Eat me

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Risale a pochi giorni fa una polemica – l’ennesima – sul tema delle modelle troppo magre (in questo caso sulla copertina del mensile Marie Claire). Eppure, come dice Ruben Lagattolla, regista insieme a Filippo Biagianti del documentario “Eat Me” sul tema dei disturbi del comportamento alimentare «delle ragazze che ho incontrato filmando il documentario nemmeno una aveva in mente l’idea della linea o un particolare canone estetico».

L’intento di ‘Eat Me’ è proprio questo: raccontare i disturbi del comportamento alimentare (Dca) in modo diverso, con una voce che non è né quella austera della scienza, né quella facile dei – tanti, troppi – luoghi comuni, utilizzando un taglio insieme antropologico e psicoanalitico.

L’idea è nata infatti dalla psicologa Giuliana Capannelli, presidente di Heta, centro multidisciplinare per il disagio psichico e i disturbi alimentari attivo nelle Marche e nell’Umbria (www.heta.it) e referente terapeutico per il centro “OLTRE… a riveder le stelle”, rivolto ad adolescenti con Dca. Lagattolla e Biagianti hanno sviluppato il progetto rispettivamente come film maker e storyteller.

«Delle ragazze che ho incontrato filmando il documentario (sui disturbi del comportamento alimentare) nemmeno una aveva in mente l’idea della linea o un particolare canone estetico».

Ruben Lagattolla, regista insieme a Filippo Biagianti del documentario “Eat Me”

Il documentario filma tre scenari: l’ambiente domestico, il centro Oltre e l’ambito ospedaliero. «A fare la differenza è stata la possibilità di entrare in contesti solitamente molto protetti: l’ospedale, i colloqui con gli psicologi, le case delle ragazze – tutte adolescenti tra i 12 e i 18 anni nel pieno del problema ma anche già inserite nel percorso di cura», spiega Lagattolla, che di sporcarsi le mani non ha paura: prima di “Eat Me” ha realizzato un documentario sulla guerra in Siria. «Per giorni e giorni ho vissuto a stretto contatto con le pazienti del gruppo Oltre e con le loro famiglie, che alla fine dimenticavano la presenza della telecamera, mostrando la loro naturalità».

Nel gruppo Oltre, genitori e ragazzi si riuniscono, in modalità separata, una volta a settimana. «È un’esperienza unica nelle Marche. I genitori hanno anche unblog, igenitoridioltre.wordpress.com», spiega la dottoressa Capannelli.

«Non conoscevo a fondo il mondo dei Dca e ammetto anche di aver avuto qualche pregiudizio iniziale, quella visione superficiale di chi considera l’anoressia una “turba” piuttosto che una vera malattia – racconta Ruben Lagattolla -, ma lavorandoci e confrontandomi con l’esperienza del precedente documentario mi sono reso conto che l’anoressia, per quanto diversa, non è un male meno credibile del disturbo post traumatico da stress dei reduci di guerra».

«L’anoressia, per quanto diversa, non è un male meno credibile del disturbo post traumatico da stress dei reduci di guerra»

Ruben Lagattolla

«Per le resistenze che ho incontrato a volte mi sembrava di fare un film sulla mafia!», scherza il regista. «Anche se in realtà più che di resistenza bisogna parlare di diffidenza. Proprio per questo il lavoro richiede tempo. Bisogna creare un clima di fiducia, stando attenti perché basta pochissimo per romperlo, e non bisogna “essere ingordi” ma sapere quando spegnere la camera anche di fronte a situazioni che sarebbero le più intense da filmare».

A convincere Ruben a dedicarsi a fondo al progetto di “Eat Me” è stato l’incontro con il padre di una ragazza, che dopo aver visto un suo video realizzato per il centro Oltre lo ha ringraziato per avergli aperto gli occhi sul male di sua figlia.

Alla domanda se c’è una storia che lo abbia maggiormente colpito Ruben pensa a lungo ma non trova una risposta: forse perché – paradossalmente – nella loro unicità e individualità le storie sono anche tutte simili: «Sono tutte ragazze di estrema sensibilità e intelligenza, che esprimono un malessere che non viene tanto dai canoni estetici quanto da una società autistica e individualistica, in cui non si ritrovano».

«Sono tutte ragazze di estrema sensibilità e intelligenza, che esprimono un malessere che non viene tanto dai canoni estetici quanto da una società autistica e individualistica, in cui non si ritrovano»

Parlando invece dell’evoluzione e dei mutamenti nell’ambito dei Dca – solo nel 2014 in Italia si sono contate più di tre milioni di persone colpite da anoressia e bulimia -, la dottoressa Capannelli parla in primis di una maggiore consapevolezza rispetto al passato: «Prima si arrivava molto tardi alla cura, oggi c’è una ipersensibilizzazione sul tema. I genitori sono più allertati e si accede prima alle cure. Inoltre oggi si può parlare di una patologia a tutti gli effetti trasversale, che può colpire persone dagli 8 ai 60 anni, ovunque ci sia una forte crisi e una mancanza di strutturazione soggettiva».

Un’altra differenza rispetto al passato consiste nel fatto che le modalità classiche vanno scomparendo verso forme non identificate, i cosiddetti “disturbi altrimenti specificati”: «Ci sono differenti sintomatologie e diverse categorie a rischio, dalle donne in menopausa ai maschi che sfociano nella vigoressia. Per non parlare del grande sommerso delle bulimie invisibili e di tutte quelle situazioni in cui il cibo è sintomo di un malessere ma il corpo non viene intaccato».

Le modalità classiche di disturbi vanno scomparendo verso forme non identificate, i cosiddetti “disturbi altrimenti specificati”

D’altronde, a guardar bene e nonostante tutte le polemiche sull’estetica skinny, la verità è che oggi non c’è più un modello unico di donna: se da un lato abbiamo la modella taglia 38 delle riviste di moda, dall’altro abbiamo la strabordanza di una Kim Kardashian a rimbalzare sui media con i suoi glutei taglia XL. «Non c’è più un vero e proprio ideale di riferimento che ci fa dire “cosa è giusto e cosa no”, come non c’è più una taglia di riferimento. Ognuno finisce per costruirsi un ideale sulla base di ciò che gli viene fornito». – dice la psicologa. «Allo stesso modo, sostituire l’ideale di magrezza con l’estetica curvy ha poco senso e rischia di portare da un eccesso all’altro. Non si può più definire ideale o “normale” un corpo. Si può solo dire che sotto una certa soglia (come anche sopra) c’è un indice di malattia».

Oggi non c’è più un modello unico di donna: se da un lato abbiamo la modella taglia 38 delle riviste di moda, dall’altro abbiamo la strabordanza di una Kim Kardashian a rimbalzare sui media con i suoi glutei taglia XL

Da questa malattia si può guarire? La risposta è un sì convinto, per quanto «quando il sintomo di un malessere è il cibo, la persona manterrà sempre con esso un rapporto speciale. L’importante è però separare il sintomo dal soggetto: in parole povere, si può ancora apprezzare un corpo molto magro e riconoscerlo come il proprio ideale, senza però sentire più l’impulso di tendere a quell’ideale rischiando la vita. In taluni casi, inoltre, il cibo può anche rimanere un’autoterapia che protegge da disagi più gravi. Dai Dca si esce con un lavoro terapeutico, ma anche con quanto di positivo si incontra nella vita».

