e-solo-la-fine-del-mondo-3-1024x576-702x336

È solo la fine del mondo

 

e-solo-la-fine-del-mondo

 

 

 

Jean-Luc
Era già malato di AIDS quando scrisse la sua pièce teatrale più famosa? Era sua quella famiglia provinciale, cacofonica e prigioniera di un complesso di inferiorità, dove il protagonista del dramma (lo scrittore Louis), trentaquattrenne, tornava per provare a comunicare la sua imminente morte? Jean-Luc Lagarce morì a soli 38 anni, cinque anni dopo la creazione, nel 1990, del suo dramma forse più noto intitolato Giusto Alla Fine Del Mondo (lo potete leggere dentro Teatro I, a cura di Franco Quadri, Ubulibri). Grandi fatiche in vita e poi grande successo in morte. A volte capita. Ora il suo corpus artistico fa parte della Comèdie Francaise e le sue opere teatrali vanno a ruba. È il secondo drammaturgo francese più portato in scena dopo Molière. Non male. In Italia è arrivato negli ultimi anni grazie al Piccolo di Milano dove si è interessato a lui nientemeno che Luca Ronconi. Giusto Alla Fine Del Mondo parlava della sua vita e, anche, della sua morte (controllate l’età tra lui e Louis). Nato in provincia (Héricourt), doveva aver provato sulla sua pelle il distacco dalla famiglia con tutte le conseguenze del caso (Parigi è un tradimento?). Un artista gay malato di Aids torna a casa dopo tanti anni, dodici per la precisione, di lontananza.
È possibile parlarsi o il volume del risentimento sarà troppo alto?
E il cinema? È possibile adattare tutte queste parole dentro l’immagine?

Xavier
Ventisette anni, canadese, gay, enfant prodige. Xavier Dolan è uno dei registi più discussi e amati attualmente in circolazione dentro il circuito arthouse dei Festival. Prolifico (questo è il sesto lungometraggio), premiatissimo (cocco di Cannes fin dai tempi di J’Ai Tué Ma Mère nel 2009; ignorato clamorosamente a Venezia per l’unica volta in Concorso con Tom À La Ferme nel 2013), cinematograficamente onnivoro (adora sia Titanic che Lezioni Di Piano che il cinema di Michael Haneke) e pronto al grande salto in lingua inglese per l’attesissimo The Death And Life of John F. Donovan con Kit Harrington, Jessica Chastain, Susan Sarandon e Kathy Bates. È lui il regista che ha deciso di adattare per il cinema la difficile pièce di Lagarce, stimolato dall’attrice amica Anne Dorval, protagonista del suo maggiore successo Mommy (2014).
Risultato?

Disco Inferno
I dialoghi spigolosi di Lagarce diventano una maestosa opera rock dove i primi piani di Vincent Cassel (fratello incazzato), Nathalie Baye (mamma ipertruccata), Léa Seydoux (sorella trucida), Marion Cotillard (cognata imbarazzata) e Gaspard Ulliel (scrittore di ritorno a casa) sono come degli imbizzarriti riff di chitarra elettrica che galoppano veementi lungo tutto lo spettro delle emozioni. Si parla in continuazione in questo film ma allora come mai ci è sembrato di vedere una lotta nel fango fisicamente stordente? Louis (Ulliel) rivede la sua famiglia dopo tanti anni anni e i suoi parenti cominciano un cacofonico assalto verbale nei suoi confronti. Fine della trama. Come si possono girare dei dialoghi come se fossero delle scazzottate? Come si può trasformare un film d’autore in un action movie più coatto, elegante, drammatico e divertente di un primissimo Jean-Claude Van Damme? Come fai a concepire un drammone trasudante però senso dell’umorismo suo malgrado (questo è forse l’aspetto dell’arte di Dolan più prezioso e originale)? Come puoi dirigere un film di impostazione teatrale che però sembra Indiana Jones? Chiediamocelo perché non sappiamo come fa… ma sappiamo che Xavier Dolan lo fa. Incessantemente.
Come un martello pneumatico che profuma di rose.

Conclusioni
La musica è tutto (dai Blink 182 alle esuberanti sinfonie del compositore di fiducia Gabriel Yared), i primi piani sono pura erotizzazione della recitazione (mai stucchevole però; come cavolo fa???), il tempo del presente un incalzante concerto vissuto in prima fila mentre i flashback nella mente del malaticcio Louis diventano uno struggente viaggio nella memoria dove capisci che lui si è perso e dove senti che lui vorrebbe tornare (il fratello lo portava sulle spalle; ora gli vuole spaccare la faccia).
La sorella lo rimprovera perché potevano essere anime gemelle. Il fratello è dilaniato dal complesso di inferiorità. La mamma cerca un equilibrio poetico nella saggezza politica.
La cognata (siamo noi) li guarda atterrita e forse… è l’unica che capisce che il ritornante è un morto che cammina.
Louis tace sempre.
Noi no: “È UN CAPOLAVORO“.
Urlandolo a squarciagola.

Voto: 4,5 / 5

Francesco Alò, da “badtaste.it”

 

 

Dopo aver ammaliato il mondo intero con le sue pellicole, Xavier Dolan mette le mani su una piece teatrale. Il titolo è Juste La Fin Du Monde e gli viene suggerita da una delle sue attrici migliori: Anne Dorval.

