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Woman in gold

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“Non esiste solamente l’Olocausto” – dice un personaggio secondario di Woman in Gold . “Good point” (giusto) – gli risponderebbe l’inglese Simon Curtis. Esistono altre storie, infatti, altre ingiustizie e altri massacri.
Ma cos’è, allora, che, dopo più di 80 anni, induce ancora i registi a tornare su quei dolorosi fatti, sui loro protagonisti e sui loro devastanti e aberranti effetti?

Come ci insegnano la Margarethe von Trotta di Rosenstrasse, il Paolo Sorrentino di This Must be the Place e l’ Atom Egoyan del recentissimo Remember, il genocidio degli ebrei perpetrato dai nazisti è un tema-contenitore, una matrioska con al centro ora la vendetta, ora il valore della memoria, ora la fuga e il bisogno di inventarsi una nuova esistenza, ora una più ampia riflessione sull’identità.
Nel secondo film del regista di Marilyn questi spunti ci sono tutti e coesistono pacificamente e placidamente in un racconto classico che più classico non si può, come appare evidente dall’alternanza fra presente e passato e dalla coesistenza fra due generi “solidi” come il legal thriller e il buddy movie – che qui è una variante meno umoristica e dissacratoria, ma più urgente, di Philomena di Stephen Frears.

Da filmmaker appassionato di storia e mosso da una smaniosa necessità di intrufolarsi nel dietro le quinte del tempo che fu, Curtis lascia il backstage di un film con Laurence Olivier e la divina Norma Jeane Mortenson per studiare da vicino uno dei più famosi quadri di inizio ‘900:“Ritratto di Adele Bloch-Bauer” di Gustav Klimt.
Il dipinto in olio e oro su tela in cui l’artista esprimeva la propria venerazione per il femminile tuttavia è solo un pretesto per narrare lo spaesamento di una donna meno giovane e meno regale dell’aristocratica morta a soli 34 anni, anche se colei che la interpreta (Dame Helen Mirren) passerà alla storia come l’attrice che meglio di ogni altra ha saputo impersonare una regina.

In Maria Altman, che gestisce un disadorno negozio d’abbigliamento in cui non risuona certo l’eco della grandeur della Felix Austria, c’è molto di più della nipote di una celebre modella. C’è  ­­– guarda un po’­­–qualcosa dello stesso Simon Curtis ­­– britannico di origine ebreo-polacca che “certe cose” le ha sentite raccontare in famiglia.
C’è anche, come lui stesso ha dichiarato più volte, l’intero ventesimo secolo, racchiuso fra la Vienna dove fiorirono la musica, la pittura e la psicoanalisi, e Los Angeles, capitale della moderna cultura (il cinema) e simbolo di un pase che ha accolto tanti ebrei in fuga – come ci ricorda una scena ambientata a Ellis Island.

Ma Woman in Gold è anche altro: è un film che punta al divertimento e che nell’invito dellaMirren a Katie Holmes a guidare più veloce per non far squagliare la cioccolata di una ciambella tradisce il suo know how in fatto di action movie (come non pensare a Red 2?).
Certo, se è di entertainment che parliamo, non possiamo non sottolineare come, almeno all’inizio, i flashback rallentino la storia, spezzandone il ritmo. Ma poi, con la loro fotografia color seppia e grazie all’interpretazione di Tatiana Maslany, quasi arrivano a piacerci di più della parte ambientata ai giorni nostri.

A uscire non proprio vincitore da Woman in Gold è invece Ryan Reynolds, non abbastanza espressivo e poco incisivo nel momento in cui l’avvocato a cui presta il volto (nella realtà nipote del compositore Arnold Schönberg, altro ebreo naruralizzato negli USA) cambia rotta e atteggiamento. Eppure la sua aria imbambolata è funzionale al ritratto della generazione che il personaggio rappresenta: quella che “non sa”, quella che viene dopo i padri, che non hanno potuto rimuovere. Prima di loro c’erano i nonni, che hanno subito o espiato, e che hanno custodito – come un prezioso carillon nascosto nella scatola dei giochi – il ricordo una giovinezza rubata. Woman in Gold è dedicato a loro.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Woman in Gold di Simon Curtis è la storia di un’ingiustizia che trova il lieto fine. Il film si basa su fatti realmente accaduti che vedono protagonisti l’ebrea Maria Altmann(Helen Mirren) e il giovane avvocato Randy Shoenberg (Ryan Reynolds). A sessant’anni dalla fuga di Maria dalla Vienna nazista, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, la donna ormai anziana intraprende un doloroso viaggio fisico ed emotivo nella sua terra natale per recuperare i beni illecitamente sottratti dai nazisti alla famiglia, tra cui il famoso quadro di Klimt raffigurante la zia Adele, dalla quale prende il nome “Adele Bloch-Bauer”. Nella famosa opera d’arte, successivamente rinominata “La dama in oro”, l’amata zia veniva raffigurata come una regina egiziana, adornata d’oro e di gioielli, tra cui un prezioso collier, che durante le nozze tra la 21enne Maria Altmann con l’aspirante cantante lirico Fritz Altmann passò nelle mani della donna prima di essere trafugato dai soldati di Hitler, come molte delle opere e dei gioielli presenti in casa Altmann.

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Adele Bloch-Bauer e il famoso collier

Con la determinazione e l’ironia che caratterizzano il personaggio portato in scena dal premio oscar Helen Mirren, lo spettatore è accompagnato attraverso la dura battaglia legale che porterà Maria e il giovane ma abile avvocato Randy dal cuore dell’establishment austriaco fino alla Corte Suprema Americana dove il 7 gennaio 2006, contro ogni previsione, i giudici stabiliscono che tutti e cinque i dipinti di Klimt dovranno essere restituiti a Maria Altmann e alla sua famiglia.

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Maria Altmann e l’avvocato Randy Schoenberg

Ma Woman in Gold racchiude molto di più di una storia di restituzione di quadri sottratti illegalmente ad un’importante famiglia ebrea di Vienna: riesce a trasmettere con assoluta delicatezza il valore morale della restituzione, che non rappresenta solo un possesso, una proprietà, ma significa rendere giustizia ad una perdita emotiva e correggere una grave ingiustizia. Ed è questo il motivo per cui Maria Altmann decide di esporre il quadro alla Neue Galerie di New York, perché la restituzione di quanto perso in termini di affetti, luoghi e appartenenza si può avere con la legittimazione del ricordo. In questo senso risultano emblematiche le parole che pronuncia Helen Mirren in una delle primissime scene del film: “la gente dimentica. Soprattutto i giovani”.

Attraverso il saccheggio e l’appropriazione di opere d’arte si ruba l’identità e la libertà di un popolo, e la storia è piena di esempi di questo genere, ahimè anche attuali. Questo sottolinea ancora di più l’importanza del compito del cinema, ovvero quello di custodire un pezzo di storia e continuare a raccontarlo. In questo senso Woman in Gold riesce nell’intento e arriva con tutta la sua potenza e commozione al cuore degli spettatori.

Un’altra nota positiva del film è sicuramente la recitazione del premio oscar Helen Mirren e Tatania Maslany (nei panni di Maria Altamann da giovane), conosciuta al pubblico giovanile per la serie tv Orphan Black.

Per questi motivi non perdetevi Woman in Gold dal 15 ottobre al cinema distribuito da Eagle Pictures.

Laura Siracusano, da “cinematographe.it”

 

 

“Mantenere vivi i ricordi, perché le persone dimenticano. Specialmente i giovani.” Con queste forti parole, Maria Altmann (Helen Mirren) si rivolge al suo avvocato, Randol Schoenberg (Ryan Reynolds), parlando della sua famiglia ebrea durante l’Olocausto.Woman in Gold è la vera storia di questa donna che decide di lottare per riavere il dipinto Ritratto di Adele Bloch-Bauer di Gustav Klimt, detenuto indebitamente, in seguito al sequestro operato dai nazisti ai danni dei legittimi proprietari, una famiglia ebrea. A fine anni ’90, Maria Altmann vive da decenni in America, ma solo alla morte di una delle due sorelle ultime eredi della stirpe, scopre l’esistenza di una lotta per riavere il quadro, proprio in coincidenza con la decisione dello stato austriaco di inaugurare una politica di restituzione delle opere d’arte rubate dai nazisti. Insieme all’avvocato Schoenberg si reca in loco e realizza che in realtà lo stato non vuole assolutamente dare via il suo quadro più importante. Parte così una battaglia legale per riavere il dipinto che diventerà una sorta di risarcimento morale per tutto quello che gli austriaci hanno fatto passare alla famiglia di Maria.

Woman in Gold è un altro film che torna a parlarci dell’Olocausto e dei nazisti, stavolta con gli occhi di una donna. Helen Mirren ci aveva già stupiti con The Queen, e anche qui dona corpo e anima nell’interpretare Maria Altmann, impostando anche il suo accento, invecchiando e cambiando aspetto fisico. La straordinaria interpretazione della Mirren nei panni di un personaggio che sa essere ironica, forte e drammatica è impressionante e potrebbe portarla alla sua prossima candidatura all’Oscar. La strana coppia Mirren-Reynolds ricorda da vicino il film Philomena con Dench-Coogan e il regista Simon Curtis ne mostra la struttura simile. Sappiamo tutto della storia della Altmann grazie ai flashback con una giovane Maria (Tatiana Maslany) che ripercorre il suo matrimonio, l’arrivo di Hitler e il sequestro del dipinto di Klimt da parte dei nazisti. Nel cast troviamo un bravo Daniel Brül, Katie Holmes nei panni della moglie di Randy e Max Irons è il marito di Maria da giovane.

Woman in Gold si concentra sull’emozione, senza esagerare con la storia. Infatti, il nazismo non è mai un terreno semplice in cui camminare e gli orrori che ne sono derivati non vengono rappresentati giustamente nella pellicola – o forse non è l’intento di Curtis. Il film non è solo una storia di giustizia, ma è una memoria. Woman in Gold ci insegna a non dimenticare le grandi tragedie, non solo quelle dell’Olocausto, che sono accadute e che accadono del mondo: non si può restare indifferenti, ma come Maria Altmann, bisogna alzarsi e parlare. Queste tragedie, anche se succedono a un popolo, coinvolgono l’intera umanità ed è un bene conservarne il ricordo per non dimenticarne la sua universalità.

Verdiana Paolucci, da “filmforlife.org”

 

 

La donna del ritratto porta un collier di diamanti, ma la loro lucentezza non è nulla a confronto della preziosa luce dell’oro in foglie che il pittore ha applicato sulla superficie del quadro. Il pittore è Gustav Klimt, il ritratto è quello della baronessa Adele Bloch-Bauer.

Dopo l’Anschluss, le SS rastrellano e depredano, la tela viene sottratta ai legittimi proprietari ed esposta per anni al Belvedere, ribattezzata La donna in oro perché non si venga a sapere che ritratta è una donna ebrea. Maria Altmann, nipote della baronessa, si salva scappando negli Stati Uniti e dopo più di sessant’anni inizia una battaglia legale con l’aiuto dell’avvocato Randy Shoemberg, nipote dell’inventore della dodecafonia, per rivendicare il diritto di proprietà dei quadri appartenuti alla sua famiglia. Il passato chiede al presente: un quadro che con il suo splendore si dona allo sguardo di tutti, diviene una pallida possibilità di giustizia richiesta a un Paese che ha avuto la colpa di avere spalancato le porte alla persecuzione dei suoi cittadini. “Restituzione vuol dire portare le cose al suo stato originale”: è questo che chiede Maria Altmann, pur sapendo che sarà solo un segno, perché nulla potrà tornare allo stato originale.

Hellen Mirren e Ryan Reynolds sono Maria Altmann e Randy Shoemberg nel film di Simon Curtis (Marylin) per raccontare la battaglia legale che negli anni ’90 ha restituito le opere di Klimt alla legittima proprietaria. La ricostruzione si articola su piani temporali diversi: gli anni dorati dell’infanzia si distinguono da quelli della giovinezza e dell’annessione dell’Austria alla Germania; i toni caldi dell’affetto, il seppiato delle foto d’epoca prende vita per raccontare tutto ciò che non potrà mai più essere restituito, evolvendo e intrecciandosi drammaticamente ai colori lividi della persecuzione; e nel flashback finale, come ne Il posto delle fragole di Bergman, Maria Altmann è presente con il suo aspetto di donna anziana.

“Non erano vittime, accolsero i nazisti a braccia aperte”, per Maria Altmann il valore delle opere non è economico: pone come condizione per lasciarle esposte al Belvedere che sia ammessa la sottrazione illegale. E’ una richiesta di riscatto di una donna tormentata dalla sua salvezza. Woman in Gold, racconta una storia vera, una piccola consolazione per la vittoria di una grande battaglia che non potrà mai ricompensare la perdita di chi è stato costretto a fuggire, lasciando i propri cari in un inferno. Solo un lampo di memoria per far sì che il passare degli anni non confonda tutto, ricordandoci che anche una tela d’artista in un museo può essere un muto testimone di orrore; e a suggerirci un pensiero per il presente di donne, uomini e bambini che disperatamente si lasciano alle spalle tutto per fuggire dagli inferni contemporanei.

Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

 

Il tema, delicato e misconosciuto, della pletora di opere d’arte trafugate dai nazisti nel corso del tempo, e mai restituite ai proprietari legittimi, era stato portato con discreta efficacia alla ribalta, nel 2014, da George Clooney col suo Monuments Men. Torna ora sull’argomento, sia pure con modalità profondamente diverse, Simon Curtis, regista inglese con vasta esperienza in film Tv e serie televisive, qui al suo secondo lungometraggio dopo l’interessante Marilyn del 2011. Ne scaturisce una pellicola di buon livello, che trova i suoi principali punti di forza in una messa in scena sobria ed elegante e nella presenza carismatica di Helen Mirren nel ruolo di protagonista. Woman in Gold, inoltre, si avvale di una struttura narrativa che mantiene la tensione emotiva su livelli sempre elevati, magari anche facendo appello, frequentemente e furbescamente, alla retorica dei buoni sentimenti, che agevola l’instaurarsi di un rapporto empatico con lo spettatore.

Il film si ispira alla vera storia di Maria Altmann, ebrea austriaca costretta ad emigrare in America durante le persecuzioni naziste, abbandonando tutti i possedimenti della sua facoltosa famiglia. Tra questi figurava anche il capolavoro di Gustav Klimt “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”, in cui il grande pittore aveva celebrato e reso immortale la straordinaria bellezza di Adele, zia di Maria e da quest’ultima ammirata ed idolatrata durante l’infanzia. Il dipinto, lasciato in eredità alla donna, era stato successivamente recuperato e donato ad un museo di Vienna; quando, svariati anni dopo, Maria ne rivendica il legittimo possesso, prende il via un’epica battaglia contro il moloch della burocrazia austriaca.

Il tema della persona anziana che trova una ragione di vita nel riannodare importanti fili del suo passato e nel ristabilire verità e giustizia ricorda un po’ i contenuti e la struttura diPhilomena di Stephen Frears del 2013; rispetto a quest’ultimo, però, Woman in Gold si presenta più patinato ed ammiccante, più preoccupato di catturare un coinvolgimento emotivo dello spettatore, più “dipendente” dal talento istrionico dell’attrice protagonista. Rispetto a quello scelto da Frears, quindi, l’approccio di Curtis appare decisamente più attento al mantenimento di una certa tensione drammatica ed all’eleganza formale della rappresentazione. Da quest’ultimo punto di vista, peraltro, appare decisamente funzionale la fotografia di Ross Emery che accompagna egregiamente la narrazione, differenziando con buona efficacia le scelte cromatiche di fondo tra i flashback, cupi ed opprimenti, ed il presente, più vivido e sereno.

Nel suo complesso, comunque, Woman in Gold si affida in larga parte al talento ed alla classe di Helen Mirren che tratteggia il suo personaggio con grande equilibrio e sensibilità, riuscendo a spaziare agevolmente tra le sfumature dei vari registri, dal drammatico al sentimentale all’ironico. Proprio l’interpretazione e la grande presenza scenica della Mirren, peraltro, riescono a mascherare alcune pecche di una sceneggiatura che a tratti risulta superficiale, sia nel delineare una realtà fatta solo di bianchi e neri sia nel proporre dialoghi a volte scontati e banali. Di buon livello, di contro, la messa in scena di Simon Curtis, che conferisce un buon ritmo alla narrazione, creando le giuste atmosfere e regalando alcune suggestive pennellate visive. Woman in Gold, in definitiva, si rivela un prodotto ben confezionato, che sa coinvolgere, sa commuovere, sa intrattenere con garbo e classe.

Alessandro Boni, da “close-up.it”

 

 

 

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