“Eat Me” (prodotto dal Centro Heta e da Fanpia Onlus) sarà presentato durante il festival ‘Cinematica’ di Ancona il 29 ottobre ed è stato anticipato in un recente convegno che si è svolto a Expo sul tema dell’alimentazione. Tuttavia è ancora in lavorazione: «Ci sono scene che sto ancora aspettando il momento giusto per girare, ci vuole molta pazienza», spiega Lagattolla. Il documentario si lega al progetto di arte contemporanea “Mangiare (il) bene”, promosso da ISgallery di Ancona e curato da Nikla Cingolani. «Lo scopo primario è informativo e preventivo: la prima distribuzione avverrà infatti nelle scuole – spiega il regista – Ci auguriamo di riuscire anche con il cinema, anche se purtroppo in Italia il mainstream non è molto generoso con i documentari».

di Silvia Novelli, da “linkiesta.it”

 

 

“La gente dovrebbe capire che non c’entra l’esteriorità.
Pensano che sono anoressica solo perché sono magra
quindi non ha senso aver ripreso peso.
quindi anche se voglio farlo, non riesco, perché non so chi sono…”

Caterina

 

Perché?
Con il documentario EAT ME vogliamo aiutare le persone a comprendere i disturbi alimentari a partire dalle testimonianze di chi li vive in prima persona. Vogliamo favorire una diagnosi precoceper intervenire all’esordio del sintomo e proporre un percorso che punti ad affrontare le cause del problema e non si focalizzi soltanto sugli aspetti alimentari e fisici. Vogliamo fare opera di prevenzione con i ragazzi e sostenere i genitori. E vogliamo anche intervenire nel campo dei disturbi alimentari con un linguaggio delicato e rispettoso, che unisca l’estetica con l’etica e non dimentichi i soggetti, la loro sofferenza, la loro verità e le loro invenzioni.

La storia
Il documentario EAT ME è stato iniziato a gennaio 2015 con proiezioni effettuate all’interno di varie realtà legate a luoghi di cura e di vita quotidiana. Le riprese sono state fatte a partire da un lungo lavoro di ricerca filmica dei registi Ruben Lagattolla e Filippo Biagianti con l’equipe multidisciplinare del centro Oltre… a riveder le stelle e con le ragazze e i genitori del centro. Alcune riprese sono state effettuate in Ospedale, nel reparto di Neuropsichiatria Infantile, altre al Centro Heta e altre ancora nelle case delle ragazze protagoniste del documentario. La consulenza scientifica ha permesso di focalizzare i punti nodali del percorso filmico e favorirne una lettura psicodinamica. La sensibilità, competenza e delicatezza dei registi hanno fatto sì che la fiducia si costruisse e il clima di lavoro fosse piacevole e intenso. I ragazzi e i genitori protagonisti del documentario, sia che abbiano acconsentito a farsi riprendere integralmente sia che abbiano preferito rimanere un po’ nell’ombra, hanno concesso il meglio di sé. Li ringraziamo tutti. Al momento abbiamo pronta una prima parte del lavoro che va però completato per essere a disposizione di chi voglia affrontare il tema dei disturbi alimentari da un punto di vista nuovo e diretto e creda nel valore della condivisione e di un modo diverso di fare prevenzione.

Utilizzi possibili
Il documentario sarà utilizzabile sia negli Istituti Superiori per una campagna di prevenzione nelle Scuole che in film festival, incontri di formazione e approfondimento sul tema.

Progetto EAT ME
Il documentario fa parte del più ampio Progetto EAT ME: un contenitore culturale con lo scopo di approcciare i temi del cibo e del corpo attraverso nuove modalità, coinvolgendo non solo le realtà che si occupano di Disturbi del Comportamento Alimentare, ma anche artisti, associazioni, aziende, operatori e chiunque sia capace di sottolineare e farsi fautore di una visione ricca, simbolica e non riduttiva della fisicità in cui siamo immersi. Tutte le informazioni sul progetto si possono trovare nel sito www.centroheta.it/eatme. La proiezione del documentario, tentativo di abbandonare la retorica del dolore per addentrarsi nelle fitte dinamiche del problema, sarà al centro degli incontri e dei dibattiti che si svolgeranno durante la campagna che partirà in occasione della giornata nazionale del fiocchetto lilla contro i disturbi alimentari del 15 marzo.

 

 

Le parole del regista Ruben Lagattolla

Non immaginavo che potesse capitare alla mia famiglia,
ma dopo aver visto il tuo filmato,
mi sono reso conto che mia figlia è anoressica, e che stava morendo.

 

Al centro HETA di Ancona, un padre commosso e preoccupato mi confessa questo qualche tempo fa. Sua figlia è anoressica e lui e sua moglie non avevano capito quale fosse la causa di questo malessere che avvolgeva la famiglia da diversi mesi ormai.

E’ da un anno che seguo il lavoro degli operatori del Centro HETA e della FANPIA ad Ancona. Ho assistito ai colloqui con le ragazze, agli incontri con i genitori, ai seminari sul metodo psicodinamico multidisciplinare, ho intervistato decine di pazienti e genitori, girato per le corsie del reparto di Neuropsichiatria Infantile del Salesi, parlato con i medici e i nutrizionisti, ho ascoltato decine di storie e mi sono reso conto dell’importanza di questo punto nevralgico di incontro tra le famiglie con Disturbi del Comportamento Alimentare e psicoanalisti, dietologi, medici, etc.

Parlo di famiglie con disturbi e non soltanto di individui perché: Una figlia che in silenzio, lentamente, si spersonalizza e muore, è un dramma che irrompe su tutta la casa con la violenza di un uragano (testimonianza di una madre). Questo è particolarmente vero per i disturbi in età adolescenziale quando ancora si condivide la vita con i familiari e i percorsi figlio-genitore rimangono intimamente intrecciati tra loro.

Il problema però è quello di raggiungere coloro che ancora non sono venuti a conoscenza dell’esistenza del problema o che addirittura rifiutano di consultare un centro di sostegno e di aiuto, specifico per i DCA, che dagli altri si distingue proprio per questa specializzazione, che offre una terapia ad personam, un lavoro di sostegno che accompagna le famiglie in modo attivo alla risoluzione di questo problema, ad evitare tragedie.

E’ per questo che è importante produrre e distribuire un documentario di questo tipo. Promuovere una cultura è un impegno sociale, un’opera che può preservare moltissime famiglie dalla disgregazione e salvare vite. Un film su questo tema ha la forza di non perdere mai di attualità e di durare attraverso le generazioni.

Mi occupo di produzione e regia di documentari dal 2008. A maggio 2014 ho realizzato Young Syrian Lenses con Filippo Biagianti, un film che racconta la guerra siriana dall’interno, occupandomi principalmente della sopravvivenza dei civili nella Aleppo Ribelle. Il film ha superato la centesima proiezione cinematografica, in Italia, Giappone ed India, oggi viene utilizzato come materiale divulgativo sul conflitto dalla UNHCR e dalla Croce Rossa Internazionale. Credo fermamente nel valore sociale del documentario come genere di divulgazione di massa.

Tutti i miei lavori sono basati sul valore dell’esperienza, è questo che li distingue, e fa sì che lo spettatore si trovi dentro la realtà che ho vissuto io in prima persona, per una profonda comprensione del tema che vada oltre la parola. Ho stabilito un rapporto estremamente confidenziale con le pazienti del centro in cui ho avuto la possibilità di effettuare le riprese e le interviste, conditio sine qua non per enucleare storie di vita così intime e personali, seppur così rappresentative di milioni di persone. Il filo che unisce questa mia ricerca con quella precedente in Siria è il mio interesse per chi resiste e lotta per migliorare le proprie condizioni. Anche quella delle protagoniste è una lotta. Una lotta contro una società che ci vuole in scatola, con un marchio e in bella vista su uno scaffale.

Ecco il primo filmato che con Filippo Biagianti abbiamo realizzato all’inizio di questa avventura. Non si vede nessun volto, proprio perché eravamo all’inizio di un rapporto e da lì siamo partiti per costruire una relazione di rispetto e fiducia.

da “it.ulule.com”

 

 

 

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