dory

Alla ricerca di Dory

Alla ricerca di Dory

Tra i tanti (troppi?) sequel impossibili annunciati dalla Pixar in questi ultimi 24 mesi, vedi Gli Incredibili 2, Cars 3 e Toy Story 4, Alla Ricerca di Dory sembrava davvero il più azzardato. Questo perchéAndrew Stanton, all’epoca autore del soggetto, della sceneggiatura e ovviamente regista, aveva creato con Alla Ricerca di Nemo un instant-classic capace di resistere nel tempo, vincere un Oscar e incassare 936,743,261 dollari in tutto il mondo. Una meraviglia subacquea che sembrava avesse già raccontato tutto dei suoi protagonisti, se non fosse per la smemorata ed esilarante Dory, pesciolina azzurra in lingua originale doppiata da Ellen DeGeneres e in italiano dalla sublimeCarla Signoris. Ed è proprio su di lei, sulla sua storia, sul suo passato a noi (e a lei!) sconosciuto che Stanton si è soffermato, confermando ancora una volta l’assoluta unicità in campo emozionale da parte della Pixar.

Perché nessuno come loro, e la cosa va avanti da 20 anni oramai, è in grado di arrivare al cuore dello spettatore, grande o piccolo che sia, stimolando gioia, sorrisi e al tempo stesso commozione. Chiacchierona e dalla memoria a breve termine che fa cilecca, impulsiva e sempre sorridente, Dory non sa da dove venga e chi siano i propri genitori. Fino a quando un lampo, tanto fugace quanto abbagliante, non le fa ricordare lontani istanti familiari, convincendola a partire nuovamente all’avventura per rintracciarli. E riabbracciarli. Al suo fianco, neanche a dirlo, il pesce pagliaccio Marlin, suo leale amico, e il piccolo Nemo, proprio grazie a lei scovato dall’altra parte dell’Oceano un anno prima.

Alla ricerca di Dory inizia infatti un anno dopo le avventure raccontante nel 2004 in Alla ricerca di Nemo, riportando un’altra volta le disabilità di questi pesci così spaventosamente umani al centro della scena. Dalla pinna atrofica di Nemo siamo ora passati alla memoria ballerina di Dory, evidentemente limitata eppure coraggiosa e disposta a tutto pur di riuscire in un’impresa apparentemente impossibile: ritrovare mamma e papà. Attraverso una serie di commoventi flashback Stanton fa (ri)vivere tanto a lei quanto a noi verità del suo passato da tempo rimosse, alimentando indirettamente una nuova avventura che vedrà Dory, Marlin e Nemo conoscere inediti animali. Dal pesce luna doppiato da Massimiliano Rosolino allo stupendo polpo camaleonte di nome Hank, passando per i leoni marini Fluke e Rudder, la bislacca foca Gerard e la stupida ma fedele anatra Becky.

Se l’effetto deja-vu è costantemente e pericolosamente dietro l’angolo, una volta abbandonata la tartaruga Scorza il regista si affaccia fortunatamente su altri piani, affidando all’incredibile forza di volontà di questa pesciolina l’arduo compito di riunire famiglie e ampliare amicizie, traendo energia proprio dalle proprie mancanze. Nuotando in un percorso ad ostacoli che sembrerebbe davvero non finire mai, Dory supera prove apparentemente insormontabili sempre solo e soltanto grazie al proprio istinto, a cui aggrapparsi nei momenti di maggiore difficoltà. Visivamente meno accecante e ovviamente originale rispetto al primo capitolo, questo sequel Pixar rimane comunque l’ennesimo successo emotivo dello studios animato, forse più infantile rispetto agli ultimi titoli ma ancora una volta centrato su quel che c’è di più importante al mondo, che tu sia uomo o animale. Gli affetti di chi ti vuole bene. Attraverso un abbraccio tra pinne, due occhioni che raccontano un mondo, una voce rotta dall’emozione o la magia dell’imprinting, Stanton e gli animatori Pixar sono nuovamente riusciti ad umanizzare un pesciolino, a lungo solo al mondo a causa di una malattia da cui comunque provare ad estrarre il meglio. Riuscendoci.

