Caffè

locandina

 

Una tazzina di poesia

Episodio belga: l’ex-profugo iracheno Hamed (Yacoubi) ha un piccolo banco di pegni che gestisce con grande generosità verso chi ha bisogno di piccole somme per tirare aventi, offrendo loro anche un caffè con una preziosa caffettiera, antico lascito della sua famiglia. Una sera, durante una manifestazione di protesta, un paio di teppisti mascherati fanno irruzione nel suo negozio rubando anche la caffettiera. Uno dei due ha però lasciato cadere il portafogli con i documenti e Hamed – che ha capito che la polizia non farà niente per aiutarlo – va a casa del ragazzo: si chiama Vincent (Arne De Tremerie), vive con la nonna malata ed è costantemente in lite con la sua ex-ragazza, con la quale ha fatto un figlio del quale lui si disinteressa. Hamed entra in casa di nascosto e trova la caffettiera ma il balordo lo sorprende, lui lo colpisce alla gamba con una mazza da baseball ma la nonna lo tramortisce con una bottiglia ed aiuta il nipote a legarlo ed imbavagliarlo. Il complice del furto, Danny (Tim Taveirne), accompagna Vincent all’ospedale e Hamed, mentre la nonna è distratta dalla televisione, prova a liberarsi ma i ragazzi tornano e, nella colluttazione seguente, Danny lo accoltella. Ora lui è ferito e la situazione si è fatta ancora più grave. Arriva il padre (Koen De Bouw), che decide di caricare il ferito in macchina, di portarlo in un luogo deserto e di ucciderlo. Nel viaggio, però, l’auto ha un brutto incidente. Danny e il padre di Vincent muoiono mentre Hamed riesce a trascinarsi fuori e fa per andarsene, quando sente le suppliche di aiuto di Vincent. Lo tira fuori e lo lascia a suo destino, portando con se la caffettiera.
Episodio cinese: Fei (Xiaodong Guo) è un giovane manager di Pechino in ascesa, è fidanzato con la figlia (Sarah Yimo Li) del padrone ed aspetta di essere mandato a dirigere la filiale europea dell’azienda ma, a sorpresa, viene spedito nella fabbrica dello Yunnan – sua terra di origine – dove un guasto sta fermando la produzione. Il capo-operaio (Tongsheng Han), gli spiega, disperato, che le apparecchiature sono vecchie e c’è il costante rischio che una fuoriuscita delle scorie allaghi tutta la valle, seminando la morte. Lui chiama il suocero ma questi non intende ragione: dovranno essere fatti solo piccoli lavori di rappezzamento. Fei non può disobbedirgli ma una mattina investe con l’auto una ragazza, A Fang (Zhuo Tan), lei non si è fatta nulla ma la bici è rotta e lui la accompagna a casa. Lei è una pittrice e, per dipingere, usa lo speciale caffè della valle; gliene fa sorbire una tazza e la mente del manager ritorna alla propria infanzia di figlio di un contadino, che coltivava quel caffè e si era disperato quando il figlio era andato cercare fortuna in città. Lui torna in fabbrica e decide di disobbedire al suocero e di avviare i lavori necessari per la messa in sicurezza degli impianti. Ha perso così il lavoro e la fidanzata e quando va a cercare A Fang, scopre che è morta di leucemia (aveva scelto di dedicare gli ultimi momenti della propria alla salvaguardia della valle). Lui rimane lì e proseguirà l’opera della ragazza e del padre.
