Fiore

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A Claudio Giovannesi piace raccontare quello che, dopo anni di lavoro, conosce bene: gli adolescenti di borgata, quella gioventù vitale e spigolosa che, spesso, sfoga la sua irrequietezza nell’illegalità. Questo non vuol dire però che il regista racconti sempre la stessa cosa: bastano pochi minuti di Fiore per capire che si tratta di un film che con Alì ha gli occhi azzurri ha numerosi punti di contatto, nello stile e nei temi, ma che costruisce un disegno complessivo del tutto differente.

In quei primi minuti, la differenza più evidente sta in una fotografia che non è più quella scura, plumbea e sgranata del film del 2012, ma che è solare e nitida: anche troppo, forse, perlomeno fino a quando non capisci perché.
E il perché lo capisci quando la storia di una minorenne sbandata che ruba i cellulari alle coetanee nella metro di Roma, e che finisce in carcere dopo essere stata beccata dalle guardie, si trasforma nella storia d’amore tra lei e un ragazzo del braccio maschile. Quando Giovannesi chiarisce bene che, diluito e mescolato indissolubilmente col racconto realistico della gioventù criminale e della vita in detenzione, Fiore è in realtà un melodramma che non ha i toni enfatici diDouglas Sirk ma la dinamica e nervosa freschezza degli amori della Nouvelle Vague: quella degli amanti che scappano e corrono e ridono, verso dove non si sa e non importa.

La fuga (anelata, sognata, temuta, fuga da sé prima che dagli altri) è l’unico sfogo possibile per Dafne, e per un film che lavora costantemente, e con grande intelligenza sull’inesploso, su una moderazione e modellazione dei toni che non è repressione, ma solo la voglia di non far ebollire il suo materiale e i suoi personaggi solo per il gusto di vedere l’effetto che fa.
La tensione è tanta, in Fiore, fin dal primo minuto. Una tensione che è narrativa, che è psicologica, emotiva. Poi anche sentimentale e perfino sessuale. Dafne lotta con la propria insopprimibile voglia di ribellione, coi suoi sentimenti, con le compagne di galera e con le assistenti carcerarie. E certo, a volte esplode, ma non trascende mai: perché non sarebbe vero, non sarebbe utile né a lei né al racconto.
Per contro, non si addolcisce nemmeno troppo quando si trova di fronte a un padre un po’ così, che ha finito di scontare una pena anche lui, che le vuole bene e che ci prova a fare il suo dovere anche se non sa bene da che parte si cominci: un padre commovente che ha lo sguardo malinconico e la calma dolente e sorniona di Valerio Mastandrea, col quale Dafne è protagonista di scambi ora affettuosi, ora ruvidi, ma senza mai esagerare.

L’intensità raggiunta da Giovannesi con la pratica costante di questa misura è alta, e più Fiore e la sua protagonista (una sorprendente e bravissima esordiente,Daphe Soccia) stanno dentro le righe, magari al limite, ma senza mai esondare, più l’emozione per noi che guardiamo e seguiamo le loro storie è profonda.
Allo stesso modo, l’energia di Dafne è tanto più trascinante quanto più è costretta e imbrigliata dalla sua stessa irrequietudine e dalle mura e le sbarre del carcere, o dagli obblighi familiari che la tentano e la opprimono al tempo stesso; e la tensione erotica tra lei e il suo Josh è più potente quando la carnalità non viene espressa né evocata, che quando al legame affettivo tra i due si mescola l’esplicita attrazione sessuale.
In qualche modo, allora, più ancora che nei suoi lavori precedenti, Fiore è il film dove Claudio Giovannesi cerca e riesce a domare l’indomabile, lasciando che poi la corsa folle e irresponsabile verso un futuro che non c’è risulti dolce e amara al tempo stesso, proprio perché così tanto attesa e rimandata.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Claudio Giovannesi ha 38 anni e un diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia che gli ha lasciato addosso un certo modo di pensare il cinema, di stare appiccicato ai personaggi, di usare l’obiettivo come un intruso, dentro un mondo che sembra lì da prima del film, e continua dopo.
Quando questo esercizio dello sguardo riesce particolarmente bene, il risultato sono i film di Abdellatif Kechiche – cioè La schivata e La vita di Adele -, opere calde e nervose che bloccano lo spettatore dentro i propri confini, sono quasi una forma di ipnosi.

Giovannesi è bravo ma – e capitava già con Alì ha gli occhi azzurri – sembra che riesca a immaginare il mondo solo come un limite alla vita, come se raccontare l’emarginazione – perché di emarginati si parla – dovesse significare per forza raccontare una reciproca ostilità tra i personaggi e chi li circonda (un buon esempio di questo cinema è A testa alta, che aveva aperto senza merito Cannes lo scorso anno).

