Ridendo e scherzando

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Roma, secondo dopoguerra. un ragazzino mentre va a scuola trova Piazza Vittorio bloccata dalle riprese di un film. Su un trabacchino, un signore elegante in cappotto di cammello domina la scena. E’ il set di Ladri di biciclette di quel bel gentleman è Vittorio De Sica. Il ragazzino, che riceve dalla scena un indelebile imprinting, è il futuro maestro del cinema Ettore Scola.

Esce al cinema in anticipo sulla data prevista, per ricordare il regista da poco scomparso, Ridendo e scherzando, il documentario a lui dedicato dalle figliePaola e Silvia Scola, e fa ovviamente un effetto diverso vederlo adesso. Si trasforma suo malgrado in un dolce e meritato epitaffio per un uomo molto amato, che ha saputo a sua volta amare non solo la sua famiglia vera e propria (è la moglie di quasi 60 anni Gigliola a portarlo con una Smart sul set di quest’ultimo film), ma anche da quella molto allargata costituita da collaboratori, colleghi e pubblico.

Si inizia la visione sorridendo perché si capisce che figlie, conoscendone la ritrosia, ce lo hanno tirato letteralmente per i capelli e che lui si è prestato all’operazione – come già altre volte ha fatto nelle sue sempre più rare ma splendide apparizioni televisive – solo per  l’amore che porta loro. Come un ragazzino recalcitrante e un po’ dispettoso tenta all’inizio una blanda resistenza, si schermisce con l’ironia, fa stare il povero Pif sui carboni ardenti e lo cuoce a fuoco lento con le sue battute da grandissimo umorista. E’ indubbiamente un’idea azzeccata quella di aver affidato a quest’eccellente guastatore, dotato di sufficiente autoironia per farsi anche bonariamente maltrattare, il compito  di  presentatore – più che di intervistatore – dei preziosi e in molti casi inediti documenti filmati che i due guardano insieme in quel gioiello che è il Cinema dei piccoli a Villa Borghese. Un luogo vicinissimo a quella Casa del Cinema così amata dal regista, che ha visto il suo ultimo saluto al mondo.

Dopo essersi già raccontato in margine alla sua amicizia da fan per Federico Fellini, nel bellissimo omaggio/documentario Che strano chiamarsi Federico,Ettore Scola viene qua restituito da scene di filmini famigliari che lo mostrano nei panni di padre, nonno e marito  dolcissimo e con spezzoni dei suoi film e di vecchie interviste televisive, tra cui un’autentica perla in cui lo vediamo, robusto e senza barba nella tv ancora in bianco e nero di una volta, disegnare su un tabellone la sua prima vignetta al Marc’Aurelio davanti alla giovanissima attricePaola Quattrini, in veste conduttrice televisiva.

Appare a tratti un po’ annoiato, il vecchio Ettore del presente, di essere costretto a riaprire ancora una volta lo scatolone dei ricordi, come se temesse di impolverarsi nel cassettone della retorica che puntualmente si spalanca in queste occasioni, per tirarne fuori oggetti e foto che a chi non li ha vissuti dicono poco ma per cui bisogna per forza mostrare entusiasmo. Ma nessun rischio si corre in questo caso, perché chi ha ideato il film conosce benissimo il suo soggetto e sa cosa scegliere.

E dunque via con gli straordinari attori dei suoi film, le testimonianze dei suoi colleghi Monicelli e Risi (che ricordano che la rivalutazione della commedia all’italiana è merito dei francesi, mentre da noi era più o meno disprezzata), via coi film bellissimi ma incompresi (Brutti sporchi e cattivi) e quelli che gli sarebbe piaciuto dirigere in prima persona e di cui è stato “solo” autore (Io la conoscevo bene), via col ricordo della risata di Totò ad alcune sue battute (un premio migliore dell’Oscar e del David di Donatello) e di quanto si è divertito con l’amico Alberto Sordi.

Lo ascoltiamo parlare del suo contributo alla celeberrima lettera di Totò, Peppino e la malafemmina, ricordiamo il suo rapporto padre-figlio conMassimo Troisi, gustiamo ancora una volta lo straordinario umorismo di un uomo che non è mai diventato pessimista nonostante tutte le delusioni che il mondo della società e della politica italiana non ha risparmiato a chi, come lui, credeva davvero nella nobiltà di certi ideali.

Ettore Scola è stato un gigante tra pari, in un’epoca – speriamo non irripetibile – in cui il cinema era davvero arte collettiva, dove i nostri maggiori registi e attori erano in competizione ma si incontravano spesso, a un tavolo da lavoro o durante una cena conviviale, si frequentavano, si consigliavano, conoscevano pregi e difetti reciproci e magari se li rinfacciavano anche. Perché è dal confronto dialettico, arte oggi dimenticata, che scaturiscono le idee migliori.

In un mondo di ego gonfiati all’inverosimile e blanditi dalla critica, dove quasi nessuno ha più il coraggio di denunciare la nudità del re, è una bellissima lezione di vita quella di chi è vissuto quando i sentimenti non erano dettati dalle campagne pubblicitarie ma scaturivano dalla visione dei film, di chi è rimasto sempre coi piedi per terra donando quello che sapeva, con modestia ed eleganza, a chiunque avesse voglia di ascoltarlo, senza calarlo dall’alto di una presunta superiorità.

Facciamo conto che sia andata proprio come nel film e che a un certo puntoEttore Scola si sia alzato per una necessità fisiologica e abbia deciso che aveva visto, vissuto, parlato e amato abbastanza e che dovevamo cavarcela da soli, accontentandoci di tutto quello che ci ha lasciato. Non è certo colpa sua se noi, spettatori avidi e ingrati, delle sue storia non ne avevamo ancora abbastanza.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”
Ettore Scola incontra Pif e ripercorre la sua carriera sotto l’attento e amorevole (ma anche brillante e ironico) sguardo delle figlie.
Si prova una straordinaria sensazione al termine della visione di questo film (definirlo documentario sarebbe costringerlo dentro una gabbia che non lo rappresenta adeguatamente). Non si pensa di aver compiuto un viaggio nella sua filmografia insieme ad un grande regista che ci ha lasciati quanto piuttosto di essere stati di fronte a qualcuno che tra qualche mese o tra un anno incontreremo a un festival del cinema o in una sala con la sua nuova opera. Perché <emè un omaggio sì filiale ma anche il ritratto di un intellettuale e di un uomo di cinema che ha fatto della pacata ironia il suo modo di guardare al mondo e alla vita e che quindi ripercorre la propria attività non come un’autocelebrazione ma quasi come un’occasione per fare il punto per poi proseguire.
Pif si mette a disposizione del Maestro con il dovuto rispetto che non è però reverenziale. Anche perché la sceneggiatura (che a un certo punto viene rivelata con un sorriso da Scola stesso) gli chiede di sviluppare un itinerario non necessariamente strutturato in ordine cronologico. Allo Scola dell’oggi si alterna nelle risposte lo Scola di altre stagioni della vita il quale ci consente di spiare anche un po’ nel suo privato mentre, al contempo, ci parla di se stesso come di un autore interessato a tematiche precise ma costantemente alla ricerca di linguaggi diversi per poterle portare efficacemente sullo schermo.
Una filmografia corposa e complessa come la sua finisce con il farci comprendere come sia stato, nel senso più pieno del termine, un testimone del proprio tempo anche quando seguiva il carro dei comici de Il viaggio di Capitan Fracassa o la carrozza di Il mondo nuovo. Scola è riuscito sempre a offrire uno specchio in cui la società italiana potesse riflettersi senza compiacimenti ma anche senza toni predicatori e con uno sguardo capace di ricordarci come non si possa mai pensare che i pregiudizi verso chi non si omologa vengano estirpati una volta per tutte. E’ per questo che non può mancarci. Perché è e resta presente.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

 

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