Episodio Italiano: Renzo (Aita) è un giovane conoscitore ed appassionato di caffè ma ha appena perso il lavoro e lo stesso è successo alla sua ragazza Gaia (Dalmazio). Decidono così di andare a Trieste: lì la lavorazione e la vendita del caffè è molto avanzata e lì abita un suo caro amico, Stefano (Michael Schermi), che li può ospitare in un appartamentino in attesa di demolizione. In una cena di amici di Stefano Renzo conosce Enrico (Ennio Fantaschini), un operaio ex-sessantottino, che cerca di smontare tutti suoi entusiasmi. In effetti, la crisi è forte e lui trova solo lavoretti saltuari come facchino e Gaia, che ha scoperto di essere incinta, pensa di abortire. Qualche sera dopo, durante un’altra cena, lui racconta di aver scaricato 8 casse di preziosissimo e costosissimo caffè cinese, ricavato dalle feci dello zibetto. Enrico propone di rubarlo, così si sistemeranno un po’; Renzo, che ha perso ogni speranza, accetta (in fondo si tratta solo di portarlo via dal deposito e lui ha visto la combinazione che apre la porta del magazzino). Anche gli altri si aggregano e il ragazzo va avanti, nonostante le paure di Gaia che ha saputo tutto. Tutto, però, va male: Enrico si è portato una pistola La così riprendere le speranze con Gaia e il bambino, che alla fine lei ha deciso di far nascere.
Cristiano Bortone è una figura anomala nel nostro cinema: regista e produttore, ha capito subito che il nostro cinema non può rimanere confinato nei confini del paese. Si è trasferito in Germania, ha sempre una grande attenzione alle coproduzioni (di recente, insieme ai fratelli Dardenne ha prodotto Marina, primo incasso in Belgio per molte settimane) e, da un paio d’anni ha deciso di investire in Cina una parte importante della propria attività, facendosi promotore dei rapporti tra produttori europei e cinesi. Caffè è il primo frutto di questo lavoro e, dopo la presentazione all’ultima Biennale di Venezia, è arrivato in sala. Quello che soprattutto colpisce del film è che, nonostante le inevitabili difficoltà produttive di un progetto così ambizioso, Bortone fa trasparire da molte sequenze una poeticità rara (che già si era vista nel suo film più personale: Rosso come il cielo). La valle dello Yunnan accarezzata dal vento, le desolate conversazioni tra Renzo ed Enrico davanti ad una birra ed un kebab – ad esempio – sono sprazzi di vita dolente raccontati con grande efficacia. Una segnalazione merita la splendida fotografia di Vladan Radovic, ormai uno dei migliori nel suo campo. Vale proprio la pena di vedere il film, uno dei rarissimi casi di opera italiana sgravata da ogni provincialismo (non solo perché si dipana in vari paesi ma per forza intellettuale intrinseca) e di ampio, liberatorio respiro.

Antonio Ferraro, da “sipario.it”

 

 

La cosa divertente, insolita e a suo modo curiosa della prima co-produzione fra Italia e Cina, è che a suggerire il fil rouge – o se vogliamo il MacGuffin, o il minimo comun denominatore – delle tre storie che racconta Caffè sia stato il proprietario della più celebre caffetteria romana, il bar Sant’Eusatchio, dove si produce e si vende a caro prezzo una miscela a dir poco prodigiosa.

Ciò detto, dal grande e potente Oz della bevanda amara dispensatrice di corroborante energia l’opera sesta del regista di Rosso come il cielo ha ereditato solamente la venerazione per un liquido quasi nero che, nella sua varietà di sapori e nel suo gusto che cambia a seconda che sfiori la lingua, inondi il palato o precipiti giù nello stomaco, si fa metafora della complessità della vita. In altre parole, la delizia ottenuta dalla macinazione di profumati semi scuri assurge qui a strumento di conoscenza e di rappresentazione di un mondo ora dolce ora aspro che ben conosce la violenza, il razzismo, il fallimento e l’ingiustizia sociale, pur non essendo mai veramente cattivo.

Viaggiando da Trieste al Belgio e spingendosi fin nell’umida provincia dello Yunnan, Cristiano Bortone si insinua ambiziosamente fra le crepe della modernità, e cerca –  prestando la massima attenzione a una varietà anche stilistica – di abbracciare, o meglio contenere i mali e i turbamenti dell’uomo contemporaneo. Riuscendo a dare a ogni racconto un suo ritmo specifico, un suo look e dirigendo ogni volta gli attori in maniera diversa, il regista dà senza dubbio l’impressione di un viavai continuo, di un’endemica insoddisfazione e di un’insopprimibile ricerca di punti fermi scatenata da un incolmabile vuoto di senso, ma la sua analisi diventa più efficace quando restringe il campo di indagine al cuore, e quindi nel momento in cui il racconto diventa più intimo e rispettoso dei personaggi illustrati, o quando la macchina da presa riprende nuclei familiari e ambiti ristretti, richiudendosi in stanze, botteghe o case abbellite da quadri dipinti – guarda un po’ – con il caffè.

Sono belli e commoventi l’antiquario Ahmed fuggito dall’Iraq per aprire un piccolo negozio, il ladruncolo che negli occhi acquosi rivela il pentimento di aver quasi martoriato un uomo innocente e il timido e introverso uomo d’affari Fei, che torna a casa dopo aver capito che il Dio Denaro non fa la felicità. Ecco, sono i soldi spasmodicamente inseguiti o accumulati in maniera insensata l’altra costante del film, che paradossalmente è meno incisivo nella storia che Bortoneavrebbe dovuto raccontare meglio perché tutta italiana: la vicenda di una banda di disperati che pensa di “svoltare” grazie a un piccolo furto. Forse perché sedotto dal gioco di Ennio Fantastichini, ridotto a cattivo da fumetto, il regista lascia troppo sospesi i protagonisti di questa tranche che ha l’aroma della disoccupazione, mentre la vicenda belga ha il gusto del razzismo e la cinese quello di una dialettica continua fra tradizione e innovazione, mescolata al sapore della tematica ambientalista.

C’è tutto insomma, in Caffè, è forse c’è troppo, ma il tentativo è nobile e, per fortuna, anche se si parla di un alimento, mancano le leziosità di un Chocolat o di altri film culinari. Non c’è nemmeno, però, l’ampio respiro di affreschi corali come Babel o Crash – contatto fisico, nei quali il particolare e l’universale convivevamo magnificamente. Poco male: là si poteva contare su altri budget e altri volti.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

 

Il Caffè si compone di sapori diversi: amaro come le delusioni che si vivono quotidianamente, aspro per darti la forza di lottare ogni giorno e, infine, una nota profumata perché, comunque, la vita è bella ma soprattutto preziosa.

Da questa premessa parte il film di Cristiano Bortone che racconta tre storie ambientate in tre diverse parti del mondo, sforzandosi di combinare questi diversi “sapori”. L’elemento comune è il caffè che diventa pretesto per raccontare le difficoltà di questo difficile momento storico.

Le tre storie che, grazie a un montaggio fluido, si alternano armonicamente tra loro, vedono protagonisti personaggi provenienti da contesti sociali estremamente eterogenei che si confrontano con un sistema economico scellerato, che sembra condizionare i comportamenti di tutti.

Renzo, interpretato dal promettente Dario Aita, è un giovane romano, sommelier del caffè, che emigra a Triste in cerca di un lavoro adeguata alle sue competenze, ma che difatti riuscirà a trovare occupazione unicamente come magazziniere di una torrefazione.

Una tematica affrontata, quella del precariato, che specie in un paese come l’Italia alle prese con una disoccupazione giovanile senza precedenti e sempre più drammatica, non smetterà mai di stancare.

Tematica che viene ripresa anche nella storia belga con l’apatico Vincent, il sorprendete Arne De Tremerie, giovane padre che vive in una grigia periferia, stanco di cercare un lavoro che sembra, ormai, non esserci più.

Due storie per certi aspetti simili, con due protagonisti che rappresentano quella gioventù priva di qualsiasi aspettativa per il futuro, che la nostra società pone ai margini.