”Quella volta mi aveva parlato di una pièce straordinaria che aveva avuto il piacere di interpretare intorno al 2000. Mai, mi raccontava, le era capitato di dire o di interpretare delle cose scritte e pensate in quel modo, espresse in una lingua così fortemente particolare. Era convinta che dovessi leggere assolutamente quel testo, conservato nel suo ufficio, con tutte le annotazioni da lei scritte dieci anni prima: annotazioni sull’interpretazione, sulle posizioni in scena e altri dettagli scritti al margine dei fogli. Così mi sono portato a casa quel fascicolo imponente, stampato su fogli A2.”

Una lettura che non conquista sin da subito il giovane regista, ma che tornerà a considerare qualche anno più tardi:

”Più o meno a pagina 6 ho capito che sarebbe stato il mio prossimo film. Il mio primo in età adulta. Finalmente ne capivo il testo, le emozioni, i silenzi, le esitazioni, l’irrequietezza, le inquietanti imperfezioni dei personaggi descritti da Jean-Luc Lagarce. A discolpa della pièce, non credo che all’epoca mi fossi impegnato a leggerla seriamente. A mia discolpa, credo che se anche ci avessi provato, non sarei riuscito a capirla. Il tempo sistema le cose. Anne, come sempre o quasi, aveva ragione”.

La trama narra le vicende di Louis, un giovane scrittore deciso a tornare dalla propria famiglia per annunciare una notizia importante e affrontare le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima.

Se c’è una cosa che a Dolan riesce davvero bene è sicuramente quella di farti entrare in sintonia con i personaggi. Respiri le loro paure, entri nella loro mente e ascolti i loro pensieri più profondi. Una pellicola che oltre a regalare un’atmosfera malinconica, si avvale di prove attoriali davvero intense. Una sorprendente Marion Cottilard, un Vincent Cassel che non delude e una Lea Seydoux pienamente a suo agio. Una rappresentazione dell’incomunicabilità. Un film che ci fa capire come a volte si possa dire tanto, ma senza aver comunicato pienamente, quanto sia importante lasciare spazio alle emozioni e accettare la realtà. Dolan dirige il tutto con una maturità incredibile, dimostrando, ancora una volta, di essere uno dei registi più talentuosi degli ultimi anni.

La colonna sonora (ormai marchio importante) passa da Dragostea Din Tei a Natural Blues di Mobi. Tonalità pop che riescono a regalare scene suggestive e che rimaranno impresse nella mente dello spettatore. La sensazione finale sarà quella di aver assistito a uno spettacolo per certi versi disorientante, che ha bisogno di tempo per essere compreso. Un pugno allo stomaco, una sensibilità e una tristezza che vi accompagnerà per qualche ora, ma la consapevolezza di aver assistito a un qualcosa di immedesimante.

Simone Martinelli, da “lascimmiapensa.com”

 

 

 

Louis (Gaspard Ulliel) manca da casa da ben dodici anni. Scrittore e sceneggiatore affermato, decide di tornare per un motivo tanto semplice quanto devastante: annunciare la sua morte. A casa lo aspettano la madre (Nathalie Baye), la sorella Suzanne (Léa Seydoux), il fratello Antoine (Vincent Cassell) e la moglie di quest’ultimo, Catherine (Mario Cotillard).

C’è tanto Dolan sin dalla primissima sequenza, un’introduzione che reca uno specifico marchio di fabbrica, giocato su immagini sfocate e l’elegante brano che ti aspetti. A casa fervono i preparativi, mentre tutti si domandano come mai il figliol prodigo decida di tornare improvvisamente a casa. Chiaramente Louis non ha fornito alcun indizio, e a quanto pare nemmeno lui ha le idee chiare: «non so quando glielo dirò, magari dopo il dessert…», comunica ad una persona per telefono.
Tutto si può dire a questo Dolan, che peraltro lo si aspettava al varco, ma non che il suo Juste la fin du monde abbia poco da dire, risolvendosi nel mero esercizio di stile dolaniano auto-incensante. Vero è che, pur affidandosi per la prima volta a materiale non suo, il regista canadese lo adatti a sé stesso, facendolo a conti fatti diventare una delle sue possibili storie. In questo senso potrebbe trattarsi di un nuovo Dolan: per la prima volta parla al futuro, specula su come potrebbe essere anziché descrivere situazioni specifiche che ben conosce. Suppongo fosse arrivato il momento di sottoporsi ad un simile banco di prova; senza però pretendere che smettesse il proprio abito, ché chi l’avesse anche solo per un attimo pensato sarebbe un illuso.

C’è amore in Just la fine du monde. Tanto amore. Un melò nostalgico, come se ne facevano decenni addietro, declinato però secondo un’idea di cinema molto chiara, pop, che passa da menzioni come Blink 182 e Haiducii, flashback sempre più parte integrante della poetica di Dolan, ed un’esasperazione emotiva che quest’ultimo si porta dietro dal suo primo I Killed my Mother. Anche qui, si passa da 0 a 100 in pochi secondi: la famiglia descritta in Juste la fin du monde è sfasciata, atomizzata, forse in modo irrecuperabile. Ma proprio per tutte queste cose è viva.

Non si può glissare così impunemente sul lavoro operato in termini di linguaggio peraltro: così come il formato di Mommy assolveva ad un compito specifico, la collezione di primi piani stretti e senza profondità di campo dice più di quanto se ne sarebbe ricavato spiegando: il vero peccato sta nell’essere così ripiegati su sé stessi. Non è che Louis fatica a trovare il momento giusto per dare La notizia, è solo che evidentemente a nessuno interessa sentirla, così presi come sono dalle proprie paure, ambizioni, rimorsi, rancori. L’unica è Catherine, la quale, non a caso, è un’estranea. Ma anzitutto è una donna che comprende la situazione, e l’intesa tra lei e Louis, inizialmente impacciata, rappresenta una delle cose che più scaldano il cuore in questo film.

