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Vizio di forma

c-Vizio-di-forma_articolo3-2Paul Thomas Anderson porta per la prima volta un romanzo di Thomas Pynchon sul grande schermo. Il suo Vizio di Forma è un trip grottesco e disilluso all’interno dell’anima di una nazione, tra canne, fantasmi personali e sconfitta di una (contro)cultura. Incredibile e ‘oltre’, uno di quei capolavori che segnano un decennio.

A forza di volerlo spiegare troppo si rischia quasi di disinnescare il fascino di Vizio di Forma. Un po’ quando all’epoca uscì Mulholland Drive e tutti si affrettavano a trovarne un senso, che ovviamente c’è e oggi è piuttosto palese per tutti. Il nuovo film di Paul Thomas Anderson non è certo in linea col film di David Lynch, ma si prova allo stesso modo un senso di spaesamento che non fa che accrescerne la carica magnetica.

Come in The Master di comincia con l’acqua, in questo caso quella dell’Oceano Pacifico. Siamo a Gordita Beach, in California, alla fine degli anni 60. Larry ‘Doc’ Sportello (Joaquin Phienix, per cui abbiamo speso ogni parola) è un detective privato di L.A. che fuma erba praticamente tutto il tempo. Un giorno riceve l’inaspettata visita dell’ex-fidanzata, Shasta Fay Hepworth, ora compagna di un pezzo grosso chiamato Mickey Wolfmann.

Shasta è convinta che la moglie dell’uomo e l’amante vogliano richiuderlo in un istituto mentale. Gli chiede quindi di cominciare a far luce sul mistero. Negli stessi giorni Doc riceve un’altra visita, questa volta nel suo ‘studio medico’ (lavora in un posto del genere, sì…): quella di Tariq Khalil, che chiede a Doc di rintracciare la guardia del corpo di Mickey, Glen Charlock, che aveva speso del tempo in carcere con lui.
Ma non sono gli unici due casi che gli capitano tra le mani nel giro di poche ore. Come terzo mistero da risolvere deve pure rintracciare un saxofonista da poco svanito nel nulla, Coy Harlingen, e questa volta è la moglie dell’uomo scomparso a chiederglielo (dal nome che è tutto un programma: Hope). Come fare a districare una matassa che in così poco tempo ha assunto dimensioni così grandi? Basterà il suo metodo così particolare e ‘intuitivo’?

Vizio di Forma è come guardare un noir – prendiamone quello più classico e ovvio: Il Grande Sonno – da strafatti. Quindi, in linea teorica, qualcosa di estremamente godereccio, fuori di testa e improbabile. Però non è affatto un divertissement come l’ha definito qualcuno, anzi: non può semplicemente esserlo. Semmai è il film più politico e disilluso di P.T. Anderson, uno che di film politici e disillusi finora ne ha fatti non pochi.

Vero: guardando Vizio di Forma si ha l’impressione di essersi fatti una canna. La sensazione è dovuta certamente al fatto che Doc, in 148 minuti densissimi, se ne fa tante. Però il senso di smarrimento che viviamo, ancorati al punto di vista delle indagini del protagonista, non è mica dovuto soltanto all’effetto che la marijuana ha su di lui: questa è semmai una lente deformante di una realtà che già di per sé ha un ‘vizio di forma’ intrinseco.

Per ‘vizio di forma’ si intende la tendenza negli oggetti fisici di deteriorarsi a causa della stessa instabilità dei componenti che ne fanno parte, al contrario del deterioramento causato da forze esterne. Chiaro e limpido questo concetto, vero? Però è francamente anche troppo semplice partire da un titolo che sembra essere bello e pronto per analizzare il senso di un’opera ben più complessa, e che all’interno del cinema di Anderson assume una valenza ancora più stratificata – o, almeno, diversa – del romanzo di Pynchon.

È ormai da due film che Paul Thomas Anderson segue un percorso tutto suo all’interno della Storia Americana. Prima Il Petroliere, il suo ‘Nascita di una nazione’, ambientato agli inizi del 1900, lì dove il ‘vizio di forma’ di una nazione diventa, appunto, intrinseco e si radica nel sottosuolo. Poi The Master, ambientato negli anni 50 durante la nascita di Scientology e dei culti, in cui lo spaesamento del singolo dopo la Seconda Guerra Mondiale diventa definitivo.

Ora c’è l’inizio degli anni 70 di Vizio di Forma. Che ci parla innanzitutto del fallimento di una (contro)cultura, e se siamo arrivati a quel punto è proprio perché prima ci sono stati gli eventi deIl Petroliere e The Master. L’ultimo film di Paul Thomas Anderson è evidentemente il suo film più politico perché è dichiaratemente un’Odissea, un viaggio, un trip grottesco e malinconico (a tratti delirante e tristissimo) nell’anima di una nazione.

Su questa base vediamo decine di personaggi che entrano escono muoiono amano fannocose sopravvivono. Doc ne incontra di personaggi ‘al limite’: però sono proprio tutti un po’ fuori di testa, e questo dovrebbe già dire molto. C’è il Dr. Rudy Blatnoyd, dentista pazzo e cocainomane. C’è Penny Kimball, procuratrice distrettuale che non sopporta Doc però poi ci finisce a letto in un battibaleno.

Poi c’è ovviamente quello che pare essere l’altra faccia della medaglia di Doc, il poliziotto Christian ‘Bigfoot’ Bjornsen, che odia gli hippie e crede che ogni gruppetto, anche il più piccolo, possa essere la prima cellula di un movimento pericoloso (eccoli, i culti!). Doc si approccia a questi personaggi con la sorpresa di chi non capisce chi ha di fronte o cosa stia davvero succedendo, con l’incapacità di leggere la realtà, per di più già annebbiata da un sacco di canne. E non sarà mica un caso se Freddie Sutton in The Master era sempre inebriato dai fumi dell’alcol, no?

Come in The Master c’è poi una ragazza che ritorna come un fantasma. Solo che in quel caso era tutto nella mente di Freddie, qui Shasta esiste qui e ora. Eppure è palese che sia il motore che scatena tutto ciò che succede in Vizio di Forma, più o meno come l’amore di Freddie lo metteva in certe situazioni. Un fantasma personale di Doc, che uno dei tanti del film: anche la voce over di Sortilège pare quella di un fantasma.

Ogni personaggio potrebbe sparire da un momento all’altro, e c’è una strana sensazione di pericolo che non è mai forzata eppure è tangibile. Questo è puro noir: ed è il noir il modo in cui Anderson ci invita a leggere il mondo. Quindi a vivere la realtà in diretta (Vizio di Forma è un film cronologico) e comunque non capirla. Persino le ovvietà sono negate di fronte agli occhi (“Ma è una svastica quella sulla sua fronte?”, “No, è un antico simbolo hindu che significa ‘Tutto è a posto'”), è meglio continuare a far finta di nulla anche di fronte all’evidenza.

Romantico e sexy (il piano fisso con Doc e Shasta è spaziale), assurdo e spaventoso, grottesco e serissimo (si ride molto, ma si sbarranno anche spesso gli occhi), Vizio di Forma è ipnotico anche perché ha la musica di Jonny Greenwood e Neil Young. Poi perché ha la corruzione e il mistero, i neon, L.A. e i canyon, il mare e la spiaggia, il sole accecante della California e la sua notte che profuma di palme e di erbe (tutte le erbe) e patchouli. Materia che, grazie alla regia di Anderson, sembra uscita proprio fuori da un sogno.

Non è però un film nostalgico, Vizio di Forma, per carità. Di quell’epoca e di quel preciso momento storico non rimpiange nulla, perché è il momento di una sconfitta definitiva. È palese chi è che ‘perda’ alla fine del film: di conseguenza la parabola decadente di Boogie Nights (fine ’70 – inizio ’80) e i problemi quotidiani di Magnolia (oggi), nel Grande Affresco Americano di Paul Thomas Anderson, hanno paradossalmente ancora più senso, figli di quel vizio intrinseco che nessuno ha voluto fermare e che in molti hanno invece cavalcato.

Segnato da magistrali pianisequenza, da un uso impercettibile dello zoom e da travelling con macchina a spalla che fanno impallidire più o meno tutti i registi nominati agli Oscar, Vizio di Forma è fluido come un sogno e inquietante come il suo stesso passaggio verso un incubononsense. È Il Grande Lebowski che incontra proprio Mulholland Drive. Una seconda visione è obbligatoria, ma la sensazione di trovarsi di fronte uno di quei rari film che segnano un decennio è netta. O forse è che non abbiamo ancora smaltito l’effetto.

Voto di Gabriele Capolino: 10

da “cineblog.it”

 

 

Siamo a Gordita Beach, luogo al tempo stesso immaginario e reale, ovvero la Manhattan Beach di Los Angeles, ribattezzata con un nome che in spagnolo richiama l’opulenza. E’ il 1970, anno spartiacque tra le battaglie e le speranze del ’68 e le derive violente e autoritarie dei ’70, la famosa Era dell’Acquario con la congiunzione tra Urano e Plutone che apre la porta alla New Age, l’era del cambiamento. All’insaputa dei più, il Grande Fratello controlla già la vita di tutti, la politica complotta, spia e manda in guerra la meglio gioventù e le illusioni e gli ideali si sono già infranti nella pace dei paradisi artificiali e nel sangue versato dalla Manson Family e dagliHell’s Angels ad Altamont, lasciando nei più consapevoli un senso di nostalgica malinconia per quello che sembrava possibile e non lo è più.

Ci sono davvero poche good vibrations in Vizio di forma, per molti il romanzo più mainstreamdell’elusivo Thomas Pynchon, che, sotto le spoglie del genere hard-boiled, ci parla in realtà dell’America e del mondo che verrà.

Nel caotico ufficio dello strafumato detective privato Doc Sportello, in un perenne stato alterato di coscienza, arriva il classico caso: a portarglielo non è la solita dark lady ma la sua solare ex, l’amatissima Shasta Fay, che lo ha lasciato per un milionario e che vuole sventare un piano di rapimento che lo riguarda. Da lì prende il via una trama in cui il Caso apre una porta dopo l’altra in una caleidoscopica serie di scatole cinesi, con indizi, situazioni e personaggi le cui interazioni sembrano determinate da una specie di karma cosmico. Più del mistero da risolvere, per Doc conta la ricerca di Shasta, che scompare poco dopo assieme al ricco fidanzato.

Sia nel ponderoso e labirintico romanzo che nel film, a muovere le azioni del protagonista è l’amore infelice, perduto, idealizzato e dunque eterno. Anderson porta il libro sullo schermo nella migliore versione possibile, accentuandone gli elementi sentimentali e romantici e dipingendo, con la forza di una felice immaginazione visiva, un’epoca psichedelica dove ilpeace & love è stato ormai sostituito dalle droghe e dal sesso a pagamento, e dove un improbabile cavaliere con molte macchie e un po’ di paura è impegnato in una difficile quest. Di questo mondo Doc conosce riti, volgarità ed edonismo e veste gli abiti corrispondenti ai vari ruoli sociali come una tuta mimetica e non con la narcisistica vanagloria dei suoi abitanti.

Da spettatori, non mettiamo mai in dubbio la ricostruzione di Anderson: come se fossimo appena scesi dalla macchina del tempo, ci troviamo catapultati in un periodo storico da dove usciremo solo al termine del film. Assieme a Doc incontriamo una bizzarra fauna di personaggi, dotati di spessore e peso specifico anche quando restano poco tempo in scena (citiamo solo a titolo d’esempio l’apporto di Eric Roberts). A volte invece queste figure invadono letteralmente lo spazio vitale del protagonista con la loro dirompente fisicità, non solo nel caso di Shasta, ma anche in quello del detective “Bigfoot” Bjornsen (un’altra grande prova di Josh Brolin), che è in tutto e per tutto l’esatto contrario di Doc e che proprio per questo ne è respinto e prova per lui al tempo stesso un’attrazione quasi sessuale, evidenziata da momenti esilaranti in puro stile slapstick, ispirati alle demenziali scenette dei Three Stooges.

Non ci sono scene o personaggi superflui in questo film, ma tutto è connesso in modo imperscrutabile, come se un burattinaio invisibile si divertisse a incrociare i fili che muovono le sue marionette. A dare un ordine al caos ci pensa la musicale voce fuori campo di Sortilège, l’amica di Doc, che lo conosce da sempre e alla cui bocca vengono affidate le parole scritte daPynchon. Ricco di ruoli femminili affascinanti e complessi, stratificato ma godibile anche a un livello di pura superficie, come quasi tutti i film di Anderson anche questo a ogni successiva visione ci rivela un nuovo tassello, un particolare prezioso o buffo, un dettaglio significativo che ci era sfuggito e che arricchisce la nostra esperienza di spettatori, gratificandoci come parti attive della rappresentazione.

Se The Master era l’apoteosi lirica del cinema grandioso e magniloquente ma anche profondamente intimista del regista, Vizio di forma ci riporta nel solco dei suoi film più corali, daBoogie Nights a Magnolia, con in più la dolcezza stralunata di Ubriaco d’amore. E Joaquin Phoenix, animale da scena per eccellenza, dà vita a un’infinità di splendidi balletti sincopati, da solo e con i suoi coprotagonisti. Trasformista, malinconico clown capace di fare vere e proprie acrobazie col volto, l’attore aderisce completamente al personaggio, per il quale proviamo un’immediata e irresistibile empatia. E’ come se Doc Sportello fosse l’ultimo dei romantici, un pynchoniano Grande Gatsby con Shasta Fay nel ruolo della sua infedele Daisy. E’ questa consapevolezza che il grande party volge al termine che gli fa prendere a cuore la situazione del sassofonista/ex eroinomane/spia Coy Harlingen (Owen Wilson): la nuvola di fumo dentro cui costantemente vive non gli ha annebbiato la mente e il cuore e anche lui, come molti personaggi di Anderson, vorrebbe soltanto far parte di una famiglia.

Vizio di forma è un film costellato di sorprese e folgoranti intuizioni, che – tra un’Ultima Cena a base di pizza, bikers della Fratellanza Ariana, prostitute lesbiche e misteriosi cartelli di droga che alimentano dentisti cocainomani (occhio a Martin Short in una rutilante apparizione) – ci restituisce il gusto e il senso di una visione non prevedibile o addomesticata. E’ anche e soprattutto un’esperienza cinematografica da gustare in sala nello splendore della pellicola a 35 millimetri, possibilmente in versione originale. Ai suoi tantissimi pregi unisce al solito una colonna sonora che alterna le splendide musiche di Jonny Greenwood a pezzi vintage da cantare ad alta voce, che incrementano la nostalgia per un’epoca che non abbiamo vissuto e in cui tutto, sia pure per un breve periodo di tempo, è stato davvero groovy.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

Doc Sportello, hippie suonato che ciondola sulla spiaggia di Gordita Beach e investigatore privato a tempo perso, è avvicinato dalla sua ex Shasta Fey, che gli affida un caso complicato. Insospettita dagli intrighi attorno al suo nuovo amante, il palazzinaro Wolfmann, vuole prevenire un suo ricovero coatto. Doc non fa in tempo a cominciare le indagini che finisce per essere accusato di omicidio dall’amico-nemico Bigfoot, ispettore della Omicidi.
Sul titolo, a volte, è bene soffermarsi (oltre che sulla locandina, quando inarrivabile come quella di Vizio di forma). Al di là della libera traduzione e semplificazione italiana, che poco o nulla significa – e che, curiosamente, sia nel libro di Thomas Pynchon che nel film tratto da esso, non trova spazio all’interno dell’opera – è il letterale “vizio intrinseco” la chiave del mistero. Che, come tale, include tanto il MacGuffin del termine tecnico del ramo assicurativo che la reale sostanza dell’opera di Pynchon e Anderson, dove “vizio intrinseco” sta per incapacità per un sistema di reggere l’instabilità centrifuga delle sue componenti interne.
Due piani di lettura per una molteplicità psichedelica di interpretazioni degli stessi: l’Uno e il Tutto, in ordine sparso, come vuole il cinema di Paul Thomas Anderson da Ubriaco d’amore in poi. Il noir e la sua lunga discendenza di riferimenti riflessivi (Chandler via Altman, Kem Nunn via Pynchon, con aggiunta di Hunter Thompson e Dude Lebowski) diviene così avvincente esca per catturare l’interesse e aiutare a immedesimarsi tanto in Doc Sportello che nella sua nemesi Bigfoot Bjornsen, nascondendo così, attraverso un sottile e caliginoso fumo di cannabis, la parabola della seconda caduta dall’Eden, quando l’ebbrezza utopistica dei ’60 si è schiantata di fronte alla cruda realtà della natura umana ad Altamont e Bel Air.
Gli Hell’s Angels omicidi e la setta satanista di Manson diventano in Vizio di forma un’unica entità e si contrappongono, con logica speculare, all’amore, che muove (più che il cielo e l’altre stelle) le onde dell’oceano e il girovagare erratico, ma lucido e con uno scopo preciso, del protagonista. Un insieme di caratteri paradigmatici fa di Doc Sportello creatura andersoniana più che pynchoniana, pecorella smarrita che si oppone con radicale indolenza al traumatico passaggio di consegne tra un’epoca e un’altra, tra l’erba e la polvere d’angelo, tra Neil Young (il brano scelto per la più romantica delle sequenze si intitola “Journey through the Past”) e il decennio dell’edonismo reaganiano che verrà, tra la pellicola che esibisce orgogliosamente la sua grana e il digitale che ci seppellirà. Mai come in Vizio di forma lo sconclusionato nonsense di una trama inafferrabile e involuta è mistificatore, come la retorica di un guru, rispetto alla geometrica precisione di un’opera che intensifica la separazione di Doc dal suo, o dai suoi, doppi.
Dalla musa-spirito guida Sortilège, voice-over che si fa carne, all’illusorio oggetto d’amore Shasta, fino al Bigfoot di un eccellente Josh Brolin. La bromance tra questi e Doc, giocata costantemente sul filo della comicità, oltre a rivelare una matrice ben più tangibile del Lebowski coenianonell’oscuro Cisco Pike (Per 100 chili di droga) di una ruggente New Hollywood, è la dinamica pseudo-amorosa di due opposti che si attraggono, due metà che si cercano e si sostituiscono: il primo detective sempre meno improbabile e il secondo cullato e confuso dai suoi sogni di attore. Scherzi del subconscio, forse, come una clinica criminale odontoiatrica o una nave all’orizzonte che non attracca mai, che disegnano la più difficile delle trasposizioni, libera dove appare didascalica, metaforica dove appare comica, prima di chiuderla sotto il sole elusivo di una California in chiaroscuro.

Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

 

Un immaginario delirante, drogato, di nebbi, filtri, luci al neon. Che resuscita Marlowe, pone Joaquin Phoenix in balia tra Buster Keaton e Drugo di Il grande Lebowski ed esalta una ballata dall’aldilà come in Magnolia e porta il noir verso il futuro passando per Hawks, Aldrich e Altman. Un tunnel pieno di ostacoli dove però alla fine il cinema del regista ne esce ancora più alla grande.
Diventa una sfida sempre più estrema il cinema di Paul Thomas Anderson. Come se nell’ambientazione non c’è più ricostruzione ma solo l’impulso a surfare col tempo, a starci con una tavola sopra per galleggiarci e tenersi in piedi in equilibrio precario. Dalla fine dell’800 di Il Petroliere, alla fine degli anni ’40 di The Master, dei ’70 di Boogie Nights, i viaggi nel tempo rappresentano soprattutto un’immersione, il ritorno su un periodo per riviverlo prima, reinventarlo poi, plasmarlo attraverso il proprio cinema alla fine.
Non c’è filtro tra lo sguardo di Anderson e quello che filma. Sembra una continua apnea in un cinema che, anche in Vizio di forma, utilizza i personaggi come spettri che riprendono vita solo per la durata del film. Anche quest’ultimo film di Anderson annega nelle nebbie, nei fasci blu e rossi, della fotografia di Robert Elswit che ha sempre collaborato col cineasta ad eccezione di The Master, dove gli ambienti si deformano, opprimono ma non soffocano proprio per la loro continua elasticità. Sono profondi, ma sembrano piani. Quasi per proiettarci dentro quei personaggi. Non più corpi ma figure immateriali proprio provenienti da quei fasci di luce cinematografici. E Joaquin Phoenix diventa l’ideale attore-marionetta, mosso non da uno sguardo impostore, nel senso che s’impone, ma proprio dal desiderio impossibile di far coincidere il pensiero con la messinscena. Ed ecco perché nel cinema del regista sembrano esserci quei continui tempi lunghi, quelle pause che in realtà non sono che tempi sospesi, dove all’interno dell’inquadratura non ci sono solo i movimenti fisici ma anche quelli della mente. Che si combinano. Che si scontrano. Sta qui la differenza, essenziale e decisiva, tra Anderson, rispetto a cineasti come Inarritu, Nolan, Haneke e Dolan. Quelli che con una finta democrazia che può esaltare il coinvolgimento, toccare nervi scoperti, trascinare dentro un universo visivo delirante, in realtà guida ogni movimento dello sguardo e sposta la testa dello spettatore a suo piacimento.

Anche Vizio di forma è un film che sembra essere più cerebrale degli altri diretti da Anderson, che sembra portare il cinema del regista in una specie di vicolo cieco. In realtà avviene il contrario. Se Il Petroliere poteva sembrare il punto d’arrivo, altissimo certamente, ma dove si faceva fatica a immaginare quali strade future avrebbe preso il suo cinema, The Master prima e, ancora di più, Vizio di forma ora, invece hanno aperto, anzi squarciato, nuove direzioni. Dove le strade sono tantissime, anche troppe. Sono labirinti prima oppressvi che poi si aprono verso il mare aperto. Proprio come la straordinaria parte finale di The Truman Show.

1970. Los Angeles. L’investigatore Doc Sportello (Joaquin Phoenix) rivede la sua ex, Shasta (Katherine Waterson) che gli chiede aiuto; c’è infatti un piano per rapire l’uomo con cui la ragazza ha ora una relazione, il miliardario Mickey Wolfmann (Eric Roberts) messo in atto dall’ex-moglie e il suo attuale compagno. Le indagini non fanno neanche in tempo a partire che il detective viene accusato di omicidio dall’ispettore Bigfoot (Josh Brolin). Inizierà così in tormentato percorso che lo porta a contatto con stravaganti personaggi: tossici, rocker, musicisti, surfisti, assassini e un’entità misteriosa, Golden Fang.

Dalla spiaggia di Gordita Beach. Uno squarcio che è un quadro che poi si anima. Da lì parte l’inizio di un’altra sfida estrema, il primo adattamento per il grande schermo del romanzo omonimo di Thomas Pynchon che è seguito piuttosto fedelmente dal regista; anzi, durante la prima stesura, aveva trascritto riga per riga tutte le 384 pagine del libro.

Vizio di forma resuscita Marlowe, pone Joaquin Phoenix in balia tra Buster Keaton e Drugo di Il grande Lebowski ed esalta una ballata dall’aldilà come in Magnolia. Journey Through the Past di Neil Young addolcisce ma non smussa gli angoli duri di un film che travolge subito dopo, che porta il noir verso il futuro passando per Hawks (Il grande sonno), Aldrich (Un bacio e una pistola) e Altman (Il lungo addio). Un cinema che non ha paura di strafare ma ne ha una miracolosa consapevolezza. Capace di far giganteggiare tutti i personaggi attorno a Doc, alterazioni di dimensioni alla Orson Welles dove ogni figura che gli appare davanti sono tanti Charles Foster Kane, cloni replicanti. Gli anni ’70 passano e sfuggono. In un immaginario delirante, drogato, pieno di luci al neon. Ma dove il cinema di Anderson, dopo aver percorso un tunnel pieno di ostacoli, ne esce ancora più (alla) grande.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

Los Angeles, fine anni ’60. La vecchia fiamma del detective privato Doc Sportello, Shasta, si ripresenta nella casa del suo ex fidanzato per chiedere aiuto: vuole evitare che il miliardario con il quale si frequenta,Mickey Wolfmann, venga internato dalla moglie e dall’amante di quest’ultima. Doc viene così trascinato in una spirale di situazioni pericolose e surreali….

Due sono i registi di “Vizio di Forma”. Uno è l’autore del romanzo omonimo sul quale il film è basato,Thomas Pynchon, tra le più grandi firme della letteratura postmoderna statunitense del secolo scorso. L’altro è il regista effettivo; Paul Thomas Anderson. Esponente di un cinema che fa dell’assenza uno stile, una peculiarità. Un regista che fa della forma un vizio. E viceversa.
Quel vizio di forma che altro non è che “un difetto celato in un bene o in una proprietà, che causa o contribuisce a causare il suo deterioramento, danno o eliminazione. Un difetto di natura intrinseca che rende l’oggetto di un rischio inaccettabile per un vettore o un assicuratore”. Sostanzialmente un’alienazione, ovvero il vizio, dal logorante incedere del tempo, la forma. E il logorio il regista nel film ce lo mostra attraverso i costumi, le ambientazioni, le parole dei personaggi e la loro amara e talvolta dissacrante ironia.
E’ complesso tracciare uno schema da cui poter trarre l’essenza principale del nuovo film di P.T. Anderson, in quanto di schematico questa caleidoscopica pellicola non ha proprio nulla.
E’ un Anderson diverso, quello di “Vizio di Forma”, che ritorna alla coralità di pellicole come “Magnolia”e “Boogie Nights – L’altra Hollywood”, ma assumendo tutto il carico di un caos disilluso, proprio dell’epoca e del luogo in cui è ambientato il film.

Una Los Angeles differente da quella raccontata nei suoi altri film. Psichedelica, tentacolare e ossessionante, ricreata alla perfezione, con atmosfere che ricordano quegli anni transitori, dove i pochi reduci da uno stile di vita e da ideali che andavano via via sgretolandosi sopravvivevano a stento, erranti in una società che si avviava al capitalismo, al consumismo e alla cementificazione.

Doc Sportello è un profilo perfetto per raccontare quel mondo sempre più sfocato: paranoico, tossico, per nulla ligio alle regole ma profondamente vero, spontaneo e libero. Joaquin Phoenix gli da forma, consistenza, ispirandosi alla figura estetica di Neil Young e all’idealismo ormai decadente.
Un viaggio al neon, grottesco, da “Trip & Love”, tra personaggi bislacchi e dimensioni allucinogene che conducono un disorientato Doc nel bel mezzo del commercio internazionale dell’eroina e a stretto contatto con laccati centri-massaggio di facciata e organizzazioni criminali odontoiatriche, famigerate Golden Fang.
All’interno di questo caos la narrazione è anarchica e contorta ma quasi mai confusa, il che rende ancor più monumentale il lavoro di Anderson, che può contare su un dream team di attori che si lasciano trasportare da questa corrente talvolta onirica e talvolta misteriosa, talvolta cruda e talvolta erotica, con interessanti dualismi e rapporti particolari già definiti nelle pagine di Pynchon, ma sapientemente trasposti da Anderson.
E attorno a Doc roteano una serie di personaggi che non sfiorano mai la banalità o il tradizionalismo e che raggiungono livelli iconici assoluti. Dal poliziotto Big Foot Bjornsen, stronzo, contradditorio e malinconico, interpretato alla perfezione da Josh Brolin, fino all’eccentrico e perverso dott. Blatnoyd del revival-manMartin Short, passando per gli assurdi coniugi Harlingen, genitori inaffidabili ma pieni d’amore: infatti Coy Harlingen (Owen Wilson) è un ex tossico diventato informatore e infiltrato costretto a trascurare la moglie ex-eroinomane Hope e la figlia.
Ma “Vizio di Forma” è anche un viaggio tra noir e commedia oscura, con un concentrato di nomi improbabili, come Japonica, la ragazza aiutata da Doc e apparizioni stralunate, come quella di Mickey Wolfmann (Eric Roberts).
“Vizio di Forma” è un sunto di passione, erotismo, amore libero. Katherine Waterston è una misteriosa e sfuggente Shasta, femme fatale e ago di bilancia dell’intera narrazione e unico tallone d’Achille a cui Docsente di dipendere, nonostante lo neghi, ancor più della droga.
Paul Thomas Anderson costruisce e ci fa vivere per la prima volta quegli anni, deliranti, idealisti, contorti, psicotici ma anche disincantati e lambiti da una triste consapevolezza di dover abbandonare tutto perché il tempo è passato e la società pretende altro. Per gli sporchi hippie di Gordita Beach non c’è più posto. Sullenote rock dell’epoca, tra virtuosismo e melanconia, create e arrangiate da Johnny Greenwood, “Vizio di Forma” restituisce allo spettatore una scarica di tossica eccitazione e disorganica rilassatezza che hanno il potere di aumentare infinitamente l’ammirazione per un cineasta del calibro di Paul Thomas Anderson.
Davide Sica, da “cinemamente.com”

 

E’ difficile scrivere di Vizio di forma, perché più che un film pare un sortilegio.
E’ difficile soprattutto dopo una prima, nebulosa visione, a causa dell’impossibilità fisiologica di ghermirlo, bloccarlo, di poterlo in qualche modo afferrare. Si ha come la sensazione che il film prosegua lungo le strade perdute di quella storia americana che Paul Thomas Anderson sta ricostruendo film dopo film.
Come un grande sonno in salsa hippy, come un Chandler strafatto di marijuana, Vizio di forma avanza allucinato dall’inizio alla fine, sprofondando in un trip perpetuo che rivela il suo retrogusto malinconico e disilluso. Se l’anno scorso The Wolf of Wall Street era un’opera che concentrava tutta la sua forza in un gesto filmico esplosivo e cocainomane, Vizio di forma rappresenta il suo esatto contraltare: è quanto di più vicino si possa immaginare al detour, alla deviazione, alla distesa di nebbia, alla strada perduta, in una parola all’implosione.
Frammenti di narrazione che interrompono la storia principale, storie contenute in altre storie come matrioske infinite, intrighi degni di un crime-movie d’altri tempi, profezie e incubi lisergici dove la parola amore fa rima con la parola paranoia. Tra le traiettorie dell’assurdo e i vicoli del nonsense fa capolino il vizio di forma.
Del resto, la sfida di Paul Thomas Anderson era gigantesca: portare sullo schermo il testo “aumentato” pynchoniano, idea folle e incosciente, operazione impossibile per eccellenza, perché si tratta di un romanzo così eccessivamente cinematografico da impedire il cinema stesso.
Grande scrittore invisibile, penna fondamentale all’interno della letteratura americana degli ultimi decenni, Thomas Pynchon è il demiurgo beat di argute e divertentissime (contro)galassie americane. Scrittore illeggibile ai più, mente abilissima nel concepire ogni romanzo come vastissimo ipertesto, ricco di nomi, personaggi, allusioni, titoli di film, brani musicali, programmi televisivi, leggende, luoghi comuni e pagine di Storia. Una scrittura che assomiglia quasi a un rizoma, tutta mentale e digressiva, che trova necessario acquisire la velocità stessa dei pensieri. Ma a che velocità vanno allora i pensieri? Come possono essere tradotti in immagini, senza perdere la loro carica anarchica? Questa volta il problema della trasposizione è anzitutto una questione di velocità.
Pynchon fagocita ogni cosa che lo circonda e, con far famelico, mastica, inghiotte, mischia tutto, inglobandolo in quell’enorme stomaco che è la California degli anni ’60. I suoi personaggi galleggiano nel mare magnum dell’immaginario americano e, così come i suoi lettori, si rivelano troppo lenti, troppi pigri, troppo fatti, per sfrecciare lungo le highways di un’intera costellazione.
Il suo Vizio di forma, noir à la Hammett condito di acidi e d’erba, si legge come fosse lo specchio infranto di un’intera stagione americana. La stagione hippy dei lunghi addii, in cui era ancora possibile vivere all’interno di un sogno costantemente minacciato dalle paranoie del reale. In questo libro-mondo popolato di dentisti assassini, fratellanze ariane, poliziotti corrotti, surfers, zombie, donne bellissime e indomabili sognatori, lo spettro di Charles Manson infiamma ogni pagina.
Doc Sportello, investigatore privato dall’occhio languido, si ritrova invischiato all’interno di una situazione molto più grande di lui. Punto di vista dissociato, cervello che assomiglia a un flipper umano, configura una sua realtà che lo possa salvare da un mondo che cambia troppo in fretta. Cerca allora di vivere all’interno di un sogno, in cui i morti tornano sempre in vita, dove ogni elemento, ogni traccia, si rivela parte integrante di un labirinto mentale. Le luci di questo labirinto sono i bagliori losangelini che lo riportano, sempre e comunque, in mezzo ai guai. Non è possibile ricostruire il tempo, rielaborare i vuoti, solcare la memoria, si può solo abitare quel vuoto, vivere in assenza (o vivere d’assenza).
Doc Sportello si rivela testimone privilegiato dell’America delle speculazioni edilizie, delle repressioni, delle corse all’oro e della grande paranoia. Ma anche manifesto di tutta quella controcultura americana destinata a svanire e a esser calpestata negli anni successivi.

Dopo un film come The Master, capolavoro liminale e definitivo da cui non si può prescindere, Paul Thomas Anderson ricomincia da capo. Non inaugura una nuova fase della sua filmografia, ma utilizza Pynchon per guardare la sua America da un’altra prospettiva. Acquisisce immediatamente il punto di vista stupefacente di Doc, facendo sprofondare lo spettatore in una trance ipnotica di centocinquanta minuti. Non fa alcuna distinzione tra le fantasie del protagonista e la realtà, ma lavora di addizione: suoni, colori, informazioni, controinformazioni, musiche, citazioni, tutto è (con)fuso all’interno della mente di Doc, geografia totalizzante del film.
Il cinema di Anderson implode allora anzitutto sul piano stilistico. Stupisce il fatto che, partendo da un testo che sfugge ogni controllo, Anderson realizzi un’opera così rigorosa e collaudata da un punto di vista formale (l’unico precedente nella sua filmografia è forse Il petroliere). Non siamo in un altro Boogie Nights, siamo in un film che congela il suo stesso ritmo interno. Infatti Vizio di forma è teso come un filo elettrico che non dà mai la scossa: l’universo pynchoniano s’iscrive in lunghi piani sequenza in cui la macchina da presa si mantiene spesso immobile.
Se prima parlavamo della velocità-pensiero del romanzo, la traduzione cinematografica operata da Anderson è paradossale: condensare questa velocità all’interno di una radicale immobilità, spezzata al massimo da qualche zoom. Queste inquadrature fisse, martellate da dosi massicce di informazioni, sembrano dislocarsi, staccarsi, alienarsi da se stesse, creando uno spaesamento, una distanza, una deformazione percettiva nello spettatore. All’interno di quest’immagine, il senso del tempo si distorce a dismisura. I dialoghi si ritorcono in se stessi, gli sguardi sembrano sempre diretti verso il vuoto.
Accade che i personaggi non si guardino, ma continuino a pronunciare le proprie battute. Il tempo, ancora una volta, si congela, mentre il racconto prosegue in quello stesso cristallo. Un mare di parole incomprensibili portano al punto di maggior tensione dell’inquadratura, superato il quale non c’è alcuna esplosione, ma una deformazione totale di ogni elemento scenico.
Il fascino stesso di quest’operazione si trova tutto nel conflitto, nel problema stesso dell’adattamento, nella trazione che s’instaura tra i due autori, e perfino in quel senso di frustrazione nell’incarnare le parole dello scrittore. Oltre a Pynchon e ad Anderson, in questo conflitto si ritrovano anche gli strepitosi corpi attoriali e i loro rispettivi personaggi e, ovviamente, lo spettatore che, spaesato, va alla ricerca di coordinate invisibili. Eppure le mappe non esistono, non rimangono che tracce mnemoniche, confusioni tra realtà e fantasia, esilaranti duelli slapstick, momenti che sembrano usciti da un cartone animato o dalle mille infanzie della nostra vita.
Anderson, ancora più di Pynchon, connota l’intero caso-caos Wolfmann all’interno di una prospettiva spettrale, onirica, portando tutta la narrazione sul piano di un trip espanso di Doc. Del resto, anche la scelta di conferire la voice over al personaggio di Sortilège, contribuisce a plasmare il film in questo senso.
In definitiva, l’unica cosa che si potrebbe rimproverare al film è un eccesso di riverenza, di fedeltà nei confronti del romanzo, che alle lunghe rischia di imprigionare il regista tra le pagine di Vizio di forma. Anderson oscilla sempre, delude perfino, ma per eccesso d’amore. Traduce mirabilmente la parola scritta, e non sempre riesce o vuole reinventarla. Il miracolo avviene quando, invece, la voce del regista si fa autonoma come in passato. In quei momenti, dopo aver annichilito lo spettatore, gli regala, in contropiede, quelle che Pynchon chiama “piccole parentesi di luce”: singoli momenti di una tenerezza infinita, in cui la macchina da presa abbandona la freddezza distorta che la contraddistingue, e condensa tutto il suo cuore in gesti di dolcissima, soave malinconia.
Ne è un esempio perfetto l’ultima inquadratura: due volti illuminati dalla luce di un cinema che non esiste più. Quasi un bianco e nero colorato. Ecco, in momenti come questo, Anderson si riappropria definitivamente del film e realizza il suo meraviglioso Vizio di forma.

Samuele Sestieri, da “pointblank.it”

 

Arriva finalmente in sala anche in Italia “Vizio di forma“, l’ultimo film di Paul Thomas Anderson febbrilmente atteso da ogni appassionato di cinema dello stivale, e possiamo subito dire che le aspettative saranno ripagate da una visione magmatica, complessa, stratificata e, per una volta, incredibilmente divertente.

Anderson è ormai l’autore sulle cui spalle poggia l’architrave del cinema autoriale d’oltreoceano: per niente schiacciato dalle responsabilità, prosegue il suo percorso senza deviare di un millimetro, mettendo alla berlina ancora una volta contraddizioni e zone d’ombra dell’ormai usurato mito del Sogno Americano. Un mito perpetuato da idealisti ingenui e puri d’ogni genere ed estrazione sociale che, proprio a partire da quegli anni Settanta veri protagonisti del film in questione, si scontra con la piovra dalle mille diramazioni della “real politik” intrisa di sotterfugi, delazioni e odi al dio denaro, unico valore davvero universalmente riconosciuto.

“Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è uno scalcinato detective privato, tirato dentro da una sua ex fiamma in una vicenda di ricatti, speculazioni edilizie e spaccio di stupefacenti che rischierà di portarlo alla follia. Il suo smodato consumo di marijuana sarà sia la causa che l’antidoto ad una condizione di paranoia perpetua, puntualmente confermata e smentita dal succedersi degli eventi.

Gli appassionati di tutto quanto prodotto da quella controversa decade in ambito musicale, artistico, (contro) culturale e politico, si troveranno di fronte al film della vita. Anderson asciuga lo stile, non eccede mai in quei virtuosismi registici che pure avevano segnato (in positivo) le opere precedenti, s’affida ai suoi personaggi e alla fedeltà al romanzo di Thomas Pynchon, “Inherent Vice”, da cui il film è tratto: uno scrittore da sempre considerato inavvicinabile per una trasposizione cinematografica.

L’ambiguità e il doppiogiochismo regnano incontrastati, nessuno è quello che sembra, la verità (ancora un altro autore contemporaneo che ragiona sul concetto dopo il Fincher di “Gone Girl“) semplicemente non esiste. Il tutto simbolicamente rappresentato dalla “Golden Fang”, una barca a vela che però si sposta grazie al suo motore a benzina, che è anche un’organizzazione criminale ed anche una “strana” associazione di dentisti all’opera sulle devastate dentature di eroinomani all’ultimo stadio.

È tutto così, a strati, mutevole e cangiante quanto più si scende e si va a fondo. Joaquin Phoenix perfetto, ma tutto il cast regala interpretazioni notevoli, a cominciare dai comprimari Josh Brolin e Owen Wilson, per non parlare del ripescato Martin Short in un travolgente cameo. La ricchezza narrativa porta forse ad un leggero disorientamento nella parte centrale, ma parliamo di un film, a scanso di equivoci, imperdibile.

Donato D’Elia, da “loudvision.it”

 

 

“Un difetto celato in un bene o in una proprietà, che causa o contribuisce a causare il suo deterioramento, danno o eliminazione. Questi difetti di natura intrinseca, rendono l’oggetto di un rischio inaccettabile per un vettore o assicuratore. Esempi di vizi di forma includono combustione spontanea, ruggine, ecc..”.
Il Vizio di forma che dà il titolo alla nuova fatica di P. T. Anderson – acclamato regista diBughy Night, Il petroliere, The Master – sembra essere quello che affligge inguaribilmente il mondo intero, o almeno questo mondo raccontato, caotico, delirante e irresistibilmente divertente, dentro cui i livelli di senso sono così tanti e contraddittori, da rendere vano il tentativo di afferrarli tutti, e lasciando alla fine il sospetto che persino l’autore si sia abbandonato alla cornucopia di suggestioni, imponendosi di non addomesticarla.
Prima attesa trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di Thomas Pynchon, idolatrato e odiato scrittore post-moderno americano, celebre per i romanzi labirintici e paranoici, dove spesso la trama acquista senso soprattutto nelle divagazioni, la vicenda sembra innescarsi dal più classico dei cliché di genere noir: un caso su cui indagare su richiesta di una femme fatale. Ma è solo un punto di partenza da cui deragliare. Perché siamo a Los Angeles nell’anno spartiacque 1970, dove tutto sembra collidere con tutto.
L’ex compagna indimenticata Shasta (Katherine Waterston) del detective Larry Doc Sportello (Joaquin Phoenix) si fa viva dal nulla per chiedergli aiuto. La moglie del suo amante Mickey Wolfmann – un palazzinaro miliardario senza scrupoli – vuole tirargli un brutto scherzo, per impadronirsi del suo patrimonio, e le ha chiesto una mano. La ragazza non sa cosa fare e per questo si rivolge all’uomo da spiaggia, il detective in sandali di gomma costantemente strafatto (che ricorda negli abiti e nelle larghe basette scomposte il Neil Young dei tempi d’oro), perché faccia in modo che non succeda niente di brutto. E poi scompare. E scompare anche Wolfmann.
Impossibile per il romantico e fumato Doc Sportello non tuffarsi nel dedalo di situazioni comiche, sorprendenti, sexy e paradossali che la Los Angeles di questo inizio anni ‘70, reinventata dal film, gli dispiega davanti, coinvolgendolo in omicidi, incontri con bande di biker ariani, traffici di stupefacenti su navi cinesi, che forse non sono cinesi e potrebbero essere di una lobby di dentisti; schivando trappole, poliziotti immancabilmente corrotti e dediti alle comparsate televisive, o viceversa, quasi per bene, ma che ce l’hanno a morte con lui; persino a imbattersi in una drogata con i denti rifatti in ceramica, che lo ingaggia per sapere che fine ha fatto l’amato marito Coy, sassofonista perso nel Topanga Canyon con una band di cui è praticamente prigioniero, mentre fa l’infiltrato dei servizi, e desidera soltanto uscire dall’incubo di doppi giochi in cui è caduto. Tutto per ritrovare Shasta, evitare guai, aiutare il prossimo, per quanto possibile.
Ma la peregrinazione dell’intreccio, che rischia a tratti di essere fine a se stessa e di far domandare al pubblico che senso ha, non è puro intrattenimento, ma viceversa, con un linguaggio che evita ogni retorica, tocca con leggerezza alcuni dei temi e delle problematiche cruciali della vita degli americani in quegli anni, che avevano in Los Angeles e nei sogni bruciati, il loro epicentro: il ritorno alla natura e alla spiritualità in contrasto con le strategie speculative e la corruzione, le istanze di rinnovamento in conflitto con il conservatorismo di Nixon, la sincerità un po’ ingenua della proposta hippy con il nascente modello consumistico, a cui si iscrive un’idea radicalmente diversa di edonismo e di consumo delle droghe.
Impeccabile schiacciasassi hollywoodiano, costellato di battute fulminanti, momenti esilaranti, contraddizioni così ben architettate da spiazzarti di continuo, permeata di una sensualità giocosa e irrefrenabile, questa detective story sui generis si fonde con la slapstick commedy moderna, in una sorta di ornitorinco cinematografico che ricorda a tratti (e forse da lontano) Il lungo addio, a trattiL’aereo più pazzo del mondo, e intrattiene con grazia per due ore e mezza (un formato quantomeno anomalo per la commedia), nutrendosi di performance attoriali eccellenti (Joaquin Phoenix e Josh Brolin, nel ruolo del detective “Bigfoot”, su tutti; ma ci sono Benicio del Toro, Eric Roberts, Owen Wilson, nel ruolo del sassofonista-infiltrato) e della consueta abilità registica di Anderson, che dietro la macchina da presa governa questo non facile caleidoscopio di tinte e motivi, rinunciando in parte alla predilezione per i piani sequenza, spostando l’attenzione su primi piani emotivi e comici, in una regia forse meno personale e più di servizio, ma riuscendo acrobaticamente, lontano dall’epica a cui ci aveva abituato nei due ultimi film, a rimanere se stesso.
Una menzione a parte per la colonna sonora, a cura di Jonny Greenwood dei Radiohead, già collaboratore di Anderson ne Il Petroliere e in The Master, che riesce a portarci nella musica degli anni settanta in modo originale, reinventandola, fuori dagli stereotipi di ritorno sull’epoca, sia nelle composizioni originali, sia nella scelta dei brani d’epoca, che vanno dalla band sperimentale tedesca cult Can, a Minnie Riperton, a Neil Young.

Massimo Donati, da “cinequanon.it”

 

 

Iniziamo subito con una premessa: recensire Vizio di Forma o almeno tentare di spiegarlo è un’impresa ardua, ma è proprio il suo carattere intricato ed allucinante a rendere la pellicola “stupefacente” e assolutamente perfetta. Gordita Beach (California) fine anni ’60. Il detective privato Larry “Doc” Sportello riceve la visita della sue ex fiamma Shasta Fay che ora ha una relazione con un uomo sposato di cui è innamorata, Mickey Wolfman, miliardario attivo nel campo immobiliare. Shasta racconta a Doc che la moglie di Wolfman, in combutta con il suo amante, ha deciso di farlo sparire e gli chiede di fare qualcosa per aiutarlo. Ma, nemmeno a distanza di due giorni, l’aiuto del detective viene richiesto anche da Khalil, ex black panther, che cerca la guardia del corpo di Mickey e Hope, che non ha più notizie di suo marito. I casi sembrano intrecciati e Doc si ritroverà a dover districare una matassa immensa e, come se non bastasse, a mettergli i bastoni fra le ruote arriva anche il Tenente Christian F. “Bigfoot” Bjorsen.

Joaquin Phoenix e Benicio Del Toro in una scena di Vizio di Forma
Tratto dal romanzo di Thomas Pynchon e adattato per il grande schermo da Paul Thomas Anderson,Vizio di Forma è un film che non può passare inosservato, categorizzarlo è quasi improbabile, una sorta di noir-surf che ricorda per certi versi L.A. Confidential ma con la sensazione di vederlo completamente strafatti. Dimenticatevi, quindi, i film di genere che conoscete, Vizio di Forma è un caos assoluto con una trama da seguire con attenzione, senza contare i dialoghi al limite del prolisso e una nebbia (più dovuta agli spinelli di Doc che all’atmosfera da poliziesco d’annata) che renderà la comprensione delle sequenze ancora più impossibile. Ma è proprio questo ad aumentare il magnetismo man mano che si va avanti con la storia.

” Vizio di Forma: Un difetto celato in un bene o in una proprietà, che causa o contribuisce a causare il suo deterioramento, danno o eliminazione. Questi difetti di natura intrinseca, rendono l’oggetto di un rischio inaccettabile per un vettore o assicuratore. Esempi di vizi di forma includono combustione spontanea, ruggine, ecc. “
E ad essere deteriorata è soprattutto la società americana che Anderson denuncia in maniera tutt’altro che velata, una società immersa nel fango del Vietnam  e una generazione “costretta” a farsi chiudere gli occhi da stupefacenti di ogni tipo, visti più che altro come un anestetico dalla triste realtà che li circonda. Ma in tutta questa oscurità ecco arrivare l’ultimo degli eroi romantici e solitari: Doc Sportello interpretato da uno straordinario Joaquin Phoenix, perfetto come sempre in un ruolo che gli calza a pennello, rozzo e sudicio ma romantico da occhioni a cuore specie nelle scene con Shasta, interpretata dalla bellissimaKatherine Waterson. A dar manforte c’è anche Josh Brolin, in una delle sue interpretazioni più riuscite, a dare vita al Tenente Bigfoot, il tutto senza dimenticare l’apporto di Owen Wilson e Benicio Del Toro. Un trip di 148 minuti in cui Anderson ci trascina nel vero senso della parola, a tratti assurdo e grottesco ma anche triste e spaventoso, insomma si ride tantissimo ma non ci si dimentica di strabuzzare gli occhi. Vizio di Forma lascia senza respiro grazie ad una tecnica di piani sequenza tali da renderlo fluido ma duro al tempo stesso, una regia imponente che rende P. T. Anderson un grande assente fra i registi nominati agli Academy Awards. Non si può non citare la colonna sonora, che passa da Neil Young e arriva fino aJonny Greenwood.

Lorenzo Colapietro, da “cinematographe.it”

 

 

Un detective privato, una donna, un intrigo da risolvere: non è certo un caso che Thomas Pynchon, per il suo romanzo apparentemente più “commerciale”, abbia scelto di affidarsi agli archetipi basilari del racconto noir, riproposti da Paul Thomas Anderson in questa febbricitante trasposizione che si confonde dietro a nebbie lisergiche, accompagnata da una voce narrante – quella di Sortilège – che tesse il destino dei personaggi mentre cita congiunzioni astrali e influssi celesti. Vizio di formaè un noir allucinato, una detective story sfumata nell’assurdo, eppure lucidissima e mai delirante. La storia dell’investigatore Doc Sportello, che trascorre le sue giornate nell’indolenza del fumo e del caldo losangelino, si ramifica ben oltre la sua vicenda personale, imponendosi come il ritratto di un luogo e di un’epoca ben precisi: la California del 1970, dove il tramonto dell’utopia hippy coincide con l’assorbimento dei suoi valori primari – la rivoluzione sessuale, la musica rock, la spiritualità intimista – all’interno del pensiero istituzionale, che li addomestica per il consumo di massa.

In effetti, quando la sua ex fidanzata Shasta Fay Hepworth si rivolge a lui per indagare sulla scomparsa del palazzinaro Mickey Wolfmann, Doc mette in luce un complotto che coinvolge FBI, nerboruti neonazisti e cliniche odontoiatriche che alimentano il mercato dell’eroina, mentre la sua vecchia nemesi Christian “Bigfoot” Bjornsen, rude poliziotto frustrato da irrealizzabili chimere attoriali, gli sta sempre col fiato sul collo. Ne deriva un intreccio molto complesso, troppo involuto e contorto per decifrarlo nella sua interezza (lo stesso effetto che suscita Il grande sonno), ma dotato di un’irresistibile forza centripeta, in grado di spingerci progressivamente verso il nucleo della storia. D’altra parte, ciò che conta non è la trama in se stessa, bensì la celebrazione nostalgica di una generazione che – come sottolinea Philip K. Dick nelle note finali di Un oscuro scrutare, straziante allegoria della medesima epoca – “voleva divertirsi, ma si comportò come quei bambini che giocano per strada, che per quanto possano vedere come ciascuno di loro, uno dopo l’altro, rimanga ucciso, travolto, mutilato, annientato, non per questo smettono di giocare”. La loro parabola autodistruttiva è parzialmente mitigata dai dialoghi brillanti e dall’ironia bizzarra di molte situazioni paradossali (che richiamano i toni del deliziosoPunch Drunk Love), ma anche dalle sfumature di romanticismo in cui trovano rifugio sia Doc Sportello sia il sassofonista Coy Harlingen, forse l’unico destinatario di una felicità completa e appagante.

Di fronte a questi personaggi stralunati, Anderson ritrova quella sfiducia nelle istituzioni politico-sociali che caratterizzava già gli “eroi” di There Will Be Blood e The Master, ma che in Vizio di forma si contrappone al cinismo utilitaristico della morale dominante, sublimandosi poi in una solidarietà genuina e disinteressata. Lo smarrimento di questi fattoni derelitti, sognatori e perdigiorno, idealisti e visionari, sbatte il muso contro la serietà mummificata dei passacarte governativi, gelidi reazionari che promuovono lo sfruttamento economico della disperazione. Nel nuovo mondo di Nixon, anche il crimine assume una forma asettica e imprenditoriale.

La matrice letteraria risulta evidente nella successione di sequenze dialogiche che strutturano il film dall’inizio alla fine, dove la precisione dell’adattamento (molto fedele e accurato, con alcuni tagli inevitabili ma non traumatici) si accompagna a un notevole rigore formale, privo del virtuosismo degli esordi, ma attentissimo a imprigionare lo strepitosoJoaquin Phoenix e gli altri attori all’interno di lunghe inquadrature senza stacchi, che valorizzano il contesto ambientale e la prossemica dei corpi. Il vertice estetico e narrativo, in tal senso, coincide con un raffinato long takeche racchiude Doc e Shasta in una ripresa interminabile, a camera fissa, dissolvendone le voci e i movimenti nell’estasi del fumo: il loro rapporto assume una centralità maggiore rispetto al romanzo, preannunciando un epilogo di grande introspezione emotiva, cullato dalle note di Jonny Greenwood in un clima sospeso, irreale, «quasi come trovarsi sott’acqua». È il liquido amniotico di un’era che si avvia al termine, pronta a lasciare spazio a una stagione più asciutta, pragmatica e meno sognante.
Da affrontare insieme, se possibile.

Lorenzo Pedrazzi, da “blog.screenweek.it”

 

 

 

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