Qui il Fiore del titolo è un’adolescente chiamata Daphne, ragazza di strada che campa di piccoli furti (ruba gli smartphone e poi li rivende) e una volta beccata finisce in riformatorio, dove conosce Josciua (scritto proprio così, i ragazzi portano i loro veri nomi), pure lui giovane e incazzato, con il labbro bucato da tutti i piercing che gli hanno tolto prima di metterlo dentro. C’è una specie di amicizia, che poi diventa gelosia e alla fine amore – amore tra disgraziati, cioè un modo di tenersi a galla a vicenda, di mettere un senso nelle giornate.

Il film non è molto più di questo, la vita nel riformatorio, le visite del padre (interpretato da Valerio Mastandrea), la ricerca di uno spazio personale dentro un mondo in cui sono gli altri a decidere cosa devi fare, e dove e quando.
La cosa migliore sono i due protagonisti, ma il pensiero che per imitare la vita si debba prendere attori non professionisti, lasciargli il nome e togliergli lo spazio per scappare dalla macchina da presa, senza qualche intuizione di scrittura in più – o di forma, o tutte e due – sembra sempre un pensiero un po’ povero.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

Oltre le sbarre

Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d’amore. Fiore è il racconto del desiderio d’amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge. [sinossi]

La prima annotazione che viene naturale fare al termine della proiezione di Fiore (presentato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, e in sala in Italia dal 25 maggio) è che si può parlare in modo legittimo di un cinema di Claudio Giovannesi. Giunto al terzo lungometraggio di finzione dopo La casa sulle nuvole e Alì ha gli occhi azzurri (ma la sua filmografia risulterebbe monca senza considerare i vari documentari ai quali ha lavorato), il trentottenne romano certifica una volta per tutte la propria poetica espressiva, che appare chiara fin dalle primissime sequenze, dove si vede Daphne, ancora minorenne, aspettare con un’amica l’arrivo dei treni della linea C della metropolitana di Roma: il loro obiettivo non è però quello di prendere la metro, ma di attendere l’occasione giusta per rapinare qualche ragazzo, armate di coltello. Lo stile è secco, nervoso, con la macchina a mano che pedina le ragazze in modo scorbutico e volutamente non armonioso. Daphne però non può rimanere a dormire a casa della compagna di sventura, con il padre di quest’ultima di ritorno, e così cerca di procacciarsi denaro avventurandosi in una rapina in solitaria. Ovviamente viene catturata, e mandata al carcere minorile.
Con l’ingresso della ragazza nel riformatorio Fiore entra di fatto nella fase centrale del suo racconto, che si protrarrà per la maggior parte del tempo: se si escludono infatti il già citato incipit e la conclusione, Giovannesi si rinchiude con la camera nelle anguste mura del carcere, e lì rimane insieme alla sua protagonista e alle altre detenute. Per la maggior parte del tempo non fa altro che seguirne la quotidianità, fatta di piccole e grandi liti, di proibizioni esulate (e di relative punizioni), di sogni e di speranze, in attesa che qualcuno venga a prendere queste ragazze per ricondurle alla vita libera, fuori dalla costrizione della prigione.

Non tutto appare convincente, nel percorso tracciato da Giovannesi e dalla sua troupe: se il lavoro sul campo – il film è frutto anche di un laboratorio organizzato dal regista nel carcere minorile di Roma – è a dir poco encomiabile, e trasporta Fiore in una dimensione a se stante, lontano dalle secche del cinema “di impegno” che ben poca gloria ha portato alla produzione italiana, la scelta di lavorare su una sceneggiatura così poco narrativa, a favore di singoli estratti di vita quotidiana alla lunga finisce per appesantire un’opera che dovrebbe al contrario fare della semplicità la propria stella polare. L’eccessiva insistenza su alcune situazioni – su tutte la ferrea disciplina pretesa da una delle responsabili della struttura, che minaccia la povera Daphne in continuazione di “fare rapporto” – non giova a Fiore, gravandolo di un aggravio retorico. La stessa regia, ancora basata sull’idea di pedinamento, si fa via via meno efficace. Là dove Fiorecolpisce sempre il bersaglio, invece, è nella tessitura di personaggi credibili, vivi, appassiona(n)ti. Daphne Scoccia stupisce per la naturalezza, l’espressività e la presenza scenica, ma non da meno sono anche Josciua Algeri (il ragazzo di cui si innamora in carcere, Josh) e le altre detenute Gessica Giulianielli, Klea Marku e Francesca Risu: su tutti allarga le sue ali protettive il sempre eccellente Valerio Mastandrea, qui nella parte del padre della protagonista, a sua volta ancora in attesa di scontare una pena detentiva.
Questo amore che Giovannesi nutre per i suoi personaggi permette a Fiore di scartare in maniera sensibile nell’ultimo segmento del film, a partire dal permesso concesso a Daphne per assistere alla prima comunione del figlio della compagna del padre.
L’evasione – spirituale, sentimentale e anche effettiva – pompa sangue nelle vene di Fiore, che si muove in un crescendo continuo e inarrestabile, fino alla splendida sequenza che vede Josh e Daphne cercare di sfuggire a due ostinati poliziotti alla stazione dei treni. Viaggio impossibile, utopia di una fuga che prima o poi verrà ricomposta e sconfitta dalla società,Fiore è un inno all’adolescenza imbastardita, e al desiderio di tenerezza, amore, comprensione. Un inno alla velocità, sempre pronti a chiedersi che fretta ci fosse, come la Loretta Goggi di Maledetta primavera (Fiore è il secondo film visto sulla Croisette a utilizzare il brano, dopo Sieranevada di Cristi Puiu). Di fronte a un simile slancio vitale il consiglio è quello di non fermarsi a ciò che “non funziona”, ma di lasciarsi accompagnare da questa ragazza per vie impervie, e forse destinate alla sconfitta. Ma mai prone.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

Il vero protagonista di questo ultimo film di Giovannesi, almeno per la prima metà, non è nè Daphne, la minorenne ladra di telefonini che finisce in galera quasi subito, nè Josciua, il ragazzo violento che incontra dietro le sbarre, ma il carcere che li contiene. È quel luogo in cui uomini e donne non possono nemmeno parlarsi perchè rigorosamente separati e che tuttavia ha una serie di straoridinari punti in cui il contatto può avvenire lo stesso, a conquistare e a farlo visivamente. La sua piantina è il segreto romantico dei due personaggi e lo spettatore impara a conoscerne i punti, gli angoli e gli snodi più importanti. Di scena in scena il film insegna a chi guarda a misurare la distanza tra la rete dietro cui sta Daphne e le sbarre da cui si affaccia Josciua, mostra l’insolenza sentimentale con cui Daphne rompe le righe per saltare contro la finestra da cui è affacciato Joscia e baciarlo, mentre tutto lo staff la strappa via, e infine si strugge nei dialoghi urlati da finestra a finestra.

Se la prima parte di qesto gioiello di film, quella della nascita di un amore così semplice e banale che commuove, è la più riuscita è anche e soprattutto per la maniera in cui lo spazio scenico della galera è utilizzato, per come i carrelli in cui lasciarsi i messaggi sono lasciati in un angolo sporco, per come non sono enfatici i punti in cui avviene tutto. Sembra che più Giovannesi utilizzi gli spazi per rendere la distanza, più il senso romantico cresca, più i personaggi si trovino in posti che raccontano la difficoltà con le loro barriere, più la loro lotta diventi concreta.

Nella sua seconda parte poi Fiore diventa anche qualcos’altro, si apre a dei coprotagonisti, aggiunge l’aria esterna alla galera e segue la sua protagonista anche fuori dal carcere, là dove quella sete d’amore che l’ha spinta nelle braccia di un ragazzo nell’ultimo luogo in cui ciò deve avvenire (proprio perché tiene uomini e donne separati), cerca altre fonti per dissetarsi. È un padre un po’ riluttante ad interpretare il suo ruolo, incarnato con particolare pregnanza da Valerio Mastandrea, ad essere identificato infatti da Daphne come destinatrio delle sue attenzioni e aspettative.

A questo punto qualsiasi altro film molto più banale e desideroso di acchiappare a tutti i costi il suo pubblico avrebbe continuato sul medesimo tono dell’inizio, spingendo sul melò, mettendo quindi questo genitore sconfortante in condizione di deludere la figlia con un ordine sempre crescente di intensità.Fiore non è così. Giovannesi regala a Mastandrea il beneficio della complessità che solitamente si riserva ai protagonisti, per mettere in scena un mondo dalle risposte mai facili. Dunque anche ciò che nella parte melò del film è necessariamente il lato “cattivo”, la matrigna straniera e bastarda, il padre anaffettivo che priva la protagonista di amore, nella seconda beneficia di sfumature e si stacca con una nettezza e una decisione impressionante da quelle caratteristiche di cinema di serie B in un abito di serie A che sembrava aver assunto. Proprio quando pensiamo di aver capito cosa sia il film a cui stiamo assistendo questo ci stupisce, di fatto affermando la sua aderenza alla realtà con la stessa forza con cui lo fanno i volti dei due amanti, veri e lontanissimi dagli standard di regolarità e perfezione degli attori professionisti.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

 

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