Mi pare tra l’altro che, più che a film precedenti, il collegamento più sensato sia da stabilire col videoclip che Dolan ha girato nel 2013 per gli Indochine: quella che sperimenta Louis è una sorta di passione in vista della sua personale crocifissione, accettata rassegnazione ma senza odio. Forse Louis sa di non poter pretendere troppo dai suoi familiari, sia perché si rende conto che in fondo non è cambiato nulla, sia perché nemmeno lui è esente da colpe, su tutte quella di averli abbandonati. In questo senso sì, è un nuovo Dolan, più maturo, che comincia a mettersi timidamente in discussione. Sarebbe troppo chiedere di scrollarsi totalmente di dosso un certo egocentrismo, ma l’impressione è che Xavier stia crescendo anzitutto come uomo, di conseguenza come cineasta.

Si veda il personaggio di Cassel, incazzoso, a sua volta infantile, eppure tutt’altro che superficiale. Il rapporto tra Antoine e Louis è toccante in quanto alimentato da un sentimento viscerale, che mescola amore e odio al contempo: non è un caso se uno dei momenti più emotivamente carichi è costituito da un flashback in cui i due, anni e anni prima, giocano insieme. Perciò Dolan, che si è imposto anche e soprattutto per la sua capacità di raccontare l’universo femminile, sebbene attraverso la figura materna, in quella maschile non scorge più la mera minaccia (Tom à la ferme) bensì quella parte con cui doversi riconciliare per poter tornare a respirare. Per sperare, come dice all’inizio, di essere finalmente «padrone della propria vita».

La questione di fondo è questa: Louis non è in cerca di alcun cambiamento, specie adesso che di tempo non ne ha più. Le ragioni per cui vuole riavvicinarsi sono certamente pure egoistiche, eppure, tra un silenzio e l’altro, il protagonista cresce in consapevolezza, dando ancora una volta ragione alla madre quando a tutti tende una mano, sebbene nessuno riesca ad accorgersene.

Certo, Juste la fin du monde tende a soffrire del suo formato ridotto, perché questa è una storia che avrebbe respirato meglio nell’arco delle due ore e passa. Tuttavia l’intensità pensata da Dolan sembra non tollerare una maggiore diluizione, in qualche modo già contemplata: più di metà film si snoda attraverso conversazioni one-to-one, moderne confessioni in cui ciascuno dei personaggi si apre a Louis, chiedendo finanche consigli. In questi frangenti emerge un certo conservatorismo, un ripiegare in forme di narrazione dal ritmo molto cadenzato, che il regista prova a stemperare ora infilando un brano dei Blink 182 (I Miss You), ora alzando i toni della conversazione in maniera estemporanea.

Just la fin du monde è perciò un film a cui senz’altro manca qualcosa, un’ulteriore deviazione rispetto a Mommy, per un cineasta che dichiara espressamente di non volere ripetersi pur rimanendo fedele a sé stesso. Un processo, questo, che non può ad ogni buon conto lasciare indifferenti, malgrado le imperfezioni.

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

 

Quella raccontata dal canadese Xavier Dolan è una storia di grande dolcezza, circolare, avvolgente, di derivazione proustiana. Una dolcezza di tono restituita per intero dalle scelte di regia che creano una dimensione intima, e dalla recitazione di Gaspard Ulliel, timida e ritratta, oltre che dall’uso della sua voce fuori campo: quasi un flusso della coscienza bisbigliato, sussurrato, un flusso della coscienza come quelli degli ultimi istanti di una consapevolezza di morte. Eppure questo film è un inno alla bellezza della vita, a quello che si lascia prima di entrare nell’ombra, lasciando così dietro di sé un senso di serenità, di pace, di poesia.

“Dopo dodici anni di assenza, ho paura di tornare, di rivederli”, dice il protagonista, Louis, drammaturgo di successo. Questa paura si dichiarerà altre volte nel film. Tratto da una pièce del 1990 di Jean-Luc Lagarce, a sua volta drammaturgo francese di successo morto di aids nel 1995, a cui il film è dedicato, È solo la fine del mondo(gran premio della giuria a Cannes) è anche un ritorno sui luoghi della paura di ieri, l’aids, per meglio parlare di quelli delle paure odierne (altre malattie, come il cancro), ma anche di quel sentimento di paura verso tutto che oggi ci pervade, e che ritroviamo nella dichiarazione del regista al momento della presentazione del film a Cannes.

“Fare questo viaggio per preannunciare la mia morte, per annunciarla io stesso e dare a me e agli altri, per l’ultima volta, l’illusione di essere, ora che arriva la fine, di essere padrone di me stesso”, dice ancora il protagonista a se stesso, e quindi allo spettatore, in una sequenza in aereo ovattata e potenzialmente irreale. La camera gli è attaccata al volto, filmato di profilo o di tre quarti, enunciato formale dell’intero film. Dunque l’essere e la fine, o meglio, l’estremità. Come comportarsi con la propria famiglia, cioè con chi è alle origini della storia di un essere umano, quando si è consapevoli di essere giunti all’altra estremità della vita, a quell’estremità che appartiene a tutti noi? Come riuscire a dirlo ai propri cari che non si vedono da dodici anni? La dismisura proustiana nella ricerca del tempo perduto è rovesciata in una microapocalisse, in un dramma da camera di meno di due ore. Ma è l’apocalisse del mondo che metaforicamente è rappresentato dalla fine del proprio sé: tutto ruota intorno a Louis eppure tutto si blocca, tutto si disfa.
Un percorso dolce e crudele insieme che si rivela un vicolo cieco e che si sovrappone al vicolo cieco della vita
Nel suo viaggio verso la destinazione finale Louis ha intenzione di ritrovare e riportare con sé tutta la bellezza del sentimento della vita. Il suo è infatti un percorso dolce e crudele insieme che si rivela un vicolo cieco e che si sovrappone al vicolo cieco della vita. Se il tema trattato è grave, nessun luogo come un ambiente ristretto rende evidente l’ampiezza dell’estremità. Louis è prigioniero della propria angoscia, in questo micromondo quasi sempre filmato in penombra o in controluce. Eppure il microcosmo familiare, tutto di donne tranne il fratello maggiore, come detto gira per intero intorno a Louis.

Discussioni, sentimenti, litigi, pianti, tutto ruota intorno a Louis, quasi una divinità, un eroe antico che torna per l’ultima volta ma trova tutto mutato, ma al tempo stesso il bell’eroe è già nell’Ade. Come Ulisse da un lato, come Achille dall’altro. Difficilissimo il rapporto, nevroticamente, follemente, conflittuale con il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel), complicato ma invece sempre pieno di sentimenti delicati quello con la madre (Nathalie Baye), la sorella (Léa Seydoux), e con Susanne (Marion Cotillard) la moglie di Antoine, conosciuta in quest’occasione. Louis è ritratto, distante e partecipe a seconda dei momenti, e la dolcezza del volto di Ulliel, ex fotomodello già visto come attore protagonista nello splendido Saint Laurent di Bertrand Bonello (inedito in Italia), è certamente il più perfetto di tutti in mezzo a queste recitazioni perfette: domina senza dominare, assorbendo tutti i colpi quasi in silenzio, come un piccolo Cristo in una piccola via Crucis. Fondamentale anche il suo parlare, e consigliamo caldamente la visione del film in lingua originale.

Della spazialità potenziale della vita qui non c’è quasi traccia, nemmeno del tentativo del giovane protagonista di Mommy (2014), precedente capolavoro del regista, dove almeno si tentava di allargare il quadro del formato cinematografico facendolo equivalere a quadro dell’orizzonte, in una sequenza semplice quanto unica in tutta la storia del cinema. Salvo una sequenza in auto, un motoscafo sfreccia lungo il fiume nella natura verde, e volti, sguardi maschili ambiguamente s’incrociano, suggerendo, come poi in momenti successivi, l’identità di Louis. Ma Louis è ormai distante da tutto. Poi ancora una sequenza in auto con il fratello, dove girano senza girare, così come parlano senza parlarsi, altro vicolo cieco.

L’arte dei volti
È solo la fine del mondo è un film a tratti quasi senza suono, atonale, o composto da immagini quasi fotografiche, estatiche, immobili, congelate. Se il cinema, rispetto al teatro, è arte dei volti, questo è un film paradigmatico. E rivela una delle sequenze più belle viste al cinema quest’anno. Con in sottofondo una musica di archi, Susanne guarda Louis con immensa dolcezza, lui china la testa, poi lei la rialza: emerge uno sguardo d’immensa tristezza, e lei capisce. Un minuetto in verità fatto di sfumature, rispetto a quanto scriviamo, di momenti e movimenti delicati. Tutto è negli sguardi, nei volti.

La musica in questo film sottolinea in maniera lirica i momenti di distanza dal tutto della vita per meglio ravvicinarla: è questo a farne, malgrado le apparenze, un film natalizio. Se è vero che gli artisti non sempre forniscono antidoti espliciti a quanto registrano auscultando il mondo, è vero anche che riescono a farlo malgrado loro, suggerendo nelle loro opere quegli elementi del mondo circostante che sono da isolare per meglio osservarli e trovare da noi le soluzioni. Quando Louis accarezza con dolce sensualità gli oggetti nella sua cameretta, ormai un museo in penombra di vestigia di una vita che fu, parte un flashback di un amore che fu. Si è impossibilitati a dire l’essenziale, a esplicitarlo: “Non diciamo nulla d’importante, parliamo soltanto”. Eppure, come abbiamo visto, l’essenziale è comunque detto. “Rimpiango il tempo perduto, che abbiamo perduto, che ho perduto”, dice in un dato momento Louis. Il film è tutto lì, la vita è tutta lì.

