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Fai bei sogni

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C’era molta curiosità attorno al nuovo, “velocissimo” film di Marco Bellocchio. Velocissimo perché mai come questa volta arriva (l’anteprima mondiale alla Quinzaine del Festival di Cannes a maggio scorso) a così breve distanza dal precedente (Sangue del mio sangue, in concorso a Venezia nel settembre 2015), curiosità perché – come da titolo – si basa sul romanzo omonimo, e di successo, di Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, dal 1999 firma del “Buongiorno”, corsivo di ventidue righe in prima pagina a commento di uno dei fatti della giornata, nonché presenza fissa nella trasmissione di Fabio Fazio, su RaiTre, Che tempo che fa.

Che cosa può aver convinto il regista di (tra gli altri) I pugni in tasca, L’ora di religione, Buongiorno, notte, Vincere, a portare sullo schermo la storia di un uomo che, a 9 anni, perse la madre, scoprendo solamente a distanza di molti anni, ormai adulto, come morì davvero? È una domanda legittima, che accompagna la visione per l’intero corso del film che, in due ore e dieci minuti, ci racconta la vita di Massimo (Nicolò Cabras da bambino, Dario Del Pero da teenager, Valerio Mastandrea da adulto) dal 1969 ai giorni nostri. Dal rifugio in Belfagor (antieroe che in quegli anni popolava la tv di stato con la famosa miniserie arrivata dalla Francia) all’indomani della dolorosa perdita, passando per la ricerca ossessiva e adolescenziale nella Fede, finendo nel disincanto e nel distacco con cui poter affrontare un mestiere, quello del giornalista, che lo porta prima ad occuparsi di calcio e sport, poi di guerra (nel ’93, in prima linea per il conflitto dei Balcani), poi – in maniera del tutto inaspettata – a diventare “confidente” per i numerosi lettori che mandavano lettere al giornale.

È un film su un uomo mai riconciliato con se stesso e con gli altri, Fai bei sogni? Sì, naturalmente, ed è anche un film su un orfano che, per troppi anni, non ha mai saputo (o voluto capire) come e perché fosse morta l’amata madre, a soli 38 anni. Ma come sempre, nel cinema di Bellocchio, il pretesto narrativo che tiene a galla, in superficie, il racconto, serve a qualcos’altro, a qualcosa di più. Serve per farci identificare con la figura di un personaggio “addormentato” (si pensi anche a Bella addormentata, altro lavoro che partendo da una storia reale, quella di Eluana Englaro, raccontava molto di più sul nostro paese), ad un bambino che, nel sonno, viene salutato per l’ultima volta dalla mamma con ”fai bei sogni”, ad un uomo che, crescendo, nella nostalgia e nel ricordo, nella commemorazione e nella disillusione, racchiude le caratteristiche di una popolazione ipnotizzata e schiava, raggirata e vinta.

La nostalgia e la commemorazione, come quella per il Grande Torino schiantatosi sulla collina di Superga, la mistificazione (sì, anche e soprattutto quella delle immagini, come nel frammento relativo a Sarajevo, con il fotografo interpretato da Pier Giorgio Bellocchio che sposta il bambino sulla sedia intento a giocare con un videogame per frapporlo tra l’obiettivo della sua macchinetta e il cadavere insanguinato di una donna), le bugie (quelle “a fin di bene”, quelle di Stato, quelle di religione), il tramonto del (nuovo) miracolo italiano, con Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, l’alba di un altro, incredibile inganno.

Un tuffo è un tuffo, alla fine. Quello che conta è sapere per tempo se il corpo troverà l’asfalto, o l’acqua. Perché da quest’ultima è possibile riemergere, e tornare a respirare. Allora sì, forse, sarà anche possibile continuare a sognare. Liberarsi dell’inganno, prendere consapevolezza. Ritrovare quel qualcosa che si era andato a nascondere troppo bene e, insieme, nascondercisi a sua volta per provare a guardare un po’ più in là. Oltre.
Come ancora una volta il cinema di Bellocchio ci invita a fare, seppur attraverso momenti e situazioni che lì per lì possono apparire accessori, di troppo, “già visti”. E sentiti. Perché la menzogna, più di qualsiasi altra cosa, ha bisogno di ripetersi. Di sedimentarsi. Di farsi abitudine. E per aprire gli occhi, per risvegliarci, magari può bastare una telefonata nel cuore della notte. O un film (solo apparentemente) mortifero ma così tremendamente stratificato del solito, grande, regista di Bobbio.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Ottima messinscena di Marco Bellocchio che porta sullo schermo il romanzo di Massimo Gramellini
Un libro autobiografico diventato un bestseller (Fai bei sogni di Massimo Gremellini, uscito nel 2012 per un milione e mezzo di copie vendute), un film ‘su commissione’ (l’offerta al regista è arrivata dal produttore Beppe Caschetto) che diventa nelle mani di un grande autore un passaggio narrativo coerente alla propria filmografia sulla famiglia e un viaggio nella solitudine, nella paura e nel dolore attraverso il quale si può tornare a sorridere alla vita.
Da I pugni in tasca a Fai bei sogni le madri cinematografiche di Marco Bellocchio toccano gli estremi di differenti dinamiche affettive. Da quella odiata e gettata in un burrone nel film d’esordio del regista piacentino a questa adorata e bipolare genitrice (sullo schermo Barbara Ronchi) che lascia orfano a 9 anni un bambino che soltanto trent’anni dopo arriverà a conoscere le dinamiche reali di quella perdita.

Dagli anni ’70 al ’99 (Nicolò Cabras interpreta il protagonista da ragazzino, Dario Delpero in quelli da adolescente mentre Valerio Mastandrea è il giornalista affermato che torna nella vecchia casa di famiglia), dalla Torino austera e granata (con finestra affacciata sul vecchio stadio Comunale) a Sarajevo (c’è un anche un inserto, sfocato, su un reportage dal fronte) e a Roma, il film di Bellocchio (sostanzialmente fedele ai fatti e agli affetti che il libro del giornalista de La Stampa descrive) è quasi un album di famiglia sfogliato con pudore e sensibilità.

Più freddo e cronachistico nella prima parte (la meno riuscita), più emozionante e appassionato nella seconda (quella che coincide con la lenta presa di coscienza del suo protagonista), Fai bei sogni passa in rassegna cantanti d’epoca e programmi tv in bianco e nero (si ascoltano Morandi e Modugno e si vede ballare la Carrà nella sigla di Canzonissima ‘70), attacchi di panico (a curali ci penserà la bella dottoressa Bérénice Bejo) e padri taciturni e severi (Guido Caprino), abbracci negati (“Io non riesco ad essere la tua mamma” dice la tata anaffettiva) e strani incontri (Fabrizio Gifuni nei panni di un sulfureo mago della finanza che teorizza l’elogio dell’azzardo in un monologo travestito da dialogo e inventato da Bellocchio in sceneggiatura con Valia Santella ed Edoardo Albinati), preti rivelatori (“Il se è il marchio dei falliti, in questa vita si diventa grandi nonostante…” dice all’adolescente che si crogiola nel dolore il magnifico Roberto Herlitzka nella scena più bella del film) e personaggi fantomatici che diventano negli anni amici immaginari (Belfagor) in una narrazione cinematografica un po’ discontinua e altalenante come i sentimenti del suo protagonista.

Forse a Bellocchio è mancato il coraggio dei Dardenne che nel loro ultimo La ragazza senza nome, dopo il passaggio a Cannes, hanno tagliato ben 7’. Presentato anch’esso al Festival francese (alla ‘Quinzaine’) forse al film dell’autore di “Buongiorno,notte” e “Vincere” qualche taglio al montaggio avrebbe giovato.
Questione di ritmo interno e di qualche inutile ripetizione narrativa che aggiunge inutile peso ad un film che alterna squarci di grande cinema (bellissimo quel tuffo dal trampolino in sottofinale che rimanda a quelli sul divano vedendo la tv del personaggio bambino) a momenti da melodramma trattenuto (la lettera di risposta al lettore del giornale pubblicata e letta con enfasi alla mamma dello scrivente- fulminante apparizione di Piera Degli Esposti- e poi conosciuta sull’autobus dai cittadini commossi).
Certo, chi si aspettasse le invenzioni oniriche e gli squarci trasognati e visionari del cinema più alto di Bellocchio forse rimarrà deluso ma restano intatte in Fai bei sogni la grande abilità di messinscena e la tenuta stilistica di uno dei grandi vecchi del nostro cinema italiano.

Claudio Fontanini, da “cinespettacolo.it”

 

 

Fai bei sogni di Marco Bellocchio si presenta come uno dei lavori più intimisti del regista, il risultato di una palese evoluzione che gli amanti del suo cinema non mancheranno di apprezzare. Si tratta di un’opera emblematica di tutto ciò che il romanzo di Massimo Gramellini avrebbe potuto essere e invece non è, malgrado le valanghe di copie vendute.

Torino, anni ’60. Massimo, Valerio Mastandrea in età adulta, conserva un rapporto eccezionale con sua mamma: uno stare insieme che implica la cura costante, lo scherzo, lo smarrimento e la condivisione. Purtroppo il bambino perderà quella figura, trascorrendo un’intera esistenza alla ricerca di qualcosa, forse una verità che gli è stata volontariamente taciuta. Lavorerà, incontrerà donne in grado di aiutarlo, chi più chi meno, ma saprà che il suo viaggio di comprensione sarà in solitaria. Marco Bellocchio è celebre per la sua continua riedizione: una passerella di attori, temi, ambientazioni, un tran-tran riciclato che stranamente fa goal. Per quanto si tratti di un’ossessione, quella del regista è un’ossessione catartica, un ricercare continuamente dei brandelli che forse in una proficua filmografia sono andati perduti e necessitano quindi nuova luce.

Fai bei sogni ha la capacità di lusingare lo spettatore, di fargli apparire una gabbia di chiaroscuri fotografici, narrativi e registici come unica alternativa al disfacimento. Il piccolo Massimo di rinchiude proprio in una gabbia, una scatola sigillata in cui solo il personaggio di Belfagor, amato da sua madre, può tenergli compagnia ed educarlo all’obbedienza: un occhio onnisciente, onnipresente, un obiettivo sempre puntato nei meandri di un cervello viziato dalla perdita. L’indagine di Bellocchio si stagna e attacca ferocemente proprio il senso della mancanza. Una mancanza che Massimo avverte anno dopo anno, senza tregua. Un dolore con cui si convive anche quando sembra che ci abbia abbandonato. Già i primi venti minuti sono talmente clamorosi da essere evidenziati. La delicatezza di Bellocchio trascende il patetico così come la tensione classica e si nutre di una tristezza trasparente eppure invisibile: l’angoscia di una madre, una straordinaria Barbara Ronchi, che sorride e muore allo stesso tempo, come se il sorridere, il ballare, il gioire con suo figlio le provocasse un sentimento di colpa.

L’Italia, la sua storia, l’universo in espansione che la comunicazione di massa ha generato, un potersi legare ad un persona anche fittizia perché si condivide la stesso passato nazionale. Bellocchio gioca proprio sull’importanza della memoria collettiva, tra calcio e Canzonissima, non solo come connessione tra i più ma in quanto collante di rapporti familiari, album fotografico dell’aver vissuto o condiviso qualcosa. Fai bei sogni è chiaramente la naturale prosecuzione di Vincere, La bella addormentata, Sangue del mio Sangue: un involucro soffocante, magari cucito volontariamente da qualcuno, in grado di far sanguinare tutta una vita.

Pasquale Pirisi, da “abovetheline.it”

 

 

Travestito da adattamento del romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, Fai bei sogni di Marco Bellocchio è una satira feroce, ma anche divertita, del giornalismo contemporaneo e della società tutta.
Dentro la disgrazia
Torino, 1969. L’infanzia idilliaca di Massimo, nove anni, si infrange contro la misteriosa morte di sua madre. Il giovane si rifiuta di accettare questa perdita, anche se il prete dice che la donna è ora in cielo. Più tardi, negli anni ’90, Massimo è diventato un giornalista. Dopo aver raccontato la guerra a Sarajevo comincia a soffrire di attacchi di panico. Mentre si prepara a vendere l’appartamento dei suoi genitori, si trova costretto a rivivere il suo passato traumatico. Elisa, un medico compassionevole, cerca di aiutare il tormentato Massimo a confrontarsi con le ferite dell’infanzia. [sinossi]
Ci sono film sul giornalismo che vincono gli Oscar, esortano all’indignazione, gettano luce su fatti storici più o meno noti e/o scabrosi. E poi c ‘è Fai bei sogni di Marco Bellocchio: film-saggio, satira pungente sul giornalismo contemporaneo, mascherata da adattamento del romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, attuale vicedirettore de La Stampa nonché volto noto ai telespettatori per le sue classifiche dei fatti della settimana all’interno della trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa.
Nel trasporre su grande schermo la vita di Gramellini, segnata al nono anno di età dalla tragica morte della madre, Marco Bellocchio simula un’adesione agli stilemi classici del biopic: fa largo utilizzo dei flashback, innesta le vicende personali con eventi di portata storica ben più ampia, come la tragedia di Superga, l’avvento di Mani pulite, la guerra nella ex Jugoslavia. Ma siamo lontani dall’aulica quanto meccanicistica struttura alla Rulli e Petraglia (La meglio gioventùne è forse l’epitome più chiara). La sceneggiatura firmata infatti da Bellocchio con Valia Santella e Edoardo Albinati taglia corto sulle sbavature sia retoriche che storiografiche, conferendo così alle vicende del film un ritmo intermittente, perennemente sospeso tra l’adesione e la demistificazione di eventi e personaggi.