La storia belga si arricchisce anche di un altro elemento, che alla luce degli ultimi fatti di cronaca, è attuale più che mai: il crescente clima d’intolleranza e scontro culturale che si sta consumando in Europa, anche in quei paesi del Nord che hanno una più antica tradizione di accoglienza. Proprio ad Hamed, un tranquillo commerciante di origini arabe, Vincent ruberà una preziosa caffettiera. Visto l’indifferenza con la quale la polizia tratta il suo caso, l’uomo di origini irachene, andando contro la sua indole pacifica, deciderà di farsi giustizia da solo, scatenando una spirale d’incomprensione, rabbia e voglia di riscatto sociale.

Nella storia cinese il protagonista è Fei un giovane manager di origini contadine che lavora per un’azienda operante nel settore del caffè, interpretato da Fangsheng Lu, popolare in patria per numerose serie televisive. Questo scopre il cosciente utilizzo di veleni pericolosi da parte della propria azienda, in spregio alle bellezze del territorio e alle tradizionali coltivazioni di caffè dei contadini locali.

Nella Cina che ormai si avvia verso un clima di benessere sempre crescente, a scapito di “un’Europa che ormai è solo un bel museo”, Fei si domanderà fino a che punto può salvaguardare il proprio benessere a scapito della distruzione del territorio e della locale comunità, specie se si tratta del luogo dove è nato.

“Caffè” ci restituisce molte e varie questioni, che, naturalmente, per essere state condensate in due ore di racconto, non sono state approfondite in maniera esaustiva; ma nel complesso il puzzle funziona, restituendoci un quadro attendibile della complessità della realtà contemporanea.

Il film, non disdegna una forte dose emozionale, non ha paura di giocare con i generi (pensiamo solo alla scena della rapina dell’episodio italiano), si serve di un ritmo serrato.

“Caffè” ammicca ai gusti del grande pubblico (peccato solo per un finale a tratti stucchevole) che, insieme al suo evidente sapore internazionale, rendono la pellicola appetibile anche per il mercato estero. Qualità che nel nostro paese, che da tempo ci ha abituato per lo più a opere autoreferenziali, non è del tutto scontata.

Oreste Sacco, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

Sinossi: Secondo i sommelier, il caffè ha tre sapori: l’amaro, l’aspro e una nota finale profumata. Attraverso l’elemento comune di questo prodotto così evocativo, il film racconta tre storie ambientate in tre parti del mondo molto lontane fra di loro. In Belgio, durante alcuni scontri di piazza, dal negozio di Hamed, un immigrato iracheno, viene rubata una preziosa caffettiera. Quando lui scopre l’identità del ladro decide di farsi vendetta da solo. In Italia, Renzo, un giovane esperto di Latte Art viene coinvolto in una rapina in una torrefazione. Ma le cose non vanno come previsto. In Cina, Ren Fei, un brillante manager, scopre che la fabbrica di cui si deve occupare rischia di distruggere una valle nello Yunnan, la bellissima regione ai confini col Laos.

Recensione: Per Ahmed il caffè è un universo di ricordi colmi di sfumature, per Renzo passione e frustrazione, per Ren Fei sinonimo di povertà. Ahmed, di origini irachene, gestisce un piccolo negozio di pegni in Belgio dove spera in una vita tranquilla con la sua famiglia. Renzo vive in Italia, di cui subisce in pieno la crisi economica che lo porta a lasciare Roma per Trieste insieme alla sua compagna Gaia in cerca di fortuna lavorativa. In Cina, Ren Fei è un manager di successo in procinto di sposare la figlia del suo capo. Tre singolarità, tre Paesi, intrecciati nel nome del caffè, quella bevanda amara, aspra e profumata intorno a cui ciascun protagonista tesse la propria rete di memorie, aspettative e delusioni.

Così Cristiano Bortone usa una tazza di caffè come pretesto narrativo per immortalare tre condizioni esistenziali alla ricerca della felicità, per affrontare tre viaggi nella contemporaneità che impone di fare i conti con la questione razziale, la crisi economica e quella ecologica. Il conflitto tra i tre e il mondo circostante esplode e prende una piega inaspettata quando Bortone estremizza la condizione di Ahmed in Belgio, quella di Renzo a Trieste e di Fei in missione nella regione dello Yunnan. In seguito a degli scontri esplosi in Belgio, Ahmed vive sulla propria pelle l’odio razziale più o meno latente che si annida in tutti gli strati sociali. Il precario Renzo, all’ennesimo sogno infranto e con un figlio in arrivo, tenta di forzare la sorte e abbraccia l’illegalità per una notte mentre Fei, inviato dal futuro suocero a ripristinare una fabbrica malconcia che rischia di danneggiare la vicina piantagione di caffè, è costretto ad affrontare il passato da cui è scappato, quel luogo dove il tempo si muove lento per essere goduto. I tre personaggi incarnano l’anelito verso un presente di integrazione, il bisogno tanto disperato quanto maldestro di ribaltare una situazione asfissiante e l’esigenza di dare attenzione a un passato di tradizioni ripudiato. Caffè, non fosse per la bevanda nera che accomuna il trittico narrativo, potrebbe essere un contenitore di tre mini film stilisticamente diversi e in linea con il Paese d’accoglienza, un film corale orchestrato nel rispetto e nell’aderenza al patrimonio territoriale. Questa coralità che abbraccia sfaccettature culturali, storico-geografiche così specifiche è forse, però, anche il punto debole del film, una mescolanza di infelicità diverse (“Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, scriveva Tolstoj) che meriterebbero ognuna un respiro più ampio e dettagliato.

Prima coproduzione italo-cinese, insieme al Belgio, Caffè è stato presentato a Venezia nella sezione indipendente delle Giornate degli Autori e ha il pregio di avere cast e troupe locali (ovviamente regista e anche direttore della fotografia, Vladan Radovic, a parte), a garanzia dell’autenticità di luoghi e racconto.

Caffè è sceneggiato da Bortone insieme a Annalaura Ciervo, Matthew Thompson, Shi Minghua e Shi Minghui, prodotto da Orisa produzioni e Rai cinema (Italia), Savage Film e Eyeworks (Belgio), Road Pictures and China blue (Cina) e distribuito in Italia da Officine Ubu. Il caffè di Bortone, quel liquido sociale, nero, amaro e aromatico da gustare comodo e caldo, come il cinema, ci invita a una pausa per osservare tanto l’universo meraviglioso depositato sul fondo della tazzina quanto quello umano che popola il nostro pianeta. Un universo, quello umano, capace anche di grandi gesti.

Francesca Vantaggiato, da “taxidrivers.it”

 

 

C’è un sottile filo che lega le storie e i protagonisti di Caffè tra loro ed è quello che propaga da una caffettiera e si tuffa in una tazzina. Cristiano Bortone, che nel 2007 si fece notare vincendo il David Giovani con Rosso come il cielo, porta in sala un film corale che sfrutta l’espediente narrativo del caffè per raccontare frustrazioni, paure e infelicità del nostro tempo.
In Italia, Renzo e Gaia lasciano Roma per andare a vivere a Trieste. Qui il ragazzo inizia a lavorare in una ditta che distribuisce caffè, ma quando lei scopre di essere incinta, Renzo si fa coinvolgere da alcuni colleghi in una rapina. In Cina, Fei, un giovane in carriera, sta per sposare la figlia del suo capo e tutto sembra procedere nel migliore nei modi. Il trasferimento nello Yunnan, sua terra natale e patria di produzione del caffè, porta il giovane a vedere sotto un altro punto di vista tutta la sua vita e a prendere decisioni importantissime. Infine in Belgio, Hahmed lavora in un piccolo banco di pegni e fugge da un passato da soldato in Iraq. Durante una violenta manifestazione di protesta, il suo negozio viene assaltato e gli viene rubata un’antica caffettiera che si tramanda di generazione in generazione nella sua famiglia.

Non è difficile, guardando la pellicola, farsi venire a mente film come Babel: la logica che ne sta alla base è la stessa, quella per cui un evento da una parte del globo provoca una serie di reazioni da un’altra parte. Effetto globalizzazione che in un mondo sempre più imbrigliato da reti sociali virtuali o meno, amplifica la sua portata. Certo, quello di Bortone è un film piccolo, con un budget sicuramente più modesto rispetto alla pellicola di Iñárritu, ma fa indubbiamente piacere vedere che anche il nostro cinema si cimenta in storie di questo genere.
Assurto a metafora della vita, il caffè qui non è momento di pausa piacevole, non è ricarica delle energie perse durante la giornata. Dietro il Caffè di Bortone si nasconde un sentimento più profondo, quasi filosofico, che prende spunto dall’odore della bevanda e dalle sue mille sfumature di sapore per raccontare l’amarezza e le frustrazioni quotidiane.

Ogni personaggio scappa da qualcosa e cerca nuova linfa, ognuno ha i suoi problemi e al regista bisogna rendere merito di aver trovato, per ciascuna storia, la chiave giusta per raccontarla, restando ben ancorati all’attualità. Si segue la frustrazione dei giovani italiani in cerca di lavoro, si scava nelle contraddizioni della Cina dove il presente (e il futuro) frenetico cozzano con la tranquilla tradizione del passato, si mostrano le piaghe del razzismo e della violenza in Belgio. Forse troppo materiale per un film piccolo, ma Bortone, costruendo labirinto pieno di curve e vicoli ciechi, riesce a conferire ad ogni storia un suo gusto particolare. E così, proprio come quando beviamo una tazza di caffè, l’impatto amaro iniziale esplode nelle tante sfumature di sapore che si nascondono sotto quella coltre nera fumante.

Augusto D’Amante, da “mondofilm.it”

 

Per un film così complesso sul piano della struttura ma anche delle emozioni,  dobbiamo forse cominciare dalla fine… Mentre scorrono i titoli di coda, si chiude anche la splendida colonna sonora firmata Teho Tehardo, sembra che ci resti una sola certezza: Caffè è un film drammatico. Anzi, eccezionalmente intenso e drammatico.
Il suo centro – costituito dalla figura allegorica nera, calda, amara e dolce che è il Caffè – si sviluppa in un film corale, che riesce efficacemente a tessere le fila di tre storie distinte e lontanissime, seppure intrecciate dalle coincidenze, vicine nell’essenza, l’universalità dei temi trattati.

Caffè racconta così tre storie indissolubilmente legate da quel nodo, quello che nessuno al mondo sembra in grado di sciogliere: come si risponde ai cambiamenti, a quel Progresso che travolge con violenza valori e diritti del singolo, della persona, dell’essere umano?

Il regista e sceneggiatore Cristiano Bortone ha scelto di raccontare tre storie, quelle di Renzo (il siciliano Dario Aita), di Hamed (Hichem Yacoubi, che interpreta un iracheno trapiantato in Belgio) e di Fei (Fangsheng Lu – attore cinese molto popolare in patria). Il conflitto interiore dei tre protagonisti si allarga immediatamente nella forma di un dramma tanto commovente quanto complesso, che coinvolge le loro famiglie, la cerchia dei loro più veri amici, i dipendenti oppure i colleghi. Che si trovino in Italia, in Europa o in Estremo Oriente, le loro vicende risultano allora intimamente legate; non importa che i personaggi si trovino nella condizione di immigrati, o debbano assistere al declino inesorabile del loro paese d’origine.
Questa l’essenza di Caffè e del suo messaggio. Chiaramente, si tratta di un film che parla di integrazione, ma più di tutto, un film che parla del lavoro.
Renzo in Italia, Hamed in Belgio e Fei in Cina: le loro vite, come le loro scelte, non potrebbero essere più diverse. Tutti hanno dovuto spostarsi, emigrare, per necessità o per scelta. Ma in Caffè tutte le loro scelte, che coprono l’intera gamma  che va da “giusto” a “tremendamente sbagliato”, riescono a colpire lo spettatore nel profondo.

La visione di Caffè potrebbe scatenare molte, molte lacrime, ma il suo vero obiettivo è un altro, ed è centrato in pieno: suscitare domande su domande. Sono così tante, che sembra impossibile trovare una via d’uscita. Eppure, nel finale, la speranza afferma le sue piccole o grandi vittoria. Per Cristiano Bortone, questa parola, speranza, resta comunque una necessità e un messaggio.

Fin dall’inizio, tutto, in Caffé di Cristiano Bortone, si sviluppa nella forma di domande aperte: Come si può sopravvivere, giorno dopo giorno? Come si risponde all’ennesimo delusione? Che significa reagire, ribellarsi? E’ più importante non perdere il lavoro o affermare la propria dignità? Fin dove è lecito spingersi? Oltre i limiti dell’ordine costituito, e della giustizia privata?
Dove possono condurre la frustrazione e la sofferenza determinate da una vita intera di soprusi? Come si diventa, quando si diventa così, senza sogni?
Un ruolo fondamentale, è quello affidato ad Ennio Fantastichini. Volto celebre del nostro cinema, Fantastichini nel film di Bortone riesce a incarnare un tipo davvero realistico: l’ex rivoluzionario pieno di odio, senza più ideali, senza più niente da perdere. Per tutto il film è vestito di una scadente tuta di acetato, una divisa che rimanda a L’Odio di Mathieu Kassovitz, che sembra ormai il simbolo del degrado della periferia, con le ‘povere anime’ che la abitano.
Ma il film di Bortone non si ferma a restituire un drammatico spaccato di realtà italiana. Caffè è anzitutto una co-produzione italiana, cinese e belga. In questo progetto indubbiamente coraggioso, si mostrano altrettanto intense e  realistiche le storie delle altre due nazioni coinvolte.
Prima, la Cina, quel luogo mitologico dove crediamo che le merci a basso costo prendano vita quasi per incanto, per poi invadere e distruggere la nostra e le altre Economie. Quella Cina, in particolare la regione dello Yunnan, in Caffé si rivela piuttosto nella sua bellezza, e le sue grandi contraddizioni, attraverso gli occhi di Fei, dirigente spietato, costretto ad una improvvisa crisi di coscienza.
E per finire il Belgio, quel luogo che per molti è nebuloso, indefinibile, dove si parla francese senza che sia la Francia. Nel film di Bortone, non vedremo certo la politica né la Sede del Parlamento Europeo. Piuttosto, in Belgio è ambientata la storia più drammatica del film, che coinvolge un immigrato iracheno, una preziosa caffettiera ed un ladruncolo sbandato, giovane ma particolarmente violento.
“I valori della vita sono sempre quello che ci sta più a cuore” ha dichiarati Cristiano Bortone “Ognuno di noi vorrebbe costruire un futuro per sé e per i proprio figli. E sono i giovani, per antonomasia, ad essere più carichi di motivazioni, di aspettative, di voglia di cambiare. Ma nella società odierna sono proprio i giovani i primi ad essere privati di questo sogno…”
Per decidere da che parte state – quella della speranza oppure della tristezza o della rabbia – non ci resta che lasciarvi alla visione del film.

Marta Zoe Poretti, da “anonimacinefili.it”

 

Il caffè ha tre gusti: amaro, aspro e profumato”. E’ facile collegare all’Italia la produzione di un film la cui sceneggiatura gira intorno al caffè, l’amata bevanda dal gusto amaro della quale gli italiani sembrano non poter fare a meno. Dopo la commedia del 2012, 10 Regole per Fare Innamorare, Cristiano Bortone cambia tono con un dramma che utilizza il caffè come metafora della vita contemporanea, fragile ma anche meravigliosa. Il suo nuovo film Caffè, nelle sale dal 13 Ottobre, è stato presentato in anteprima a Venezia 73 per le Giornate degli Autori, raccontando tre storie ambientate in tre parti del mondo, lontane tra di loro ma legate emotivamente ad un livello più intimo.
Il film si apre in Belgio dove un immigrato iracheno di nome Ahmed gestisce la sua attività commerciale mentre per le strade si verificano scontri violenti di protesta. Un giorno il suo negozio viene rapinato e l’uomo ritrova un documento che lo collega ad uno dei ladri, che gli ha portato via la sua preziosa caffettiera d’argento. Intanto in Italia Renzo, un sommelier di caffè con una grande passione per questa bevanda nostrana, lavora per uno stipendio minimo in un bar di paese e ha bisogno di soldi. Sotto pressione per l’imminente arrivo di un figlio e la quotidianità ricca di responsabilità e spese ordinarie, Renzo è costretto a prendere parte ad una rapina all’interno di una torrefazione, ma il suo piano non va come aveva programmato e gli eventi precipitano con pesanti conseguenze. Infine in Cina Ren Fei rischia di distruggere il paesaggio naturale suggestivo nella valle dello Yunnan in quanto manager di una fabbrica in via di sviluppo.

caffè recensione

Dopo la rivelazione di Lo Chiamavano Jeeg Robot, la sorpresa di Veloce come il Vento e il recente successo di Mine, il cinema italiano continua a realizzare film di respiro internazionale, provando a competere con le grandi industrie cinematografiche. In questo caso però l’esperimento non è del tutto riuscito, soprattutto per un montaggio sconnesso e una narrazione confusa in quanto piena di filoni narrativi da portare avanti. Spesso gli autori italiani fanno l’errore di trattare troppi argomenti importanti nello stesso film. Caffè tocca la questione del benessere ambientale nell’episodio cinese, il tema dell’immigrazione in Belgio e la crisi economica in Italia, senza approfondire le varie sfumature dei personaggi che si muovono all’interno di queste situazioni drammatiche e complesse. Si può condividere l’idea di Bortone di realizzare un ritratto dei tempi in cui viviamo, raccontando la storia di tre personaggi feriti o messi alla prova dalla società, mentre cercano di trovare un equilibrio tra le ferite e i compromessi.

Con Caffè – dichiara Bortone – ho cercato di raccontare le incertezze dei nostri tempi attraverso le storie di tre personaggi comuni, in luoghi diversi di un mondo sempre più piccolo. Ahmed, Renzo e Fei combattono come tutti noi la loro piccola battaglia personale, ma essa è solo un tassello di problematiche più grandi: il flusso epocale di migranti e lo scontro tra popoli e culture, il declino economico in cui versa la società occidentale, l’emergenza ecologica. Ho deciso di legare questi tre destini attraverso l’elemento del caffè, un prodotto apparentemente quotidiano ma in realtà ricco di simbolismi e legato a momenti importanti della nostra civiltà. Un prodotto che grazie al senso del gusto ci evoca emozioni e sentimenti”.

caffè

Il film ha un buon ritmo, ma la regia risulta acerba   anche se il cast è convincente, soprattutto nella persona di Ennio Fantastichini. Non mancano scene emozionanti e a loro modo evocative, e il pubblico può lasciarsi coinvolgere da questi tre destini che lottano all’ombra della tradizione e della speranza in un futuro migliore. Tuttavia Caffè è un film imperfetto e sconnesso, che ha dei punti deboli che potevano essere resi in modo diverso.

Letizia Rogolino, da “newscinema.it”

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