Francesco Boille, da “internazionale.it”

 

 

 

Solo il Natural Blues finale di Moby (“Oh Lordy, trouble so hard”) riesce a calmarci dal corpo a corpo continuo che ci impone Xavier Dolan in questo sofferto, vitale e sanguinante È solo la fine del mondo. Corpo a corpo con un testo ripreso da una commedia canadese anni ’90 di Jean-Luc Lagarce, che ci riporta proprio gli umori di quel tempo, ma anche corpo a corpo continuo tra i personaggi coinvolti, una famiglia che scoppia, un figliol prodigo che viene per rivelare un qualcosa di definitivo e si vede travolto. E corpo a corpo con un tipo di cinema che non può che dividere. Da amare o da odiare. Perché c’è chi non sopporta il concentrato di narcisismo maniacale che Dolan propone coi suoi protagonisti, un narcisismo che diventa sempre un concentrato di genialità, di malattia, di autocommiserazione di chi non si sente mai abbastanza cresciuto o amato. Certo, possiamo vederlo anche come pura messa in scena teatrale di rapporti conflittuali tra chi è cresciuto negli anni fluidi di Moby. Ma Dolan, coi suoi già 27 anni, non ci propone mai solo questo. Pretende di più dai suoi spettatori, dai suoi personaggi e da se stesso che un bel drammone recitato da attori strepitosi come Vincent Cassel, Léa Seydoux, Marion Cotillard. Nel ritorno a casa dopo 12 anni di assenza di un geniale autore teatrale malato, Gaspard Ulliel, che cerca la forza di comunicare la sua imminente fine alla madre svalvolata, Nathalie Baye, e ai fratelli, leggiamo anche una sorta di auto-messa-in-scena di Dolan e delle proprie paure dopo tanti film di successo. Alla fine si serve del suo narcisismo per un gioco infinito di rimbalzi di colpe e di flagellazioni, nel quale non può esistere vincitore. Se il figliol prodigo è tornato a casa per ricevere l’amore dei suoi cari, ha sbagliato di grosso, visto che il suo arrivo provoca solo le reazioni più disperate del fratello Antoine, Vincent Cassel, e della famiglia. Reazioni di quelli che sono rimasti nel buio di una vita senza avvenire, da cui lui è riuscito a scappare. Per ricostruire un testo dove tutti si urlano addosso, Dolan frammenta dialoghi e storie personali. Basteranno pochi accenni o rimandi o non detti per scatenare l’inferno.
Più che al teatro filmato di Fassbinder, nella frantumazione delle immagini e dei primi piani dei personaggi, Dolan sembra riprendere la lezione di John Cassavetes. Nessun campo-controcampo, impasto continuo di voci, frammenti di occhi, orecchie, nuche. E nessuna riconciliazione moralistica. Gran Prix a Cannes 2016.

Voto: 4 / 5

Marco Giusti, da “rollingstone.it”

Da dodici anni Louis, drammaturgo affermato, è lontano da casa. Si è chiuso la porta alle spalle e non è si più voltato indietro. Ma adesso Louis sta morendo e a casa ci vuole tornare. Imbarcato sul primo aereo, rientra in seno alla famiglia che lo attende tra premurosità e isteria. Sulla soglia lo accoglie l’abbraccio di Suzanne, la sorella minore che non ha mai visto crescere, Antoine, il fratello maggiore che si sente minacciato dal ritorno del fratello che aveva monopolizzato l’attenzione dei genitori durante tutta la sua infanzia, Catherine, la cognata insicura e mai conosciuta che esprime le sue verità balbettando, la madre, affatto preparata al ritorno di un figlio mai compreso. Adesso che Louis è tornato lei vorrebbe tanto che le cose funzionassero, che i suoi figli trovassero le parole per dirsi ma nessuno dice e tutti sentenziano. Nessuno sa più niente dell’altro, la morte si appressa e la voce per annunciarla si spegne su un indice che chiede il silenzio.
C’è qualcosa di dissonante nel sesto film di Xavier Dolan, qualcosa che si avverte subito perché è la traccia sonora più riconoscibile del suo cinema. Abitato da attori tutti francesi, È solo la fine del mondoperde l’accento quebecchese e parla letteralmente un’altra lingua, una lingua differente. Bloccato come il suo protagonista nello scarto temporale tra l’intenzione di rivelare una (brutta) notizia e l’impossibilità di farlo, È solo la fine del mondo conferma l’equilibrio (sbilanciato) del cinema di Dolan tra intensità e irrisione, esuberanza e disperazione ma ripensa la sua ‘musica’, ‘suonando’ evidentemente la fine di una stagione artistica.
Da J’ai tué ma mère a Mommy è l’emozione complessa della vergogna, la vergogna di sé a separare da sempre i membri delle famiglia di Dolan che navigano a vista in querelle infinite. Con È solo la fine del mondo quella separazione è consumata senza appello in un’emorragia di parole quasi postume. Cerimonia degli addii in cui la ferocia s’impone sull’umorismo e la forza drammaturgica affonda nella pièce di Jean-Luc Lagarce, il film mette in scena un’impossibile riconciliazione familiare e chiude i conti col soggetto, convocandolo un’ultima volta in un interno e dentro il caos più assoluto in cui nevrosi, gelosie, frustrazione, rancori ma anche amore e ammirazione si mescolano.
Atto unico, baleno di disagio assoluto, arco di isteria incontenibile, È solo la fine del mondo annuncia la fine del mondo, la fine del sé-mondo, quello del protagonista e quello dell’autore che si fanno silenti. Perché gli altri non vogliono sentire, perché gli altri non possono sentire. Perché esiste un profondo sfasamento nel dramma, un’intimidazione reciproca tra chi ritorna e chi accoglie. L’uno è trattenuto, gli altri smodati nella perplessità che nutrono verso chi anni prima li ha ‘ripudiati’. Louis è già morto, un morto che torna tra i vivi tra cui non smette di sentirsi estraneo. Ma il film autorizza a pensare anche il contrario, che Louis, nonostante il male che lo consuma, è il solo a essere vivo in faccia a un’assemblea di spettri familiari, governati dalla madre di Nathalie Baye con le labbra rosse d’amore e le palpebre blu come il mare che la separa dal figlio.
Impianto teatrale che respira soltanto nella corsa in macchina dei due fratelli, È solo la fine del mondo si consuma intorno al tavolo e dentro le stanze. Sui volti, sugli sguardi e sui loro scambi scivola invece il dolore e il risentimento per il vuoto lasciato da quel figlio-fratello che un giorno è stato uno di loro. Nei primi piani, nei campi e nei controcampi, saturi di una necessità cinematografica, Dolan incrocia i pensieri ed emerge quello che i personaggi non riescono a dire nemmeno a se stessi. Le immagini sposano il ritmo delle frasi, delle intonazioni, dei colori, dei respiri, della luce che qualche volta si fa abbagliante, liberando torrenti di nostalgia e lasciando spazio alle tempeste della giovinezza, dell’amore, del sesso esploso nei flashback pop.
Addosso ai suoi incrollabili attori, su tutti Vincent Cassel, fratello maggiore collerico e frustrato che recita sulla brutalità di una sola nota, Dolan produce una drammaturgia di ritorno, fondata sulla retrospezione, che resta sterile sul piano dell’azione e lavora sulla semplice giustapposizione delle parti. Impossibile per Gaspard Ulliel, davanti alla famiglia, coro e tribunale insieme che attende la promessa di un domani condiviso, trovare la forza o anche solo il momento per prendere la parola.
Come nel primo Dolan, nessuno ascolta nessuno e tutti si parlano sopra sbraitando. Film greve a tutto volume, È solo la fine del mondo conserva qualche affettazione, l’uccello a cucù incarnato e stramazzato al suolo, ma testimonia soprattutto la maturità di un autore che riduce l’eccesso per afferrare l’anima nascosta di personaggi che abitano la dimensione irreparabile del già troppo tardi. Superato il confine il silenzio è l’unica soluzione. L’unica via d’uscita per Louis, figliol prodigo, e Xavier, enfant prodige, testimoni e narratori delle rispettive epopee intime di figli. Epopee nevrotiche che convertono l’ordinarietà della vita familiare in mito contemporaneo.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Questo potrebbe essere il film piu’ cinefilo di Xavier Dolan, se non fosse che il giovane asso canadese si rivolge ad una generazione che di cinefilia non vuole sentir neanche parlare.
Parole come melodramma, film da camera, riferimenti come Sirk e Fassbinder via Almodòvar, sono inutili ai fini di una riflessione che voglia davvero tentare di intuire qual e’ il linguaggio dell’unico vero autore di questo secolo.
E’ probabile che gia’ rivolgersi ad un universo in cui si parla ancora del concetto di film sia un errore, in un caso come questo. E allora di cosa parliamo quando parliamo di Xavier Dolan? Sono le definizioni stesse a mettere gia’ in crisi un immaginario come il nostro, ma la colpa sta chiaramente dalla nostra parte, va ammesso.

