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Captain Fantastic

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Alla Festa del Cinema di Roma sbarca “Captain Fantastic” di Matt Ross, in collaborazione con la sezione di Alice nella Città. Viggo Mortensen è padre di sei figli in questa commedia on the road, nella quale tenta una missione decisamente particolare.

Sei bambini e il loro padre vivono nella più selvaggia natura, isolati dalla società e immersi nei boschi incolti della Weast Coast. Cacciano per cibarsi, studiano libri di fisica quantistica e politica, sono tutti forti, intelligenti ma soprattutto liberi. La loro perfetta e selvaggia vita viene però interrotta dalla morte della madre e dal conseguente funerale. Le asprezze fra il suocero e Ben, impediscono a lui e ai suoi bambini di assistere alla cerimonia, finché insieme non decideranno di intraprendere la missione “salvare mamma”.

Tra le storie più belle e tenere degli ultimi anni, Captain Fantastic è un film del quale è difficile non innamorarsi. Semplice e scorrevole va diretto al cuore senza farsi sfuggire un mare di risate. Il bambino che è in noi si risveglia guardando quella vita che sicuramente tutti abbiamo desiderato: sei fratelli liberi nei boschi, autosufficienti e con un padre meraviglioso che dedica la sua vita all’educazione dei propri figli.

E’ proprio l’educazione il tema fondamentale della pellicola, dal quale si possono trarre conclusioni infinite. Il rifugio della famiglia dei protagonisti è un piccolo paradiso: un perfetto connubio tra Atene e Sparta, tra rapporto primordiale dell’uomo con la natura e il suo corpo, la supremazia dell’intelletto, il continuo esercizio di dialettica che mantiene viva una mente. I bambini di Ben sono quello che tutti i genitori sognano, il modo in cui sono stati cresciuti è, come citato nel film stesso, un’evidente tentativo di mettere in pratica lo Stato Ideale di Platone. Ma c’è un motivo per il quale già dall’età dei greci si sapeva che questa sarebbe stata un’utopia. Quali sono le conseguenze di una rigida e dura istruzione?

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Con un gioco di punti di vista, Captain Fantastic ci rende completamente consapevoli dei difetti di quelli che crediamo essere i più perfetti esseri umani. Ben, da eroe, padre modello e uomo dal grande coraggio, passa abilmente dalla parte del torto una volta che le sue forti convinzioni vengono messe in dubbio da un personaggio altrettanto fermo. Le sue tesi, che in un primo momento ci sembrano illuminanti, vengono sopraffatte dalle conseguenze delle sue azioni che portano il suo personaggio ad un cambiamento radicale. Una mutazione nella quale riassume le contraddizioni del suo precedente Io, per tornare poi in se stesso.

Un road movie su uno schoolbus adibito a casa, vede i geniali protagonisti crescere e avere a che fare con un mondo che non gli appartiene. Le reazioni, come è facile immaginare, sono esilaranti. I dialoghi forbiti e le assurde e incredibilmente colte affermazioni dei bambini servono da perfetto contrasto con la volgare società che li circondano. Da assurde proposte di matrimonio a spinose conversazioni sulla sessualità, ogni bambino ha un ruolo reciso, un archetipo che ricopre senza scadere nello stereotipo.

Tecnicamente non invadente, ma piacevolmente realizzato. La fotografia naturalistica, della quale la luce naturale è assoluta protagonista, avvolge i personaggi nelle giornate di sole, trasmettendo calore e serenità. La regia di Matt Ross in Captain Fantastic è invisibile e non invadente, lasciando agli interpreti spazio e libertà. Dal più piccolo dei bambini, ai figli adolescenti, i giovani attori sono tutti ugualmente sorprendenti.  Indimenticabili i piccoli e biondissimi Shree Crooks (Zaja) e Charlie Shotwell (Nai), che, in grado di esprimere la loro ingenuità e allo stesso tempo grande maturità, si dimostrano attori meravigliosi, nonostante la giovanissima età. Viggo Mortensen ricopre il suo ruolo con una sensibilità tangibile, con evidente dedizione ed aiutato da una fisicità che si sposa perfettamente con il suo personaggio. La sua evoluzione è la più dolorosa e la passione che mette nell’interpretazione ci aiuta ad identificarci con lui, soffrendo e commuovendoci allo stesso tempo.

Captain Fantastic è una meravigliosa commedia agrodolce, non scade mai nel banale e sorprende per la sua sensibilità. Una storia per bambini, un incrocio tra Peter Pan con i suoi Bambini Sperduti, “Una Scatenata Dozzina” e “Little Miss Sunshine”, che fa sognare e desiderare di fare parte di quel mondo. Il modo in cui è sceneggiata però la rende forse più per adulti, con dialoghi troppo acuti per essere apprezzati da un pubblico più giovane.

Voto: 8,5 / 10

Alice De Falco, da “darumaview.it”

 

 

 

Che bello sarebbe per chi il il 24 dicembre si affanna a comprare gli ultimi regali poter festeggiare il Noam Chomsky Day invece del Natale. Bene: sappiate che nei boschi dello stato di Washington, fra pareti lisce da scalare e bianchi teepee, c’è qualcuno che ha trovato il coraggio di farlo e che non è una versione aggiornata di un hippy peace&love&cannabis e nemmeno un vetero-marxista, un laico ad ogni costo o un “nuovo povero”. Certo, qualcosa del bon sauvage ce l’ha il padre di sei figli Ben Cash, che si chiama (nel titolo) come un supereroe pur essendo lontano dai favolosi protagonisti con mantello dei cinecomic. Perché, oltre alla cultura di massa, il vigoroso cinquantenne di cui parliamo ha rifiutato il junk-food, l’opulenza, la scarsa proprietà di linguaggio e la crassa ignoranza.