Al centro di tutto c’è “La madre”, un personaggio misterioso, affettuoso, ma dolente, che trova conforto nell’effimera estasi dionisiaca di un ballo sfrenato e, soprattutto, in una simbiosi col proprio figlio. Poi sopraggiunge la sua perdita, la cui irrazionalità investe i personaggi e scatena nel piccolo Massimo una serie montante di gesti d’insubordinazione. Cosa succede quando l’atto della morte è in fuori campo, questo sembra essere l’oggetto privilegiato di analisi di Bellocchio, che a partire da qui va a deframmentare il suo film, accorciando la durata dei flashback, concentrandosi su primi piani che mettono a dura prova gli attori, disperdendosi in brevi quadretti domestici illuminati dalla luce bluastra della televisione, dove la mancanza di calore umano è colmata dall’intrattenimento gioioso di Canzonissima. Lo sguardo dell’autore de I pugni in tasca è ancora una volta pronto a galvanizzarsi di fronte alla ribellione infantile, che pone l’irrazionalità come argine ultimo a un’autorità incomprensibile e stoica, sia essa religiosa (il prete incarnato da Roberto De Francesco) o paterna (quel busto napoleonico del padre defenestrato). L’irrazionale è quello che conta, e se sono possibili la morte e il relativo lutto, non resta altra arma al di là dell’insubordinazione (pensiamo anche a Nel nome del padre, 1971) e non resta, al piccolo Massimo, che vagheggiare una madre-Belfagor amata e perduta, una creatura soprannaturale (per metà reale e metà televisiva) che nasconde la propria identità dietro a un’opaca maschera di cuoio.

Quando si cresce però tutto cambia e anche Fai bei sogni diventa qualcosa d’altro. Ecco il nostro Massimo (incarnato ora da Valerio Mastandrea) alle prese con il suo lavoro di giornalista sportivo, poi di reporter a Sarajevo; al suo primo attacco di panico ha un fortunato incontro con una bella e amorevole dottoressa (Bérénice Bejo) e inizia, banalmente, a fare i conti con il proprio passato quando deve sgomberare la casa dei genitori, in seguito alla morte del padre. Di fronte a una scatoletta di fiammiferi svedesi, appartenuta alla madre, dà letteralmente in escandescenze e si crede affetto da una tachicardia parossistica, come dice a un’attonita Bérénice Bejo. Poi arriva la sua occasione d’oro: rispondere a una lettera pervenuta in redazione, non esattamente il suo mestiere, ma il tema è “la mamma” e dunque il direttore pensa bene di assegnare proprio a lui l’incarico di scrivere qualcosa. È la scintilla di un successo mediatico che lo trascinerà a dimenarsi nella sala da ballo di una ricca magione (in una delle sequenze più belle ed efficaci del film), finalmente libero, per aver scritto una serie di “ovvietà che sconvolgono”. A chiarire meglio ancora le cose ci penserà poi un amico lettore, dichiarando al nostro Massimo: “A te il libro Cuore ti fa una pippa”.

Dopo tanto (apparente) peregrinare, ecco che Bellocchio arriva al dunque: Fai bei sogni è un ritratto cinico e a tratti divertito (si ride anche) del giornalismo contemporaneo e, attraverso di esso, della società tutta, persa in un’era di parossismo senza più madri, senza più misteri. Tutto è continuamente davanti ai nostri occhi, costruito, mistificato o reale, poco importa.
Travestito da biopic su Massimo Gramellini il film di Bellocchio punta dunque in realtà a rivelarci la facile seduzione della banalità e del sentimentalismo, attraverso la parabola di ascesa al successo mediatico di un uomo senza particolari qualità. Difficile non intuire qui quanto il bersaglio di Bellocchio sia anche la classe politica che ci governa.

Paradossale film biografico su un personaggio che il regista non sembra amare particolarmente, Fai bei sogniprobabilmente non è un “bel” film, ma un film geniale, nella sua schizofrenia, in quel perpetuo accostarsi ai personaggi e alle loro storie per poi prenderne le distanze con l’arma affilata dell’ironia, in quel suo travestirsi da melodramma familiare per andare poi a denunciare – e qui Bellocchio rispolvera il suo usuale, sapido moralismo – quanto assopita sia la società odierna, tramortita dal cicaleccio mediatico. E forse proprio per questo sempre più adusa a commuoversi per l’ennesima ovvietà.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

Fai bei sogni è una pellicola nata dal romanzo autobiografico best seller di Massimo Gramellini, testo apparentemente distante dalle corde stilistiche più sottili e raffinate del maestro del cinema italiano. Ma il tema del libro non può non ipnotizzare la curiosità di Bellocchio, una delle ossessioni delle sue introspezioni visive e narrative sin dai talentuosi esordi giovanili.

Fai bei sogni è un inno di amore e di terrore verso la figura della madre, che Bellocchio attraversa ripercorrendo la vicenda autobiografica di Massimo (indossato nel volto e nell’anima da un convincente Valerio Mastrandrea), che in tenera età si vede improvvisamente e violentemente strappare via la sua giovane mamma. Mamma è una parola che mi spaventa: così semplice da pronunciare, è il rapporto più forte ed indefinibile in assoluto dell’esistenza. Indefinibile per le dinamiche biologiche, sessuali, piscologiche ed affettive che lo caratterizzano: una vera e propria dipendenza in primis di sangue, di viscere, un legame di origine, l’unico vero dio che ogni uomo può riconoscere in colei che lo genera, che lo espelle da sé, donandogli, insieme alla vita, una porzione della propria.

