dalla fisicità appesantita e dal volto dolce, sognante, che suscita grandi risate ad ogni stecca esibita. Florence Foster Jenkins è una ricca ereditiera da decenni protagonista dei salotti dell’alta società newyorkese. Siamo nel 1944, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, e Florence, affiancata dal devoto marito, vuole tornare a calcare il palco in qualità di ‘cantante’. Peccato che la donna, convinta di essere un eccellente soprano, sia in realtà disastrosa. Un pianto greco per oltre 20 anni protetta proprio dal marito, costretto a pagare giornalisti e a ‘provinare’ il pubblico dei suoi concerti privati onde evitare crolli d’autostima. Tutto cambia quando Florence, sempre più certa della propria voce paradisiaca, decide di organizzare un concerto alla Carnegie Hall, senza invitati controllati e con un lancio pubblicitario trainato da una registrazione finita persino in radio. A New York non si parla d’altro, tanto da vedere addirittura Cole Porter in prima fila, con il povero St. Clair Bayfield, marito infedele eppure ciecamente innamorato della donna, chiamato a dover gestire la più incredibile e rischiosa sfida della propria esistenza.

Chiunque abbia visto Marguerite di Xavier Giannoli, commedia ‘tragica’ lo scorso anno passata al Lido e liberamente ispirata alla vita di Florence Foster, non potrà non notare le evidenti differenze con la versione più leggera e facilmente fruibile di Frears, qui affidatosi allo script dell’esordiente Nicholas Martin. Una leggerezza forse persino troppo marcata, per una sorta di ‘Corrida’ cinematografica spesso centrata sull’effetto del controcampo, con i volti inorriditi, scioccati e neanche a dirlo esilaranti dei poveri spettatori/ascoltatori della Foster Jenkins incaricati di suscitare risate.

Al fianco di una strabordante Streep, in passato più volte apprezzata ‘cantante cinematografica’ e in questo caso eccellente persino nelle stecche, un sorprendente Hugh Grant. Invecchiato e dedito marito, il 56enne attore britannico si è forse concesso la sua più riuscita prova d’attore in oltre 30 anni di carriera, dando forza e credibilità ad un uomo che mente spudoratamente per amore. Un uomo votato alla felicità di questa donna dall’ugola orrenda ma dal cuore d’oro, talmente ingenua da suscitare affetto e rispetto nei confronti di chiunque. Perché persino una voce come quella, quando emessa con il cuore, può meritare applausi ed ovazioni.

Impronosticabile e sorprendente l’alchimia tra i due attori, per un rapporto di coppia che nel finale prende la strada del malinconico sentimentale. Ridicoli eppure commoventi, grotteschi ma anche genuinamente amabili, Florence e Bayfield si sono trovati. Attore fallito e squattrinato lui, malata e con un disastroso divorzio alle spalle lei. Apparentemente un matrimonio di pura facciata e di reciproco interesse, se non fosse che dietro quelle nozze sessualmente mai consumate si celi il vero amore, venato di passione per l’arte. Frears, decisamente più in forma tanto con The Queen quanto con Philomena, si affida ciecamente ai suoi attori e ai disastrosi acuti della protagonista, lasciando sullo sfondo Rebecca Ferguson, fidanzata di Bayfield da anni costretta a doverlo dividere con Florence, e Simon Helberg, eccellente nell’indossare gli abiti di Cosmé McMoon, pianista passato alla storia per aver accompagnato la ‘peggior cantante al mondo’.

Gradevole ma senza mai spiccare particolarmente, il film si limita a suscitare empatia nei confronti della protagonista, accennando interessi poi mai approfonditi nei confronti del delicato momento vissuto dal mondo intero e in particolar modo dagli Stati Uniti d’America, da poco entrati in guerra. Frivolo ma con garbo, Florence conferma essenzialmente l’irreplicabile capacità trasformista di un’attrice unica nel suo genere (qui agghindata come neanche la Lucia Mondella di marchesiniana memoria), la vendibilità cinematografica di un personaggio fino a 12 mesi fa ai più sconosciuto, l’inattesa bravura di un attore a lungo sottovalutato e l’assoluta efficacia di un genere, la commedia britannica, in grado di risultare credibile persino dinanzi al biopic ‘lirico’.

Voto: 6,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Siamo nel 1944, e l’ereditiera Florence Foster Jenkins è una delle protagoniste dei salotti dell’alta società newyorchese. Amante dell’arte, soprattutto appassionata di musica, con il marito e manager Clair Bayfield organizza performance canore a cui è invitata l’élite cittadina e di cui lei è ovviamente la protagonista. Ma quello che per lei è piacere, per gli altri è solo divertimento: Florence è infatti incredibilmente stonata senza accorgersi di esserlo. Protetta dal marito, la situazione è sotto controllo fin quando la donna non decide di esibirsi in pubblico in un concerto alla Carnegie Hall, senza invitati controllati.

É divertente pensare a come Meryl Streep sia nel tempo perfettamente distinta in ruolo in cui ha cantato alla perfezione (Mamma mia!, Into the woods, Dove eravamo rimasti) e ora si dimostri altrettanto (in)credibile nei panni di Florence Foster Jenkins, dando ancora una volta prova di essere la migliore. Il film diretto da Stephen Frears dal titolo Florence racconta la storia di questa donna che negli anni Quaranta divenne famosa per la sua totale mancanza di intonazione e in generale di doti canore, nonostante lo studio e la sua smisurata e viscerale passione per la musica.

A vestirne i panni è appunto la Streep, tenera e dolce, capace di mostrarsi ingenua e delicata come una bambina. L’attrice è affiancata da un altrettanto piacente Hugh Grant, suo marito e manager. Il suo ruolo è quello di un uomo dedito e protettivo, nonostante la tradisca per rispondere a quel desiderio sessuale che Florence, malata di sifilide, non può accontentare. I due sono poi accomunati dalla mancanza di talento, lei per il canto lirico e lui per la recitazione, campo in cui ha provato senza grandi risultati. Nel cast anche Simon Helberg, suo accompagnatore al piano.

Florence è una commedia divertente, nonostante la partenza un po’ lenta, che non manca di commuovere, e che arriva a un anno dalla presentazione alla Mostra del cinema di Venezia di Marguerite, liberamente ispirato al medesimo personaggio. Frears però analizza e approfondisce maggiormente il rapporto fra i coniugi, coppia tanto perfetta quanto impensabile, mostrando come si sia disposti a tutto pur di accontentare il partner, anche pagare il pubblico, corrompere i critici, e soprattutto nascondere la verità se questo rende felici.

Perché se centrale è il legame di questa coppia, a muovere la storia, e ad evitare che la vita di Florence si spezzi, è però la passione. Ma, per quanta se ne abbia, questa non è sufficiente a rendere realmente bravo qualcuno, e allora trovarsi all’improvviso impreparati di fronte alla cruda realtà, allo scherno e alla derisione non può che lacerare l’animo. E non rimane altro che il sogno.

Voto: 3 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog