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Anomalisa

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La carriera di Charlie Kaufman ha assunto una strana parabola da quella che pare già oggi la sua opera testamentaria: “Synecdoche, New York” (2008), uno dei meta-film definitivi degli anni Duemila, summa artistica e concettuale del suo autore, capolavoro in cui la vertigine narrativa provocata dall’effetto Droste della costruzione procede verso un nero gorgo di nichilismo. Come se Kaufman avesse raccolto in un film tutte le asfissianti nevrosi intellettuali e artistiche del nostro tempo e le avesse fatte deflagrare in una miniatura apocalittica, sineddoche eversiva e suicida del mondo e del cinema contemporaneo che, introflesso verso se stesso, è soffocato dalla realtà aumentata del nostro tempo.
Kaufman, dopo il fallimento commerciale del suo esordio alla regia, ha avuto anche diverse difficoltà a riprendersi: la produzione del suo secondo film, “Frank or Francis” con Jack Black protagonista, si blocca, l’episodio pilota di “How and Why” non piace alla FX che decide di non produrre la serie tv. Infine, anche grazie a una felice campagna su Kickstarter, si riesce a produrre una sua pièce del 2005, “Anomalisa”, in un film d’animazione in stop-motion nel quale, in qualità di co-regista, partecipa l’animatore Duke Johnson. Il risultato è un piccola, tristissima gemma in cui i temi della poetica kaufmaniana sono volti in un esperimento che gioca a ridurre le cervellotiche trame tipiche del cinema scritto dal geniale sceneggiatore.
“Anomalisa” si può ricondurre al sottogenere dei “brevi incontri”, non nascondendo, però, le bizzarrie surreali e kafkiane tipiche dell’autore, a partire da un’idea che si rivela vincente, ossia quella di usare solo tre doppiatori per tutti i personaggi: David Thewlis per il protagonista, Jennifer Jason Leigh per l’incontro di quella notte e, per tutti gli altri personaggi, Tom Noonan, che non fa niente per contraffare la propria vocalità. Il motivo di tale scelta si comprenderà pienamente nello sviluppo della narrazione, quando in un incubo esplode la mania persecutoria del protagonista, un uomo in crisi e profondamente depresso. Michael Stone è un oratore motivazionale che ha avuto molto successo con il libro “Come posso aiutarti ad aiutarli?” e si trova a Cincinnati per una conferenza; va ad alloggiare all’hotel Fregoli, nome esotico ma non casuale poiché richiama la sindrome omonima in cui il malato psichico crede di essere perseguitato da una persona che conosce e che si camuffa per non farsi riconoscere (oppure riconosce come familiare gente che non ha mai visto). Il realismo estremo della messa in scena di Kaufman e Johnson esplode nei momenti più deliranti, con acme l’incubo notturno durante il quale Michael scopre di essere “amato” da tutti i lavoranti dell’albergo, ma “tutti” hanno la medesima voce come già poteva aver notato lo spettatore, spiazzato dal sentire le donne con cui si intrattiene il protagonista parlare esattamente come gli uomini. La sindrome di Fregoli, però, è solo un suggerimento dell’autore e non la spiegazione che esaurisce il problema di Mr. Stone: benché si senta perseguitato, egli è afflitto dalla solitudine, la malattia più comune della società contemporanea. Proprio l’essere circondato da persone che egli percepisce come identiche, rende la vita di Michael grigia e asfissiante, una realtà da cui vorrebbe fuggire: il sogno è doppiamente rivelatore perché oltre a mostrare la psicosi di Michael conferma quanto si poteva intuire da alcune scene precedenti; assolutamente non vittima degli eventi ma correo, l’egotismo esasperato del protagonista fa sì che ogni persona debba ruotare intorno a lui in un vuoto atto masturbatorio. Ad esempio, invita una sua ex fidanzata, lasciata dieci anni prima senza molte spiegazioni, e la prima cosa che fa è premurarsi di raccontarle di essere sposato con prole, mentre la donna, evidentemente in crisi, è sola; il suo unico scopo, nemmeno tanto velatamente, è quello di passare la notte con lei. La mostruosità di Michael, la sua distorsione percettiva del realtà, da cui dovrebbe ricevere continui benefit, si incastra perfettamente con l’idea dell’animazione in stop-motion: il design realista dei pupazzi, così come le scenografie si accompagnano a un uso delle luci e della fotografia che tendono al fotorealismo; eppure, nemmeno per un momento si hanno dubbi sul fatto che questi personaggi tormentati e umanissimi non siano artificiali: le linee che compongono infatti i pezzi del volto hanno solchi ben evidenti e Michael è consapevole di stare perdendo pezzi (materici e mentali).
In questa cupa serata che i registi sono bravi a ovattare e a rendere ancora più alienante grazie ad alcune arguzie stilistiche come desolanti campi lunghi e profondi e primi piani in cui il protagonista riflette la propria tristezza su vetri e specchi, quasi a raddoppiare la propria solitudine, appare una luce: la voce di Lisa, una donna non bella, non intelligente, che si accompagna a un’amica più aggraziata e più colta di lei. Ma è quest’unicità che fa innamorare Michael, il quale vi scorge un’autentica torcia che può illuminare e riscaldare la fredda notte della sua esistenza.
Lisa, rispetto agli altri, ha un evidente difetto, un occhio sfregiato che ha pudore a mostrare; da qui il titolo, una crasi tra “anomalia” e Lisa: l’anomalia nell’universo di Michael consiste nella voce di Jennifer Jason Leigh, calda e dolce, accomodante e facilmente seducibile dallo scafato Stone, il quale inizia presto a progettare un possibile futuro insieme, a dare, dunque, a quel breve incontro le stimmate di una tappa salvifica predisposta dal destino. Kaufman, nella sequenza del mattino dopo, usa magistralmente la soggettiva dell’uomo e il controluce per spezzare le speranze di felicità appena annunciate: infatti, quando la donna viene inquadrata dalla prospettiva di Michael, si nota la sua voce conformarsi a quella di tutti gli altri ma, quando viene ripresa in maniera oggettiva, riascoltiamo Jennifer Jason Leigh che ci aveva cullati con una tenera interpretazione di “Girls wanna have fun” di Cindy Lauper. È chiaro, forse fin troppo, ciò che vuole dirci il regista: la tragedia di Michael è interiore e nulla può per mutare la propria situazione, congenita all’uomo postmoderno. La solitudine e l’incapacità di comunicare emozioni autentiche era difatti già al centro di “Synecdoche, New York” ed è un nucleo tematico denso di suggestioni letterarie che, dal crollo delle certezze positivistiche, giungono a noi fino all’opera di David Foster Wallace, che proprio sul superamento della postmodernità ha a lungo riflettuto e lavorato. “Anomalisa” ribadisce tali concetti declinando l’iper-articolazione della pellicola precedente in una parabola individuale ed esemplificativa, trattante sociologicamente i medesimi temi, in cui si scorge la già accennata volontà di auto-limitarsi da parte del regista. Nonostante alcuni guizzi spiccatamente umoristici e kaufmaniani, quali le fisime legate al sesso (si pensi al giocattolo comprato al figlio in un sexy-shop) o l’incubo cospirativo-kafkiano, l’intreccio si mantiene lineare, rendendo la sceneggiatura la più scontato tra quelle firmate da Charlie Kaufman. Per molti non sarà di certo un male ma per noi, forse, un limite sì. Era però difficile uscire vivi da un’esperienza come quella di “Synecdoche, New York” e ripartire da un’opera volutamente minore e meno ambiziosa era l’unico modo per l’autore di ricominciare a scrivere e a produrre.
Voto: 7,5/10
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

Una prima avvertenza, fondamentale: non farlo vedere ai bambini. Chi potrebbe esservi tentato perché è un film d’animazione se ne guardi bene, ripiegando su coniglietti e orsi polari. In Anomalisa Charlie Kaufman ha iniettato non solo la paranoia di Se mi lasci ti cancello (che scrisse), ma anche l’umor nero dell’unico titolo da lui diretto prima d’ora, Synecdoche, New York, forse il film più pessimista di tutta la storia del cinema. Però quelli erano molto belli; e lo è anche questo film d’animazione adulto e per adulti, dove Kaufman (con la collaborazione di Duke Johnson) compie il prodigio d’incarnare in figurine di cera animate con la stop-motion situazioni umane da cui molti potranno sentirsi toccati personalmente. La trama è appena un abbozzo. Michael Stone, autore di un best-seller motivazionale dal titolo “Come posso aiutarvi ad aiutarli?”, atterra a Cincinnati per tenere una conferenza a un congresso di professionisti del servizio-clienti. Non tardiamo molto a capire che il tipo è in piena crisi esistenziale: beve troppo, contatta goffamente una sua vecchia fiamma che vive lì, parla malvolentieri al telefono con moglie e figlio, stenta a riconoscersi nel riflesso dello specchio. Per lui (e per noi che le ascoltiamo) tutte le voci sono identiche: salvo quella di Lisa, una rappresentante di pasticceria che conosce per caso in albergo e con la quale passa la notte. Fino a illudersi che la giovane – non bella, disillusa, esitante, ma per lui diversa da tutti – possa dare una svolta alla sua vita.

A dirla in termini clinici, si dovrebbe ricorrere alla cosiddetta sindrome di Fregoli (e “Fregoli” è proprio il nome dell’alienante hotel dove Michael alloggia), malattia psichiatrica di chi non riconosce le persone anche a lui più vicine, come se fossero mascherate – e non è un caso che i pupazzi animati abbiano il volto segnato da solchi simili a quelli di una maschera. Per gradi arriviamo però alla vera intenzione di Kaufman, che è un’altra (e diventerà palese nella conferenza di Michael): interpellarci, cioè, sulla “normalizzazione” delle nostre vite, irridere una società tutta fiera della sua globalizzazione e della sua perdita di umanità, ma dove anche un “motivatore” può scoprire di essere un omino di Magritte, un uomo-massa senza niente umano. Salvo vedersi – in una scena onirica – perdere letteralmente la parte inferiore della faccia, rivelando il meccanismo che c’è sotto. Gran premio della giuria a Venezia, candidato agli imminenti Oscar nella categoria animazione, Anomalisa è un film inclassificabile, strano e destabilizzante di cui, una volta entrati, si resta prigionieri. A ben guardare, la cosa più straordinaria è il modo in cui, dopo qualche minuto di spiazzamento, dimentichiamo completamente di avere davanti delle marionette e ci mettiamo al posto del protagonista, identificandoci in lui come non ci accade spesso con gli attori in carne e ossa. Il lavoro tecnico (stile visivo, volume delle figurine, sapiente gioco d’illuminazione) è di grande qualità; eppure non è la chiave del film, che risiede piuttosto in quel transfert inedito e inaspettato: chi mai avrebbe pensato di trovare emozionante, tenera e perfino un po’ imbarazzante una scena di sesso tra due pupazzetti antropomorfici?
Roberto Nepoti, da “repubblica.it”

Michael Stone, autore di manuali per la gestione ottimale dei clienti, vola a Cincinnati dove l’aspettano per una conferenza. Ha un grave problema che non osa confidare: per lui tutte le persone non hanno identità. Letteralmente: hanno lo stesso viso e la stessa voce (maschile, asettica), si tratti di donne, uomini o bambini. La sera prima del meeting, per caso s’imbatte in Lisa: ha un suo viso, ha una sua voce. E’ l’anomalia miracolosa che aspettava da sempre?
Anomalisa segna il debutto alla regia di un lungometraggio animato (in coppia con Duke Johnson) di Charlie Kaufman, due volte nomination all’Oscar per le sceneggiature di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee, e vincitore per il capolavoro Se mi lasci ti cancello. E’ la tecnica della stop-motion, finanziata con una campagna di crowdfunding, a portare sullo schermo una sua commedia teatrale, che non potrebbe apparire più cinematografica e più adatta al mezzo. Perché nell’animazione la paradossale normalità che circonda Michael risulta naturale, tramutando in allegoria quella che rischierebbe di rimanere solo un’idea eccentrica.
Il tema portante qui è, come in Se mi lasci ti cancello, la disarmante capacità che ha l’essere umano di intralciare la propria ricerca della felicità, confondendo fatalmente la crudeltà del destino con la propria incapacità ad accettarne l’imperfezione. Michael trascorre tutta la vicenda ritenendosi diverso e temendo l’omologazione, e Kaufman con enorme abilità costruisce una vera empatìa tra noi e quest’uomo di mezz’età la cui sofferenza interiore, sulle prime, ci appare comprensibile seppur indice di debolezza.
Kaufman tuttavia non è un autore accondiscendente, è uno di quelli che crede nello spiazzare lo spettatore per metterlo di fronte a un ribaltamento del punto di vista, salutare ma amaro come il medicinale che da bambini proprio non volevamo ingoiare. Michael è una vittima o è patetico? La disperata ricerca di un senso alto, “superiore”, nei rapporti umani è una sofferenza che segna menti privilegiate o un atto di presunzione che trascina potenziali affetti e bei momenti in un gorgo di nulla? E’ il mondo che non ci merita o siamo noi che non ci meritiamo il mondo?
Anomalisa, che sa commuoverci con una lunga quanto realistica scena di sesso (sì, con dei pupazzi), sa anche indignarci e perderci, partorendo un racconto disturbante, ai limiti dell’horror in alcuni momenti più visionari. Lasciandoci con una consapevolezza: che la ricerca dello “splendore eterno della mente immacolata” sia ancora per Kaufman ciò che rende l’essere umano così irresistibilmente tragicomico.
Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

Impareggiabile architetto di labirinti mentali, Charlie Kaufman trova nello stop-motion il porto franco delle sue ansie creative, ovvero il luogo perfetto dove sfogare liberamente tutta la complessità del suo immaginario esistenziale (grazie all’apporto del crowd-funding, che affranca la produzione dal giogo degli studios).
Anomalisa nasce come spettacolo teatrale, ma l’approdo al cinema d’animazione sembra frutto di un processo naturale, quasi obbligatorio per un soggetto del genere: viviamo poche ore nella vita di Michael Stone (David Thewlis), guru dei libri motivazionali che si reca a Cincinnati per una conferenza, e comincia a sperimentare la sconfortante omogeneità del mondo che lo circonda. I volti sono tutti identici, le voci sono indistinguibili le une dalle altre, le banalità verbali sono sempre le stesse. Almeno finché non incontra Lisa (Jennifer Jason Leigh): dolce e sensibile, intimidita da una piccola cicatrice sul viso, Lisa è l’eccezione, l’anomalia… Anomalisa, insomma. I due trascorrono la notte insieme, ma cosa succederà alla luce del mattino?
Kaufman è supportato alla regia da Duke Johnson, che ha diretto il memorabile episodio natalizio in stop-motion di Community; non a caso, Anomalisa è prodotto dalla Starburns Industries di Dino Stamatopoulos e Dan Harmon, brillante creatore della sit-com americana. La sceneggiatura è però interamente frutto di Kaufman, il quale vi riversa le medesime ossessioni che caratterizzavano i suoi lavori passati, come i tranelli dell’identità individuale (Essere John Makovich) e la caducità del sentimento amoroso (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), raggiungendo una sintesi buffa e malinconica dei suoi temi ricorrenti. L’autore costruisce alcuni esilaranti siparietti dialogici che denudano la vacuità degli small talk, lasciando crescere l’insofferenza di Michael fino all’incontro con Lisa, voce fuori dal coro (in senso letterale) che gli restituisce un barlume di felicità. L’espediente utilizzato, in tal senso, è semplice ma efficacissimo: con l’esclusione di Michael e Lisa, tutti i personaggi sono doppiati dalla stessa voce maschile (Tom Noonan) e hanno la stessa faccia, declinata in età e generi diversi.
Se ne ricava l’impressione di un mondo sedato e dormiente, immerso nel liquido amniotico della propria mediocrità, che Michael cerca di scuotere con proclami di buon senso (la storia è ambientata nel 2005, in piena era Bush), ma ricevendo in risposta solo la consueta retorica populista. Al contempo, la comicità surreale ha il pregio di trasfigurare la realtà in una dimensione grottesca, ricca di nonsense, dove i dialoghi frizzanti di Kaufman aumentano il senso di straniamento che ne consegue. I pupazzi animati, d’altra parte, sono stranianti per definizione, soprattutto con un taglio registico come quello di Anomalisa, che replica il linguaggio del cinema “dal vivo” sia nelle scelte di montaggio sia nella costruzione delle inquadrature.
L’ironia non ha però una funzione salvifica, tutt’altro: è una resa incondizionata al disgusto della realtà, un’accettazione sarcastica delle sue innumerevoli amarezze. L’umorismo è disilluso, la ricerca del contatto umano scivola sempre nell’imbarazzo, i rapporti erotici (paradossalmente tra i più verosimili mai visti nel cinema americano) sono goffi e impacciati. In questo contesto, Kaufman e Johnson non dimenticano di svelare l’artificio della rappresentazione, reso evidente dalle cuciture ben visibili sulle facce dei pupazzi, instabili e pericolanti come maschere in procinto di cadere: è tutta una farsa, sembra dirci l’autore, e noi ne facciamo parte. Eppure, la compattezza “materica” dei personaggi di Anomalisa restituisce un senso di umanità che supera persino i film in live-action, stravolgendo – se ancora ce ne fosse bisogno – le concezioni più stereotipate sul cinema d’animazione. Carne e ossa contano poco, quando la realtà dei sentimenti è così cristallina.
Da non perdere.
Lorenzo Pedrazzi, da “blog.screenweek.it”

Michael Stone è marito e padre nonché noto autore del best seller “Come posso aiutarti ad aiutarli?” e si trova a Cincinnati per una conferenza. Michael prende alloggio all’hotel Fregoli e, dopo aver rivisto una donna con cui undici anni prima aveva avuto una relazione, incontra casualmente Lisa Hesselman la quale è arrivata in città con un’amica proprio per assistere alla sua conferenza. Tra i due si instaura un’immediata attrazione che potrebbe cambiare la vita di entrambi.
Charlie Kaufman una volta ha affermato: “l’abitudine per uno scrittore è quella di consegnare una sceneggiatura e poi sparire. Questo non fa per me”. Dopo aver trovato registi che rispettavano questa sua volontà (Gondry e Jonze) Kaufman si era messo in proprio con Synecdoche, New York e ora, grazie a un crowdfunding, con questo nuovo film in cui non smette di sperimentare utilizzando un’animazione stop motion che, sin dalle prime inquadrature, ripropone l’ormai nota originalità dell’autore a cui, per l’occasione, si affianca Duke Johnson. Se ci si ferma però al plot di base si può ricavarne l’impressione della ennesima riproposizione della storia di due esistenze chiuse nella propria più o meno affollata solitudine che cercano insieme una possibile via d’uscita. Kaufman ce l’aveva già proposta con intensità in Se mi lasci ti cancello. Con lui però non è (e non poteva essere) così. Perché i pupazzi sono sin dall’inizio tali in quanto mostrano le giunture di maschere che lasciano intendere che, sotto di esse, ci sia un aspetto non umano. Ma, come accade spesso nei suoi lavori, è presente un ulteriore livello di lettura che abbisogna di specifici strumenti di decodifica. Lo spettatore infatti si chiede inizialmente perché tutti i personaggi, tranne Michael, abbiano la stessa voce maschile sia che si tratti di uomini che di donne. Quando poi entra in scena Lisa si può finalmente ascoltare l’unica voce femminile e a questo punto le ipotesi potrebbero essere molteplici andando dalla disumanizzazione di un mondo di pupazzi a quella della messa in rilievo dell’unicità del possibile ‘vero amore’.
C’è però una risposta molto più aderente al film e anche più ‘scientifica’ anche se sottaciuta. Perché Michael Stone sceglie non casualmente il Fregoli Hotel. La storia del teatro ci ricorda come Leopoldo Fregoli sia stato un grande imitatore ma soprattutto un grandissimo trasformista sulle scene di tutto il mondo. Non tutti però sanno che al suo nome è legata una sindrome che definisce una malattia psichiatrica in cui il paziente si sente perseguitato da una singola persona la quale, secondo il suo delirio, assume le sembianze di coloro che lo circondano non abbandonandolo mai. Riletto in questa chiave il film assume tutta un’altra rilevanza e la colazione mattutina in hotel si rivela come un piccolo gioiello di scrittura in costante equilibrio tra ironia e tragedia.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Doveva essere “Charlie Kaufman a briglia sciolta”, finalmente libero dalle paure di produttori e distributori, finalmente senza freni grazie ad un finanziamento tutto in crowdfunding e invece, curiosamente, Anomalisa è uno dei film più controllati e sobri dello scrittore americano. Nel piccolo dramma venato di ironia che si svolge in meno di 24 ore a Cincinnati è possibile notare ancora meglio le doti di questo straordinario inventore di personaggi, quelle che in passato erano oscurate dal fantastico e dalle trame spiazzanti.
Ovviamente c’è poco di consueto in Anomalisa, non manca qualche invenzione visiva e qualche incubo che echeggia gli uffici senza senso di Essere John Malkovich o gli ambienti che si modificano intorno al personaggio che ne vuole fuggire di Se mi lasci ti cancello, ma la gran parte del film è costituita da Michael Stone e dalla sua nottata in hotel, dalle sue pulsioni e dalle persone con le quali cerca di soddisfarle. Se i precedenti film di Kaufman erano opere di parole e immagini, questa è soprattutto di parola.
Come sempre c’è la solitudine in questa storia, la volontà di essere compresi e la realtà di essere abbandonati a se stessi, le sensazioni che martoriano lo scrittore protagonista (autore di un bestseller aziendale su come ottimizzare il customer care e arrivato a Cincinnati per tenere una conferenza su questi temi). Chi ha confidenza con i film di Kaufman sa che le bambole in movimento e le emozioni che sono in grado di simulare nella loro fissità non sono una novità, già Spike Jonze ci aveva lavorato sopra in maniera magnifica per Essere John Malkovich, qui però i pupazzi alternano la verosimiglianza al metatestuale. Kaufman non vuole privarsi della possibilità di mostrare come siano fatte di componenti e usare ciò per mostrare le paure del suo Michael Stone.
Per quanto sia molto divertente, grazie a quell’umorismo unico e rinfrescante che conosciamo, Anomalisa in ultima analisi mette in scena il dolore cui si è costretti dal vivere e la conseguente disperazione delle azioni cui induce. Stone non è un uomo particolare ma uno normale con normali amarezze e questa è la sua forza.
I drammi da camera come Anomalisa non sono pochi, nè sono pochi i film sulla solitudine, nessuno però ha la cattiveria strisciante e l’odio per se stessi di questo film che disprezza i personaggi a cui è costretto a stare vicino come loro disprezzano se stessi con dolore.
Kaufman, in definitiva, è dotato della caratteristica chiave degli autori più sconvolgenti: una sincera prossimità con le emozioni di cui parla. Lungo tutti i suoi film si ha la netta sensazione che quella paura, quella tristezza e quelle repentine e brevi impennate di gioia, l’autore sia il primo a provarle, sia il primo a cui tremano le mani mentre scrive e mette in scena quello che ci colpisce così tanto. Ciò non significa parlare di se stessi ma di qualcosa che si conosce così bene da poterlo declinare e raccontare in maniere inedite, senza appoggiarsi a quello che altri hanno fatto in precedenza. Significa riconoscere quelle sensazioni in azioni e frasi in cui altri non le scorgono e avere la capacità di gettare una luce su di esse, così che tutti le vedano.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

Un aereo di linea procede lento, camuffandosi candido fra le nuvole rosee che si avviano alla fine del giorno. Michael osserva tutto dal finestrino, mentre uno sconosciuto gli stringe la mano per paura. A terra, ad aspettarlo, la pioggia copiosa di Cincinnati, un tassista che ama chiacchierare e un fattorino puntiglioso e gentile. C’è però qualcosa di strano tutt’intorno, e un ronzio inizia a farsi strada nella mente dello spettatore: ogni personaggio ha volto e voce uguali. Donne e uomini, capi e impiegati, mogli e figli, nessuna differenza, un autentico shock per noi che guardiamo ma non per il nostro protagonista, poiché siamo esattamente nei suoi occhi.
La società alla quale è abituato a parlare, ma soprattutto a evitare per isolarsi il più possibile, non ha sfumature, tutto è piatto, monotono, freddo e sterile, compresi i sentimenti. Forse il lato più triste fra gli altri, se persino chi ami non ha parole dolci nei tuoi confronti, se tuo figlio pensa solo a che regalo gli porterai di ritorno dal viaggio di lavoro, e niente di più. Può accadere però che nella notte una voce nuova, diversa, si faccia strada fino all’orecchio; che un viso particolare, unico, inciampi sulla tua strada, cambiando ogni prospettiva. Lisa non è certo perfetta, è bassina, non è propriamente una modella e porta con vergogna una cicatrice sopra l’occhio destro, maldestramente coperta da un ciuffo cadente. Una piccola anomalia, che nel patinato universo creato insieme a Michael ispira un gioco di parole, Anomalisa. Poche ore per ritrovare l’entusiasmo perduto, la passione, l’orizzonte, galoppando oniricamente verso un finale poetico ma obbligato, arreso alla realtà dei fatti ma aperto all’interpretazione dello spettatore.
Charlie Kaufman, che ricorderete per i visionari e immortali Se Mi Lasci Ti Cancello e Essere John Malkovich, prende dalla sua parte il maestro dello stop-motion Duke Johnson per creare un film delizioso, immaginifico, dalla regia dinamica ed estroversa capace di sospendere il fiato al suo pubblico. Gran parte del lavoro spetta però ai dialoghi, che hanno il complicato compito di muovere i pupazzi su schermo con ironia e significato. Fra le righe la disperazione della routine, dell’accontentarsi, del non dare e non cercare abbastanza; del perdere di vista l’essenza delle cose, e rimediare d’un tratto facendo l’amore dopo otto anni o cantando ad alta voce Girls Just Want To Have Fun, senza paure. Una favola agrodolce per adulti, che invita a seguire proprio le parole di Cyndi Lauper, a ripetere come un mantra quel verso che recita “I want to be the one to walk in the sun”, voglio essere la sola a camminare nel sole, per ritrovare la nostra voce, la nostra unicità.
Aurelio Vindigni Ricca, da “cinefilos.it”

Provate a immaginare di essere circondati ormai da anni da un ambiente a voi talmente neutro da sembrare artefatto, dove tutto vi scivola addosso e dove nulla vi stupisce più, condannati a una pace esistenziale obbligata in cui tutto, comprese le voci delle persone, suonano allo stesso modo, sempre. Immaginate ora che in una situazione del genere, d’improvviso iniziate a sentire e vedere qualcosa di diverso, qualcosa che aspettavate da tempo che vi accende finalmente una luce: ecco ora sapete cosa vuol dire essere Michael Stone. Michael Stone è un motivatore, guru nel campo del customer service aziendale, in trasferta solitaria a Cincinnati per tenere una conferenza sul suo ultimo libro Help me to help you. Michael è un uomo di mezza età, sposato con un figlio e ormai alienato dalla sua routine familiare. La sera prima della conferenza, mentre si trova in hotel, incontra casualmente Lisa, una donna per sua stessa definizione “anomala” (da cui la crasi Anomalisa che dà il titolo al film). Tra i due scatta subito la scintilla: Lisa è una donna semplice, fan di Michael e dei suoi manuali, pende dalle sue labbra e lo vede come un uomo inarrivabile. Michael invece trova in lei qualcosa di speciale e di diverso, come il suono languido della sua voce rispetto a tutte le altre, e che identifica come il suo desiderio. Così nasce una relazione tra i due che porterà Michael a esplorare il suo essere interiore e porsi delle domande sulla sua vita
Charlie Kaufman, sceneggiatore culto di Essere John Malkovich nonché regista enigmatico, torna a dirigere Anomalisa sette anni dopo Synecdoche, New York, e si cimenta con un film di animazione con la tecnica stop-motion insieme a Duke Johnson, specialista del genere. Kaufman sceglie di raccontare una storia delle sue, quelle in cui si esplora la mente umana fin dove gli altri non arrivano, tutto sotto forma di una storia d’amore. Lo fa utilizzando dei pupazzi così ben animati e caratterizzati da sembrare a tratti degli attori veri, perché veri e puri sono i sentimenti che esprimono. Il personaggio di Michael è così disilluso da non avere più stimoli: poi, a un tratto, tutto cambia e lui si trasforma in un adolescente ancora capace di innamorarsi con un colpo di fulmine. Il suo carattere così volubile destabilizza un po’ lo spettatore che viene guidato inconsciamente in un viaggio nei meandri della sua mente per poi ritrovarsi al punto di partenza. Il personaggio di Lisa invece sembra essere l’esatto contrario: fragile, disincantata ed anomala prima, quanto sicura e rilassata dopo l’incontro col suo beniamino… così tanto tranquilla da non esser più così anomala e sembrare, agli occhi di Michael, come tutti gli altri.
Due personaggi che mutano con l’evolversi della storia, che si arricchiscono a vicenda come spesso accade nelle storie d’amore, per poi ritrovarsi infelici come prima. Anomalisa è dunque un film d’animazione per adulti, una storia d’amore che lascia l’amaro in bocca. Ci troviamo di fronte a una ennesima, originalissima, prova di un autore che, dopo il premio oscar nel 2005 con la migliore sceneggiatura originale per Eternal sunshine of the spotless mind, riceve, meritatamente, il gran premio della giuria alla settantaduesima mostra del cinema di Venezia. Difficile pensare che un autore del genere per riuscire a produrre questo film abbia dovuto ricorrere al crowdfunding: che il mondo abbia dimenticato “l’infinita letizia della sua mente candida”?
Christian Silvi, da “nocturno.it”

Se bastasse un cuore per ricominciare a vivere, un sentimento per allontanare tutto il peso devastante dell’esistenza, dell’essere qui, in un mondo sconnesso dove ogni voce è uguale e i giorni si ripetono fotocopiati, in perenne stasi tra una sensazione di morte e l’ansia che non ci sia davvero più nulla, di questo tutto che equivale a niente. I dubbi del protagonista Michael Stone sono gli stessi nostri (o perlomeno, della nostra parte più emo), così come di un’intera generazione cresciuta nella fragilità della società postmoderna, quella immersa negli psicofarmaci, nei sentimenti che ormai non conoscono vie di mezzo: o si è felicissimi fino a toccare il cielo con un dito, o tristissimi nel devasto. E proprio tra queste sensazioni oscilla Stone, apatia ed euforia, speranza e sconfitta, fino a quell’incontro che potrebbe finalmente cambiare tutto: un nuovo amore, un incontro fortuito in un albergo sperduto di Cincinnati.
Charlie Kaufman e Duke Johnson mettono in scena un’educazione sentimentale apparentemente semplicissima e quasi classica nel suo svolgersi, ma sono i molteplici livelli di lettura a renderla ancora una volta un’opera tanto complessa quanto ricca di sfumature come già Essere John Malkovich o Synecdoche, New York. E la cosa più bella è che in tutto questo lavoro intellettuale sulla scrittura (ad esempio, il nome dell’albergo in cui si svolge la narrazione, Fregoli, richiama sia una malattia mentale che Leopoldo Fregoli, attore teatrale particolarmente noto per le sue imitazioni), gli autori non perdono mai il focus sul fattore umano, nonostante un’animazione in stop-motion minimale e scarna. Il racconto diventa universale, e l’universale, uno specchio in cui riflettersi.
Dall’altra parte, il ritratto di un uomo che non vorremmo mai essere, ma che purtroppo siamo diventati. La parabola, ancora una volta, ci ricorda come l’unica possibile stabilità non si trovi nel posto in cui siamo o nelle persone con cui riusciamo a stabilire una connessione, bensì nel nostro piccolo e complicatissimo cervello: happiness is a state of mind. E aggiungeremmo, of heart. Kaufman non propone una soluzione, ma si limita a esporre il dramma con empatica sincerità, talvolta alleggerendo con l’umorismo, altre volte accentuando con delle sequenze oniriche. Ben presto la love story diventa un incubo in loop, e la maledetta paura, usciti dalla sala, è quella di sentirsi veramente un pupazzetto in stop-motion. Come a dire: una volta ti cancellavo solo se mi lasciavi; oggi, ti cancello a prescindere, perché sono una persona triste.
Pierre Hombrebueno, da “bestmovie.it”

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