Bellocchio senza indugi ci introduce nella relazione privata tra il piccolo Massimo (un prodigio il bambino che lo interpeta) e sua mamma, la brava Barbara Ronchi, che incarna alla perfezione un dio difficile da dimenticare. Giovane, bella, gioiosa, totalmente complice con Massimo, ‘gioca-filtra’ con il piccolo ballando con lui, cantando Resta cu mme di Modugno mentre gli fa compagnia durante i suoi compiti. Massimo non può non restare ipnotizzato da quella figura femminile, da quella promessa di un amore assoluto, indistruttibile. Quel dio non morirà mai: sarà sempre con lui. Sempre. Ma una notte, il dio scompare. Massimo è svegliato dalla zia, il padre portato giù per le scale…E la mamma sparita. Massimo vuole andare a trovarla, perché gli dicono che è all’ospedale, nessuno però lo accompagna. Sarà un prete a rivelargli che la mamma è andata in cielo (in cielo dove??), che non potrà stare più con lui. Il piccolo comincia la sua battaglia contro il mondo degli adulti, che gli impedisce di far tornare da lui la mamma.

“Svegliati mamma, svegliati! Ti stanno portando via! Svegliati!”, la avverte da fuori la bara, in un commovente richiamo complice, ma la mamma non esce. Quel vuoto, quella mancanza, non riusciranno mai a colmarsi. Il ragazzo e poi l’uomo, nelle tappe che accompagneranno la sua vita, ne sentirà sempre il peso: un isolamento interiore che nessun rapporto riuscirà a spezzare. Una sola figura lo aiuterà a non impazzire, il suo amico immaginario Belfagor, il fantasma del Louvre, popolare eroe nero della tv anni 60’ impresso nei ricordi del piccolo. E una sola donna riuscirà ad imporsi sentimentalmente nell’universo interiore dell’uomo: Elisa, un medico conosciuto dopo un attacco di panico, la indipendente e femminile Bérénice Bejo. Bellocchio sceglie una direzione abbastanza lineare nel mettere in scena questo dramma materno: pochi simboli egregi nell’impatto emotivo, in mezzo l’Italia dagli 60’-90’ e i suoi costumi, il rigore che imprime ai suoi personaggi, perfetti come al solito nella loro purezza espressiva, formale e sostanziale. Rispetto all’esordio I pugni in tasca (1965) colmo di pathos, tensione ed aggressione emotiva e visiva verso un universo (la famiglia) ed un ambiente (la borghesia), veri e propri nemici della libertà di identità, Fai bei sogni muta nell’approccio: più distaccato, tenero, pacificato, ma con dentro sempre il mistero dei legami umani e delle feroci dipendenze che producono e che ci limitano, nel bene e nel male.

Maria Cera, da “taxidrivers.it”

 

Ammetto che anche io, come molti, quando ho saputo dei progetti di Marco Bellocchio mi sono chiesto cosa mai avesse mosso un regista come lui a girare un film da un libro di Massimo Gramellini. E, tanto per proseguire con le ammissioni, devo dire che la visione di Fai bei sogni non ha diradato del tutto le nebbie dei miei dubbi e dei miei interrogativi.
Eppure, allo stesso tempo, è chiaro che a Bellocchio stava a cuore qualcosa di più profondo della storia letterale e autobiografica del vicedirettore della Stampa, della trama stretta di quel romanzo nel quale il giornalista torinese racconta, con un impeto di autobiografia autoanalitica, la sua vera storia: la morte di sua madre quando aveva nove anni, e tutta una vita segnata in un modo o nell’altro da questa perdita con la quale non era mai riuscito a fare veramente i conti.

A dirla tutta, sembra addirittura evidente che il regista abbia riservato qualche bonaria frecciatina al giornalista torinese e allo stile che l’ha reso celebre: prima, quando al Massimo di Valerio Mastandrea, diventato adulto e giornalista, tutti fanno i complimenti per lo stile diretto e senza retorica; poi, quando dopo la pubblicazione della sua celebre risposta a una lettera su La Stampa, assieme alle lodi arrivano anche le voci critiche.
Ma, onestamente, m’interessa pochissimo stare a vedere e analizzare al microscopio il rapporto tra Bellocchio e Gramellini: m’interessa vedere come (e perché) il regista abbia voluto filtrare attraverso la sua sensibilità e le sue ossessioni quel testo lì, bello o brutto che sia. Non è la parabola di vita di Gramellini, ad aver conquistato Bellocchio: ad attirarlo, forse, i passaggi segreti che quel testo gli permetteva di prendere ed esplorare.

