Vivere alla grande

locandina

 

L’Italia è sotto attacco. L’invasore non è uno Stato estero. Il nemico non ha un volto facilmente riconoscibile, ma la sua presenza è ormai talmente forte e radicata, che viene quasi considerato un alleato dal governo italiano. E’ il gioco d’azzardo legalizzato, una macchina perfetta che lavora a più livelli, e che nell’ultimo anno ha succhiato agli italiani 100 miliardi di euro.
Succhiati si, ma spontaneamente. Perché non è solo una questione di denaro. Sembra una tassa invisibile e volontaria, una tassa del popolo. L’invasione si sviluppa a livello economico, ma anche territoriale, politico, sociale, mediatico e culturale. E’ un circolo vizioso, che coinvolge tutti questi aspetti e li modifica per il fine massimo: il profitto. Ma un profitto di pochi, in contrasto alla sofferenza e alla povertà di molti, troppi. Perché indubbiamente l’unico modo certo e accurato di guadagnare con il gioco d’azzardo è solo uno: gestirlo. Ed è impossibile inoltre comprendere come l’invasione del gioco d’azzardo legale abbia trasformato e modificato la politica, la società, l’economia, la comunicazione di massa e la cultura, senza raccontare uno spaccato dell’Italia dell’ultimo ventennio.

da “mymovies.it”

 
“Vivere alla Grande” è il nome di un Gratta & Vinci realmente esistente, che promette una vincita di 500 mila euro subito, più 10 mila euro per vent’anni, più 100 mila euro di bonus finale. Chi non sarebbe attratto dallo sperare una vincita simile? “Vivere alla Grande” è quindi soprattutto la speranza di poter risolvere la propria vita con il passaggio di una monetina sulla carta argentata di un biglietto di carta. Purtroppo la speranza può essere un’astuta trappola organizzata da chi quel biglietto l’ha creato, perché la probabilità di effettuare quella vincita, risiede solo in cinque biglietti. Cinque biglietti su trenta milioni di tagliandi. Purtroppo questo sul biglietto non c’è scritto. Per realizzare il documentario “Vivere alla Grande” il regista Fabio Leli ha osservato la realtà che gli sta intorno. Quello che vede per strada. E quello che ha visto non gli è piaciuto, tanto da spingerlo a mettere mani alla telecamera per affrontare di petto il problema e narrarlo con lo stile a lui più congeniale.

OSSERVARE LA REALTA’

«Ho visto anziani, disoccupati, pensionate, ragazzini; insomma, persone comuni che utilizzavano il loro tempo a giocare. All’inizio non badavo tanto alla quantità di soldi che spendevano, quanto più all’enorme mole di tempo che impiegavano in quell’attività. Tempo rubato alle loro vite. Ho osservato queste persone per due anni, e ne trovavo sempre di più». Di qui l’urgenza e la necessità di raccogliere storie, testimonianze, filmati per esplorare e analizzare il mondo del gioco d’azzardo in tutti i suoi aspetti: dalle vite distrutte dei giocatori fino alle colpe della politica. Perché l’azzardopatia, che si può manifestare in diverse forme e tipi di giochi, sgretola i rapporti familiari, genera nuove povertà, porta all’emarginazione, svuota nell’anima.

IL GROSSO INGANNO

Una storia, dunque, che andava «raccontata perché proprio le persone che con l’azzardo legale hanno rovinato la propria vita, ce lo chiedono. Hanno voglia di urlare, di testimoniare, di scoprire se la colpa è solo la loro o se magari qualcuno ha incentivato la loro tragedia personale. Ma soprattutto hanno voglia di aiutare chi magari potrebbe cadere nei loro stessi errori». Di conseguenza, “Vivere alla Grande” nasce proprio con «l’intento di informare e raccontare il grosso inganno che subiscono ogni giorno milioni di persone in Italia», con la speranza di «far comprendere ciò che accade sotto i loro occhi». Ora il documentario è in giro per l’Italia per una serie di presentazioni. Un’occasione per aprire dibattiti, confrontarsi e cercare di prevenire la dipendenza da gioco d’azzardo.

Emiliano Moccia, da “sociale.corriere.it”

 

 

Centocinquantonove minuti di discesa agli inferi del gioco d’azzardo. “Vivere alla grande” è un documentario che racconta i diversi aspetti dell’azzardo: dalle vite distrutte dei giocatori fino alle colpe della politica. Lo firma il regista Fabio Leli, classe 1986, dalla provincia di Bari. La sua è un’opera prima che si è meritata, il 13 e 14 agosto, la proiezione come fuori concorso al Festival del cinema di Locarno. Il 20 settembre ci sarà l’anteprima italiana al Milano Film Festival, unico documentario italiano tra i 20 in concorso.

“L’idea è nata da ciò che vedevo in strada, dalla mania irrefrenabile di giocare: impossibile non notarla, – spiega Leli. – Quattro anni fa ho cominciato le ricerche e naturalmente, per quello che è il mio lavoro di regista, le ho trasformate in un film”. Nel lungo percorso che ha portato alla realizzazione del film Fabio Leli ha provato a contattare i Monopoli di Stato, come si racconta anche nel lungometraggio. “Non ci hanno mai voluti ricevere. Ma sanno del nostro lavoro e dell’interesse che ci è nato attorno. Vedremo come si evolverà la situazione”, commenta Leli, sicuro del suo lavoro e di non correre il rischio di querele dai Monopoli.

Il film, prodotto dalla casa indipendente Human tree production, passa in rassegna le diverse associazioni che si occupano di lotta al gioco d’azzardo patologico. Intervengono esperti poi come Maurizio Fiasco, Matteo Iori e Simone Feder. “L’associazione Libera ci ha anche fatto un piccola donazione mentre Banca Etica ci ha dato la sua piattaforma di crowdfunding per ricevere supporto economico”, afferma Leli. Settemila euro la cifra raccolta. In cui però i promotori del film hanno trovato anche donazioni fake, mai effettuate. “Un problema che ha molto inciso sul budget ma alla fine ce l’abbiamo fatta comunque”, prosegue Leli. Un altro contributo consistente è stato versato dalla compagnia teatrale Sherazade.

Alla fine di questo percorso, Leli è sempre più convinto che la politica non abbia mosso un dito per impedire che si diffondesse il virus dell’azzardo patologico. Anzi, ha soffiato sul fuoco, perché la pandemia fosse più rapida. “Lo scopo del film è risvegliare i cittadini – conclude il regista – quando ho sentito persone uscite dalla sala a Locarno dire che non avrebbero mai più comprato nemmeno un gratta e vinci ho percepito che l’obiettivo è stato raggiunto”.

da “redattoresociale.it”

 

 

Cinque su trenta milioni. È questa la possibilità di vincere il primo premio in un Gratta & Vinci che si chiama “Vivere alla grande”. Promette 500.000 euro subito, più 10.000 euro per vent’anni, più 100.000 euro di bonus finale. Vincere un premio così è qualcosa che farebbe gola a tutti, soprattutto in un paese che sembra non offrire grandi prospettive. Eppure, che a vincere siano in così pochi, nessuno lo dice. Per questo Fabio Leli ha deciso di girare “Vivere alla grande”, documentario che vuole informare, dire cose che nessuno finora ha detto, raccontare le inquietanti storie di chi è caduto nel vizio del gioco d’azzardo legalizzato. “Vivere alla grande”, presentato al Festival di Locarno, racconta la storia di un paese sotto attacco, da parte di un invasore potente e invisibile, per di più alleato del nostro governo. Qualcuno cheha succhiato agli italiani qualcosa come 100 miliardi di euro, una tassa invisibile e volontaria. Il gioco è entrato ormai nel nostro costume, nelle nostre abitudini. Fabio Leli ha deciso di occuparsene definitivamente quando, la vigilia di Natale, ha visto una signora regalare una busta con 5 gratta e vinci – da grattare subito insieme secondo un rituale ben preciso – a una ragazzina di 16 anni.
Nonostante sia ancora senza una distribuzione ufficiale, “Vivere alla grande” ha iniziato il suo giro d’Italia per mobilitare le nostre coscienze. Potrete vederlo il 14 ottobre a Trento, l’11 novembre a Senigallia, il 12 novembre a Fano, e a gennaio a Palermo. Tantissime richieste di proiezioni, sale private, comuni.

Come si è avvicinato al problema del gioco d’azzardo?
«Il primo stimolo è arrivato dalle passeggiate per la strada. Vedevo gente ad ogni angolo delle strade passare ore e ore davanti alle slot o ai gratta e vinci. La cosa mi ha incuriosito dal punto di vista antropologico. Ho iniziato a fare un po’ di ricerche sul tema: più ne facevo più schifezze scoprivo».

Per definire la dipendenza dal gioco i media usano un termine, “ludopatia”, che non le piace. Perché?
«È  un termine mediatico, che non vuole dire niente. Vorrebbe dire “malattia dalle cose ludiche”, e il gioco d’azzardo non ha niente di ludico. C’è invece un termine specifico che è “gap”, gioco d’azzardo patologico, che rappresenta meglio questa malattia».

I media sono responsabili dell’aumento del gioco d’azzardo? Qual è stato l’atteggiamento con cui hanno affrontato il problema?
«I media dovrebbero analizzare il tema in modo critico e non possono farlo perché guadagnano dai contratti pubblicitari. Magari c’è un giornalista che vuole affrontare il tema in modo più critico di come è stato fatto in questi anni, cioè molto superficialmente, ma non può farlo. I media hanno molte colpe, la più grande è di essersi piegati ai soldi. Molte cose non vengono dette. Per questo chi ha visto il film si è spaventato».

Il titolo del film prende spunto dal nome di un Gratta & Vinci. Un gioco che sembra innocuo e non viene mai accostato al gioco d’azzardo…
«Il gratta & vinci oggi è la normalità, è come il caffè o un bicchiere d’acqua. È così perché cittadini hanno subito questo inculcamento mediatico. Ora è normale, ma non era così: una volta non esistevano i gratta & vinci, c’era la Lotteria Italia una volta all’anno. I Gratta & Vinci sono molto pericolosi: sono molto pratici, sono molto veloci, non è come il vecchio lotto, non devi aspettare. Non vengono visti come un pericolo, ma non è così: sono molto aggressivi, si avvicinano molto alla slot machine. Hanno un aspetto maniacale. E poi la probabilità di vincere è bassissima. Nel film ci sono dei matematici che ci parlano di probabilità di vittoria nelle slot machine e nei Gratta & Vinci. I numeri sono sconfortanti: 5 su 30 milioni è molto sproporzionata come percentuale».

La crisi è stata una spinta in più per lanciare gli italiani verso il gioco?
«Questo è l’aspetto più inquietante, l’affidarsi a queste cose per risolvere i problemi. Hanno iniziato a vendere speranza. E in periodi di crisi vendere speranza rende molto: quando all’orizzonte non c’è nulla, chi vende speranza incassa tanti soldi. La spesa nel gioco in Italia è cresciuta proporzionalmente alla crisi: si parla di 100 miliardi l’anno. Per fare un paragone, noi spendiamo 130 miliardi all’anno per mangiare…».

Ha conosciuto associazioni che si occupano del problema? In che modo lavorano?
«Ce ne sono tantissime. Slotmob organizza flash mob nei bar contro il gioco d’azzardo. Ci sono la Fondazione Antiusura, la Casa del Giovane di Pavia, che è il posto in Italia dove ci sono più slot machine. Sono associazioni che aiutano chi si ammala, dal punto di vista economico e sociale. Più che altro aiutano le famiglie, perché è vero che chi si ammala si rovina, ma tutto il nucleo familiare ne risente. Il più delle volte è il capofamiglia a cadere in questo vortice».
Che storie ha raccontato nel film?
«Il film si basa su due storie di vita. Quella di Francesco, giocatore che ha perso tutto, famiglia lavoro e soldi, e ora ha reagito. È la storia positiva: nonostante abbia perso tutto è riuscito a uscirne, anche se la famiglia, il lavoro e i soldi sono andati. L’altra storia è quella di un ragazzo di Senigallia che per liberarsi dal cappio dalla slot machine ha deciso di usare un cappio vero, e di farla finita».

Come si combatte questo nemico invisibile e potentissimo. Ci vorrebbe una volontà politica?
«Io credo che la volontà politica sia impossibile da ottenere. Per me si combatte dal basso, dal pubblico. È molto difficile perché ormai, dopo vent’anni di pubblicità, di propensione mentale a questa cosa è difficile scardinare le teste. È come una dittatura. Le dittature sono difficili da scardinare. Ci vuole tempo e che chi è sottomesso, come il popolo italiano, si svegli. Al momento è nera».

Maurizio Ermisino, da “retisolidali.it”

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