Che poi questo personaggio carismatico abbia il volto di Viggo Mortensen, che è artista poliedrico e uomo profondo, è solo un dettaglio che chiude il cerchio, che definisce la cifra e il mood di uno di quei film meravigliosamente indipendenti dai colori e dagli enfant prodige apparentemente alla Wes Anderson, ma in effetti meno iperrerale, meno cozy, e più radicale per esempio de I Tenenbaum, benchè strambo e sbilenco come il furgone su cui la bizzarra famiglia Cashviaggia verso la normalità.

Oggetto curioso nel suo mix di commedia, dramma e road-movie, di arificioso Captain Fantastic non ha nulla. E non va definito – come ha fatto qualcuno – un film per hipster medioborghesi che mangiano bio. E’ dura, infatti, la vita nella foresta (a caccia di animali)  della famiglia del “capitano mio capitano” dalla barba incolta. E’ vera inoltre, visto che è simile a quella che negli ’80 ha condotto Matt Ross in diverse comuni alternative. Soprattutto, è segnata dal continuo esercizio di una disciplina che dovrebbe essere imposta a chiunque: la cultura.

Ecco, Captain Fantastic è un’ode alla buona istruzione, ai libri, alla maniera giusta di essere intellettuali: senza ostentazioni, narcisismi. E’ un grande uomo in questo senso Ben, che un po’ come il film rivela però delle fragilità nel momento in cui entra in contatto con la civiltà, insieme di input superficiali. Quando il racconto, e con esso i Cash, si accostano al progresso, si fa strada insomma un’impasse anche narrativa, una stasi, una nebbia un po’ melmosa da cui Ross decide di lasciarsi avvolgere, esercitando il diritto di far evolvere, sì, il suo protagonista, ma di non scegliere né messaggi né soluzioni definitive. Perché il film, in fondo, nasce da un dilemma irrisolvibile: Platone va d’accordo con il Kentucky Fried Chicken? Il rifiuto del consumismo non rischia di trasformare giovani menti geniali e corpi dall’incredibile potenza cardiovascolare in dei freak? Ed è possibile oggi essere genitori sempre presenti?

Non c’è una risposta per queste domande che il regista pone senza giudicare. Nel suo apologo darwiniano, l’unica realtà plausibile è una “zona” a metà fra i compromessi del presente e il libero arbitrio e pensiero, nella speranza che nella democratica America si possa seguire un cammino lontano da quello suggerito dalle religioni organizzate, magari dando alle fiamme una bara al suono di “Sweet Child O’ Mine” dei Guns ‘n Roses.

Voto: 3,5 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Sappiamo molto bene che il cinema indipendente americano ama flirtare con il ruffiano, ama cioè guadagnarsi il favore del pubblico accostando lo strano e l’inusuale al tenero, fingendo di raccontare il deviante ne afferma il suo essere in realtà più normale del normale, riportando ogni stranezza nella rassicurante cerchia del noto. Stili e modelli di vita fuori dai canoni guardati con amorevole bonarietà. Non propriamente il massimo dell’onestà intellettuale. Captain Fantastic però è un nuovo standard in materia perchè parte dallo scenario più estremo per convolare al più canonico pretendendo di mantenere il fascino del ribelle.

Matt Ross dalla storia di un padre, 2 figli e 4 figlie tra i 6 e i 20 anni che vivono nella foresta come selvaggi, educati cacciando, esplorando, studiando e facendo festa in un tripudio di scienza e vita a contatto con la natura, arriva al massimo del convenzionale lungo tutto un film che non disdegna di barare come può a furia di umorismo, lacrime facili, luci e primi piani emotivi usati per coinvolgere.

È la morte della madre (separata dalla famiglia) dopo lunga malattia a spingere il nucleo selvaggio a tornare nel mondo civile, e ovviamente il contrasto con le abitudini della vita canonica del resto della popolazione creerà l’effetto comico e una presa di coscienza in tutti, affermando l’esigenza di mitigare quell’educazione con la vita sociale assieme agli altri.
Nella visione del film la società conformista è quella malata, che non accetta la diversità, incapace di ragionare e dotata di tutti i peggiori difetti. L’educazione ricevuta dai protagonisti invece è manifestamente superiore, non solo più forti e sani ma anche dotati di una capacità intellettuale maggiore. Al di fuori dalla società dei consumi, esterni ai media di massa, non contaminati dall’educazione canonica, lontani dal nozionismo e pieni di sani dubbi, i 6 fratelli uniscono l’ideale americano di Jeremiah Johnson (il contatto con la natura) ad uno sviluppo dialettico elevatissimo, invece che a Natale si scambiano i regali il giorno del compleanno di Noam Chomsky.

La profonda disonestà del film arriva però quando Captain Fantastic esibisce una superiorità all’interno dei canoni della stessa società che contesta. I 6 fratelli sono infatti più funzionali al mondo che non hanno frequentato rispetto agli altri. Non hanno diverse abilità e valori opposti a quelli del pubblico, non generano un sano dubbio in chi guarda con vere idee divergenti, non sono dei reietti perchè pensano e vivono in altre maniere, ma hanno solo trovato un’altra maniera di essere “i migliori” secondo i soliti canoni. Per quanto teneramente privi di doti sociali, dato l’isolamento in cui hanno vissuto, i protagonisti sono presentati al pubblico come figure modello con una tale ostinazione da sfiorare la propaganda, modello di ribellione che è invece il massimo dell’inquadrato e dell’accettabile: bravi ragazzi, dotati di valori sanissimi, obbedienti, rigorosi come dei militari e sapienti di una conoscenza da livello universitario. La vera devianza o la vera autonomia non sono nemmeno immaginate.

Ancora più a fondo in questo film, che non a caso ha riscosso grandissimo successo di pubblico, Matt Ross è proprio con le armi del cinema che bara per ottenere i favori del pubblico. Luci soffuse, tavole imbandite di cibi colorati, cover melodica di Sweet Child O’ Mine, carrello lento e tutto l’armamentario degli spot, sono i modi in cui inquadra i suoi personaggi, cercando sempre di metterli nel favore migliore. Per raccontare quello che dovrebbe essere un mondo alternativo al nostro lo propone nella stessa maniera in cui si vendono i cereali da colazione. Un film fieramente al di fuori del sistema che di fatto smercia ipocrisia travestita da cinema di protesta, contrabbanda al pubblico il conformismo affermando che sia devianza.

Perchè alla fine non è davvero questione di essere in accordo o meno con le idee di Captain Fantasticma dell’onestà di questo film talmente povero da dover barare, talmente vuoto da dover fingere. Cineasti eccezionali come Spielberg, Eastwood o Zemeckis raccontano storie ancora più inquadrate nei valori canonici, ma non lo nascondono, anzi! Questo significa essere onesti e fare cinema con serietà. Dall’altra parte registi e autori realmente anticonformisti ce sono e non hanno niente a che vedere con questa dolcezza. Harmony Korine, Nima Nourizadeh, Larry Clark, Andrea Arnold oJared Hess, in diversi generi e diversi registi hanno molta più onestà di un film come questo, non cercano di “vendere” un altro modo di essere accettati ma raccontano chi non lo è senza fargli sconti.

Voto: 3,5 / 5

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Il cinema indie americano torna a pennellare strambe famiglie cinematografiche con Captain Fantastic, secondo titolo da regista dell’attore Matt Ross capitanato da un eccellente Viggo Mortensen. Presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione autonoma e parallela Alice nella Città, il film sembrerebbe solo in apparenza scimmiottare un certo tipo di cinema velatamente ‘wesandersoniano’, delineando i lineamenti di una famiglia decisamente fuori dalla norma.

Nel cuore delle foreste del Pacifico Nordoccidentale, Ben Cash cresce i suoi sei figli il più lontano possibile dall’influenza della moderna cultura consumistica, tanto da non festeggiare il Natale bensì il ‘Noam Chomsky Day‘, in onore del linguista, filosofo, teorico della comunicazione e anarchico statunitense. Da sempre, ovvero da quando i bimbi sono nati, questo ‘fantastico’ padre li educa seguendo le rigide regole della natura. I ragazzi, che hanno nomi volutamente inventati in quanto ‘unici al mondo’, mangiano quasi esclusivamente quel che cacciano, conoscono le regole base della medicina, ricevono armi in regalo, sanno trattare il pellame, conoscono sei lingue (compreso l’esperanto), suonano strumenti vari, sono dotati di una resistenza cardiovascolare e muscolare da atleti provetti, citano Marx, approfondiscono studi antropologici, hanno una mostruosa preparazione sui testi classici, ascoltano solo musica classica, non dicono mai bugie ed esprimono opinioni sempre e solo articolate (bandite parole come ‘interessante’). “Re filosofi”, apparentemente, se non fosse che una tragedia, ovvero la morte della madre malata, li costringa ad abbandonare questo paradiso platoniano per riabbracciare il tanto odiato mondo esterno, visto il funerale da loro mai avallato ma voluto dai ricchi genitori di lei. Ed è qui che Ben, per la prima volta in vita sua, inizierà a dubitare della propria figura genitoriale.

C’è dichiaratamente dell’autobiografico, in questa seconda fatica registica di Ross, cresciuto nelle comuni della California del Nord e nell’Oregon, senza televisione e senza tecnologie di alcun tipo. Qui anche sceneggiatore, il regista ha saputo trattare con grazia un tema quanto mai scottante, legato all’essere genitori al giorno d’oggi. Questo padre solo apparentemente fautore delle libertà, ma in realtà chiaro ‘dittatore’ nell’indirizzare i comportamenti dei figli, comincia a chiedersi se li abbia realmente educati alla vita. Spaventosamente acculturati, fisicamente preparati e clamorosamente educati, i 6 pargoli hanno infatti seri problemi di socializzazione e di condivisione con il mondo esterno. Il mondo reale, che si trova fuori dai boschi, che indossa Adidas e Nike, gioca alla Playstation, guarda la tv, mangia nei fast food e non ha bisogno di uccidere, squartare e cucinare un cervo per saziare la fame. La parabola dipinta da Ross, che vedrà papà Viggo in viaggio con i figli a bordo di un vero e proprio scuola/casa/bus, è da questo punto di vista perfetta, perché da una parte estremamente divertente e dall’altra effettivamente chiara nell’esplicitare gli eccessi e soprattutto i limiti di una simile educazione.

Fortemente emozionale e probabilmente eccessivo nell’andare incontro a determinate evoluzioni narrative (legate in particolar modo all’ingresso in scena dei nonni materni e ad alcune forzate esagerazioni comportamentali dei sei ragazzi), Captain Fantastic attacca esplicitamente la società americana odierna, vista non solo come perfetta rappresentazione del più sfacciato consumismo ma anche come fallimento educativo dal punto di vista scolastico, vedi l’ignoranza media che serpeggia tra i diplomati e i laureati a stelle e strisce. I figli di Viggo, istruiti a casa da mamma e papà, sono non a caso dei piccoli geni che citano a memoria la costituzione americana, per poi farsi forza al motto ‘potere alle persone, resisti al potere‘.

Mortensen, accusato da due dei figli maschi di aver creato dei ‘mostri’, dei fenomeni da baraccone che nulla sanno dalla vita reale (quella che non si legge sulle pagine di un libro ma che si tocca con mano giorno dopo giorno, stando tra la gente e con la gente), non è altro che un padre assalito dai dubbi e dalle responsabilità, come qualsiasi altro genitore sulla faccia della Terra. Un papà un po’ hyppie e un po’ ‘supereroe’, perché in grado di crescere sei figli in totale solitudine dopo la morte dell’amata moglie, e dal fantastico senso di adattamento, in quanto capace di cambiare idea e posizione dopo oltre 10 anni di assoluta e cieca dedizione nei confronti di un’educazione visibilmente estrema. Per il bene della propria prole, come in qualsiasi famiglia ‘normale’.

Voto: 7 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

 

Ha raccolto premi in diversi festival mondiali, tra cui il Premio del Pubblico all’ultima Festa del Cinema di Roma e si appresta a diventare uno dei migliori film dell’anno conquistando il cuore degli spettatori: stiamo parlando di Captain Fantastic e del suo indimenticabile Viggo Mortensen. Diretto da Matt Ross, il film vede come protagonista Ben e i suoi sei figli vivere in una foresta del Nord America per una scelta di vita fatta insieme alla moglie. I ragazzi, che hanno dai cinque ai diciassette anni, si allenano quotidianamente sia fisicamente sia intellettualmente, ma quando una tragedia colpisce la famiglia, sono costretti ad abbandonare il loro rifugio sicuro e a confrontarsi con la realtà. Captain Fantastic è un film che lascia il segno proprio per il tema che racconta, molto più profondo di quanto sembri all’apparenza, dimostrandosi una commedia visionaria ed eccentrica che non perde occasione di esaltare il conflitto tra natura e cultura, supportato anche da una sceneggiatura estremamente intelligente e, perché no, commovente. Tra indie, on the road e vintage, Captain Fantastic costruisce un proprio universo anticonformista dove una famiglia vive cacciando, studia e legge, festeggia il compleanno di Noam Chomsky e pratica diverse prove di forza per sopravvivere alla natura o, più semplicemente, alle difficoltà della vita. Ma quando si scontrano con la “normalità”, tutti i pregiudizi vengono meno. Inizia così un viaggio emotivo che vede il personaggio di Ben scontrarsi con una realtà che aveva temuto per i suoi figli, ma che, in egual modo, elogia le sue scelte. A prevalere, infatti, è un confronto intellettuale e culturale tra due mondi diversi ma inconciliabile già in partenza. Ed è proprio questo il tema che Ross approfondisce con una sensibilità estrema, senza però giudicare quale metodo sia più idoneo, soprattutto ora che la tecnologia ne è padrona. Probabilmente la via di mezzo è un giusto compromesso, ma il film vuole evidenziare un percorso di crescita personale che porta ad una riflessione non indifferente anche per lo spettatore più scettico che non può non rimanere ammaliato dall’esuberanza di Ben e della sua famiglia. E Viggo Mortensen, in questo, regala una delle sue performance più sincere e sentite, accompagnato da un cast che funziona alla perfezione, capitanato da un George MacKay – Pride, 22.11.63 – ormai in rampa di lancio. Captain Fanstastic, quindi, è un film che emoziona, diverte e commuove, ma che inesorabilmente lascia dietro di se diversi interrogativi: utopia o realtà? Follia o genialità?

Martina Farci, da “cinema4stelle.it”

 

 

“Preferisci festeggiare un elfo dalle orecchie a punta o il più grande filosofo vivente?” Il ragazzino vorrebbe l’elfo, pure Babbo Natale che con l’elfo ben si accompagna. Ma il genitore, come tutti i libertari, è inflessibile. Bandite le feste tradizionali – le stesse che sotto il nuovo presidente Donald Trump torneranno senza timidezze al centro della scena – celebra il “Noam Chomsky Day” in onore del grande linguista (stentiamo a chiamar filosofo uno che in materia di politica americana e di Israele pare aver imparato la lezione dai grillini). Papà Viggo Mortensen non accetta repliche anche su altri articoli di fede: le cattive multinazionali, i nemici che inquinano l’acquedotto, i giornali che tacciono le scomode verità. Convinto che ognuno debba procacciarsi la carne per il suo consumo personale, regala coltelli da caccia ai ragazzini (avvolti negli stracci, anche la carta da regalo è strumento demoniaco) e organizza riti di passaggio con interiora di cervo appena calde. Più farlo perché vive in una capanna nella foresta, seguendo gli insegnamenti di Henry David Thoreau. Non hanno una mamma i sei ragazzini costretti a memorizzare pagine dal “Capitale” di Marx, a leggere rispettando una tabella di marcia, a commentare “Lolita” come se fossero Harold Bloom, a non poter dire “interessante” perché è una parola insulsa, a leggere “The Joy of Sex” prima di aver curiosità su come nascono i bambini? Avevano una mamma, prima depressa e poi suicida. Per il funerale, la tribù è costretta a mettersi le scarpe (Viggo Mortensen non indossa neppure i vestiti, appena può) per tornare alla civiltà. Dove non si raccolgono bacche dai cespugli ma si fa la spesa al supermercato. Dove se la tua musica preferita sono le variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould è difficile trovare una ragazza da corteggiare. I sei ragazzini costretti a fare gli hippie – da un hippie fuori tempo massimo – sono il sogno realizzato dei genitori progressisti d’oggidì, esclusa la carne e le ossa rotte in montagna. Matt Ross li satireggia con grandissimo gusto, senza fermarsi davanti all’ultimo scontro di civiltà: tomba con la lapide o ceneri buttate nel cesso?

Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

 

 

Comandare la libertà

Qual è il genitore che non vorrebbe un mondo su misura per il suo amato figlio? Ben, che di figli ne ha sei, lo ha creato, questo mondo perfetto, andandosene con loro, che vanno dai 18 anni in giù, per arrivare a 4/5. Circa dieci anni addietro li ha portati lontano, rifugiandosi in un terreno remoto, in quel Nord Ovest ancora selvaggio e inesplorato, in mezzo a impervie montagne, dove vive in totale simbiosi con la natura in una capanna di legno e una grande tenda.

Certo si vestono di abiti industriali e per uccidere le prede usano fucili e archi e coltelli, coltivano verdure che poi mettono in barattoli di vetro che poi vendono, insieme a qualche altro manufatto artigianale, per avere i soldi per generi di prima necessità che non possono produrre. Un sogno ibrido insomma, in cui conta soprattutto l’isolamento dal marcio decadente del mondo, nel quale ogni tanto sono costretti a fare brevi incursioni, usando il loro bellissimo pullman verde, adattato a camper. Ben si cura dei corpi dei ragazzi con allenamenti e performance atletiche estreme e degli spiriti con un’istruzione di alto livello, nel culto di Noam Chomsky, per cui il più piccino snocciola a memoria gli articoli della Costituzione, mentre tutti sono capaci di discettare agevolmente su qualunque argomento, dalla letteratura alla politica, dalla musica all’arte, dalla medicina alla filosofia, con la conoscenza di sei lingue compreso l’esperanto. Tutto è però rigorosamente mirato contro il Sistema, visto che si parla molto di Lenin, Marx, Mao e Trotsky. È facile e non sbagliato etichettare Ben come comunista, ma un comunista all’americana, più un anarchico con venature tardo Hippy, con quel rifiuto dell’autorità centrale che in altri casi estremi può degenerare in terrorismo interno, anche se il modello dichiarato è quello della Repubblica Platone. Ma la sua è quella visione genericamente liberal, antifascista, orwelliana, che nel suo estremismo non si accorge di essere autoritaria esattamente come l’ideologia che combatte. Si intuiscono i dolorosi vissuti che li hanno portati là, l’uomo elemento trainante della coppia, la ragazza in fuga dall’oppressione della sua ricca, influente famiglia (con il di lei padre, è affidato a Frank Langella, una bella figura di padre diversamente protettivo, ugualmente oppressivo). Ma un nuovo dramma li colpisce e li costringe a rimettere piede in mezzo a quella umanità così disprezzata, guardata con supponenza dall’alto della loro cultura sterminata, della conoscenza dei meccanismi da cui invece tutti (tranne loro) si sono fatti ingannare. Peccato che in questo modo siano diventati dei “diversi”, dei freaks. Perché non tutto c’è sui libri, la vita va vissuta, non letta, e il compito del genitore è mettere i figli in grado di affrontare l’esterno alla famiglia con tutti gli strumenti per difendersi certo, ma per viverci. Altrimenti sarebbe una galera, dove sono stati rinchiusi senza diritto di scelta peggio che da un feroce dittatore. Scopriranno (qualcuno di loro ha già dei dubbi) che non è così semplice, che ogni manicheismo è sbagliato. Ogni errore però, da quello primitivo che li ha generati in poi, è stato fatto per amore, forse semplicemente una fuga dal dolore che agli adulti la vita aveva inflitto. Si può però solo armarli, i figli, e dare loro gli strumenti per proteggersi, perché combattano la guerra che è la vita nel migliore modo. Ma guerra sarà e nemmeno i metodi di Ben la possono evitare. Il film Captain Fantastic è scritto e diretto da Matt Ross, cresciuto nelle comuni della California del Nord e nell’Oregon, senza televisione e senza tecnologie di alcun tipo, e mette in scena un altro bel ritratto di padre anomalo, che si va ad aggiungere a quello del tragico Mosquito Coast, al degenere ma comprensibile Cassel di Partisan e anche, freschi della visione di The Accountant, al padre militare dell’autistico Ben Affleck. Personalmente comprendiamo la bellezza dell’utopia, il fascino del Sogno vagheggiato. Per cui condividiamo la storia fino a tre quarti, quando anche in Ben serpeggiano i dubbi sul proprio operato. Poi la storia prende una piega più sentimentale, più irreale, con un finale così fiabesco anche nei suoi pastellati colori da far dubitare delle intenzioni del regista. In che senso leggere quel “fantastic”? Carismatico come sempre Viggo Mortensen, nei cui azzurrissimi occhi passano le certezze di capo-branco e la tenerezza ferita del dubbio. Lo affianca un gruppo di ragazzini eccezionali come solo il cinema anglosassone sa assemblare e sembra giusto citarli tutti, dal più noto George MacKay (il maggiore, Bodevan) a tutti gli altri che sono Samantha Isler, Annalise Basso, Nicholas Hamilton, Shree Crooks, Charlie Shotwell (memorabile).Splendida la sequenza di canzoni, Israel Nash con la bella Rain Planes e poi Jonsi e i Sigur Rós e Sweet Child O’ Mine, ma anche Glenn Gould e Yo Yo Ma, e a chiudere I Shall Be Realesed. Pensiamo che Captain Fantastic  sia un film che piacerà di più a chi è figlio e non ancora genitore e non ha ancora dovuto misurarsi dal vivo con questi problemi. Noi vediamo solo ricadute negative su innocenti creature che non hanno potuto scegliere, esposte al rischio di difficile inserimento nella società, alla stregua di un qualunque buzzurro tenuto nell’oscurità dell’ignoranza dai propri genitori, obeso e sfiancato, rimbambito dai videogames, cioè il loro esatto opposto. Davvero la verità sta nel mezzo e anche una favola toccante come questa sta lì a ricordarcelo.
Voto: 7 / 10
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

Ad una prima impressione, quella messa insieme da Ben, non sembra una famiglia ma un branco di animali.Lontani dal mondo civilizzato, immersi nelle foreste tra le montagne, l’uomo e i suoi sei figli seguono un rigido programma di allenamento fisico, di sopravvivenza in condizioni rischiosissime e di audace home-schooling. Il gruppo, però, non è una scontato e inquietante setta survivalist di invasati in attesa della fine del mondo. Ben, infatti, ha cresciuto la sua prole con l’obiettivo di ricreare, almeno in piccolo, una sorta di perfetta Repubblica platonica, un’Utopia naturale dove i suoi ragazzi possono crescere come dei veri e propri geni incontaminati. L’obiettivo del padre non si può certo definire fallito: progressisti, anti-capitalisti e geniali, abituati a festeggiare il Noam Chomsky Day e non il Natale, interessati a creare dibattiti su Lolita o su I Fratelli Karamazov, i suoi ragazzi sono esseri unici (come i loro assurdi nomi inventati vorrebbero enfatizzare), frutti di un progetto genitoriale borderline (o di un esperimento antropologico oltre ogni limite). Il lutto improvviso della loro madre, promotrice convinta di questo esilio ma lontana da anni per un ricovero in una centro d’igiene mentale, romperà i fragili equilibri di questa situazione cristallizzata, costringendo Ben e la sua famiglia a rivedere i propri ideali intellettuali/isolazionisti.

Accolto dal grandissimo entusiasmo dagli spettatori della Un Certain Regard, Captain Fantastic, opera seconda dell’attore Matt Ross, rispecchia in pieno i requisiti minimi richiesti da un certo pubblico gauche caviar, rimasto ovviamente conquistato dalla pellicola. Perfetto esempio di sundance movie, il film di Ross dietro un’indipendenza produttiva di facciata, colleziona una lunga sequenza di elementi topici del genere (la luce rarefatta, la sensibilità, le cover acustiche, personaggi teneramente freak, etc.) abbinata ad un ostentata, furba e superficiale, autocritica del sistema sociale statunitense. Un mix che, pur entusiasmando i gusti ideologici degli spettatori europei, nasconde la calcolata intenzione di vendere, semplicemente, un buon prodotto di maniera. Captain Fantastic, elogio di questo padre sui generis e irresistibile, è dunque un film che funziona nel suo essere prodotto (di genere) di consumo da vendere, comprare e godersi, ma che non può (e non deve) essere affrontato per quello che non è. La grandissima prova di un trascinante Viggo Mortensen, figura paterna iconica e affascinante, e lo script esilarante della prima, riuscitissima, parte, sono due segni chiari di una buona pellicola, emblema di un’industria e di un sistema “indipendente” che ha ormai preferito la facile e comoda dimensione commerciale del “ben fatto” e dell’asettico beneplacito generale, alla sperimentazione visiva e concettuale provocatoria e divisiva.

Luca Marchetti, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

“Captain Fantastic” ci porta all’interno di una famiglia americana decisamente fuori dal comune: Ben e la moglie hanno cresciuto i propri sei figli nella foresta, isolati dal resto del mondo, curandosi personalmente anche della loro istruzione.

L’uomo insegna loro l’arte della sopravvivenza, cacciare il cibo del quale nutrirsi, coltivare le piante, sapersi difendere, tenere un fisico allenato, e i ragazzi sono felici della loro diversità: una tragedia romperà l’incantesimo e porterà Ben a chiedersi se veramente è il buon genitore che vorrebbe essere.

Con “Captain Fantastic” Matt Ross, che ha scritto e diretto il film, sembra interrogarsi su come un genitore possa rimanere coerente con se stesso e al contempo rispettare il diritto dei figli ad avere un orizzonte ampio sul mondo, per poter decidere in autonomia cosa vogliono davvero essere.

Per il nostro protagonista è impensabile mentire ai propri figli, anche quando questa menzogna serve a ‘preservare’ l’innocenza dei ragazzi. Non è poi vero che uno dei mali del nostro tempo è l’aver cresciuto una generazione deresponsabilizzata che fatica a raggiungere la propria autonomia?

Ben, padre amorevole, dà ai figli tutti gli strumenti loro necessari per mettere a frutto i propri talenti, insegnandogli anche ad asservire la natura. Ma basta l’amore di un padre a compensare il vuoto relazionale che una vita nei boschi ovviamente crea?

Captain Fantastic: un viaggio attraverso le contraddizione della società moderna

Il lutto porterà la famiglia in viaggio, attraverso un’America delle contraddizioni, che darà al regista l’opportunità di affrontare temi di grande attualità quali ad esempio la mancanza di una vera educazione alimentare in molti cittadini, il consumismo esasperato che porta allo spreco, la mancanza di rispetto per chi fa scelte di vita fuori dal comune, o ha una spiritualità diversa. Ma “Captain Fantastic” è soprattutto un viaggio interiore, che porterà Ben a mettersi in discussione.

Viggo Mortensen è interprete di talento, in questo caso padrone assoluto dello schermo, che dà al nostro protagonista quello spessore umano necessario alla riuscita del film, ma bravi sono anche gli attori che prestano il volto ai suoi sei figli.

I temi toccati sono tanti e Ross, con grande sensibilità, ed un tocco di ironia, riesce ad amalgamare tutto con equilibrio, portando Ben all’inevitabile resa dei conti, con se stesso e con i propri figli.

Il film è stato presentato e premiato in numerosi festival, tra i quali ricordiamo il Festival di Cannes 2016, nella Sezione Un Certain Regard, dove Ross ha ottenuto il premio per la Miglior Regia. E’ stato protagonista anche della Festa del Cinema di Roma 2016, in collaborazione con Alice nella Città, che ha dedicato ampio spazio al film ed al suo protagonista.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

Captain Fantastic, film diretto da Matt Ross con protagonista Viggo Mortensen è prossimo all’approdo nelle sale italiane.
Questa è già una notizia, dato che si tratta del secondo lungometraggio del regista, noto ai più come Alby Grantnella serie Big Love, ed interprete di parecchi ruoli secondari anche in film di spessore, come Face Off, L’esercito delle 12 scimmie o American Psycho. Matt Ross debutta alla regia nel 2012, con un film indipendente dal titolo 28 Hotel Rooms, ed oggi sorprende tutti, positivamente, con questa nuova opera.

La storia è quella di una famiglia americana (padre, madre e sei figli) che vive ai limiti della civiltà, in una rigogliosa foresta che fornisce loro qualsiasi cosa di cui hanno bisogno: cibo, riparo, vestiario e ogni amenità vi venga in mente.
L’idea di questo isolamento nasce dal rifiuto della società capitalista e dallo stile di vita consumistico maturato da parte dei genitori – uno dei quali è il caro Viggo Mortensen (che per noi sarà sempre il Ramingo Aragorn, non importa quanto impegno dimostrerà nella sua carriera di attore).
La famiglia Cash vive nel più profondo equilibrio con la natura: tutti i componenti sono addestrati alla caccia, ricavano i loro vestiti dalle pelli e seguono un rigido programma di allenamenti e di studio.

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Man mano che avanza la storia, approfondiamo la conoscenza di Ben, Bodevan, Kielyr, Vespyr, Rellian, Zaja, Nai e Leslie: tutti i nomi dei figli sono inventati, “così c’è solo uno di loro in tutto il mondo”, sono tutti strettamente marxisti, hanno una cultura notevolmente superiore alla media e non festeggiano il Natale.
In fondo perché festeggiare un elfo immaginario quando si può celebrare il compleanno di un filantropo difensore dei diritti umani? A voi scoprire di chi stiamo parlando.

L’equilibrio incantato di questa che più che essere una famiglia sembra una tribù (con tanto di rituali legati al passaggio dall’età infantile a quella adulta) viene rotto dal suicidio della madre, affetta da crisi psicotiche e soggetta a una forte depressione.
Tutti i ragazzi e il padre saranno quindi costretti, per partecipare al funerale, ad uscire dal loro guscio.
E qui viene il bello.

Perché il film non prende la scorciatoia della facile commediola in cui la famiglia isolata appare come una combriccola di disagiati, ma lo spettatore viene messo nella condizione di abbracciare il punto di vista dei Cash. E quindi tutte le contraddizioni del mondo in cui normalmente siamo immersi ogni giorno spuntano prepotentemente.

In fondo perché non essere trasparenti con i propri figli fin da piccoli, mettendoli di fronte alla durezza della vita, invece che inventarsi dei giri di parole per raccontare cosa vuol dire morire suicidi? Oppure perché trovarsi a ingurgitare qualcosa che non assomiglia al cibo vero quando con pochi accorgimenti potremmo nutrirci in maniera sana e controllata? In poche parole, i veri pazzi siamo noi.

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L’abilità del regista (nonché sceneggiatore) sta tutta nel riuscire a conferire al film un tono leggero, da commedia surreale. E credetemi ci sono alcune volte in cui non deve essere stato per niente facile: la maggior parte dei temi viene affrontata con il giusto mix tra sorriso e consapevolezza. In alcuni momenti non puoi che dare ragione ai Cash: se non fosse così difficile, sarebbe da farci un pensierino sul loro stile di vita.

I dialoghi sono assolutamente credibili e gli scambi di battute (sia all’interno della famiglia che quando i Cash si trovano a interagire col mondo esterno) raggiungono anche dei picchi di notevole memorabilità.

La fotografia e le ambientazioni hanno vita facile in questo film: i paesaggi e la luce degli esterni sono sempre magnifici, sia che si tratti di una foresta degli stati centrali o di una highway del profondo sud degli Stati Uniti. Proprio per questo forse, abbiamo assistito a un lavoro fatto un po’ con il pilota automatico: ogni cosa era funzionale alla storia e ai suoi toni. Quindi pochi lazzi e giochi strani, tutto era chiaro e ben definito.

L’ultimo appunto va fatto sugli attori: conosciamo la bravura di Viggo Mortensen, confermata ancora una volta con questa prova. Una menzione particolare, invece, deve essere fatta per tutti i figli: sia che parliamo del maggiore – Bodevan – o della piccola della famiglia – Nai – le loro interpretazioni sono molto, molto buone. Abbiamo visto il film in inglese con i sottotitoli (per fortuna, aggiungiamo pure!), e quindi non abbiamo avuto il giudizio inficiato dalla mediazione del doppiaggio.

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L’unica nota dolente è la conclusione, forse troppo frettolosa. Uscendo dal cinema abbiamo avuto la netta sensazione di un paio di cose rimaste in sospeso. Quasi come se il regista, a un certo punto, si fosse accorto di aver già montato due ore di film e volesse portare a casa il risultato.

Vi piacciono le commedie brillanti e avete voglia di passare due ore piacevoli in compagnia di Marx e delle bellezze della natura? Captain Fantastic è il film giusto per voi.

Voto: 7 / 10

Felice Garofalo, da “staynerd.com”

 

 

 

Essere genitore vuol dire inevitabilmente fare delle scelte. Porsi delle domande e cercare la risposta che si ritiene la migliore per il bene dei propri figli. Captain Fantastic, ultimo film diretto da Matt Ross, presentato a RomaFF11, ha come protagonista un padre sicuro di sé, certo del modo in cui sta crescendo i suoi bambini. Ma questo padre è veramente fantastico come crede?

Nella foresta del Nord America, Ben cresce i sei figli lontano dalla società consumistica moderna in pieno contatto con la natura. Tra una scalata sulle montagne e letture impegnate intorno al fuoco, le giornate trascorrono felicemente. La sua è una famiglia metodica, ordinata e funzionale; i suoi figli possiedono il corpo di grandi atleti e un’intelligenza brillante, coltivata senza alcun tipo di istruzione scolastica. A causa di un evento tragico, l’intera famiglia sarà costretta ad abbondare il paradiso domestico avvicinandosi per la prima volta al mondo esterno.

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Il captain del titolo è il capofamiglia Ben (interpretato brillantemente da Viggo Mortensen) che, privo di scudo e armatura, ha come uniche armi le sue parole e le decisioni prese per crescere e proteggere la sua famiglia. Sfortunatamente, Captain Fatastic è un road movie in stile Little Miss Sunshine solo nella forma e non nei contenuti: come in qualsiasi rapporto, dare il giusto tempo a entrambi le parti (in questo caso al padre e ai figli) sarebbe stato vitale per la buona riuscita del film, mentre l’interesse del regista si focalizza sul personaggio paterno.

Dopo una presentazione eccessivamente dilatata all’insegna di battute scattanti e divertenti, il film è molto vicino a mettere in difficoltà il personaggio di Ben, ma non riesce a farlo mai pienamente. Si sollevano grandi macigni senza avere la forza di sorreggerli, preferendo, nel finale, una sana via di mezzo che mette sempre tutti d’accordo.

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Per quanto riguarda i personaggi, viene centralizzato un padre non sufficientemente messo in discussione (tutte le figure che si oppongono allo stile di vita di Ben sono estremizzate e/o inette) mentre lo spettatore è portato a essere molto coinvolto nelle scene che interessano i giovani figli, ai quali viene riservato un tempo minore. Essi vivono un’esperienza alienante che li rende incapaci di interagire e di avere un rapporto umano al di fuori del nido familiare; un’esperienza che avrebbe meritato un maggior approfondimento.

Un occhio di riguardo viene dato al primogenito Bo (George Mackay), grazie a una piccola storia che promette tanto ma preferisce una risoluzione confusa, e al giovane Rellian (Nicholas Hamilton), il figlio con la caratterizzazione più chiara e definita. Tutti gli altri personaggi sono privi di una psicologia minima e formano   un gruppo indefinito che rispecchia il volere paterno. Ben proclama la libertà ma, inseguendola in quanto uomo, tende a perderla come genitore: è un padre pragmatico che non nasconde nulla ai suoi figli, né le risposte difficili né il dolore, assegna i libri da leggere, le cose da fare (e da non fare), gli eventi da festeggiare (e quelli da saltare).

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Diventare un supereroe per i propri figli è il sogno di qualunque genitore. Captain Fantastic ci dimostra quanto è complicato essere meno super e più un buon padre.

Captain Fantastic ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione Un Certain Regard all’ultimo Festival di Cannes e ha ricevuto il premio del pubblico nell’ultima Festa del Cinema di Roma; il film è nelle sale cinematografiche italiane dal 7 dicembre distribuito da Good Films.

Matteo Illiano, da “darksidecinema.it”

 

 

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