La grande questione sollevata da Fai bei sogni, infatti, non sta nell’esame della psicologia di una persona rimasta orfana in giovane età, o comunque non solo: sta nel rapporto mai completo e ambivalente con la perdita. Quello di Bellocchio, coerentemente con le costanti e ardite tentazioni metafisiche del regista, sembra quasi il film che vuole raccontare la vita di un orfano dal punto di vista del genitore morto, che a suo modo ha perso un figlio così come, in questo caso, un figlio ha perso una madre.
Detta in altri termini: nel dolore e nei ricordi del personaggio di Mastandrea, Bellocchio fa risuonare tutto il dolore ipotetico di una madre o di un padre che hanno abbandonato per sempre i loro figli: magari non solo con la morte, ma anche con un atteggiamento freddo e autoritario, anaffettivo, come nel caso del padre di Massimo. E in qualche modo, Fai bei sogni è un film per genitori, più che per figli. Su una madre, oltre che su un orfano. Un film dove due rabbie e due mancanze si scontrano.

Ipotesi, queste che ho fatto, ma che trovano ulteriore validazione nel tono quasi un po’ piatto, retorico e didascalico col quale si raccontano le parti più esplicitamente gramelliniane della storia: quelle di un Massimo adulto alle prese con un luciferino simil-Raul Gardini interpretato da Fabrizio Gifuni, con le sue difficoltà ad amare, con l’esperenza a Sarajevo, o con il successo professionale. Per contro, il meglio Fai bei sogni lo da quando racconta con lo stile dell’horror gotico l’infanzia del Massimo bambino, e quando fa metafisicamente intrecciare i piani nel giro di pochissime inquadrature: quando l’essere adulto e l’essere bambino, l’essere genitori e l’essere figli, si confrontano direttamente, e il dolore trova una sua collocazione.
Buongiorno, notte si chiudeva con la passeggiata impossibile di un Aldo Morolibero per le strade di Roma; Fai bei sogni, anche lui, col sogno più bello: quello di una sparizione che era solo uno scherzo, e con la memoria di una madre con la quale chiudersi per sempre nella scatola dei ricordi.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

A nove anni Massimo perde la mamma per un infarto improvviso – o almeno così gli dicono i parenti, riluttanti a renderlo partecipe della morte della donna. Dopo un’infanzia solitaria e un’adolescenza difficile Massimo diventa un giornalista affermato ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa, nonché con un senso di mistero circa la sua improvvisa dipartita. Solo alla fine scoprirà come sono andate esattamente le cose, e troverà il modo di risalire alla luce.
Marco Bellocchio si cimenta con uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni, il romanzo autobiografico “Fai bei sogni” scritto da Massimo Gramellini, giornalista de La Stampa. Come molto del cinema di Bellocchio, Fai bei sogni narra la storia di un’assenza: un sorriso negato, una porta chiusa con tanto di catenaccio, la rinuncia alla cura da parte di chi vi è preposto, la nostalgia bruciante di quella accoglienza assoluta e inesauribile che una madre dovrebbe (poter) dare ad un figlio amato.
Fai bei sogni, il libro come il film, è imbevuto di un rimpianto inconsolabile, e se il romanzo di Gramellini era strutturato come una sorta di detective story, il film di Bellocchio è un horror in cui Nosferatu e Belfagor sono i migliori alleati del piccolo Massimo, mentre i nemici indossano una maschera sociale spaventosa per non dover dire la verità ad un bambino: in assoluto, l’atto di coraggio più grande.
L’atto di coraggio principale di Bellocchio è invece quello di prendere il testo di Gramellini, sceneggiato dal regista insieme ad Edoardo Albinati e Valia Santella, nella sua accezione (e il suo valore) di narrazione popolare equivalente a quella delle canzonette che da sempre catturano l’essenza dell’Italietta, più dei saggi di antropologia culturale. Bellocchio, capace di vertiginose astrazioni e di altissimi afflati filosofici, racconta la storia di un salto nel vuoto attraverso i tuffi di Cagnotto e la caduta dell’aereo del Grande Torino sopra la collina di Superga, non mettendosi mai al di sopra di quelle “ovvietà che sconvolgono” e che sono la forza primordiale del romanzo di Gramellini perché parlano a tutti accantonando il comune senso del pudore (ma anche la spocchia da intellettuale) come si fa quando ci si scioglie nel ballo, rendendosi ridicoli e irresistibili nello stesso magico e imbarazzante istante. Le raffinate musiche di Carlo Crivelli sottolineano invece la presenza costante di un battito nascosto che viaggia in direzione contraria rispetto alla melodia di facciata, irrazionale e ingestibile come un attacco di panico, rivelatore di una verità che nessuna glassa superficiale può tenere nascosta.
Il contesto è quello della Torino dei tardi anni ’60 e poi di fine anni ’90, ugualmente caratterizzate da quella “falsa cortesia” e quell’abitudine a “negare, negare tutto” che sono imposizioni sociali ma anche scelte di vita. Un’Italia perbenista e perbene in cui circolano i finanzieri senza scrupoli dalla straniante enunciazione bellocchiana (attraverso la magnifica voce impostata di Fabrizio Gifuni), o i preti che insegnano astronomia riconducendo i loro alunni più inquisitivi al mistero della Fede. Sono loro le uniche eccezioni metaforiche ad una galleria di personaggi più quotidiani e reali di quelli cui Bellocchio ci ha abituato, senza sottotesti metafisici ma con segreti da nascondere prima di tutto a se stessi.
In questa favola nera dove non si sa dove siano finiti i bambini e dove nascondino diventa (come in fondo è sempre stato) un gioco crudele di sottrazione dell’affidabile e del certo, in questo non luogo dove tutti sono orfani e Pollicino non trova più la strada nemmeno se rimane inchiodato al lettino di casa, si diventa grandi “nonostante” le assenze e le disillusioni. Bellocchio accetta con umiltà il suo ruolo di narratore accessibile a grandi e piccini, correndo il rischio di incontrare quel seguito popolare che tormenta Gramellini da quando ha messo da parte la vergogna per permettere a milioni di lettori di fargli tana.

Voto: 3,5 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Scrivi quello che ti passa per la testa, buttacele dentro tutte quelle lacrime. E soprattutto…non rileggere. E sembra non aver più alcuna voglia di rileggere, Marco Bellocchio, quantomeno dal momento in cui la forma del suo cinema ha iniziato ad assumere l’anima stratificata dell’appunto frammentario, spezzato, annotato nel corso del tempo, ovvero dall’istante in cui i suoi racconti interiori e visionari si sono lasciati contaminare da una coralità che fa incrociare situazioni nella Storia, apparizioni di personaggi da altre dimensioni, traiettorie sentimentali apertissime, fonti e formati con una libertà che sconfina in una meravigliosa, benedetta, apparente “incoscienza autoriale”.

E davvero Bellocchio pare non aver riletto prima di spedire questa nuova vertiginosa variazione sui temi a lui più cari, prendendo per buono il consiglio che il direttore del giornale dà al suo protagonista Massimo (Valerio Mastandrea) e che lo porterà a diventare la star dell’editoriale dai buoni sentimenti e dalle riflessioni spicciole (“il tuo articolo era pieno di ovvietà emozionanti”). Rivoltare Gramellini contro Gramellini? Da quale parte si schiera Bellocchio, da quella di chi apre il proprio cuore ad una confessione che per una volta se ne infischia del rischio della retorica e delle ritrosie della ragione, o con chi è subito pronto a canzonarne il risultato sbilanciato e melenso (“cosa dovremmo fare adesso, abbracciarci?”).
Alla nostra sprovveduta ingenuità interessa più di tutto non farsi scappare neanche un fotogramma della confermata felicità espressiva di Marco Bellocchio, capace di far esplodere in mille rivoli ancora una volta e ancora di più il proprio cinema, gioco a nascondino con i fantasmi che e’ destinato a non trovare posa film dopo film, immagine dopo immagine, saga privata dalle coordinate personalissime anche quando il punto di partenza e’ il romanzo dai toni autobiografici scritto da un altro.

La capacità di Bellocchio di capovolgere con ogni sguardo e di far saltare in aria con ogni taglio di montaggio i confini di pubblico/privato e interno/esterno rinnova l’urgenza politica di una filmografia fatta di gesti di coraggio abissali e assoluti, che qui trova nelle sequenze con il piccolo Massimo che guarda l’Italia alla finestra un referente esplicito nel viaggio in treno affacciato al finestrino del bambino de Il silenzio di Bergman. La Timoka di Bellocchio e’ allora una città dalle fondamenta catodiche, fatta di un passato che vive come interferenza di grana televisiva che si sostituisce così ai sogni, alle visitazioni e ai ricordi: Canzonissima, lo sceneggiato Belfagor (1965, l’anno de I pugni in tasca), la storia del grande Torino, le dirette olimpioniche, Tangentopoli e le giornate di guerra civile a Sarajevo… è come se Bellocchio avesse accettato la sfida della narrazione seriale della nostra generazione (che ha tra i propri responsabili la montatrice abituale del regista, Francesca Calvelli) per ribattere con un processo di pura astrazione del repertorio (elettro)domestico, che finisce in questa maniera per costituirsi come unico orizzonte possibile, ribaltando l’ipotesi menzognera dell’esistenza di un “esterno”. La’ fuori non è più una destinazione possibile, quando ogni cielo è diventato il fondale, evidentemente finto ma allo stesso momento così inequivocabilmente familiare ed intimo, delle costellazioni fluorescenti di un presepe natalizio.

E’ vero, il gorgo è ancora una volta l’unico disegno narrativo immaginabile della progressione immobile delle storie di Marco Bellocchio, e l’unico movimento previsto è verticale, in un film costellato da mille salti nel vuoto, e altrettanti tuffi.
E’ forse per questo motivo che le scene “musicali”, di ballo o di donne che cantano nel cinema di Bellocchio (quel sorriso di mia madre di Barbara Ronchi che intona Resta cu ‘mme mentre piange vale davvero tutta #Cannes2016) sono così diverse da quelle che affollano la produzione italiana: a danzare è ogni volta l’atto estetico e necessario del rimettersi perennemente in gioco, abbattere strutture e paletti, liberare il proprio sguardo, senza vergogna. Lasciala andare.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Marco Bellocchio. Il suo cinema rigido, persino nella fotografia: superfici nette, nitidezza, mai un flou. Un cinema sempre sull’attenti, e nel quale gli attori “dicono”, più che vivere. In genere non lo amo particolarmente, per quell’aria di “saggio filmato” che mi sembra portarsi addosso, nella brutalità e nell’evidenza persino delle sue linee geometriche.

Però stavolta no. Fai bei sogni, il film presentato in concorso alla Quinzaine des Réalisateurs, mi ha emozionato. Non sempre. E non che qui tutto sembri fluido, casuale, libero e imprevedibile come la vita. Anche qui tutto è rigido, poco realistico, brechtiano. Una madre che balla il Twist col figlio, all’inizio del film, sembra più che altro il concetto di una madre che balla il Twist col figlio. È tutto evidente, tutto “messo in scena”.

Ma, alla fine, l’emozione arriva. E la capisci, la solitudine immensa di un bambino: nel quale rivedi Massimo Gramellini, l’autore del libro da cui il film è tratto – un milione e mezzo di copie vendute – sia lo stesso Bellocchio. Anzi, ci vedi soprattutto Bellocchio. Un bambino cresciuto nel dopoguerra, prima del ’68. Prima che i ragazzi potessero sciogliersi il nodo della cravatta, alzarsi da tavola, mettersi i jeans. Prima di quella rivoluzione che proprio lui aveva iniziato ad annunciare, e a realizzare, col suo primo film.

E Fai bei sogni ha dei punti in comune con I pugni in tasca, l’esordio folgorante di Bellocchio, mezzo secolo fa. La famiglia, una madre che muore, il padre, la rabbia, la casa. Qui la madre, però, è amata. Il bambino protagonista ha solo lei come punto di riferimento, come mondo, come casa. Una madre amorosa, ma a volte irrimediabilmente distante. A volte guardano insieme Belfagor in televisione, e si spaventano insieme, si stringono. A volte, la madre guarda l’acqua che scorre sotto un ponte con occhi che non promettono niente di buono.

E un giorno succede qualcosa. Il bambino non potrà più vedere sua madre. Gli dicono che è in ospedale: poi la portano via, in una cassa di legno. Un prete gli dice che adesso “è diventata il suo angelo custode”. La rabbia di un bimbo. L’assurdità di un padre severo che non capisce, che comanda soltanto.

Il disegno di un vuoto di affetti immenso è quello che viene fuori con più forza, con più evidenza nel film. E che mi commuove. E poi un amico del cuore ricco, che gioca in modo strano, troppo fisico, con la madre –  Emmanuelle Devos in un breve ruolo. Ecco, però quello potrebbe essere l’amore materno. Ma non è per lui.

E le partite del Torino, lo stadio Comunale di fronte a casa. L’unico momento in cui il bimbo trova qualche scheggia di armonia col padre. Lo vediamo, come abbiamo fatto tutti, inventarsi una telecronaca, un gol del Torino, non del Grande Torino di Superga, ma di quello ugualmente grande degli anni ’70: “interdizione di Agroppi, passaggio di Ferrini, scatto di Claudio Sala, in mezzo all’aria spunta il difensore Puja e goooooool!”.

Questo, ovviamente, è il background di Gramellini, torinese e torinista, non di Bellocchio, che viene da un’altra era, che non ama il calcio, ma riesce a trovare delle consonanze, delle sintonie con quel mondo.

Il film è episodico, stenta a trovare un respiro unitario, vive di scene singole. Vediamo il bambino diventato adulto, con la faccia disincantata, disillusa, amara di Valerio Mastandrea. Sono accessorie, poco coese col resto, le scene in cui Mastandrea va in Bosnia, insieme a un fotoreporter cinico che sposta un bambino che ha appena visto la madre morire, e lo mette vicino a lei nell’inquadratura.

Ma fra lo stile raggelato di Bellocchio e l’umanità dolente dello sguardo di Mastandrea si crea un corto circuito, quasi una compensazione, che fanno la bellezza del film. E quando sullo schermo appare anche Berenice Bejo, allora sì. Ogni volta che l’attrice è sullo schermo, il film si illumina.

Giovanni Bogani, da “bestmovie.it”

 

 

 

 

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