Ingredienti vincenti che hanno subito fatto breccia al box office americano, tanto da tramutare Dory nel maggior incasso animato di sempre (inflazione esclusa), superando titoli come Frozen, Toy Story 3 e Shrek 2, nonché nel maggior incasso assoluto di questo 2016 davanti a supereroi come Civil War e Deadpool. Perché non ci si può unicamente affidare ai superpoteri per superare ostacoli a prima vista inaccessibili, vincere sfide impossibili e abbattere terrificanti paure (occhio al meraviglioso corto iniziale). E la petulante ma adorabile Dory, impavida svampita, ne è la dimostrazione animata.

voto: 7,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

Incensare la Disney, incensare la Pixar, è diventato lo sport nazionale più semplice da praticare.
Te li servono su un piatto d’argento, loro, gli elogi, quando ci si mettono – e lo fanno spesso – riescono a tirar fuori con estrema naturalezza opere impeccabili, meravigliose, magari non per forza capolavori, eppure sempre difficili da dimenticare.
Prendiamo in esame “Alla Ricerca Di Dory”, per esempio: un sequel non programmato, sviluppato gradualmente, in cui c’era più da perdere che da guadagnare. Tu stai lì, titubante, pensando alla solita operazione di marketing. Fin quando, poi, il film comincia e ti basta una scena a rassicurarti e a garantirti che sarà l’ennesimo viaggio da ricordare.

Già, è sufficiente guardare per un attimo la piccola Dory per sciogliersi ed innamorarsi, sentirla parlare con la voce da pesciolina del suo problema di perdita di memoria a breve termine con i genitori, quello che la costringe ad avere paura dell’oceano, della sua vastità sconfinata e della possibilità di dimenticare un giorno la strada di casa piuttosto che il volto delle persone che ama. Occhi lucidi, reminiscenze, brivido. Senza accorgertene ti rendi conto che “Alla Ricerca Di Nemo” di questo seguito aveva bisogno, che quella co-protagonista divertente, in realtà, era un valido elemento comico, certo, ma aveva un background da esplorare assai profondo che l’avrebbe fatta funzionare perfettamente anche a livello drammatico. Infatti, ad un certo punto, si passa daiflashback del passato al crossover con il capitolo precedente, mettendo in risalto che, prima dello scontro frontale e fortuito con Marlin, Dory era ancora intenta a cercare la sua famiglia: quei genitori che accidentalmente aveva perduto in tenera età e che non ricordava più né come rintracciare, né come si chiamassero. Ed è questo l’assunto sul quale fa affidamento la pellicola, il pretesto da cui, con una dissolvenza geniale, i registi Andrew Stanton (anche sceneggiatore) eAngus MacLane ripartono, mettendo le basi, per andare a ricalcare, in maniera uguale, ma diversa, le orme fortunate e l’immaginario perlustrato dal capostipite: percorrendo una seconda ricerca disperata e comica, stavolta alla rovescia (è la figlia che cerca i genitori), che nonostante non sappia tenere il medesimo passo e la medesima carica emotiva, conquista e travolge, incollando alla poltrona.

C’è ancora la famiglia allora a fungere da motivazione. L’amore incondizionato di chi ti ha messo al mondo, di chi ti ha accudito, di chi non ha nulla a che vedere con la memoria perché fa parte di qualcosa che rimane impressa altrove, indelebile, che se non ce l’hai al tuo fianco ti manca tantissimo, lo percepisci, puoi sentirlo dentro. Per questo saresti disposto a percorrere l’oceano e oltre – come direbbe Buzz Lightyear, parafrasandolo un po’ – pur di recuperarlo, persino a tastoni, se serve, affidandoti all’istinto e alla provvidenza che, si sa, molto spesso non guasta. Del resto, rispetto a “Alla Ricerca Di Nemo”, qui, il credere in sé stessi ha un ruolo principe, determinante, al punto da somigliare quasi ad un grido liberatorio. Quel non arrendersi mai, il concedersi alla follia, cercare costantemente un altro modo per aggirare l’ostacolo (perché c’è sempre un altro modo): prendendo coscienza dei propri limiti, ma allo stesso tempo sfruttandoli a proprio vantaggio per spingersi in avanti e lasciarli alle spalle.

Come fai perciò a non incensare chi ti permette di toccare queste corde? Come fai a non commuoverti di fronte alla dolcezza, la determinazione, l’instancabile ironia disseminati dalla pellicola? Di fronte alla lotta che Dory compie contro sé stessa solo ed esclusivamente per far del bene a sé stessa, provando ai suoi limiti, al mondo e a chiunque l’abbia messa in discussione che nulla conta di più di ciò che proviamo interiormente, che nulla può fermarci finché non siamo noi a deciderlo, ma soprattutto che nulla è impossibile se accanto hai una famiglia (allargata) disposta a mettere a soqquadro un’autostrada pur di aiutarti a star bene e a raggiungere il tuo obiettivo.
Di fronte a ciò, l’unica cosa che puoi fare è metterti comodo, rilassarti e lasciare che le lacrime ti invadino gli occhi, le risate la bocca ed i brividi il resto del corpo.

di Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

 

Raro esempio di sequel che è però anche uno spin-off, Alla ricerca di Dory si svolge tre anni dopo i fatti narrati in Alla ricerca di Nemo e si concentra su un personaggio che, in quel film, assolveva la funzione di puro elemento comico.
Quel pesce chirurgo affetto da continui vuoti di memoria – Dory per l’appunto – che un vago quanto improvviso flashback della propria infanzia spinge a intraprendere una nuova avventura nei fondali oceanici alla ricerca dei genitori perduti (e dimenticati) tanti anni prima.
Ad accompagnarla – in una coraggiosa inversione del rapporto fra protagonisti – ci sono sempre Merlin e suo figlio Nemo, spalla che ha qui il sapore di un adorabile contrappasso emotivo, anche se, questa volta, la disabilità da superare non è più di natura fisica (la pinna atrofica del piccolo Nemo) ma addirittura neurologica.
È assai arduo infatti anche solo pensare di poter cercare qualcuno mentre una serie continua di amnesie ti portano a dimenticare persino chi stai cercando.
Ecco dunque che il viaggio, da ricerca di qualcuno, si trasforma ben presto in una tenera e rocambolesca ricerca di sé e del proprio tempo perduto di cui è sinceramente difficile non innamorarsi all’istante.

Finding_Dory_2

Alla ricerca di Dory rappresenta così il terzo centro pieno in poco meno di un anno per la Disney (dopo due capolavori come Inside Out e Zootropolis) oltre a essere un autentico colpo al cuore per chiunque.
Un film tecnicamente magnifico, che finge di adagiarsi su uno dei maggiori successi commerciali della casa madre per spingersi in realtà ben oltre. Laddove infatti Alla ricerca di Nemo rappresentava l’ennesima, sebbene riuscitissima, declinazione di un coming of age di cui ormai alla Disney sono maestri indiscussi, con questo sequel si ha la netta impressione di trovarsi al cospetto di un’opera ben più complessa e concettuale, in cui il discorso sull’accettazione e il conseguente superamento dei propri limiti cede ben presto il passo a una riflessione nient’affatto scontata sull’importanza della memoria.
L’impianto drammaturgico è quasi sperimentale, con la storia che procede per ellissi e i personaggi di contorno (occhio allo scorbutico polpo Hank e al beluga con problemi di geolocalizzazione, due classici istantanei) a fungere da stampella mnemonica per la protagonista e, al contempo, da asse temporale all’intero film.

Un film che punta dritto al cuore, dispensando in maniera chirurgica risate e commozione fin dalla sua primissima e toccante scena. Pur mancando dell’elemento di novità del primo film, Alla ricerca di Dory gli risulta alla fine addirittura superiore, e non solo grazie alle  innumerevoli innovazioni tecnologiche intercorse negli ultimi tredici anni, ma soprattutto perché figlio della maggiore e più sottile sofisticazione con cui ormai da anni la Disney costruisce meccanismi a più livelli, perfettamente fruibili sia da un pubblico adulto che bambino. Perché, sotto la superficie dichiaratamente pedagogica di un’opera che è comunque un gioioso inno all’accettazione di sé e dei propri difetti, c’è anche un chiaro invito a perdersi (onde poi ritrovarsi, è ovvio) che non può lasciare indifferenti e che fa il paio con la nascita della malinconia così mirabilmente descritta inInside Out.
A quel punto l’oceano coi suoi abissi smette la sua funzione di mero fondale per diventare  un vero e proprio luogo dell’anima, in cui il mostro peggiore in cui ci si possa imbattere non è neanche fisico ma ben più subdolo e immateriale e più o meno coincide con l’incapacità di mettersi in gioco, di uscire dall’acquario in cui si è immersi e provare un senso di appartenenza che vada oltre il colore delle proprie squame.
Ecco, forse il torto maggiore che si potrebbe fare a questo film non è nemmeno il non andare a vederlo, quanto il valutarlo come semplice sequel di un blockbuster.
Perché Alla ricerca di Dory è senza alcun dubbio molto di più.

Voto 7,5

Fabio Giusti, da “movielicious.it”

 

Vi state chiedendo quale sia il lasso temporale necessario a far decantare il successo planetario di un film d’animazione per regalargli un sequel degno di questo nome? Adesso è facile rispondervi: più o meno 13 anni; possiamo confermarvelo dopo aver preso visione dell’attesissimo Alla ricerca di Dory (Finding Dory)!

Correva l’anno 2003, infatti, quando il mondo Pixar ci catapultava per la prima volta nello sconfinato ed affascinante mondo che si cela negli abissi oceanici con Alla ricerca di Nemo. A quelli di voi terrorizzati dall’assonanza dei due titoli non possiamo far altro che confessare di aver peccato esattamente quanto loro e, contemporaneamente, raccomandare di buttare via paure e preconcetti, andare al cinema e godersi 103 minuti di fragorose risate e tenera malinconia.

È passato solo un anno dal lungo viaggio intrapreso da Marlin per riabbracciare suo figlio e la vita nascosta dalle increspature delle onde va avanti senza intoppi: Nemo frequenta ancora la classe del Maestro Ray insieme ai suoi amici ed ogni sera torna a dormire tra i tentacoli dell’anemone al cui veleno è immune.

L’unico cambiamento degno di nota è l’entrata in famiglia di una femmina di pesce chirurgo molto sui generis. Naturalmente si tratta di Dory, la smemorata cronica che, dopo aver ricoperto un ruolo da non protagonista in Alla ricerca di Nemo, ha saputo ingraziarsi il pubblico di tutte le età, arrivando a far puntare tutti i riflettori su di sé in un sequel che non si può fare a meno di considerare (anche) uno spin-off.

Alla ricerca di Dory

Alla ricerca di Dory è un viaggio nella psiche e nell’oceano
alla ricerca del proprio io

Alla ricerca di Dory, infatti, non fa altro che entrare nella psiche di un personaggio che già 13 anni fa avevamo intuito possedesse grosse potenzialità empatiche: le stesse in cui gli autori hanno sapientemente scavato, dando vita ad un film d’animazione che si fa strada tra i mal archiviati ricordi di una pesciolina tanto entusiasmante quanto commuovente. E cosa succede quando ad un pesce che non ricorda cosa sia accaduto 7 secondi prima, ritornano in mente stralci di memorie lontane di cui non aveva mai avvertito la presenza? Sembra così semplice da immaginare; eppure…

Il viaggio tra emozioni, psiche e ricordi intrapreso con Inside out, continua anche in fondo all’oceano con Alla ricerca di Dory; la cui struttura temporale ricorda davvero tanto il nolaniano Memento, ovviamente con una timeline atta ad essere intesa e condivisa da un pubblico di qualsiasi età e sensibilità. Il viaggio a ritroso intrapreso da Dory per ritrovare le sue origini, la sua famiglia e soprattutto la propria identità è, prima di ogni altra cosa, una lotta contro se stessa; contro la parte di sé che ha sempre saputo deficere, e dalla quale non è mai riuscita ad avere risposte certe.

Alla ricerca di Dory

Anche stavolta Andrew Stanton (A bug’s life, Wall-E) ha curato non solo la regia, ma anche la scrittura di soggetto e sceneggiatura (come 13 anni fa), giustificando tutti gli anni trascorsi con un lavoro di ideazione eccezionale: mai scontato seppur mantenendo ad hoc la forma generale del film in cui a perdersi fu il piccolo pesce pagliaccio con una pinna atrofica.

Inutile raccomandarvi la visione del commuovente corto animato prima dell’inizio del film. Il suo titolo è Piper e racconta con estrema dolcezza le vicissitudini di uno stormo di uccelli nella proverbiale corsa contro il tempo per nutrirsi dei paguri visibili sul bagnasciuga soltanto nei pochi istanti di risacca delle onde.

E, per quest’anno, ricordate di segnare il 15 settembre sul calendario non soltanto per l’inevitabile ritorno tra i banchi di scuola, ma anche per tenere a mente l’uscita nelle nostre sale di quello che siamo sicuri sarà l’ennesimo film Pixar destinato ad entrare nei cuori di tante generazioni di pubblico.

Vincenzo Giordano, da “cinematographe.it”

 

 

Nella mente della smemorata pesciolina azzurra Dory riemergono all’improvviso frammentari ricordi del passato che la spingono ad avventurarsi nell’oceano alla ricerca dei genitori dai quali è rimasta separata da piccola. Accompagnata dall’amico Marlin e da suo figlio Nemo, Dory si ritrova prigioniera del Marine Life Institute in California dove conosce il polpo Hank, terrorizzato all’idea di vivere in libertà.

 

Alla ricerca di Nemo è stato uno dei capolavori che hanno consacrato la Pixar come la più innovativa e rivoluzionaria casa di produzione di film animati d’inizio millennio insieme alla Disney di cui è sussidiaria. Diretto da Andrew Stanton e uscito nel 2003, il quinto film della Pixar che raccontava il viaggio del pesciolino pagliaccio Marlin alla ricerca del figlioletto Nemo fu capace di incassare più di 936 milioni di dollari in tutto il mondo aggiudicandosi quattro nomination all’Oscar e vincendone uno per il Miglior Film d’Animazione.

Tredici anni dopo arriva il sequel, ancora scritto e diretto da Stanton, affiancato stavolta alla regia da Angus MacLane, veterano del dipartimento d’animazione della Pixar. La storia parte questa volta dalla comprimaria del primo episodio, la simpatica pesciolina chirurgo Dory, affetta da perdita di memoria a breve termine. La struttura del film segue quella del capostipite con la protagonista che parte alla ricerca dei suoi genitori e l’avventura si dipana in due linee narrative.

Nel primo film, Nemo finiva in un acquario con dei pesci che erano metafora di piccole e grandi psicosi quotidiane. Qui è Dory a restare prigioniera di un istituto marino dove conosce l’agorafobico e ambiguo polipo Hank, le cui doti camaleontiche lo mettono al centro di alcune delle gag visive più divertenti del film. Tra gli altri simpatici disadattati figurano Bailey, un beluga che ha perso la capacità di ecolocalizzare, e Destiny, uno squalo bianco miope.

La linea narrativa che segue Nemo e il padre Marlin presenta le tipiche dinamiche on the road con i due personaggi che si completano a vicenda evolvendosi. L’avventura denota alcune cervellotiche sequenze action e altri personaggi demenziali come gli spassosi leoni marini Fluke e Rudder (Idris Elba e Dominic West nella versione originale).

 Come da tradizione, la Pixar incardina il film sul fattore emotivo, con onestà e un pizzico di ruffianeria, a cominciare dai flashback della piccola e tenerissima Dory con i suoi genitori. Tutta la sequenza action finale è da antologia con un apice, sottolineato da What a wonderful world di Louis Armstrong, che resterà nel cuore del pubblico.

D’ambientazione marina anche il cortometraggio Piper che viene proiettato prima del film. Storia di un uccellino che deve iniziare a procacciarsi cibo da solo sul bagnasciuga ma ha paura della risacca. Una parabola semplicissima, rivolta ai più piccoli, davvero avvincente.

Degno successore del capostipite, Alla ricerca di Dory non sarà concettualmente geniale come Inside Out né innovativo come altri film della Pixar e segue con una certa sicurezza le orme del primo episodio ma riesce ad essere di nuovo coinvolgente, trascinante, con un ottimo lavoro di scrittura e un livello d’animazione come al solito sbalorditivo. Ha già registrato il più grande incasso di tutti i tempi per un film d’animazione ed è il film più visto nel 2016 negli USA.

Stefano Dell’Unto, da “mangaforever.net”

 

Ancora una volta, dopo Toy Story 3, The Brave ed Inside out, tocca ad un film Disney Pixar inaugurare la serata d’apertura del Taormina Film Fest. Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton ha allietato la serata al teatro antico di migliaia di persone, venute per godere delle nuove magie offerte dai geni del gruppo Pixar. Per diversi motivi, le aspettative nei confronti di questo film non erano delle migliori: si tratta di un sequel di un film del 2003 (Alla ricerca di Nemo) e la tendenza inconscia è quella di etichettare i sequel come mero prodotto economico volto al totale sfruttamento di un brand. Che anche i sequel possano avere una loro anima è una considerazione che, in genere, passa in secondo piano. Nel caso specifico dei Pixar Studies, l’esperienza di Toy Story 2 (inferiore al primo episodio ma ampiamente rivalutato alla luce del terzo e, quindi, di un giudizio complessivo sull’intera trilogia) e di Cars 2 (unico vero passo falso del team creativo di John Lasseter) gettava un’ombra anche su Alla ricerca di Dory. Mai giudizio preventivo fu più errato di questo applicato al lungometraggio animato di Andrew Stanton (tornato all’ovile, insieme a Brad Bird, dopo le esperienze nella live action). Dopo l’incursione nella matematica dei sentimenti, volto alla scoperta dei meccanismi logici (da catena di montaggio) dietro ad ogni processo creativo ed emozionale, ecco ritornare il famigerato binomio logica-sentimenti. Dory è il pesciolino che in Alla ricerca di Nemo aiuta Marlin in un viaggio di formazione alla ricerca del figlio. E ha un grande problema che ne mina la quotidianità: soffre di perdite di memoria a breve termine. In questo sequel, parte alla ricerca dei suoi genitori, in un viaggio che assume i contorni di romanzo di formazione, qual è, in effetti, l’intera produzione Pixar. Dory non conosce il proprio posto nel mondo, è animata da forti sentimenti nei confronti dei suoi amici e dei genitori ma, al contempo, la logica e le ripetute perdite di memoria intervengono, riportandola ad una sorta di eterno azzeramento. WALL-E, Lotso, Jessie, Carl Fredricksen, Nemo e Dory sono tutti quanti dei diversi che cercano la loro vera identità, confrontandosi con un mondo esterno che potrebbe trasformarli in carne da macello, riuscendo a trovare una dimensione in cui trasformare la loro vita in un inno all’immaginazione. Dotato di un interessante e delicato sotto-testo dedicato alla disabilità, Alla ricerca di Dory è un viaggio-formazione nei film della Pixar, nonché un manifesto programmatico su cosa sia il cinema per il team creativo di John Lasseter. Oltre ogni costruzione logica e rigorosa, si affermano sempre e comunque emozioni e sentimenti contrastanti. Non esiste la gioia senza la tristezza, allo stesso modo in cui non esisterebbero le emozioni senza una seppur lineare e semplice struttura drammaturgica. Per citare il dialogo finale tra Marlin e Dory: «È meraviglioso». «Indimenticabile». Alternando tra soluzioni narrative già sperimentate nei precedenti film, Alla ricerca di Dory è un tour sentimentale dentro noi stessi, ancor più di Inside out. Dentro ogni singolo bambino ed adulto trasformato irrimediabilmente dalla Pixar. E, ovviamente, è un gigantesco on the road all’interno del cinema, macchina creatrice di sogni che ci permette di nuotare verso nuovi sguardi e nuove avventure, senza mai dimenticare i nostri cari vecchi compagni di viaggio.

Matteo Marescalco, da “cinema4stelle.it”

Dory, pesciolina chirurgo amnesica, nuota una vita tranquilla in compagnia di Marlin e Nemo, perduto e ritrovato un anno prima. Una circostanza casuale riemerge improvvisamente nella mente di Dory il ricordo di un’infanzia e una famiglia perdute. Determinata a ritrovarsi e a ritrovare il suo passato, Dory infila la corrente con Marlin e Nemo e si lancia alla ricerca dei suoi genitori. Inseparabili e solidali, i tre amici attraversano l’oceano e approdano in California. Ma all’arrivo le cose si complicano, Dory finisce in quarantena all’istituto oceanografico, dove incontra Hank, octopus mimetico che odia i bambini e cerca un passaggio per Cleveland, Marlin e Nemo precipitano in un secchiello ‘traslocato’ da Becky, gavia spennata che li adotta e ‘cova’ come fossero uccelli. A colpi di pinna e di corrente, i nostri raggiungeranno il loro obiettivo in compagnia di uno squalo balena miope e di un beluga persuaso della défaillance del suo ecolocalizzatore.
Tutto il mondo si ricorda di Dory, personaggio irresistibile alla ricerca di Nemo. Tutti tranne Dory, amabile pesciolina blu che soffre di un disturbo della memoria breve. Sorgente inesauribile di gag nel Pixar oceanico del 2003, la sua amnesia diventa il centro di una favola sulla disabilità e la maniera di convivere coi limiti che impone. Ma Dory coltiva la reciprocità, l’esperienza di scambio vicendevole con un beluga colpito da un blocco psicosomatico, uno squalo balena affetto da miopia e un uccello di mare vagamente grullo, che mettono le proprie risorse a servizio della loro piccola comunità di “pesci fuori” (d’acqua).
Invertendo i ruoli, a questo giro di corrente i pesci clown recitano i ‘rinforzi’, Alla ricerca di Dory persegue lo spirito picaresco del titolo nuotando nel mondo di Dory deformato dall’amnesia. Colpita da una fugace immagine dell’infanzia, la ex comedy sidekick si lancia alla ricerca dei suoi ricordi, scongiurando con l’azione l’oblio. Nel viaggio che la separa dall’Istituto Biologico Marino riempito di attrazioni e reminiscenze, Dory rischia non soltanto di non trovare quello che cerca ma addirittura di perdersi. Quello che la protagonista dimentica è qualche volta un gioco, qualche altra una spinta tragica, più di tutto un dispositivo drammaturgico.
Le scene sono disconnesse le une dalle altre, isolate dentro la loro bolla temporale. Ed è proprio questa memoria instabile e altalenante come la marea a fare del film di Andrew Stanton un nuovo (e grande) Pixar concettuale. Più vicino a Inside Out che Alla ricerca di Nemo, a dispetto del titolo, Alla ricerca di Dory si svolge simbolicamente nella testa di Dory, una testa da ‘riordinare’. Lo spettatore non naviga nell’immensità dell’oceano ma nella sua proiezione ludica e pedagogica, mutuata direttamente dal parco d’attrazione emozionale di Riley, l’eroina di Inside Out.
Avventura più raccolta ma non meno travagliata, Alla ricerca di Dory non ha l’audacia del film che lo ha preceduto, che si concede addirittura l’astrazione, nondimeno la Pixar ribadisce e persegue un’ambizione melodrammatica e teorica, spingendo più lontano l’intrattenimento (mentale). Sospeso tra vena familista e delirio mnemonico, tra divertimento ed emozione, Alla ricerca di Dory concepisce nei molteplici flashback la versione infantile (e mielata) di Dory, che i genitori allevano nel tenero rispetto della sua differenza. Eroina senza memoria, immersa in un parco acquatico e dentro una storia concepita come un percorso ad ostacoli, Dory rivela una formidabile attitudine al presente, all’intraprendenza e al lavoro di squadra, aggirando la sua diversità e trovando un modo altro di nuotare nell’oceano della vita.
Nel bestiario bizzarro e travolgente messo ‘in acqua’ dalla Pixar peschiamo su tutti Hank, l’octopus camaleonte, Gerard, l’otaria allocca, Becky, il volatile spiumato e bislacco e un’anonima ostrica sentimentale con un surplus di memoria, lacrime e parole che non ha mai dimenticato la sua Capasanta. Accanto alla banda accreditata di Nemo, le creature marine della Pixar seguono le correnti marine e ci conducono al largo ‘abbordando’ la nozione di solidarietà e accettazione e toccando il fondo. Del cuore.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Alla ricerca di Dory: arriva domani 15 settembre 2016 in uscita in Italia il sequel di Alla ricerca di Nemo incentrato su uno dei personaggi più simpatici del film e di tutta la galassia del cinema d’animazione recente. Dory, il pesce chirurgo che soffre di perdita della memoria a breve termine, la ritroviamo in compagnia di Nemo e suo papà Marlin. Sono inseparabili e affrontano ogni giorno la routine del fondo dei mari. All’improvviso la malandata memoria di Dory ha un lampo: si ricorda di avere due amorevoli genitori, Jenny e Charlie, ma non sa, o forse non ricorda, dove siano. Così comincia una nuova ricerca: stavolta Nemo c’è e con papà Marlin (voce di Luca Zingaretti) aiuterà Dory a combattere una sfida anche con se stessa.

Chi non ricorda Alla ricerca di Nemo, film che commosse molti in un’epoca in cui l’animazione procedeva a grandi passi mettendo le basi per una marcia tecnologica spedita che continua, a gran velocità, ancora oggi. Alla regia c’era Andrew Stanton e c’è anche in questo nuovo capitolo. Uno dei pesi massimi della Pixar: regista e sceneggiatore tra gli ideatori di pietre miliari dello studio, parliamo diToy Story 3, Wall-E, Monsters & Co. E si vi ricordate di Nemo, impossibile dimenticarsi della smemorata Dory.
Alla ricerca di dory recensione filmAlla ricerca di Dory: le voci italiane sono di Carla Signoris, Luca Zingaretti, Stefano Masciarelli, la cantante Baby K, il campione di nuoto Massimiliano Rosolino.  Disney Pixar

Sono passati 10 anni e più e gli ingredienti sono rimasti gli stessi, certo l’animazione è avanzata di ere da allora, e nel film c’è una mediazione tra l’aggiornamento tecnologico necessario e la fedeltà all’opera. Una tecnologia non troppo evidente per non stravolgere l’ambiente marino com’era, 12 anni fa, personaggio vero e proprio del primo film e dunque ponte di continuità tra le due storie. Si nota comunque un fine lavoro di realismo sull’acqua e la sua composizione, proprio su quello stesso elemento naturale la Pixar ci aveva stupito ne Il viaggio di Arlo, uscito nella scorsa stagione.

Siamo ancora dinanzi a un viaggio, a un percorso a ostacoli per ritrovare e ritrovarsi ma c’è unpersonaggio principale, Dory, più complesso psicologicamente. La sua sfida diventa chiara man mano: la simpatica pesciolina “chirurgo” sa che “ricordare non è il suo forte” ma deve usare proprio la sua forza d’animo per superare un limite. Per farlo sfrutta tutto quello che ha: la simpatia, l’amicizia, la capacità di trovare una mediazione con tutti, la lealtà e l’ascolto. Difficile ritrovare un pesciolino così psicologicamente scolpito e su questo vettore la Pixar costruisce la sua nuova variazione animata sui temi a lei cari: la crescita, la famiglia, i rapporti.
finding-dory-k240_24c_pubIl polpo Hank è un nuovo personaggio dell’universo di Nemo e Dory. Crearlo è stato molto difficile per lo Studio. Ci sono voluti sei mesi solo per realizzare la sua prima scena.  Disney Pixar

Alla ricerca di Dory è speculare per struttura e svolte a Nemo, ritroviamo anche gli acquari ma con nuovi comprimari: vi rimarranno impressi il polpo depresso Hank, il beluga insicuro Bailey, la balena miope Destiny. Pure se in termini emotivi non arriva al primo film (ma sono passati anche tanti anni d’animazione, è più difficile stupire) Finding Dory, come il titolo originale, riesce ad essere un sequel degno, con la sua personalità. Cosa mai scontata quando si parla di seguiti di film popolari.

Dory ci insegna la necessità di ricordare, non per rimanere chiusi in un passato ma per guardare al proprio futuro. Ci racconta di genitori che nonostante tutto non si perdono mai d’animo per i figli. È una variopinta tavolozza di blu virtuale, spettro cromatico di una favola sulla diversità tramutata da problema in sfida per crescere e raggiungere un obiettivo necessario, che cambia la vita. A ogni passo cinematografico la Pixar si dimostra ancora abilissima a saper fare cinema, e dunque racconto, con l’animazione. E una menzione d’onore va a Carla Signoris, non doppiatrice di professione e non semplice voce da associare a un personaggio ma vera anima italiana e vocale di Dory, difficile pensare la pesciolina con un’altra voce. Il suo doppiaggio non è solo traduzione ma interpretazione. Strato espressivo in più su un film che ne ha tanti e saldi, diretti verso l’emozione dello spettatore.

Luca Marra, da “it.ibtimes.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog