Whiplash

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Le cose che so della batteria: primo, è uno strumento musicale composto da tamburi, piatti e altra roba disposta in modo che un musicista possa suonare da solo tutto il ben di Dio usando bacchette, spazzole e pure i piedi.
Secondo: so che la batteria è l’unico strumento che quando sei un pargoletto alto un metro e un fagiolo i tuoi genitori non vedono di buon occhio, “perché fai casino e poi vengono a lamentarsi i vicini”.
Terzo: mio papà mi diceva sempre che il batterista Ringo Starr era l’ultima ruota del carro dei Beatles. Cartoni animati come I Griffin e I Simpson, con le loro gag caustiche sull’argomento, hanno cementato questa idea nella mia testolina, così che adesso ogni volta che vedo un batterista faccio l’associazione libera e penso: “poverino, chissà come lo trattano male gli altri membri”. Dirò sicuramente una cretinata, ma nel mio immaginario i batteristi sono la classe operaia delle band: stanno lì, nascosti dietro una montagna di scatole argentee a agitarsi e sudare come dannati per dettare il ritmo, senza potersi muovere e andarsi a prendere l’applauso della folla urlante come fanno i cantanti e i chitarristi.
Insomma, non capisco nulla né di musica né tanto meno di batterie. Figuriamoci di Jazz.
Però so che il Double-time swing è una roba molto difficile da eseguire. Come faccio a saperlo? Perché ho visto il sangue sgorgare dalle mani di Andrew mentre ci provava.

Andrew Neyman è un ragazzo con un sogno nel cassetto: diventare uno dei più grandi batteristi Jazz del mondo. Per realizzarlo frequenta uno dei conservatori più prestigiosi del paese, lo Shaffer (che è l’equivalente fittizio della Julliard), dove aspira a entrare nella Studio Band, vero e proprio fiore all’occhiello dell’istituto. Dovrà però fare i conti con il direttore della band, il professor Fletcher, esigente, instabile e convinto sostenitore di metodi d’insegnamento poco ortodossi.
La teoria di Fletcher, più volte esposta durante il film e veicolata da un suggestivo aneddoto sulla carriera del leggendario Charlie “Bird” Parker, è che il genio può sbocciare solo se punito severamente per i suoi errori piuttosto che rinfrancato. Il genio è colui che all’ennesimo schiaffo della vita risponde rialzandosi e riprovando, profondendo tutte le risorse a sua disposizione nel raggiungimento dell’obiettivo prefisso. Un argomento non esattamente originale: il rapporto tra l’allievo talentuoso e l’insegnante burbero è un topos di un certo cinema hollywoodiano che tanto piace all’Academy e che spesso si traduce in confortanti storie bigger than life, dove alla fine della fiera si scopre che dietro la dura scorza del mentore si nasconde un cuore di panna. Scoprendo Forrester, per dirla in breve.
Ma Whiplash non è questo.

Whiplash rinuncia in toto ad essere confortante, a dirti che quando si chiude una porta si apre un portone.
L’opera quasi autobiografica di Damien Chazelle, che fino a ieri l’altro sognava come Andrew di diventare un grande batterista Jazz, ha quella marcia in più delle storie vissute sulla propria pelle, la sana dose di cinismo che si traduce nel miglior pregio che una pellicola del genere può avere: Whiplash non è accomodante.
Andrew e Fletcher godono di stima reciproca, ma in buona sostanza si odiano. Da quando il ragazzo varca la porta della sala prove della Studio Band inizia un duello di ossessioni e ricerca della perfezione, urla e lanci di oggetti, il tutto innaffiato da una mistura di sudore, lacrime e sangue. E non è solo colpa della natura rude dell’intransigente insegnante che, nel bene e nel male, ha sposato quella linea di condotta e la segue con coerenza, salvo sporadici momenti nei quali si intravede un barlume di umanità.
Il problema è che Andrew è uno stronzo sociopatico con la faccia da bambino e la lingua troppo lunga, fomentato da una famiglia che non crede nel successo nel campo musicale e il cui unico interlocutore è il padre, con il quale sostiene misere discussioni a mezza bocca in occasionali appuntamenti al cinema. Un personaggio che progressivamente si trasforma da affabile timidone in mostro di determinazione convinto che per conseguire un obiettivo così ambizioso sia necessario il sacrificio di se stessi e delle persone che abbiamo intorno.
Eppure l’empatia scatta, perché Andrew cade vittima di quel demone che ben conosce chiunque abbia a che fare con ambienti lavorativi o universitari nei quali vige un notevole regime di stress e/o la vessazione è all’ordine del giorno. Il demone dell’abnegazione perversa, quello che ti porta a non riuscire a tenere separate vita privata e carriera e che ti sussurra nelle orecchie che conta solo l’obiettivo e che tutto il resto devi lasciarlo fuori dalla porta.

Ed è qui che Chazelle scocca la freccia vincente e dà alla sua opera quel quid di cinismo che la eleva dal resto delle produzioni sui generis: Whiplash rinuncia in toto ad essere confortante, a dirti che quando si chiude una porta si apre un portone. Quando ti dà la sensazione che tutto stia convergendo verso un momento riconciliante arriva il colpo di scena che non t’aspetti, ma non solo: spesso capita di discutere di film che durano quella mezz’ora in più di troppo, ma Whiplash, invece, ha la sagacia – e la decenza – di non sbrodolarsi, di chiudere in bellezza e in crescendo con un’elettrizzante sequenza musicale proprio quando la parabola narrativa tocca il punto più basso di spietatezza e fisiologcamente inizia a risalire.
E se tutto questo funziona ed è così sincero è anche per merito delle performance e dell’alchimia venutasi a creare fra i due attori protagonisti. J.K Simmons, fantastica maschera del cinema americano, finora relegato a ruoli da caratterista spesso ingessati, qui ha lo spazio e la libertà di costruire un alfabeto espressivo vario e riconoscibile,dando sfogo a una nevrotica gestualità e a una fisicità dirompente. Vederlo “torturare” l’altrettanto bravissimoMiles Teller, intenso e decisamente credibile nel mettere in scena la radicale trasformazione del personaggio che interpreta, è una vera gioia per gli occhi.
Non è, come molti lo hanno definito, un film sulla musica, perché per quanto lo strumento scelto sia perfettamente funzionale a dettare il ritmo di una regia asciutta e di un montaggio serratissimo, l’argomento è intercambiabile.Whiplash è una un film sui limiti del miglioramento di se stessi, sulla sfrenata ambizione e sulla perdita del senso della misura che ne consegue che, intelligentemente, tiene fuori dal discorso toni trionfalistici e sfolgoranti celebrazioni dell’indubbio talento del protagonista. Un’esperienza viscerale e diretta, così coinvolgente e torcibudella da lasciare il segno.

Alessandro Di Romolo, da “theshelternetwork.com”

 

 

Al suo primo anno presso lo Shaffer Conservatory di New York, il diciannovenne Andrew Neiman (Miles Teller) insegue il mito di Buddy Rich e sogna di diventare uno dei più grandi batteristi jazz della storia. Le sue ambizioni si infrangono tuttavia contro il muro di violenza psicologica fomentata dal direttore della Studio Band Terence Fletcher (J.K. Simmons), pronto a tutto pur di trasformare i propri studenti in leggende.
Trionfatore al Sundance 2014 – dove si è guadagnato Gran Premio della Giuria e Audience Award – e presentato con successo a Cannes nella Quinzaine des Realisateurs (ma concorreva, stranamente, anche per la Queer Palm), Whiplash, opera seconda del ventinovenne Damien Chazelle, non è soltanto uno dei migliori titoli dell’uscente stagione cinematografica, ma fuor di dubbio anche uno dei più sorprendenti. Batterista jazz con una laurea in Visual and Environmental Studies ad Harvard, Chazelle fonde la propria esperienza di musicista e la sconcertante padronanza del mezzo cinematografico in un film dal sapore autobiografico, che attinge a Full Metal Jacket di Kubrick e al genere sportivo prima ancora che musicale per costruire una parabola frenetica e ipnotizzante dell’ambizione artistica.

Espansione dell’omonimo corto del 2013, Whiplash rimanda fin dal titolo non solo ad uno dei brani interpretati da Andrew, ma soprattutto al “colpo di frusta” letterale e metaforico che il film infligge al proprio protagonista così come ai suoi spettatori. Al ritmo martellante di una batteria che non dà tregua fin dai titoli di testa, Chazelle costringe infatti il proprio pubblico ad un tour de force psico-fisico prima ancora che visivo, nel quale l’esperienza viscerale della violenza (auto)inflitta si riverbera sul corpo di chi guarda, generando uno stato di tensione costante che non si stempera nemmeno a film concluso.

Difensore del duro lavoro spinto ben oltre i limiti auto-imposti, ma non dell’adagio “chi non sa fare, insegna”, Chazelle offre un ritratto spietato delle derive sociopatiche prodotte (o forse solo innescate) dalla pedagogia del terrore e da un desiderio di grandezza che consuma fino allo stremo, senza tuttavia cadere nei clichés triti e ritriti del cinema di genere. Sostenuto dalla performance letteralmente mostruosa di Milles Teller – ma J.K. Simmons, villain “incompreso” (a detta dello stesso regista), non è certo da meno – Whiplash non garantisce infatti alcun conforto di sorta, e dimostra piuttosto l’abilità di Chazelle di lavorare in contrasto con le aspettative dei suoi spettatori.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, penetra allora nella psicologia di un personaggio senza legami affettivi (all’infuori di quelli paterni), e senza alcun desiderio di crearne, verso il quale è tuttavia impossibile non maturare un desiderio quasi morboso di successo. Amicizia e amore (la possibilità di una sottotrama romantica viene drasticamente interrotta a metà film e mai più recuperata) sono solo ostacoli sulla via della realizzazione personale, riassunta dalla considerazione cinica che morire a trent’anni drogati e alcolizzati, ma con il proprio nome sulla bocca di tutti, sia decisamente preferibile a una morte di vecchiaia e pubblico oblio.

Ad interessare Chazelle non è tuttavia la traiettoria, semplice e semplicistica, dell’allievo di talento spronato fino alle estreme conseguenze da un mentore tanto potente quanto distruttivo, nè tantomeno il raggiungimento di una qualche forma di redenzione conclusiva. Whiplash disintegra in questo senso ogni possibile premessa, trascinando lo spettatore in vicoli ciechi, false direzioni che non approdano mai agli esiti immaginati, specialmente nello strepitoso, sconvolgente finale.

Il gioco al massacro tra Fletcher e Andrew si ispira allora a quello del Sergente Hartman con il soldato “Palla di Lardo” ma non nelle sue conseguenze, ed è proprio nella maestria registica di Chazelle, nella sua letterale capacità d’orchestrazione, che il film acquista una freschezza nuova, così rara nell’epoca odierna del “già visto, già sentito” da risultare quantomai stupefacente.

La natura entropica del jazz – che nel film d’esordio Guy and Madeleine on a Park Bench (2009) faceva piuttosto da sfondo ad una storia d’amore indie in b/n – diventa in Whiplash strumento cinematografico d’eccellenza con cui strutturare non solo il tappeto sonoro del film (dominato dalle musiche travolgenti di Justin Hurwitz), ma soprattutto la sua architettura visiva. Concepito come un thriller nel suo dispiegarsi narrativo, così come nelle cromie ipersature della fotografia di Sharone Meir, Whiplash deve buona parte della sua riuscita all’impressionante montaggio di Tom Cross, nel quale l’occhio e l’orecchio musicale di Chazelle trovano un degno alleato.

La “sinfonia di una grande città” si dispiega nelle inquadrature iniziali dello skyline newyorchese, per lasciare presto il posto all’introspezione psicologica del singolo, i cui tormenti vengono scanditi dal ritmo implacabile del binomio sonoro-visivo. La regia strettissima di Chazelle, che ricorre al totale soltanto se diegeticamente necessario e predilige piuttosto primi piani e dettagli (con un’enfasi, giustificata, sulle mani del protagonista), viene allora costantemente cadenzata dall’incedere sincopato dei ritmi jazz, violenti, caotici, ma forgiati sulla precisione maniacale dei suoi esecutori.

Chazelle, come Fletcher, dirige Whiplash con un’esattezza ai limiti dell’ossessione, generando un interessante ibrido di genere che sfugge ai criteri tradizionali del drama hollywoodiano per fondere piuttosto i tropi della suspense e dell’horror psicologico. Sangue, sudore e carne lacera sono dunque gli ingredienti fondamentali di un film che insegue senza lasciare scampo e attanaglia mente e corpo, accelerando le pulsazioni cardiache al ritmo sfrenato di una batteria impazzita. E sarà pur vero, come pontifica Fletcher, che “non ci siano due parole nella lingua inglese più dannose di good job”, ma a costo di suscitare il disappunto di Chazelle, è proprio il caso di dirlo: con Whiplash ha fatto un ottimo lavoro.

Fulvia Massimi, da “storiadeifilm.it”

 

Vincitore un anno fa del Sundance Film Festival, poi visto al Festival di Cannes e candidato a 5 Premi Oscar nelle categorie Miglior Film, Miglior Montaggio, Migliori Effetti Sonori, Miglior Sceneggiatura non originale e Miglior Attore non protagonista, Whiplash di Damien Chazelle esce finalmente anche nei cinema d’Italia. Opera seconda di un ragazzo di appena 29 anni, il titolo Sony Classics che verrà distribuito dalla Warner nelle sale nostrane ha incassato solo 10 milioni di dollari negli Usa, anche se innegabilmente tra le più straordinarie ‘esperienze’ cinematografiche di stagione.

Un’opera inizialmente nata come corto, vincendo lo Short Film Jury Award for U.S. Fiction al Sundance. Chazelle, che per anni ha vestito gli abiti del batterista jazz prima di intraprendere la carriera da regista, ha con coraggio ampliato la propria storia tramutandola in lungometraggio, lasciando esterrefatti per impostazione e messa in scena. Solo apparentemente ‘già vista’ la trama, che ruota attorno ad un ambizioso, solitario e timido diciannovenne batterista jazz da poco iscritto al conservatorio di Manhattan. Qui, anche se ultimo arrivato, ‘distratto’ dalla conoscenza di una bella ragazza, tendenzialmente trascurato in casa e stritolato da un’agguerrita concorrenza, Andrew verrà ‘puntato’ dal rigoroso, maniacale e intransigente Terence Fletcher, docente apprezzato ma conosciuto per i metodi d’insegnamento che potremmo definire ‘poco ortodossi’. Uno scontro, quello tra i due pennellato dal regista, che è di fatto già Storia.

Se un insegnante diventa violento, fisicamente e psicologicamente nei confronti dei propri studenti, ma ottiene risultati in caso contrario irragiungibili, possiamo chiudere un occhio? Partendo da questa provocatoria ma intrigante domanda, figlia anche dalle proprie esperienze personali, Chazelle ha dato vita a questo poco convenzionale ‘film musicale’, grondante sudore e sangue, con strumenti violenti come mitragliatori e bacchette pungenti come pugnali. Un titolo dal ritmo sconvolgente, audace, girato e montato come se fosse una partitura, impetuoso nella sua crescita, imprevedibile nell’evoluzione e costruito con una forza tale da far gridare al miracolo cinematografico.

Mattatore da strameritato Premio Oscar un immenso J.K. Simmons, reale direttore d’orchestra prima di esplodere in qualità d’attore. Un Simmons sboccato, violento, isterico, perfezionista e ignobile nel modo in cui stritola i propri studenti perché alla disperata ricerca di un ‘nuovo Charlie Parker’, eppure empaticamente ipnotico e profondamente affascinante, anche perché disegnato sui lineamenti dell’epocale Sergente Maggiore Hartman di kubrickiana memoria.

Dal Vietnam del 1987 ad una sala prove di una scuola di musica nella New York della 2014. Da Palla di Lardo a Miles Teller, qui definitivamente e meritatamente esploso, 4 anni fa scoperto da John Cameron Mitchell con Rabbit Hole ma ancor prima di diventare attore musicista. Chazelle ha dato vita alla sua personale e viscerale guerra in un’aula della Grande Mela, tra stonati flauti, taglienti violini, incalzanti pianoforti e un carro armato formato batteria, con le parole in grado di uccidere gli studenti in trincea e gli strumenti sempre pronti a ferirli, costringendoli a reagire, a farli rialzare e a superare i propri limiti.

Chazelle, autore anche dell’esplosiva sceneggiatura originale che vede Simmons bombardare i propri alunni di provocazioni al limite dell’aggressione fisica, estremizza con clamorosa credibilità il paradosso di un maestro indifendibile e mostruoso sul piano pratico, perché persino pericoloso per i propri studenti, e l’improbabile fine ‘musicale’ che in rari casi può arrivare a giustificare gli obbrobriosi mezzi adoperati. Da una parte un giovane tanto emotivamente fragile quanto sicuro delle proprie qualità, e con l’ingombrante ombra della ‘solitudine’ dell’artista che da sempre divora i jazzisti, dall’altra un guru dell’insegnamento tanto stimato e temuto quanto disposto a tutto pur di forgiare e far venire alla luce un vero fenomeno da orchestra.

Una giostra di emozioni a cavallo del jazz che deflagraza negli ultimi 20 minuti, che potremmo e forse dovremmo definire i più complessi, emozionanti ed elettrizzanti 20 minuti di cinema dell’ultimo anno. Qui, grazie al montaggio choc di Tom Cross che meriterebbe non una bensì due statuette, Whiplash completa la propria parabola che fa gridare al ‘capolavoro’, tra forza di volontà e talento, fatica e coraggio, tempo da cogliere al millesimo di secondo e un destino da costruire con le proprie dita scorticate dal dolore, portando per mano verso l’Olimpo dei ruoli di una vita un fisicamente provato e bravissimo Teller e un epico Simmons. Per non parlare di colui che li ha ‘inventati’ e poi diretti. Damien Chazelle. Ad Hollywood si è accesa una stella.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

Batteria non inclusa
Andrew, diciannove anni, sogna di diventare uno dei migliori batteristi di jazz della sua generazione. Ma la concorrenza è selvaggia al conservatorio di Manhattano dove si esercita con accanimento. Il ragazzo ha come obiettivo anche quello di entrare in una delle orchestre del conservatorio, diretta dall’inflessibile e feroce professore Terence Fletcher. Quando infine riesce nel suo intento, Andrew si lancia, sotto la sua guida, alla ricerca dell’eccellenza… [sinossi]
Anche quest’anno si è rinnovata la tradizione del Festival di Cannes, secondo la quale una parte della truppa statunitense presente sulla Croisette viene selezionata pescando i titoli più interessanti del Sundance Film Festival. Quest’anno il viaggio diretto dallo Utah alla Costa Azzurra è toccato a Cold in July di Jim Mickle e soprattutto a Whiplash, opera seconda di quel Damien Chazelle che cinque anni fa fece parlare di sé in lungo e in largo per l’eccellente esordio Guy and Madeline on a Park Bench, presentato al Tribeca e giunto in Italia al Torino Film Festival.
Guy and Madeline on a Park Bench era un’opera che viveva palesemente di riflessi cassavetesiani, tra ossessioni jazz e be-bop e un bianco e nero stordente: un film indie che, per una volta, esulava dallo schematismo in cui l’off-Hollywood (o presunto tale) statunitense ama crogiolarsi. Sono passati cinque anni, e con Whiplash appare evidente fin dalle primissime sequenze che Chazelle non abbia alcuna intenzione di perseverare sulla medesima strada.
Un ragazzo è chiuso in una stanza, davanti a una batteria: ci si accanisce sopra con tutta la disperazione di qualcuno che non ha null’altro al mondo. Pensa di essere solo, ma un uomo lo sta ascoltando: è uno dei professori del conservatorio in cui si svolge la vicenda, e chiede al ragazzo di eseguire un movimento tipico della batteria jazz, seguendo un tempo ben determinato. Andrew, il diciannovenne in questione, ci prova. Fallisce. Il professore insiste, e Andrew prova una seconda volta. Fallendo.

È tutto qui, in questa prima sequenza, il senso di Whiplash, romanzo di formazione pervaso da un pessimismo inusuale per un film di questo tipo: rifuggendo lo schema del professore buono/alunno indisciplinato ma talentuoso (o timido ma altrettanto traboccante talento), Chazelle mette in scena due antieroi imperfetti e con i quali risulta davvero molto difficile empatizzare. Andrew è un ragazzo supponente, privo della benché minima umiltà, pronto a tagliare dalla sua vita la ragazza con cui esce solo per poter primeggiare alla batteria; dall’altra parte dell’ideale ring si trova Terence Fletcher, duro fino al sadismo, intransigente, quasi fascista nella gestione di una creatura, l’orchestra, che considera una sua personale emanazione.
All’interno di un percorso narrativo che si standardizza con il passare dei minuti, risolvendo anche con poca lucidità alcuni degli snodi fondamentali (su tutti valga l’esempio della delazione proposta ad Andrew contro il suo professore), è comunque molto apprezzabile la scelta di Chazelle di dirigere Whiplash in territori non traboccanti di retorica. E il crescendo finale, dimostrazione incontrovertibile della maturità registica acquisita dal regista statunitense, vale da solo la visione del film, elogio all’improvvisazione e al jazz che non ha molti eguali nel cinema contemporaneo.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

La fotografia, dai toni espressionisti, è carica dei significati che il regista ha voluto inserire inWhiplash. Nel contorto rapporto padre/figlio tra il maestro Terence e lo studente Andrew, i colori densi e scuri, raccontano una conflittualità irrisolta nei due: Fletcher è deluso, profondamente, dal rapporto dei giovani con la musica, di non essere stato il maestro di chi è stato capace di sentire l’impulso, prima che la tecnica. Andrew è vittima di un matrimonio fallito, soffre dell’incomunicabilità con suo padre.

La musica unisce queste due anime sperdute tra delusioni e solitudine, non solo a livello astratto, ma s’incontrano nel contatto diretto, fisico, corporeo con lo strumento. Terence vuole spronare l’istinto, quasi animale, al ritmo; il suo insegnamento da eccessivo diventa essenziale per sprigionare quel sentimento interiore che deve arrivare all’apice della disciplina per essere libero.
Tagli di luce che ricordano le psicologiche ambientazione dell’espressionismo tedesco, colori saturi, che si fluidificano nel nero predominante del film. Claustrofobico a volte, Whiplash crea un’empatia con lo spettatore molto forte, inibendolo quando non riesce a sopportare tutta la violenza subita dagli studenti, tutta l’assurdità che si consuma davanti agli occhi pur di essere il “migliore” tra i musicisti: notevole la scena in cui Andrew, subito dopo un incidente stradale, ritorna in orchestra per non perdere il posto assegnatogli, ma che debole, rovina il concerto.

Nel finale, Andrew è nuovamente messo alla prova dal maestro nella nuova band; dopo essere stato espulso dalla scuola e aver denunciato indirettamente Fletcher per la modalità d’insegnamento portandolo al licenziamento, questa volta sa affrontarlo. Sa dimostragli cosa si porta dentro, cosa lo spinge, fin da piccolo, a battere le bacchette sui tamburi, a percuotere un corpo musicale.
Se il jazz è l’arte dell’improvvisazione, allora Andrew stupisce il maestro e il pubblico, prendendo le redini del concerto, per fare di un tema solo lo spunto verso uno sviluppo musicale in progresso, che liberamente vaga nelle note, per poi tornare all’origine, al tema di partenza.

Comincia la libertà interiore di Andrew: il suo tema musicale di base è lo sguardo soddisfatto del suo maestro… padre.

Annarita Cavaliere, da “35mm.it”

 

 

Il giovane Andrew Neyman (Miles Teller) studia per diventare batterista presso una prestigiosa scuola di musica di New York. Tuttavia, per poter effettivamente sperare di sfondare, sa di dover riuscire a entrare a far parte della jazz band diretta da Terence Fletcher (J.K. Simmons), insegnante di punta del conservatorio, che lavora solo con i migliori studenti. Quando un giorno il docente lo invita a unirsi al suo gruppo, Andrew pensa quindi che il successo sia ormai alla sua portata. Scoprirà, però, ben presto che Fletcher è un insegnante molto esigente, capace di portare i propri allievi allo sfinimento, poiché convinto che solo facendoli lavorare fino al limite delle loro forze riuscirà a scovare tra loro il nuovo Charlie Parker.

“Whiplash” è un film coinvolgente e ricco di sorprendenti colpi di scena, che, nell’epoca di reality e talent show, sceglie di andare controcorrente rispetto all’odierna concezione del successo come sinonimo di una fugace celebrità che può toccare tutti in qualsiasi momento senza che si debbano fare particolari sforzi per ottenerlo. In questo film si è infatti scelto, al contrario, di tratteggiare il successo come l’esito non scontato di un tortuoso percorso fatto di sacrifici, dolore e rinunce, privilegiando inquadrature ravvicinate per dare centralità al sudore e al sangue versati da Andrew nel tentativo di raggiungere il proprio obbiettivo. Il trentenne Damien Chazelle, qui al suo secondo lungometraggio, realizza così un film che sviluppa in ambito musicale un discorso già affrontato in relazione al mondo della danza da celebri pellicole quali “Scarpette rosse” (1948, di Michael Powell ed Emeric Pressburger) e “Il ritmo del successo” (2000, di Nicholas Hytner). Tuttavia, a differenza di queste ultime, qui viene dato ampio spazio anche ad una riflessione sul ruolo assunto in questo percorso dalla figura del docente, magistralmente incarnata dal Terence Fletcher di J.K. Simmons.Fino a che punto è lecito spingere un giovane all’incontro con il proprio talento? È giusto non complimentarsi mai con lui quando fa un buon lavoro e limitarsi solo a metterne in luce gli errori? Sono solo alcuni dei quesiti che il film solleva.

Chazelle merita inoltre un plauso, da un lato, per la scelta di proporre sonorità jazz e, dall’altro, per aver saputo costellare il film di momenti musicali, amalgamandoli però così bene al racconto da scongiurare il pericolo di farli diventare semplicemente delle pause della narrazione.

Cool Frame – l’inquadratura che vale la pena: il campo totale raffigurante un ormai sudato Andrew che, seduto alla batteria nell’aula di Fletcher, cerca di suonare come desidera il docente, mentre quest’ultimo gli urla addosso. Quest’inquadratura è emblematica del rapporto conflittuale tra allievo e insegnante che nel corso del film vede a tratti il secondo ergersi a vero e proprio “nemico” del giovane.

Cristina Formenti, da “framesaddiction.com”

 

 

Si dice che Charlie Parker diventò Bird quando Jo Jones, dopo un’esecuzione deludente, scagliò un piatto così vicino alla sua testa da sfiorare la decapitazione del sassofonista di Kansas City. Questo è il modello, insuperabile, di Terence Fletcher, inflessibile insegnante di musica del conservatorio Shaffer di Manhattan – istituzione di invenzione che ricorda la prestigiosa Julliard School del Lincoln Center. Andrew Neiman, batterista diciannovenne della middle class newyorchese, studia qui. Quando Fletcher lo arruola nel più ambito ensemble jazz della scuola, per Andrew si spalancheranno le porte dell’inferno. Uscito nelle sale americane lo scorso ottobre – dopo un passaggio al Sundance e una gestazione piuttosto complicata (“uno dei migliori film non realizzati del 2012”) –, Whiplash, del regista e sceneggiatore trentenne Damien Chazelle, è diventato presto un caso. Il concept è, e si vede, quello di un corto – presentato con successo all’edizione 2013 del Sundance –, con un’idea forte, dilatata al punto giusto con l’inserimento di una serie di episodi che non fanno che rafforzare e replicare fino al parossismo il tema di fondo. Per lo script, Chazelle si è ispirato alla sua piuttosto tormentata esperienza nella Princeton High School Studio Band – stesso nome del complesso in cui suona Andrew. Il risultato è una produzione indipendente candidata agli Oscar e acclamata come uno dei migliori film sul mondo della musica degli ultimi tempi. Ci sono almeno un paio di topos, tipicamente hollywoodiani, che Whiplash contempla e ridicolizza in un colpo solo. Il primo consiste nell’invariabile equazione fra sacrificio e successo, o caduta e catarsi che dir si voglia. Il secondo è l’abusato tema del rapporto fra maestro-allievo, nelle sue infinite varianti (ma, di solito, si passa dall’odio all’amore fra primo e secondo tempo). Di tutto questo buonismo, Whiplash vorrebbe essere una sorte di parodia adrenalinica e ad alto tasso di cinismo. E in gran parte ci riesce. Parte del merito va alle interpretazioni di J.K. Simmons – straordinario caratterista, già paragonato per cattiveria ed eloquenza verbale al sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket – e Miles Teller, talentuosa promessa a cavallo fra produzioni indipendenti (The spectacular now) e cinema mainstream (I fantastici quattro). Whiplash mette in scena la lotta senza esclusione di colpi fra due personalità che, pur ambendo al medesimo risultato, si scontrano con ferocia e cattiveria. Con i suoi metodi didattici poco convenzionali – che includono ogni sfumatura dell’umiliazione e della sottomissione – Fletcher sogna di sfornare il suo Charlie Parker. Versando – letteralmente – sangue e sudore della fronte, Andrew aspira a diventare il migliore batterista della sua generazione. Spinto dalla crudeltà di Fletcher oltre i propri limiti fisici e mentali, Andrew diventa il batterista che sperava un giorno di poter essere, sacrificando con malcelato cinismo affetti e vita privata. Sembra improbabile che la cattiveria spinta al parossismo abbia davvero un potere trasformante. Il merito di Whiplash è di riuscire a tenersi saldamente lontano da ogni afflato retorico, affidandosi a una partitura impeccabile che riserva colpi di scena in sequenza, fino a un’insospettabile conclusione che riesce a essere, al tempo stesso, la consacrazione di Andrew e il rovesciamento ironico di ogni conciliatoria catarsi. Con il suo montaggio vagamente ruffiano, gli spunti splatter e l’alternanza sapiente fra ritmi diversi – al rallentatore e ripresi con camera quasi fissa i momenti di vita privata, accelerate e nervose le scene in conservatorio –, il film di Chazelle riesce nel delicato compito di essere al tempo stesso estremamente elettrizzante ed estremamente angosciante. Più che un film sulla musica e sull’ingrata esistenza degli artisti, Whiplash è uno spassoso thriller psicologico con tocchi da horror e liquidi corporei in abbondanza. Lontanissimo dallo spirito di zuccheroso bullismo di un Save The Last Dance, quanto da quello visionario e compiaciuto di un Black Swan, Whiplash non è nemmeno un omaggio a un artista, come lo era Bird di Eastwood, o a una cultura, come Round Midnight di Tavernier. Non c’è tanta nostalgia da queste parti. I personaggi sono tutti, ciascuno a suo modo, terribilmente sgradevoli. New York – riprese quasi tutte in interni o di notte –, è uno scenario necessario ma in fondo anonimo. Alla fine si ha il sospetto che perfino la musica centri poco o, meglio, che Whiplash non sia affatto un film sulla musica, malgrado l’ossessiva perizia e la precisione nervosa con la quale vengono riprodotte le esecuzioni (Whiplash e Caravan risentite decine di volte). Ma, nel frattempo, ci si diverte parecchio

Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

 

Andrew Neyman (Miles Teller) ha diciannove anni e vuole fare il batterista. Ma non vuole essere un batterista qualunque, Andrew vuole diventare un nome da ricordare nella storia della musica. Per cavalcare il suo sogno, è entrato dunque a far parte della più importante scuola di musica di Manhattan, la prestigiosa Shaffer. Lì, durante una delle sue ‘animate’ prove in solitaria, il ragazzo verrà notato da Terence Fletcher (J. K. Simmons), stimato musicista e insegnante di punta del conservatorio. Esaltato all’idea di entrare a far parte della band di Fletcher e di avere così qualche seria chance di far decollare la propria carriera, Andrew si lancerà anima e corpo nell’impresa di fare colpo sul maestro. Ma i metodi ben poco ortodossi, quasi dittatoriali, di quest’ultimo indirizzeranno ben presto il giovane verso un progressivo processo di alienazione che tramuterà l’obiettivo musicale in una vera e propria ossessione capace di adombrare tutto il resto (famiglia e affetti in generale). All’interno di un crescendo di lezioni a oltranza e nello sfinimento della ripetizione ossessiva di spartiti di Jazz come Whiplash (titolo del film che s’ispira allo storico brano di Jazz composto da Hank Levy e registrato da Don Ellis) o Caravan di Juan Tizol, sempre più frustrato e umiliato dalle parole urticanti e dai modi aggressivi dell’insegnante, Andrew combatterà stoicamente la sua battaglia per l’affermazione, spingendosi fino e oltre il limite delle proprie possibilità, fino a farsi sanguinare non solo le mani ma anche l’anima. Ma qual è il limite ultimo entro il quale si può spingere un’esistenza pur di tirarne fuori (laddove ci sia) un potenziale fuoriclasse? Questo infine il quesito sul quale dovrà cimentarsi il giovane e promettente batterista per superare lo stallo esistenziale indotto da un metodo educativo assai sopra le righe e sfoderare (forse) tutto (e oltre) il suo genio artistico/musicale.

MUSIC ENEMY

Il giovanissimo statunitense Damien Chazelle (Guy and Madeline on a Park Bench – Premio Speciale della Giuria al TFF 2009) presenta al Torino Film Festival 2014 un’opera seconda folgorante che mischia abilmente le tematiche del romanzo di formazione declinate in atmosfere musicali a una riflessione molto più ampia sul potenziale artistico (e non solo) e sui metodi ‘moralmente concessi’ per portarlo a galla. Chazelle sfrutta l’ambito musicale in maniera analoga a quanto fatto di recente da un altro giovane regista (Rok Bicek) con l’ambito scolastico. Whiplash (similmente a Class Enemy di Bicek, anche se con modalità ed esiti diversi) pone infatti al centro del contesto narrativo l’incontro-scontro tra un detestabile mentore e il suo ‘apprendista’, indicando nei modi ostili, quasi sadici e amorali del primo forse l’unico modo per salvare il secondo dalla mediocrità nella quale potrebbe procedere se la catarsi esistenziale (quale che sia) non accorresse a scrollarlo dal suo torpore artistico ed esistenziale. Il protagonista trova infatti il suo teatro di scontro, ovvero il suo ‘music enemy’ nell’esistenza spigolosa, granitica, apparentemente immorale eppure in qualche modo stimolante del suo insegnante e nemico Terence Fletcher; un uomo secondo cui le parole è un “buon lavoro” e dunque l’adagiarsi sulle proprie capacità rappresentano ciò che di più dannoso possa esserci per un’esistenza talentata. Un messaggio di fondo controverso, materializzato in quel banco di prova estremamente duro che il protagonista Andrew affronterà con tenacia ma che lo porterà ciò nonostante fin giù negli abissi della propria sofferenza per farlo poi (forse) riemergere a galla con maggiore forza e consapevolezza di sé. Una lotta con l’altro che poi diventa infine lotta con sé stessi e con i propri limiti, alla ricerca di quello che può rivelarsi (oppure no) come la rara genesi di un talento unico. Un crescendo narrativo che apre e chiude su due assoli alla batteria, folgoranti nella loro capacità di inquadrare e sigillare il percorso di maturazione compiuto – attraverso mille ostacoli – dal giovane Andrew. Chazelle costruisce un film quasi perfetto e drammaturgicamente potente, dove l’anima jazz rappresenta il sottofondo nonché il tono sentimentale che coordina questo scontro umano e artistico, egregiamente incarnato dalle prove attoriali di un intenso Miles Teller e un magistrale, straordinariamente ‘urticante’ J. K. Simmons.
TFF 2014. Il giovane regista americano Damien Chazelle rielabora il suo omonimo corto Whiplash per trasformarlo in un film di grande spessore (e valore) umano e artistico, in cui la raffinata partitura musicale che fa da sfondo all’opera diventa fine e mezzo di un’attenta riflessione sull’uomo, sul potenziale artistico e sulle possibilità di sfruttarlo appieno. Un film che svela con potenza le controverse dinamiche spesso legate all’affermazione del genio creativo assieme a quel processo di abnegazione al proprio talento che è quasi sempre prerogativa (necessaria) dei grandi artisti. Un film centrato e teso come una corda di violino, dove ogni ‘nota narrativa’ sembra essere al posto giusto e dove lo scontro umano assume una straordinaria potenza grazie alla bravura di Miles Teller nei panni dell’eroe da batteria e di J. K. Simmons in quelli dell’antieroe che si erge in cattedra.
VOTO GLOBALE 8

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

Il regista rifa il suo omonimo cortometraggio e racconta il duello psicologico tra un aspirante batterista jazz e il suo professore. Whiplash è un film netto nei suoi gesti visivi, non svapora mai l’ossessione che nutre il suo giovane protagonista in una dimensione soggettiva, si tiene anzi sempre fuori dal suo evidente delirio di possibile grandezza

Il lasso nella testa del musicista tra armonia e disarmonia, tra pensiero coerente e pulsione ossessiva, è un refrain cinematografico, un insistere narrativo che intrattiene spesso una sua relazione pericolosa con la trasparenza dell’immagine, ovvero con il rischio di dare forma visiva alle sonorità interiori (era Pirandello che, sul nascere, risolveva il dissidio del cinema sonoro configurandolo come possibile linguaggio visibile della musica…). In questo senso, l’aspetto davvero interessante diWhiplash, l’opera seconda di Demian Chazelle (Gran Premio al Sundance 2014 e autentica ovazione alla Quinzaine dello scorso anno, e ora a sorpresa in corsa per gli Oscar), sta proprio nella capacità di questo ventinovenne regista di raccontare un’ossessione musicale puntando su una materialità del visibile e dell’udibile, ovvero giocando con la concretezza della musica glissando su qualsiasi tentazione visionaria.

Whiplash è un film netto nei suoi gesti visivi, non svapora mai l’ossessione che nutre il suo giovane protagonista in una dimensione soggettiva, si tiene anzi sempre fuori dal suo evidente delirio di possibile grandezza. Andrew è un corpo febbrile incapsulato in un tardo adolescente in cerca di una propria identità: coi suoi 19 anni nutre il mito di una perfezione che lo trasfiguri in un grande batterista jazz. Ed è proprio a questa trasfigurazione che il film punta. Il suo rapporto con il grande jazzista Terence Fletcher, temutissimo professore della scuola musicale frequentata dal ragazzo, è tarato sull’apparizione, sulla rivelazione, vera e propria epifania di una lotta ed una maturazione che è tutta fisica.

Non è questione d’ispirazione, di svaporamenti creativi, di intuizioni geniali: l’ossessione è quella di tenere il tempo giusto, di battere al ritmo esatto, mantenendolo e ritrovandolo ogni volta che è necessario. Andrew sogna la grandezza e Fletcher gli appare mentre sta provando in assoluta solitudine, catturandolo, chiamandolo a sé, mettendolo alla prova nella sua orchestra, ambitissima dagli studenti, con una crudeltà psicologica che è pari alla ferocia fisica con cui Andrew martirizza se stesso, le sue mani sanguinanti. Pur configurando il film come la cronaca di un delirio personalissimo, implicitamente fantasmatico, del protagonista, Chazelle (che del resto ha un passato da studente di musica e aspirante batterista), insiste proprio su questa traccia materiale, fisica, della parabola di Andrew. A fronte delle sue dimenticanze, dei lapsus, delle rimozioni, Andrew sembra in realtà preso da una sfida che è tutta interiore, col proprio limite fisico, con la propria scansione identitaria… Quanto più Andrew vorrebbe annullarsi fisicamente nella sua ricerca della perfezione, tanto più il suo obiettivo viene portato da Fletcher nella tensione oggettiva, fisica del loro duello psicologico. Whiplash racconta dunque l’ossessione come un campo di battaglia, traccia ritmica del rapporto tra se stessi e il mondo che ci ascolta.

La dinamica della messa in scena è per questo fermamente materiale, Chazelle lavora sulla penombra degli ambienti, sulla contorsione bruna dei cromatismi, elaborando un montaggio che ovviamente esalta le possibilità cinematografiche del jazz, spingendosi in una musicalità che non cerca mai la dimensione dell’ascolto di sala, ma intrattiene un rapporto privilegiato con la fisicità dei gesti del musicista. E poi c’è l’impronta granitica di J.K. Simmons nel ruolo del professore, che si oppone come un totem da abbattere alla testarda fragilità di Andrew, interpretato da Miles Teller: duetto musicale e duello fisico di presenza scenica.
Massimo Causo, da “sentieriselvaggi.it”

Andrew studia batteria jazz nella più prestigiosa ed importante scuola di musica di New York, è al suo primo anno e già viene notato da Terence Fletcher, temutissimo e inflessibile insegnante che a sorpresa lo vuole nella propria band. Il ragazzo è eccitato dalla possibilità ma non sa che in realtà sarà un inferno di prove, esercizi e umiliazioni come non pensava fosse possibile. Gli standard richiesti da Fletcher sono mostruosi e progressivamente alienano sempre di più Andrew dalle altre parti della sua vita.
Nato come un corto e dopo il successo riscritto come un lungometraggio Whiplash è il secondo lavoro da regista di Damien Chazelle, che già aveva avuto modo di lavorare in maniere poco convenzionali nel cinema musicale scrivendo la divertente sceneggiatura del thriller Il ricatto. Mescolando due matrici fondamentali del cinema americano, ovvero il genere dei “grandi domani musicali” (spesso ambientato nelle scuole di musica, fatto di scontri e concorsi e oggi declinato più che altro nei film di ballo di strada come la serie Step Up) e quello della vittoria dello spirito sulla carne canonizzato da Rocky e da lì in poi applicato quasi sempre allo sport (benchè nella categoria rientrino anche film come Il discorso del re), Chazelle giunge ad un ibrido capace di farsi portatore di idee e punti di vista poco usuali nel cinema statunitense che vanno ben al di là della musica, rendendo Whiplash probabilmente il miglior film musicale degli ultimi 10 anni.
La bravura del regista sta nell’usare l’incontro e scontro con un allenatore/maestro che incute il timore del sergente istruttore Hartman di Full metal jacket (in questo senso la scelta di casting ricaduta sul grandissimo caratterista J.K. Simmons non è solo azzeccata ma forse l’unica possibile) per condurre lo spettatore nel processo di miglioramento individuale di un musicista che cerca di emergere. Unendo un forte umorismo ad una contagiosa tensione verso la vittoria, la battaglia contro se stesso di Andrew viene esternalizzata e diventa una lotta contro un’altra persona che lo spinge fino ai limiti del tollerabile e poi oltre. Si uniscono così le figure dei duri insegnanti del genere “scuola di musica” con il percorso di purificazione personale che porta il protagonista a superare quei limiti fisici che lo bloccano inizialmente grazie ad una svolta psicologica (è propria del genere inaugurato da Rocky anche la dicotomia tra una vittoria finale effettiva e una personale).
Quello che il racconto di una trama piena di colpi di scena una volta tanto davvero imprevedibili (altro merito clamoroso del film) non dice è però l’ardore con il quale questo cineasta di 30 anni coniughi esigenze commerciali e ricerca di un cinema personale, filmando quasi tutto il suo film da molto vicino per cogliere sudore e fiatone, escoriazioni della pelle e sangue che ne fuoriesce (gli effetti sonori sembrano quelli di un film dell’orrore). Con grande intelligenza la difficoltà d’approccio ad uno strumento solitamente poco celebrato (la batteria) e un genere non amato dal grande pubblico (il jazz) sono stemperate dai più ruffiani montaggi d’allenamento e titanici scontri. Magnificando la portata della storia e facendone una lotta tra punti di vista sulla vita (come si capisce dal dialogo a tavola con la famiglia) Whiplash facilmente eleva il proprio discorso al di sopra delle contingenze trattate, per affrontare i massimi sistemi. Non temendo di esagerare spinge il suo protagonista al massimo dopo averlo fatto partire dal minimo (due assoli di batteria ben diversi aprono e chiudono il film), rifiutando di piegarsi alla morale buonista familiar/sentimentale imperante che vorrebbe mettere gli affetti prima di ogni cosa.
Commovente per qualsiasi amante della musica la precisione con la quale Whiplash esegue le parti musicali, tarando l’abilità degli strumentisti a seconda di chi stia suonando (in alcuni casi a livello maniacale), scegliendo le partiture e le soluzioni meno commerciali (non ci sono brani realmente famosi al di fuori della cerchia degli amanti) per non portare mai il jazz allo spettatore ma lasciare che accada il contrario, mantenendo così un’integrità e una serietà da applausi.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

 

 

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