Se dovessi pensare ad un genere (altro errore gravissimo), penserei ad un action: il nostro eroe irrompe nella fortezza dei cattivi, li affronta uno ad uno a duello, alla fine dopo un ultimo impressionante scontro a fuoco, che infiamma anche i colori delle immagini, lascia cadaveri sul campo, si infila il cappello e se ne va all’orizzonte mentre parte un pezzo di Moby, di quelli che hai sentito in mille film d’azione, appunto. Ma al pubblico di fedeli di Dolan, e alle coordinate della sua pratica artistica, interessa davvero un discorso simile?
La risposta e’ ovviamente No, e poi cosi si tornerebbe a quella vecchia provocazione per cui Gabriele Muccino sarebbe bravissimo a girare degli action a Hollywood (mettetevi l’anima in pace, È solo la fine del mondo e’ un film mucciniano, per aggiungere altre definizioni senza senso).
Confesso di aver riguardato piu’ e piu’ volte la sequenza dello schermo che si “apre” su Wonderwall, in Mommy, mentre eravamo soliti mostrarla a gruppi di ragazzi 18-19enni in adorazione, per tentare di capire il mio scarto. Davanti a Juste la fin du monde ho sentito ancora una volta di essere fuori dai giochi, totalmente tagliato fuori da ognuna delle frasi utilizzate dai vari personaggi nel corso dei loro lunghi monologhi con il fratello/figlio “tornato dall’estero”: di cosa diavolo hanno parlato per un’ora e mezza, resta per me un mistero.
E rimane un mistero probabilmente anche per loro, il nostro ragazzo-meraviglia dietro la mdp e il suo adattamento 2.0 della piece di culto della letteratura sull’AIDS di Jean-Luc Lagarce, gli attori che hanno recitato quelle battute con un impegno di cui percepisci in ogni istante l’immensa fatica: per il semplice fatto che ancora una volta siamo noi che stiamo ponendo l’attenzione sull’aspetto sbagliato.

È solo la fine del mondo – vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes – e’ un film orribile, e non per colpa della decisione consapevole di affidare i momenti di sovraccarico emozionale a musica da luna park di villaggio estivo, ma e’ anche un’opera cruciale per capire una volta per tutte che questa forma orripilante di cinema salta agli occhi solo se continuiamo a fissarci e crucciarci appunto con le “forme del cinema” (che e’ come chiedersi se le canzoni alla base di Lemonade, operazione che da sola vale tutto il cinema di Dolan girato e futuro, siano effettivamente “buona musica”…).
Ma non funziona cosi, gli interminabili discorsi di confessione e chiarimento familiare che costituiscono l’ossatura del plot sono solo in realta’ una struttura ritmica di fondo a cui prestare un’attenzione distratta mentre ci si focalizza unicamente sul flusso di istanti, sensazioni, espressioni forzate su primi piani strettissimi di popstar francesi (chiamate qui per l’appunto piu’ e coerentemente per la loro gloria social che per quella dei set), immagini galleggianti accumulate sul solito jukebox eurodance, una concezione-spotify dell’atto creativo che procede per riproduzione casuale e puramente epidermica.
L’unica maniera per entrare in contatto con una concezione di narrazione e pensiero di cinema (cancella la parola cinema da tutto il pezzo!) simile si fa ancora chiara, ed e’ quella di concepire la latente potenza dell’attimo che dura giusto il tempo di bruciare in un lampo, come unica reale cellula di senso per lo spettatore e l’utente del 2016.
Una dimensione di presente continuo che trasforma la narrazione in una ricerca senza posa dell’artificio che possa far brillare ogni-singolo-secondo che decidiamo di perdere concentrandoci su quello che hai da dire e da mostrare. Sii sempre performante e rilevante, per favore, non sprecare neanche un baleno della mia attenzione, fai di tutto per evitare la trappola di finire nel passato, perche’ non c’e’ tempo da perdere, e si e’ gia’ perso tutto il tempo del mondo, e noi siamo rimasti indietro.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Scene di famiglia in un interno

Se partire è un poco morire, tornare può essere anche peggio. Il trentaquattrenne Louis, ormai scrittore di successo, torna dopo dodici anni nel suo originario nucleo famigliare. Perché se ne era andato, perché è tornato? Non tarderemo a sapere, a capire. Fin dal primo contatto, come in un feroce gioco di ruolo, tutti a turno si scagliano contro Louis, si alleano pro o contro lui.
Tutti giustificano, spiegano, aggrediscono, assolvono, chi vittima parzialmente ignara, chi accusatore sfrenato. Quelli che sono rimasti lo detestano perché ha osato sottrarsi, un nuovo membro della famiglia, la moglie del fratello maggiore è anche lei una pedina del gioco, vittima compiacente, troppo accomodante e cedevole. La colpa primaria va ascritta alla devastante Madre, che ha raggiunto un fasullo equilibrio che difende con tutte le sue forze a scapito di ciascuno dei figli. Non importa nulla di lui a nessuno, conta che abbia osato tornare e il suo ritorno è lì a dimostrare che sottrarsi si può e che la infelicità nel restare è solo responsabilità loro. Del tutto ignari del vero movente della visita di Louis, concentrati solo su se stessi nella protezione assoluta del loro scontento, i famigliari sembrano ciechi ossessi, che con violenza di diverso genere difendono un territorio devastato, che a loro sembra l’unico possibile. Gran dramma da camera, di una costante violenza sottesa, tratto da un lavoro teatrale scritto nel 1990 da Jean Luc Lagarce, morto di AIDS nel 1995, E’ solo la fine del mondo è diretto benissimo dal fin troppo osannato Dolan, 27 anni e 6 film. Eccelsa scelta musicale, come sempre nei suoi film, anche se a volta “sparata” con eccessiva invadenza nell’azione. Gran cast, ciascuno al suo meglio: Vincent Cassel, il fratello maggiore dall’astiosa e logorante brutalità; sua moglie è Marion Cotillard; Léa Seidoux la sorella e Nathalie Baye la madre, personaggio, ruolo, che sta molto a cuore a Dolan, come abbiamo visto dai suoi film precedenti. Penalizzato Gaspard Ulliel, fulcro delle azioni degli altri, che però esprime con i suoi silenzi riflessioni e ambasce. Il mondo “dentro” è finito irrimediabilmente, non c’è che il mondo di fuori, che non offre ripari. Più Dolan mette in primo piano i volti, più fa sbraitare i suoi personaggi, più fa loro vomitare fiumi di parole, più le verità si allontana, diventa irraggiungibile.

Voto: 7 /10

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

 

 

A Xavier Dolan si perdona quasi tutto. La spavalderia, la faccia da schiaffi, il narcisismo imperante, persino i suoi film meno riusciti. E’ solo la fine del mondo non ha la tensione da thriller di Tom à la ferme, né l’audacia formale di Mommy, girato in formato 1:1. Ma c’è tanto di Dolan nella passione per i dettagli, nella capacità registica già matura, nel saper innestare colonne sonore inusuali in determinati fili narrativi (un film sul dramma famigliare accompagnato da Dragostea din tei, la canzone più trash che i primi anni duemila ricordino, sinceramente non s’era ancora visto).

Il vero difetto di E’ solo la fine nel mondo risiede, più che altro, nella sceneggiatura. Tutti che si urlano contro, tutti che hanno reazioni spropositate: perché? Qual è il motivo che mette uno contro l’altro i membri di questa in realtà ordinaria famiglia canadese, nel cui seno il giovane drammaturgo Louis torna per annunciare la propria malattia, che porterà ad una morte imminente? Tra le litigate che si susseguono a volume sempre più alto, lo spettatore non riesce a capire il perché delle esagerate reazioni dei personaggi. Ci dev’essere qualcosa che non permette a questa famiglia di essere serena come vorrebbe: cos’è? Non tanto l’omosessualità dichiarata del figlio tornato a casa dopo anni, giacché i litigi tra i restanti membri della famiglia sembrano sempre strascichi di altre discussioni. Alla fine rimane un sentimento di insoddisfazione per non aver capito bene le dinamiche sottese al dramma.

Non sappiamo quanto di tutto questo è dovuto alla pièce da cui il film è tratto. Quello che sappiamo, però, e che abbiamo ammirato, è una Nathalie Baye in un improbabile completo amaranto, una Marion Cotillard mai così spaurita, un Gaspard Ulliel mai così tormentato mentre lotta contro la calura estiva. Laddove i titolisti italiani per una volta ci hanno azzeccato, i doppiatori combinano il solito disastro, aggravato dal fatto che E’ solo la fine del mondo è più un film di parola che di azione e situazione. Per fortuna che c’è la grande estetica dolaniana, che riesce incredibilmente a redimere la mancanza assoluta di eleganza – nessuno dei suoi personaggi è mai elegante nel senso classico del termine, guardate l’ombretto blu di Baye o come vanno vestiti i suoi attori sul set – in nome di una cifra stilistica, la sua, invece impeccabile. Dategli qualche anno, almeno un decennio di crisi spirituale, e sarà il regista per eccellenza.

Francesca Sordini, da “cinemamente.com”

 

“È solo la fine del mondo”, l’enfant prodige del cinema canadese Xavier Dolan torna nei cinema italiani dal 7 dicembre 2016 con Lucky Red.  Presentato a Cannes e vincitore del premio della giuria, il film è basato sull’omonima piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce, e sarà tra i rappresentati del Canada agli Oscar 2017 per la categoria: miglior film straniero.
Louis (Gaspard Ulliel) è uno scrittore malato terminale che torna dalla sua famiglia dopo 12 anni di assenza per annunciare la sua malattia. Al suo ritorno viene accolto dai membri della sua famiglia con reazioni completamente diverse. Nel fratello Antoine (Vincent Cassel) si riaccende la gelosia nei suoi confronti perché da sempre al centro dell’attenzione, la sorella minore Suzanne (Léa Seydoux) lo accoglie a braccia aperte anche se quasi non lo conosce, la cognata Catherine (Marion Cotillard) è talmente insicura da soffrire di balbuzie mentre la madre Martine (Nathalie Baye), è impreparata al ritorno del figlio ma al tempo stesso spera che in famiglia possa tornare il dialogo interrotto anni prima.

“È solo la fine del mondo“ segna, anche secondo l’autore stesso, un momento di transizione che mette da parte l’autoreferenzialità esagerata e il narcisismo adolescenziale, concentrandosi sullo studio di personaggi e sull’adattamento. Dolan è però ben lontano dal raggiungere la maturità artistica, e non è ben chiaro se sia consapevole del passo che sta compiendo. Il difetto preponderante del film è la sua complicata verbosità, ostica ad un pubblico meno paziente che potrebbe sentirsi frustrato data la mancanza di una linea narrativa. Non si capisce verso quale direzione stia volgendo la storia e, mentre ci si aspetta vada a parare da qualche parte, il tutto si rivela frustrante e fine a se stesso. Il lavoro di regia si sofferma infatti sulla direzione degli attori, al centro di un film che si nutre di personaggi e dialoghi. Le interpretazioni sono sentite e riescono a rendere i monologhi lunghi e verbosi poco noiosi e molto emozionanti. Il crescendo di follia ed esasperazione è efficacemente ritratto dai cinque interpreti, ognuno perfetto per il ruolo che interpreta. Magnetico e affascinante è Vincent Cassel, che con il suo odioso Antoine spicca e diventa il tassello intorno al quale si muove la vicenda.

Lo stile di Xavier Dolan subisce la più evidente evoluzione, nascondendosi dietro gli interpreti e la storia. La ricerca del bello e dell’estetismo estremo nelle inquadrature è meno preponderante, anche se rimane abbastanza evidente una ricerca fotografica, sia della luce sia nella scelta tecnica degli obiettivi. L’attenzione per il colore, per il formato e per i costumi si mimetizza e rende questo Dolan meno invadente e identificabile. Ciò nonostante, la forte vena pubblicitaria e musicale del regista si intravede a spiragli, esplodendo in brevi sequenze eteree, un connubio di immagini trascendenti e musica pop della più infima lega. Possono sembrare fuori contesto e eccessivamente diverse dal resto del film, ma sono incredibilmente potenti, con una forza visiva ed emotiva che il resto del film non riesce a dare in maniera così diretta. La struttura narrativa e la realizzazione di “È solo la fine del mondo“, ricordano fortemente il “Sussurri e Grida“ di Ingmar Bergman, con le sue fasi di personaggi che si logorano man mano, manifestando la loro follia e i loro caratteri in un trionfo di nevrosi famigliare (poetica ricorrente nel cinema di Dolan). Tutto ruota intorno ad una malattia sussurrata, mai manifestata, ma che aleggia sulla casa come un fantasma.

“È solo la fine del mondo” è una valanga di parole, strillate e non dette, che cercano di manifestare la frustrazione di una vita familiare logorata dall’egoismo. Gli ambienti scuri, le scene claustrofobiche e i primi piani costanti che annullano gli spazi, sono protagonisti di una messa in scena semplice ma organica al contenuto della storia. Non è un film facile, un’adattamento teatrale è sempre ostico in ambito filmico, ma Dolan riesce nel suo intento di rendere al cinema la piéce.

Voto: 8 / 10

Alice De Falco, da “darumaview.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog