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Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza

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Due venditori di denti da vampiro e maschere di carnevale ci guidano attraverso trentanove quadretti di vita, morte, miseria e sciocchezze del quotidiano, tra riflessione filosofica e scherzo beffardo.
Una carriera rarefatta quella di Roy Andersson, cominciata nei primi Settanta sulla scia dell’infatuazione per la nouvelle vague cecoslovacca e proseguita nei decenni per lo più al servizio di spot pubblicitari, prima di arrivare alla Living Trilogy di terzo millennio: una trilogia di lungometraggi che in A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence trova il suo apice e compimento. L’ironia corrosiva del regista, figlia in egual misura dei Monty Python, di Kaurismaki e di un gusto per il nonsense tipicamente scandinavo, si mescola a una ricerca visiva sempre più stimolante. L’utilizzo del digitale, infatti, consente di introdurre ancor più elementi surreali nei tableaux vivants tipici del regista: l’armata di Carlo XII che si ferma a un bar per una birra, un esercito coloniale che si serve di schiavi neri per alimentare un curioso marchingegno, una scimmietta usata come cavia per scopi ignoti (ma con ogni probabilità privi di senso). Una distorsione della realtà che porta l’immaginario artistico di riferimento più dalle parti di Otto Dix che da quelle di Bruegel il Vecchio, che è ancora una volta ispirazione originaria (dal suo I cacciatori nella neve, infatti, deriva l’immagine dei piccioni che osservano l’inutile affanno del genere umano, placidamente poggiati su un ramo). In 39 piani sequenza in cui si ride amaro, Andersson riesce a convogliare altrettante riflessioni semiserie sulla mortificazione dell’esistenza quotidiana, sul cumulo di assurdità a cui l’essere umano si sottopone per convenzione o presunto interesse, senza più essere in grado di porsi il quesito fondamentale sulle ragioni del proprio intento originario. Trait d’union ideale il duo di venditori di scherzi di carnevale, coppia slapstick tra Don Chisciotte e Sancho Panza e Laurel e Hardy, incarnazione del disperato bisogno di divertimento odierno e dell’assoluta incapacità di godere dello stesso. Ma soprattutto icone tragicomiche della condizione ineluttabile di venditori porta a porta (oltre che di se stessi) a cui la società del marketing imperante sembra aver condannato l’umanità intera. Un maestro dell’assurdo che aspetta beckettianamente la sua meritata consacrazione.
Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

Arriva senza clamore, nonostante il metallo nobilissimo conquistato in Laguna, e senza troppe aspettative, almeno di incasso: del resto, i risultati degli ultimi Leoni d’Oro al botteghino – il discorso vale purtroppo per Palme e Orsi – sono riassumibili con Pietà, il film di Kim Ki-duk vincitore al Lido nel 2012. Peggio per chi non andrà a vederlo, perché Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza del regista svedese Roy Andersson merita, e andrebbe protetto, preservato, sostenuto. Soprattutto, visto.
Leone d’Oro a Venezia 2014, conclude la trilogia “sull’essere un essere umano” inaugurata con Songs from the Second Floor (2000) e proseguita con You, The Living (2007): stavolta si parte da tre incontri con la morte – infarto del marito che stappa la bottiglia con moglie canterina; vecchia in agonia che non molla i gioielli ai tre figli; passeggero esanime su un traghetto con consumazione già pagata – e si procede per una riflessione esistenzialista che salta da Hopper a Bruegel passando per l’Ikea…
Chiediamoglielo al poeta-regista che avesse in mente: “La tensione che c’è nell’esistenza tra banalità e serietà, questo è il significato che intravedo nel film. Ci sono temi a me più cari di altri, quali la mancanza di empatia, che oggi è in rapida ascesa; la mancanza di rispetto, idem; la vulnerabilità, e sono terribilmente triste quando persone indifese che vengono umiliate”. Già, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza “è un film sulla vita: qualche volta è così comune da non essere interessante, altre volte è sorprendente, e io ne rimango affascinato e spaventato insieme”. Dunque, su il sipario e giù si fa per dire, la maschera: due commessi viaggiatori “nel divertimento” provano a sbarcare il lunario, ovvero canini e canini extra lunghi da vampiro, sacchetti che ridono e maschere da zio con dente solitario; la barista Lotte la Zoppa vende grappa a 50 centesimi oppure un bacio; Re Carlo XII di Svezia sfratta le donne dal bar e trotta verso la sconfitta, in temeraria e impassibile ucronia; un marinaio non trova l’appuntamento; una scimmia viene seviziata per scopi scientifici; torture assire accompagnano il colonialismo; Glory, Glory, Hallelujah suona da leitmotiv…
Certo, se vi girano le scatole, se avete poco tempo (mentale) e poca pazienza, buttate un occhio alla sala accanto, ma se volete liberarvi in aria laddove osano i piccioni, ecco, questo cinema-diorama ha molto da offrirvi: Anderssdon raffredda le emozioni, infarina i volti, dilava i colori, impaglia il reale, ma non è un De profundis, se non all’estetica – e all’etica – del cinema mainstream più pastorizzato.
Anzi, lo humour la fa da padrone, prendendo per mano nonsense e surrealismo: “Possono esserci delle analogie tra il mio cinema e il suo, ma Ingmar Bergman non aveva umorismo: questa è la più grande differenza”, commenta tra serio e faceto Andersson, ed è difficile dargli torto. Qui si ride, sorride, bofonchia e, dopo un po’, si coglie il disegno complessivo: Un piccione è un aforisma lungo un film, vezzeggia i nostri tic, stigmatizza bonario le nostre inadempienze, sottolinea le nostre indecisioni, i “vorrei ma non posso”, i “dovrei ma non voglio”, il caos del nostro stare tutti giù per terra. Il piccione ci guarda, discerne nella nostra confusione esistenziale, s’orienta nello sfalsamento di tempi, modi e desideri, tuba nell’immenso casino del nostro qui e ora: che volete di più? Assaggiare per credere.
Federico Pontiggia, da “ilfattoquotidiano.it”

Film composto di 39 scene, alcune legate alcune completamente slegate tra loro compongono un mosaico di simpatiche e bizzarre gag.
La 71 Mostra di Arte Cinematografica di Venezia si conclude, senza le dovute polemiche, con un colpo di scena, premiando inaspettatamente un film controverso e inedito nel panorama lagunare: A pigeon sat on a branch reflectiong on existence (Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza). Come ci anticipa il lunghissimo titolo, canzonato dai più maligni per ricordare il nome di un mobile da cucina del connazionale IKEA, il regista svedese Roy Andersson realizza grazie al suo piccione la conclusione di una trilogia, già iniziata qualche anno prima dal titolo The living trilogy. Il film composto da 39 scene (dalla più breve alla più lunga) è sicuramente un opera atipica, che rimarrà di difficile comprensione per il grande pubblico della vita vera, ovvero quello che sta al di fuori del blasonato festival cinematografico. Ricerca estetica e non sense sono i punti fondamentali su cui il regista sviluppa tutta la sua opera, un umorismo sottile che mira a deridere la parte superficiale dell’umanità trasformando ogni essere vivente in un grottesco personaggio teatrale. La comicità dell’assurdo si mescola alla tragicommedia colorando di nero il film; insomma niente è come sembra e tutto può essere il suo esatto contrario. Molti sono i personaggi analizzati, alcuni per pochi istanti, altri invece fanno da filo conduttore alla vicenda, come i due personaggi principali, tristissimi e depressi hanno come missione di vita quella di portare la felicità vendendo scherzi. Anderson analizza in questo modo con scrupolo e minuziosa attenzione ogni relazione umana, decontestualizandola dalla realtà in modo da creare così gag innovative e mai banali. Una trama tessuta di individui fuori dall’ordinario comune ma più umani e veri che mai che si muovono, senza scomporsi, attraverso delle perfette e immobili scene quadro. Ancora oggi, tornata da Venezia mi chiedo cosa il piccione volesse comunicare e di che cosa, in effetti, volesse parlare. Riflettendoci sono arrivata alla conclusione che nessuno riuscirà mai a capirlo, rimanendo un mistero anche per i più critici e attenti frequentatori di festival. Il bello di questo film forse è proprio questo, abbandonare la mente da tutti i preconcetti e i luoghi comuni sul cinema. Qua non ci sono storie da capire ma solo riflessioni da fare. In fin dei conti sono solo riflessioni fatte da un pennuto, siete mai stati nella testa di un piccione prima?
Alice Coiro, da “storiadeifilm.it”

Lo svedese Roy Andersson, 71 anni, attivo fin dal lontano 1969, è un nome poco conosciuto al di fuori dei circuiti festivalieri, presso i quali si è costruito una reputazione sempre crescente. Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2000 con Canzoni del secondo piano, Andersson ha dato inizio proprio con quella pellicola (considerata la sua opera più importante) ad un’ideale trilogia proseguita nel 2007 con You, the living (proiettato a Cannes nella sezione Un certain regard) e portata a termine, sette anni più tardi, con A pigeon sat on a branch reflecting on existence (“Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”), presentato in concorso alla 71° edizione del Festival di Venezia e accolto molto positivamente dalla critica al Lido.
Il bizzarro titolo del film di Andersson è ispirato ad un dettaglio di un celeberrimo quadro del pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, e fa riferimento alla stranezza dei comportamenti umani, qualora essi siano osservati da una prospettiva distaccata e “aliena” (come può essere appunto lo sguardo di un piccione che scruta la nostra specie). E proprio il distacco e lo straniamento sono gli effetti ricercati da Andersson nella sua semi-paradossale messa in scena di una realtà della quale emergono gli aspetti di volta in volta più buffi, grotteschi e contraddittori. Suddiviso in una serie di episodi circoscritti (o piuttosto dei “quadri”), della durata di pochi minuti ciascuno, il film assume come principale fil rouge il vagabondaggio di due stralunati venditori che tentano invano – e con effetti completamente opposti alle intenzioni – di far acquistare ai potenziali clienti il loro campionario di “oggetti divertenti”, scontrandosi con l’indifferenza generale o con il silenzioso scetticismo dei passanti.
FRA SURREALISMO E TEATRO DELL’ASSURDO
Le goffe disavventure della coppia di venditori, tuttavia, costituiscono solo un puro pretesto (la pellicola è attraversata da altri elementi narrativi ricorrenti) mediante il quale Roy Andersson punta a raccontare il senso di confusione e di solitudine di un’umanità imprigionata nelle piccole e grandi stramberie del quotidiano. Con una fotografia monocromatica dai toni tendenzialmente grigi e autunnali, con una cinepresa quasi sempre immobile al cospetto di una situazione di sostanziale staticità (a sottolineare il valore “pittorico” del cinema di Andersson) e con attori dai volti schiariti dal trucco come quelli di cadaveri, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza propone un umorismo malinconico a metà strada fra certi siparietti surrealisti di Luis Buñuel (sul genere de Il fascino discreto della borghesia) e il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett. Andersson registra con sagace ironia le reazioni di individui qualunque posti di fronte all’inaspettato o al perturbante, e diverte maggiormente proprio quando esaspera tale contrasto introducendo il più perturbante fra tutti i fenomeni, ovvero la morte (impagabile la scena nella sala ristorante di una nave con un cadavere che giace sul pavimento).
L’apprezzato cineasta svedese Roy Andersson porta in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, terzo capitolo di un’ideale trilogia, costituito da una serie di quadretti di volta in volta buffi, stranianti o grotteschi; con il suo sottile humor nero, Andersson punta a cogliere l’elemento dell’assurdo presente nel quotidiano, con effetti sorprendenti che richiamano alla mente il cinema surrealista e il teatro d’avanguardia.
VOTOGLOBALE7.5
Stefano Lo Verme, da “everyeye.it”

Leone d’Oro a Venezia 71, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence chiude la trilogia di Roy Andersson dedicata all’«essere un essere umano». Partendo dalla fine di quest’essere, aprendo i suoi bozzetti surreal-esistenzialisti con tre incontri con la morte. Perché il comico, sosteneva Henri Bergson, ha a che fare con una momentanea anestesia del cuore. E perché questo è un canto funebre ghignante. I quadri sono 39, raffinati tableaux vivants di un cinema che è una vitrea bande dessinée: una galleria comica di personaggi, un gomitolo di possibili linee narrative, di repentine digressioni nel non sense e parentesi d’imponderabile che si tengono insieme, dialogando tramite rimandi ritmici e ritorni musicali, associazioni eccentriche, paradossi e scacchi, inversioni. E, soprattutto, tramite la colla secca di un pessimismo sardonico, del sentimento di miseria che l’occhio del regista cola sull’umanità messa in scena. Un teatro beckettiano in cui il senso che s’attende non si chiama Godot ma denaro. E in cui un bagliore d’affetto, e di rispetto, è sempre rimandato: Andersson congela i suoi protagonisti nel grigio pallore stremato e anaffettivo del tempi della crisi, in balia del potere storico di pochi (un re da un altro tempo, un gruppo di vetusti neocolonialisti) e costruisce gag rallentandoli nella durata dei pianosequenza e cercando, in questi tempi lunghi, il ridicolo e il grottesco nel semplice esserci di quegli esseri umani, nella mera, goffa e irritante presenza dei corpi di fronte alla macchina da presa, all’interno del vuoto assorto di buffi e mesti quadretti. Non sono i trucchi che due dei protagonisti cercano di vendere, a far ridere. Ma l’uomo.
Lo sguardo e il suo insistere – in dialogo con la meccanica svuotata della ripetizione continua di gesti e parole, tra una vignetta e l’altra, tra un’epoca e un’altra – rivela l’assurdo nelle traiettorie esistenziali dei personaggi, nel loro agire sociale di uomini: l’autismo delle ricorrenze, l’incedere marionettistico, la vacuità di ogni atto comunicativo risuonano nella lunga durata delle inquadrature, raccontano di una struttura sociale in cui l’uomo si perde. Andersson guarda, fisso, sino a far evaporare ogni senso. E all’uomo – alla maceria sfiancata di questa struttura, a questo morto vivente – ritorna. Film satirico e catastrofico, danse macabre surreale, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence chiede allo spettatore di esperire lo svuotarsi del fattore umano, di guardare la caricatura di un mondo in cui la crisi economica stilizza il non senso dell’esistere, come uno strambo osservatorio satirico su un microcosmo in cui i sentimenti sono in esilio, al limite mimati, l’incomunicabilità è proporzionale alla comunicazione e non esiste comprensione per il prossimo. Sul finale, in un sincerissimo rivoltamento autocritico, è proprio questa visione del mondo, questa posizione di privilegio critico (artistico e industriale) a precipitare in abisso: un gruppo di ricchi spettatori guarda bruciare e risuonare come musica i corpi ridotti a cenere di un gruppo di uomini sacrificabili, un personaggio si chiede se sia lecito divertirsi con il patimento degli altri. Ed è in queste domande che affiora l’umanesimo residuale di un film comico e apocalittico.
Voto: 7.5
Giulio Sangiorgio, da “spietati.it”

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza del regista svedese Roy Andersson è stato il vincitore del Leone d’Oro alla 71ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Terzo capitolo di una trilogia composta da Canzoni del secondo piano e You, the Living, il film è composto da una sequenza di brevi quadri che ruotano tutti attorno alle miserie del vivere umano. Rifacendosi al teatro dell’assurdo, Andersson ci presenta una coppia di personaggi ricorrenti d’ispirazione beckettiana – due venditori di scherzi di carnevale, novelli Vladimir ed Estragon in attesa di un non specificato Godot – e mette in scena i suoi frammenti di racconto in modo antinaturalistico. La recitazione degli attori è lugubre e monocorde, i loro volti truccati di bianco, fino a trasformarli in desolati spettri rigorosamente in completo grigio; troviamo la continua ripetizione di alcuni elementi (l’elencazione dei prodotti carnevaleschi; una frase che viene detta al telefono da diversi personaggi: “Sono contento di sentire che state bene”).

Coerente con quest’idea, la curatissima estetica del film ne accentua l’effetto surreale. Le inquadrature, sempre fisse, ritagliano uno spazio che è palcoscenico e fotografia allo stesso tempo. Gli interni sono sempre contornati da paesaggi suburbani che non si fanno mancare palazzoni squadrati e campi infestati da tralicci dell’alta tensione. I personaggi somigliano a caricature dell’espressionismo tedesco, qui desaturato da una palette di colori spenti, ed è lo stesso Andersson ad ammettere di essersi ispirato ai dipinti di Otto Dix, anche se ogni tanto fa pensare al quasi omonimo Wes Anderson.

Le micronarrazioni si intrecciano tornando negli stessi luoghi e scambiandosi qualche personaggio. Il film sembra dividersi in due metà: la prima parte verte quasi interamente sul tema del denaro, mentre le scene della seconda ragionano sulla morte e sullo smarrimento dell’uomo, capace di terribili azioni. Ma nonostante la cupezza delle idee, il film trova i suoi tempi comici e strappa più di una risata, proprio come il teatro dell’assurdo.

La dimensione folle dilaga definitivamente con l’irruzione nel film, ambientato ai giorni nostri, dell’esercito di Re Carlo XXII, che condusse gli svedesi alla sconfitta contro i russi nei primi decenni del Settecento. A questi momenti sembra fare da contrappunto l’unico flashback, ambientato in un 1943 onirico e commovente, dove ci sono soldati ma non è manifesta la guerra. Il film guarda l’umanità con un misto di cinismo e di compatimento, e lo sottolinea con una certa ingenuità, quando verso la fine si sentirà un personaggio chiedere ossessivamente: “È giusto servirsi delle persone solamente per il proprio piacere?”. Ma, seppure didascalico nelle sue metafore e nelle citazioni, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza rimane un bell’oggetto cinematografico.
Sara Mazzoni, da “cinemaerrante.it”

Capitolo finale di una trilogia sull “essere esseri umani”, A Pigeon Sat on a Branch Meditating on Existence dello svedese Roy Andersson, è uno di quei film fatti per essere amati o odiati. Tanto per cominciare non ha una trama, non almeno in senso tradizionale: l’unico filo rosso dei “quadri” che si susseguono sullo schermo sono le vicende di due tristi venditori di articoli “per il divertimento”: zanne da vampiro, una busta che ride e una maschera.
Aperto a sua volta da un trittico sull’incontro con la morte, il finale della trilogia di Andersson procede appunto per quadri – piani sequenza rigorosamente girati con un punto macchina fisso – che ci mettono di fronte a piccoli eventi assurdi, surreali, in cui gli stessi personaggi in campo, come in un dipinto, mantengono una posizione fissa e rigida, e la loro espressione invariata, insieme al volto spesso schiarito dal cerone ci riportano alla tradizione teatrale ed alle maschere della tragedia classica. Teatrale all’estremo è inoltre la messa in scena, con molte suggestioni provenienti anche dal teatro dell’assurdo: A Pigeon Sat on a Branch Meditating on Existence tratteggia un’umanità astratta e grottesca, di cui mette in evidenza solo alcuni gesti, fissazioni, sfortune e paradossi al contempo malinconici, angoscianti e ridicoli. Ed infatti il film, pur nella sua intrinseca cupezza, è costellato da molti momenti comici. Tenuto insieme da una serie di leitmotiv – i punti di macchina ricorrenti, alcune situazioni e frasi che si ripetono frequentemente – A Pigeon astrae l’umanità che intende ritrarre facendone un affresco grottesco e allucinato.
Vincitore del Leone d’Oro alla 71a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Giovanna Branca, da “close-up.it”

E’ un cinema intelligente che solletica cervello e pancia quello di Roy Andersson.
Si rimane irretiti e incantati a vedere dei dipinti muoversi.
Lui ci riesce sfiorando il grottesco, creando dei personaggi coeniani e chiudendo la sua personale trilogia.
Facce incipriate che sembrano voler suggerire la morte sulla Terra e 39 piani sequenza che amalgamano una storia tutta strampalatamente svedese.
Si inizia incontrando la morte: c’è chi lo fa con un attacco cardiaco mentre tenta di aprire una bottiglia, chi è talmente attaccato alla vita che non vuole staccarsi letteralmente dai suoi averi anche su un letto di ospedale e chi come Sam e Jonathan viene sconfitto dalla vita nonostante il desiderio di renderla migliori agli altri.
Senza dimenticare chi ruba la birra al morto qualche istante dopo il decesso.
“Vendiamo denti da vampiro con canini lunghi o extra lunghi, un sacchetto che-ride e mette la gente di buonumore, il nostro grande classico, e infine la maschera da zio con dente solitario”
Il mondo non fa ridere per niente ed è crudele. Ma lo scopriamo solo dopo aver a lungo allargato la bocca in un sorriso, alla fine del film.
Perchè Roy Andersson si prende gioco dei suoi personaggi: come il fato per gli antichi greci.
Nello sgangherato viaggio che accompagna il piccione nella sua riflessione (è impagliato in una delle prime scene in un museo) torniamo indietro nel tempo per incontrare Lotte la Zoppa che serve grappini nella sua taverna rinfrancando lo spirito delle truppe svedesi.
Se non hanno da pagare possono dargli baci. Il tutto cantato sulle note di Glory, Glory, Hallelujah.
Poi ci beve dell’acqua frizzante con il Re Carlo XII di Svezia che è gay e vuole che il garzone del bar dorma nella sua tenda fino a capire che i due protagonisti che vendono giocattoli devono abbandonare la loro attività perchè nessuno più vuole ridere.
Ma la caratteristica che unisce tutti è il loro candor gesso dei visi.
Andrea Baroni, da “35mm.it”

Dopo aver conquistato il Leone d’oro alla 71esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva finalmente nelle sale italiane il film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, scritto e diretto Roy Andersson.
UN RITRATTO IRONICO DELLA VITA. Il lungometraggio ha come protagonisti Sam (Nils Westblom) e Jonathan (Holger Andersson), due venditori ambulanti che propongono a potenziali clienti travestimenti e articoli per le feste, attività che li porta a contatto con persone di ogni tipo.
La trama permette al regista svedese di dare spazio a un ritratto ironico e attento della vita e delle sue innumerevoli sfumature. Andiamo alla scoperta del film e dei suoi segreti.
1. Il lungometraggio è il capitolo conclusivo di una trilogia
Il lungometraggio è il capitolo conclusivo di una trilogia composta anche da Canzoni dal secondo piano, che affronta la tematica della colpa collettiva e della vulnerabilità umana, e You, The Living, che si avvicina invece in modo coraggioso al mondo dei sogni.
SETTE ANNI TRA UN FILM E L’ALTRO. I due film, entrambi diretti da Andersson, sono usciti rispettivamente nel 2000 e nel 2007.
2. Sono stati necessari quattro anni di lavoro per completarlo
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è composto da 39 scene, ognuna ideata per offrire una diversa esperienza artistica al pubblico.
Sono stati necessari quattro anni di lavoro prima di completare il film. Dieci le persone che ci hanno lavorato a tempo pieno.
Tutte le scene sono state girate all’interno di uno studio cinematografico, nessuna in esterni.
FINANZIAMENTO SENZA PUBBLICITÀ. Andersson non utilizza mai una sceneggiatura completa con tutti i dialoghi: attacca schizzi e disegni su un muro, come vorrebbe apparissero nel film, e poi gradualmente li sostituisce con delle foto delle scene.
Il lungometraggio è stato finanziato senza fare pubblicità durante il processo di produzione, permettendo quindi al team di concentrarsi completamente sul film.
3. Il digitale ha favorito la fotografia luminosa e le scene dinamiche
Andersson ha sfruttato al meglio il passaggio dalle riprese in 35mm al digitale.
L’UTILIZZO DEI CAMPI LUNGHI. Questo cambiamento gli ha permesso di utilizzare agevolmente i campi lunghi e avere una fotografia più luminosa e definita, oltre a creare scene più dinamiche.
4. Il rapporto Sam-Jonathan richiama quello tra Don Chisciotte e Sancho Panza
Il rapporto tra i protagonisti Sam e Jonathan è ispirato a due opere celebri della letteratura: il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra e Uomini e Topi di John Steinbeck.
IL RIFERIMENTO A STANLIO E OLLIO. Un ulteriore riferimento, questa volta cinematografico, è al duo comico Stanlio e Ollio.
5. Andersson si è ispirato ai pittori Dix, Scholz e Van Gogh
Il filmmaker, per la creazione delle sue opere, si ispira spesso ai lavori di famosi pittori.
Per Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza gli artisti di riferimento sono stati Otto Dix e Georg Scholz, caratterizzati da una visione del mondo incrinata dalla guerra, e Vincent Van Gogh, per la sua capacità di realizzare un’interpretazione personale dell’espressione astratta.
«IL CINEMA DI OGGI? È FIACCO». Roy Andersson ha definito deprimente il fatto che i registi contemporanei non traggano più ispirazione dalla pittura: «Per questo, forse, il cinema di oggi è così fiacco e poco interessante. Le immagini sono così povere. E questo è, a sua volta, dovuto all’economia: non c’è né il tempo né il denaro per essere più scrupolosi».
6. Il regista definisce il proprio stile «triviale»
Andersson sostiene che il proprio stile sia il frutto «della trivialità trasformata in un’esperienza più attraente».
E questo, dice, «si applica anche alla pittura in generale, tutta la storia dell’arte è piena di trivialità perché fanno parte delle nostre vite».
«UN DOMANI VORREI ANDARE OLTRE». «Adoro questa cosa», continua il regista, «e un domani vorrei diventare anche più triviale di quanto non lo sia stato in questo film».
7. Il film tratta il tema dell’omosessualità
Nel film si tratta il tema della presunta omosessualità di Carlo XII, re di Svezia dal 1697 al 1718.
ANCHE UN RE È VULNERABILE. L’obiettivo è quello di far emergere come le persone siano sensibili e vulnerabili a prescindere dalla loro posizione nella società.
8. Lo sterminio degli schiavi è una metafora
In Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è presente, in un contesto storico fittizio, una scena riguardante lo sterminio degli schiavi da parte dei colonialisti britannici.
INVETTIVA CONTRO LA CLASSE DIRIGENTE. Si tratta di un modo personale del regista di inveire contro la storia della classe dirigente.
9. Andersson viene da una famiglia di venditori, come i protagonisti
La scelta del mestiere dei due protagonisti affonda le proprie radici nell’infanzia di Andersson, che viene da una famiglia venditori.
L’HOTEL, ELEMENTO AUTOBIOGRAFICO. Stesso discorso vale per l’albergo di pessima categoria che compare nel film: «L’hotel è un elemento che ha caratterizzato il mio trascorso a Göteborg. Il posto in cui sono cresciuto oggi è una bettola, e purtroppo mio fratello, che fa uso di droghe da molto tempo, è finito lì. Quindi conosco bene la vita in quell’ambiente».
10. La pellicola omaggia il fondatore dello Swedish Film Institute
La scena del vecchio avventore che si allontana dal ristorante mentre gli altri gridano «Buonanotte» è un omaggio al fondatore ed ex amministratore delegato dello Swedish Film Institute, Harry Schein.
QUELLA RIMPATRIATA DI 20 ANNI FA. Venti anni fa Andersson organizzò una rimpatriata con i suoi ex compagni di classe allo Studio 24, tra cui Schein. Quando questi se ne andò nel cuore della notte venne salutato in maniera analoga.
Beatrice Pagan, da “lettera43.it”

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