Turner

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E poi finalmente arriva quel film su cui riponi non poche speranze ma finché non lo vedi ci vai prudente. Che dire di Mike Leigh che non sia stato già detto? Che è uno dei registi britannici più abili e intelligenti di sempre? Oppure quel britannici va tolto? Tenuto in altissima considerazione in patria ed in generale nell’ambito della cinematografia tutta, non solo quella con la puzza sotto il naso, Leigh porta al Festival uno dei film più atipici della sua carriera. Forse proprio perché così a lungo coccolato.

Un biopic su William Turner che non è un biopic. Leigh trascende il concetto di opera autobiografica servendosi di questo personaggio per montarci sopra, sotto e attorno il proprio cinema, quello che gli riesce meglio. Non solo. Perché Leigh a ‘sto giro va addirittura oltre. Conosciuto per lo più in virtù delle sue eccezionali doti da sceneggiatore, in Mr. Turner assistiamo non ad una semplice inversione di tendenza bensì ad un incremento della poetica di questo regista, che stavolta passa in buona misura anche dalla componente visuale.

Qui Leigh ci parla in fondo di sé stesso, accettando a priori di fondersi con un altro artista ed approntando quella medesima operazione che teneva in vita realmente Turner, ovvero la pratica costante della propria Arte. Attento a tutto stavolta, nel senso che davvero in Mr. Turner non ci si fa mancare nulla, compresa una confezione che palesa in maniera inequivocabile quanto poco Leigh fosse preoccupato di “distrarre” lo spettatore. Nulla di trascendentale rispetto al passato, ma la regia di questo film osa con più disinvoltura laddove prima Leigh aveva dato adito alle malelingue che in lui ci vedevano sì un ottimo regista, ma con qualche deficit, fosse anche di interesse, verso estetismi di sorta.

In nessun caso si sfiora la maniera, ci mancherebbe. Ma non solo la fotografia bensì pure le lunghe inquadrature, certi piani sequenza, certe composizioni, ci informano di un indirizzo ben preciso, che stavolta ha previsto una maggiore enfasi sulla summenzionata componente visuale (meraviglioso il passaggio dal dettaglio di un suo quadro ad una rupe che sovrasta lo stesso Turner con un semplice stacco di montaggio). Il tutto senza per nulla rinunciare al Leigh fine narratore di storie, arguto, incisivo come pochi.

Mr. Turner di lineare ha poco, predisposto sotto forma di contenitore di episodi, tratti qua e là dalla vita del celebre pittore. Ma quello che più colpisce è la maestria con cui i toni vengono bilanciati, per quella che non è una commedia, un dramma, un biopic, bensì tutte queste cose insieme contemporaneamente. In Mr. Turner non c’è un momento in cui si sorride ed uno in cui ci si commuove, perché proprio quei frammenti che ci scuciono un sorriso sono gli stessi che ci inducono a riflettere, talvolta pure a rattristarci.

In fondo la forza di quest’ultimo lavoro del regista inglese sta nel fondere tutte queste cose, puntuale nel ricorrere alla sua consueta capacità di mantenere un ordine inviolabile – che è poi l’impressione che si ha anche con altri suoi film, facendoci sembrare semplice anche il passaggio più complesso. Un mago. E cos’altro è il cinema se non quest’abilità nel portare a termine uno spettacolare numero di magia senza che il pubblico si avveda in alcun modo del trucco?

Onore pure allo straordinario Timothy Spall, attore che a dispetto di un curriculum notevole e di ottima levatura, si ritrova per la prima volta a dover affrontare una prova così gravosa. Perché Mr. Turner non è un titolo messo lì a caso, dato che il film è il suo protagonista, un riassunto di tale personaggio, l’evidenziarne la personalità senza incensamenti o insopportabili trionfalismi. Il William di Spall è un amico, magari schivo, un po’ alienato, ma dotato anzitutto di una spiccata sensibilità. William è un artista, sebbene egli medesimo sembra non curarsene troppo.

Stupenda, oltre che toccante e provocatoria, l’ultima mezz’ora o giù di lì del film, quando Turner si confronta per la prima volta dal vivo con un dagherrotipo ed allora avverte che qualcosa sta cambiando: «ha mai impresso su pellicola un paesaggio?» chiede all’operatore che sta per fargli una foto. Quei paesaggi di cui il pittore si nutriva, per poi imprimerli su tela alla sua maniera, da precursore qual è stato dell’Impressionismo a venire. Il «pittore della luce», e che dunque in punto di morte saluta il sole, fonte principe di luce, quale suo Dio.

Ma Turner sta anche nelle chiacchierate con colleghi e sedicenti critici, nel suo continuo, fastidioso mugugnare, marchio di fabbrica di quest’uomo burbero che dietro tale atteggiamento celava una solitudine indicibile. Condizione che nessuna attività, tranne la pittura, potevano alleviare, nonostante le puntuali sbandate dello stesso, per lo più con donne in superficie repellenti, ma che non possono fare a meno di innamorarsi di quest’orso facoltoso, dotato di un fascino tutto suo. Come la donna tuttofare che bada alla lussuosa abitazione di Turner, tale Hannah (Dorothy Atkinson), adorabile ancorché comico personaggio di poche parole ma tanto, tanto rilievo.

Per il resto, della trama poco si può dire non solo per discrezione verso chi non l’ha veduto ancora. È che evidentemente l’importante in questo caso non era assecondare uno schema lineare, o che quantomeno ricomponesse una storia con un inizio ed una fine in senso stretto. Ogni episodio, sebbene non esplicitamente formalizzato, concorre a svelare una nota, un impercettibile moto interiore, così da rendere nel più vivido dei modi lo struggersi di un uomo capace di meravigliarsi sul serio per un tramonto senza sapere il perché. Quel perché è l’oggetto della ricerca di una vita, attraverso il bello e il cattivo tempo dell’esistenza, tra risate e situazioni grottesche, gente che va e che viene, posti da vedere, fosse solo per fermarsi un giorno e ripartire quello successivo.

Alcuni potrebbero trovarlo giusto un tantino lento a tratti, specie all’inizio, ed effettivamente non è detto che si riesca ad entrare subito nel meccanismo ingegnosamente concepito da Leigh. Ma vale la pena pazientare, aspettando che gli eventi, grandi e piccoli, si accumulino, così come le battute ed i grugniti del protagonista. Perché tanto il momento della svolta arriva, ed a quel punto è pure impetuosa. A cavallo tra due epoche c’era un uomo. Quell’uomo era Mister Turner. Quell’uomo è ciascuno di noi.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

C’è una scena, in “Turner”, in cui il padre del pittore chiede a un interlocutore se riesce a scorgere l’elefante nel dipinto in cui il figlio ha ritratto la tempesta che coglie Annibale sulle Alpi. Ma la sagoma dell’elefante è troppo piccola, e il padre di Turner la addita compiaciuto. Mike Leigh chiede al suo spettatore la medesima attenzione al dettaglio rivelatore. Nel suo lavoro precedente, il bellissimo “Another Year”, il fulcro della storia verteva apparentemente sulla coppia di protagonisti, gli apparentemente amabili Tom e Gerri, così come in “Turner” il pittore è, naturalmente, al centro dell’attenzione. Ma Leigh ama celare in un personaggio secondario una specie di segreto, il solo a svelare pienamente il significato dei suoi film. In “Another Year” era Mary, l’amica di ceto inferiore, prima amata e poi respinta (salvo subdola pacificazione). In “Turner” analoga funzione è affidata alla domestica del pittore. Affetta da una forma sempre più cruenta di psoriasi, la domestica non profferisce quasi parola per tutto il film. Figura estremamente umile, remissiva, Leigh si sofferma sul suo sguardo in significativi primi piani: mentre Turner parla col padre, o con i mercanti d’arte, o con i colleghi dell’accademia reale. Non sappiamo quanto comprenda, dell’arte del suo padrone, ma di sicuro gli è incondizionatamente affezionata. Turner, invece, in una scena, la usa per sfogare una frustrazione sessuale, e non sembra mai curarsi troppo di lei.

Sia chiaro: “Turner” non è una biografia al negativo, in cui il protagonista viene posto in cattiva luce; non lo è neanche al livello più sottile, quasi subliminale, cui lavora Leigh. Non sfuggirà comunque come Turner sia descritto in tutte le sue componenti più terragne: Leigh lo mostra nella sua umanità materiale e brutale, resa eccezionalmente da Timothy Spall, premiato per la miglior interpretazione a Cannes 2014. La sua eccentricità – esaltata a confronto degli ambienti paludati dell’accademia (dove Turner si fa irriverenti beffe del collega Constable) – è descritta da Leigh in ogni aspetto della vita quotidiana, dagli atteggiamenti goffi, quasi animaleschi, al modo di approcciare le donne. Turner è separato da una donna che lo detesta, madre delle sue due figlie a cui non appare affezionato. Quando una di esse muore nemmeno si reca alle esequie.
D’altra parte, alla brutalità si accompagna in Turner una nobiltà d’animo insospettabile. Non tanto nella schietta galanteria con la quale si dichiara alla vedova che ne diverrà compagna, paragonandola ad Afrodite, quanto in momenti come quello in cui chiede, a una ragazza al clavicembalo, di suonare Purcell, e la accompagna cantando, con un tono cavernoso che pare Tom Waits. Ecco: quel canto è una grande intuizione di Leigh, che unisce in unico gesto le due anime opposte di Turner. Una grandezza di spirito che non potrebbe esser tale se priva della sua terrena carnalità. Si potrebbe pensare che Leigh stia proponendo l’ennesimo ritratto di un artista tutto genio e sregolatezza, che sfugge a ogni canone, un po’ come l’Amadeus di Forman, ma non è questo a interessare Leigh. Non gli interessa nemmeno, come a Martone nel suo Leopardi, parlarci della presunta modernità di un artista dell’800. Leigh asciuga il biopic in costume di qualsiasi elemento celebrativo. Il suo racconto, aneddotico, procede per ellissi, si immerge in un’altra epoca al punto da stordire, rasentando un’austerità che ricorda quasi il cinema di Albert Serra. Con la solita messa in scena, formalmente convenzionale e di grande raffinatezza, Leigh non ostenta con particolari scelte di regia la sua autorialità (non l’ha mai fatto). Il suo tocco va cercato nelle soluzioni drammaturgiche.

A Leigh interessa l’uomo, con i suoi limiti e i suoi difetti, in rapporto a chi gli sta intorno. Ora, l’incapacità di Turner di ritrarre soggetti umani è indizio della sua difficile riducibilità al consesso sociale, delle sue fughe solitarie e della sua difficoltà ad amare nonostante non sia mai solo, né privo di affetto. Un doloroso e tormentato stare al mondo: che si traduce nell’orribile grugnito di fronte alla prostituta che cerca di ritrarre, o nell’impeto quasi disperato col quale scende in strada a piedi nudi, malato, per cercare di ritrarre il cadavere di un’annegata. Senza riuscirvi.

Turner è pittore della luce. Considerato precursore degli impressionisti, il suo percorso verso la rarefazione della forma lo porta quasi alle soglie dell’arte informale del XX secolo. La straordinaria fotografia del film, curata da Dick Pope, restituisce magnificamente la gamma cromatica del giallo, prevalente nei suoi dipinti. La tecnica di Turner, che univa originalmente olio e acquarello (e saliva, come si vede nel film), era volta alla cattura della luce, dell’aria, dell’atmosfera. Pittore di tempeste e naufragi, un aneddoto messo in scena nel film racconta che arrivò a farsi legare in cima all’albero di una nave durante una tempesta per poter fare esperienza dell’inermità di fronte alla furia degli elementi. Arte e vita votate a una natura selvaggia, non distruttiva ma vitale. “Dio è il sole”, dice un attimo prima di spegnersi: ed è chiaro che non si riferisce al dio cui si starebbe approssimando (poco prima, aveva rabbrividito di terrore: “sto per trasformarmi in un non essere”), ma piuttosto al sole che non vedrà più. La luce del sole era il suo dio: il buio della morte è la fine della luce.

Osservando la “valorosa Téméraire” condotta in porto al tramonto per essere distrutta, prima di dipingerla sente dire che sta assistendo al passato che tramonta. Obietta: “no, al futuro”. Protagonista del dipinto potrebbe essere, piuttosto che l’antico veliero, il nero rimorchiatore, con il suo vapore, segno dell’imminente rivoluzione industriale. Il futuro è anche nella fotografia: il dagherrotipo in bianco e nero, privo di luce, da cui Turner è attratto e confuso. Turner non assisterà al futuro. Tramontato il sole per sempre, dopo la morte il futuro non lo vedremo.

Leigh ha ritratto un uomo che cercava l’assoluto nella luce e nella natura indomabile, solitario per vocazione. Un ritratto che non sarebbe completo – e torniamo così dove avevamo iniziato – se privo del fondamentale contrappunto fornito dallo sguardo vigile, anche se apparentemente inconsapevole e ottuso, dell’umile serva. E’ lei che, sul finale, lo cerca amorevolmente, e arriva quasi sulla soglia della casa della compagna dove è agonizzante. Accortasi solo allora che vive con un’altra donna, torna malinconicamente sui suoi passi. Leigh nobilita straordinariamente questa figura: a lei, non per nulla, dedica l’ultima inquadratura. Come a Mary in “Another Year”. In fondo, a Leigh sono sempre stati maggiormente a cuore i più umili. E forse è in lei che occorre scorgere la protagonista nascosta di “Turner”, l’elefante africano travolto dalla tempesta di neve, senza il quale non sospetteresti l’esercito di Annibale.

Stefano Santoli, da “ondacinema.it”

 

 

Arriva a noi, guidata da una regia di straordinaria intuizione, una contemplazione inesausta della bellezza, una limpida e sofferta meditazione sulla luce e sullo spazio, la storia di Turner, il “pittore della luce”, genio anticipatore dei nuovi linguaggi dell’arte. Il nuovo film di Mike Leigh nelle sale italiane in questi giorni Di Paola Di Giuseppe The Sun is God! È l’ultimo grido, soffocato dalla morte, di Joseph Mallord William Turner (1775-1851), il “pittore della luce”, protagonista di un film potente e tenero, affascinante e stratificato, policentrico per la molteplicità di sottotesti ma sempre sostenuto da una ferrea unità interiore. Con Turner Mike Leigh affronta la biografia d’artista, un genere nel quale spesso si registrano cadute anche eccellenti. L’oleografia è infatti dietro l’angolo, appiattire l’arte o esaltare la vita un rischio fin troppo immanente, pensare l’eterno, l’universale, e coniugarlo con il singolare, il divenire del reale proprio del cinema, un’operazione ardua. Leigh ne esce trionfante, la sua lotta con una materia opaca, spesso inerte, come può esserlo il retroterra biografico di un artista dal corpo sgraziato, dal carattere ribelle e ispido, dai legami parentali e relazionali ridotti al minimo, che vive tra settecento e ottocento in un’Inghilterra pre-vittoriana sporca e maleodorante, dove fertili prospettive di futuro si scontrano con chiusure retrive, fa pensare ad un tuffo del regista dentro uno di quei drammi umani e atmosferici tipici della pittura di Turner. Ma come nelle tele del suo pittore prediletto la tensione compositiva si placa nella pennellata sicura e nell’addensarsi dell’atmosfera in masse compatte e cromatismi vigorosi e densi, così lungo le due ore e ventinove minuti del racconto filmico Leigh compone con mano sicura lo scontro/incontro di una personalità fragile e bizzarra, solitaria, contraddittoria e a volte disarmata, con le forme sublimi della sua creazione artistica, guidandoci alla sua scoperta con l’amore del discepolo. Oggetto del racconto sono gli ultimi venticinque anni di vita dell’artista, interpretato da un performer eccezionale, Timothy Spall. Il protagonista entra in scena da subito. Corpo atticciato e ballonzolante, si muove fra carrozze e cavalli in una caotica strada di Londra, di ritorno dall’ennesima trasferta en plein air a scoprire l’enigma della natura. A casa l’aspettano il padre, semplice barbiere di Covent Garden ormai vecchio, ma sempre entusiasta supporter del celebre figlio, per cui miscela colori e inchioda tele per nuovi lavori, e Hanna, la serva umile e devota, amore ancillare per frettolosi e tristi incontri, che ama il suo padrone di un amore muto, mai ripagato. Gli episodi salienti, le figure importanti, il coro di fondo di collezionisti e artisti, nobili e borghesi, la Londra dei teatri, dei circoli esclusivi, dei ricevimenti a corte, fanno corona alla figura magnetica del pittore, quasi afasica nei suoi grugniti di approvazione o disapprovazione, eppure straordinariamente capace di “parole alate” quando l’amore o un moto profondo dell’animo prendono il sopravvento. Spiazzante come un orso selvatico che ama la fragranza del dolce miele, Turner è capace d’incantarsi davanti ad una spinetta che suona Beethoven, e se poi si tratta del suo amato Purcell non esita ad intonare con voce roca e incerta la disperazione dell’amor perduto di Didone, When I am laid in earth, lasciando senza parole la timida e graziosa musicista. Quel brano musicale, solo dieci note e un basso discendente che tocca i margini estremi del dolore, sembra scelto da Leigh come metafora del pittore e del suo mondo, tanto li avvicina il rapporto interno tra luci e ombre, l’equilibrio tra simmetria e asimmetria, materia e spirito, vitali pulsioni dionisiache e lacerazione della morte . Il ritratto cinematografico dell’artista che Leigh compone scandaglia le ragioni della sua arte e ne coglie il mistero, anche ricorrendo ad una certa libertà di ricostruzione biografica. L’intento didascalico è secondario, “il processo con cui le immagini e i momenti si accumulano – dichiara il regista – non è certamente narrativo, ma obbedisce ad una precisa struttura architettonica interna, per nulla casuale”. Avvertiamo in questo una consonanza piena con la poetica di Turner, teso, soprattutto nell’ultima fase della sua vita di artista, a relegare il racconto a puro pretesto. Organizzare l’incessante fenomenologia della luce liberandola da tutte le scorie terrene fu infatti obiettivo primario, e sempre più evidente divenne la carica innovatrice del suo linguaggio. Membro della Royal Academy, fama e denaro non gli mancarono, ma rimase sempre sostanzialmente estraneo al suo tempo, guardato spesso come un folle. I cieli incendiati, le tempeste vorticose, le distese acquee attraversate da tagli trasversali di luce, i bagliori fulminei che inquadrano pescherecci e uomini in equilibrio instabile, tutto tende a perdere peso e massa, lo spazio diventa immenso e si dilata verso il cielo, i valori figurativi della luce diventano i protagonisti esclusivi di questa avventura dello sguardo. Dick Pope, direttore della fotografia, traduce magistralmente le indicazioni di regia in splendidi tableaux vivants, Gary Yershon, nomination all’Oscar per la colonna sonora originale, fa scelte lontane dal classico repertorio settecentesco, riempie il film di una musicalità tutta novecentesca che dà la misura più coerente con la portata rivoluzionaria dell’arte di Turner. E’ così che arriva a noi, guidata da una regia di straordinaria intuizione, questa contemplazione inesausta della bellezza, questa limpida e sofferta meditazione sulla luce e sullo spazio.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

 

Londra, 1832. Siamo alla Royal Academy e William Turner, cinquantasettenne, presenta “Helvoetsluys: la “Città di Utrecht” prende il mare mentre il suo pressoché coetaneo John Consatable, rivale di sempre, espone “L’inaugurazione del ponte di Waterloo”.  Il regolamento permetteva ad ogni pittore, fino a pochi giorni prima dell’apertura, di modificare la propria opera. Turner vede Constable immerso in un lavoro incessante, con i suoi pennelli bagnati nel rosso vermiglio, mentre ritocca di continuo la tela che risplende di oro e di luce, e la sua marina, per quanto fosca e potente, sembra allora annegare nel grigiore dell’acqua. Di fronte al “suo” mare Turner aggiunge, di slancio, una pennellata di rosso, un piccolo gavitello tra le increspature e subito il quadro annulla tutto il resto, dissolvendo in un istante i bagliori del Tamigi di Constable che, nel lasciare a capo chino la stanza, ebbe a dire con amarezza: “Turner è stato qui e ha sparato una cannonata!”.

E’ una delle scene più belle di Turner e anche la summa del carattere, poliedrico quanto sfuggente, dell’artista inglese al quale Mike Leigh dedica molto di più di un semplice – si fa per dire – biopic ma racconta gli ultimi venticinque anni di vita di un uomo sulla cui tela ha espresso tutta la genialità, nonché il tormento, di un animo visionario. Il regista di Salford ha dichiarato che proprio dai paesaggisti inglesi ha compreso appieno la potenza del cinema e la pittura da lui definita “cinematica” di Turner anticipava proprio quella potenza, nell’uso del colore e nella profondità di campo.

Taciturno e scostante il pittore londinese, disegnava febbrilmente sul suo inseparabile taccuino; palesemente disinteressato all’umanità (fatta eccezione per il padre con il quale visse a lungo e che gli fece da premuroso assistente fino alla morte) ma immerso totalmente nella Natura e nei suoi sorprendenti cromatismi che cercava di catturare, sfumatura dopo sfumatura, per riprodurli, vividi e palpitanti, sulle sue tele.
Seppur vissuto in epoca romantica, Turner è stato un impressionista ante litteram e, avanti sul proprio tempo, guardava al mondo con gli occhi di chi vedeva fondersi la luce con la materia, andando oltre l’immagine, sublimandola in riflessi rarefatti che furono il tratto distintivo della sua arte destinata, come capita sovente ai grandi, a non essere del tutto compresa dai contemporanei.

Leigh, allora, con sublime maestria ci conduce nel mondo turneriano e ce lo mostra con gli occhi del protagonista, anche grazie all’uso di una straordinaria fotografia che, nella vividezza del digitale, restituisce tutta la suggestione del cromatismo di Turner: i cieli cupi delle tempeste, i toni scuri delle onde, i cieli rossi di Venezia e quelli feriti dagli incendi, la bruma del paesaggio inglese e i tramonti folgoranti sull’orizzonte olandese.
Qui l’arte e la vita si mescolano, tanto che la seconda, consacrata alla prima, non sarà poi così prodiga di soddisfazioni professionali e personali. Circondato da un’umana bruttezza, restio alle relazioni, Turner non si sposò mai pur avendo avuto due figlie dalla stessa donna e si legò, nella maturità, alla vedova Booth che gli fu accanto fino alla fine. Il cuore dell’artista sembra allora palpitare solo di fronte all’immenso patrimonio naturale e il suo intelletto essere stuzzicato dalle meraviglie della modernità come il treno a vapore e la fotografia.

In quegli abiti logori e gualciti, alberga l’animo di un uomo al quale Timothy Spall (vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2014 per la migliore interpretazione maschile) infonde un carattere di autentica complessità, appropriandosi, fin nel profondo, del personaggio e dimostrando, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la sua levatura di attore. Il linguaggio dickensiano – che, purtroppo, smarrirà la sua bellezza nel doppiaggio – ci immerge nel suono di un eloquio cadenzato al quale si contrappone il “rumore” di Turner, i suoi lunghi silenzi intervallati da grugniti e le parole aspre, brusche e rapide come le sue pennellate.

Ardito, visionario, iconoclasta, John Mallord William Turner amava anche giocare con la dissimulazione, inventare di volta in volta il suo luogo di nascita, spacciarsi per ammiraglio o per cancelliere del tribunale… Mistificare, insomma, ma mai con la sua arte, poiché ad essa ha dedicato tutta la sua sincerità, l’ampiezza della visione, lo sguardo di un pittore che, sempre più, prese “congedo dalla forma” per dilatarla, sublimandone i contorni, verso la sostanza rarefatta della luce.

Con Leigh il cinema si fa qui affresco, dove i personaggi, la parola e gli sfondi si fissano sullo schermo con pennellate di nitida brillantezza non già per farsi quadro di maniera ma ritratto appassionato di un genio dell’immagine.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

 

Turner è un film che pare uno stato d’animo, pronto a insinuarsi sottopelle a velocità insospettate. Sono tanti i momenti in cui, come per effetto di una magia sconosciuta, l’opera di Mike Leigh esplode di luce, inebriando lo schermo di lacrime e colori. Come in una triste e densissima scatola delle meraviglie, sgorgano sogni dorati, dove sono riflessi gli affetti di chi è attratto dall’oscurità.
La tela del pittore diviene lo schermo del regista, che prende tempo, sfugge tra pensieri e ricordi di vite mai vissute, disegna figure sullo schermo mentre intelaia emozioni di luce: navi-fantasma, tramonti che esplodono d’oro, sfere di fuoco che affondano in mare.
Il cinema nudo e libero di Mike Leigh proietta se stesso al momento della creazione, dove il turbinio creativo dell’artista infanga la perfezione del quadro: una macchia rossa contro il buonsenso delle convenzioni, uno stendardo che si oppone a qualsiasi pigro adagiamento, un colpo di frusta al capolavoro morto e finito una volta per tutte (ancora una volta la potenza politica, situazionista del gesto è in grado di annientare il reale).
Raccontare Turner per Mike Leigh significa tracciare un sentimento irrappresentabile, scavare oltre la patina banalmente agiografica del biopic, ribaltarla, scandagliare le superfici dell’immagine. Il suo film diviene così la storia di uno sguardo, la melodia di un occhio emancipato che, per salvarsi dall’iperrealismo fotografico, è costretto a vedere oltre. Indagando le pieghe di un reale che avrebbe donato la sua faccia al dagherrotipo, l’obiettivo di Turner è quello di dipingere un’affettività invisibile.
Mentre l’Inghilterra si volgeva proterva verso un destino di fumo, ferro e vapore, Turner era quel superocchio che squarciava il visibile, scopriva i segreti cromatici del mondo, immortalandoli attraverso un pennello che si trovava già un passo oltre la pupilla.
La sua esistenza appare nel film come quel pretesto che rimanda continuamente ai bagliori e ai colori densi della pittura turneriana. Bagliori roventi che la moda pittorica dell’epoca avrebbe voluto estirpare, per dare spazio a un’arte sempre più borghese e emulativa.
Mortificando qualsiasi intento celebrativo, Leigh associa il suo oggetto filmico a un umore, a un colore, a un istinto, realizzando un film che sembra un incendio. Inscena affetti e sensibilità celati sotto un carattere bestiale, sottolineando la natura ancipite e insolubile dell’occhio umano, che non vede mai ciò che vorrebbe vedere. Quello che emerge è il cuore gentile nascosto da un maiale che, tra un grugnito e l’altro, si scopre capace di dipingere e amare. La pittura di Turner risiede tutta in quel grugnito, in quella foga, in quell’ipotesi ferina di dominio sulla tela e sull’altro. Se è vero che un mondo intero può entrare all’interno di un quadro, Turner è costretto a subire sulla sua pelle le insidie della tempesta, l’impeto cieco della natura, i pericoli del cielo e della terra: nella sequenza più visionaria del film, il pittore si fa legare all’albero maestro di una nave nel bel mezzo della tempesta. Come a dire, dipingere significa lasciarsi toccare.
Per indagare l’uomo, Leigh respinge qualsiasi possibilità di sintesi, convinto com’è che le contraddizioni siano insanabili, che ogni individuo sia un cuore così dolcemente, insanamente volgare da fagocitare perfino se stesso. Eppure, in quella volgarità, Leigh intercetta il carisma, la dolcezza infinita, la luce di un dio. La grazia non si oppone qui alla natura, ma è un suo naturale, imprescindibile conseguimento. L’animale che noi siamo morde e guarda, grugnisce e dipinge, scopa e perfino ama. Basta vedere il furore scopico del pittore quando, morente, è attratto dal corpo di una donna annegata. “Devo dipingerla” continua a ripetere estatico come se fosse caduto vittima di un morbo febbrile. Non è d’altronde il rapporto con la morte, il rifugio nella luce, il rigetto/attrazione per l’oscurità, a alimentare ogni immagine del film? Se è vero che l’opera utilizza le vicende biografiche del pittore per parlare d’altro, ogni inquadratura di Turner è un crinale teso verso le tenebre, ogni tableau vivant è già pronto a spegnersi delicatamente nel tramonto.
Leigh non si limita a animare i quadri del pittore; il suo film odora di vita, certo, vita inzozzata, umiliata, derisa e offesa, ma pur sempre vita. Egli intercetta la pittura turneriana all’interno dei moti d’animo, dei turbinii interiori, dei barlumi luccicanti di un non-detto, di un-non visto, di un non-ancora-sentito. Comprende infatti che il proprium di tale pittura è la rappresentazione soffusa – ma insieme precisissima – di un sentimento indecifrabile: disorientare il proprio sguardo tra i labirinti di un colore. E’ allora la melanconia di una figura sfumata, la paura ancestrale di perdersi nell’oscurità, di poter infine smarrire il proprio mondo, ciò che rende Turner un film su Turner.
La sua pittura è, sempre e comunque, un continuare a morire a se stessi: il Turner di Leigh dipinge questa morte, ottenendo in cambio un corollario di densissime, soavi sfumature di colore puro. Colore che si fa corpo cinematografico, dove ogni sguardo ha la stessa vastità di un infelice paesaggio turneriano.
Se un biopic racconta sempre la tremenda e inesorabile contingenza perfino del genio, Leigh fa del personaggio il più moderno tra i pittori perché egli, in quel misto di alterigia, tenerezza e sopraffazione, ha ceduto alle seducenti lusinghe della morte. A partire da quella prostituta che sveste dolcemente impugnando una matita, chiedendole di restituirgli una posa mortifera su cui poter piangere. Le lacrime del pittore diventano uno strumento d’invocazione, il tacito richiamo al sublime nascosto di una posa, di una gesto, di un volto.
Ecco perché la damigella che lavora come domestica in casa sua, è in realtà l’unico vero sguardo, l’unico vero punto di vista del film.
Personaggio praticamente muto, reticente e umilissimo fin dalla sua prima apparizione: in lei si nascondono i segreti di un mondo inaccessibile e primordiale. Il sublime tanto agognato si cela tra le malattie della pelle, sotto le misere vesti di chi ha sempre guardato e ascoltato, senza ricevere mai nulla in cambio. Su di lei Turner sfoga libidini sessuali e foghe ferine. I ripetuti atti carnali che la donna subisce, finiscono per fare di ogni orgasmo una piccola, inesorabile morte. Non c’è crudeltà nell’atto meccanico di lui, solo automatismo, mentre scorgiamo perfino un barlume di tenerezza sul volto deforme della domestica. Leigh osserva la scena con pudore infinito, dando movimento a un carrello che arretra lentamente. Eppure la donna, trattata alla stregua di uno straccio vecchio, di un oggetto depositato in una casa/gabbia, riuscirà a emanciparsi solo per un atto gratuito d’amore e compassione. E’ questa figura il personaggio più complesso e toccante dell’intero film, la bellezza recondita che Turner ricerca per tutta la vita senza rendersi conto che era sempre stata accanto a lui.
Al di là di questo immenso personaggio mortifero, acquista un senso analogo anche il prototipo di dagherrotipo da cui Turner si fa fotografare ben due volte. E’ interessante notare il carattere ambivalente del suo atteggiamento: da una parte è ostile e spaventato da un mezzo che cambierà completamente la percezione del reale, fino a soverchiare la pittura; dall’altra ne è attratto, perché dinanzi a lui si dischiude il sogno dell’eternità, o almeno qualcosa di molto simile. Prima di qualsiasi teoria della fotografia come elaborazione del lutto, Turner porta la sua signora, personaggio buono e graziato fino al midollo, a sottoporsi a quello che pare un intervento fotografico. Lei è spaventata a morte da quella macchina mostruosa e aliena, lui osserva l’obiettivo che rimpiazzerà l’occhio umano, ben cosciente che sarà la sua immagine, e non più il corpo, a resistere al tempo.
Mentre la musica si fa mantra dell’anima e melodia di luce, il pittore, sul letto di morte, consegna un’ultima celebre frase all’eternità: “Il sole è Dio” dice, in un momento di rara, estatica bellezza, in cui sembra quasi che il suo corpo sia parlato da altro. Da quell’altro misterioso che si agitava irrequieto in tutti i suoi quadri.
Il Sole, burattinaio che irraggia il mondo, diventerà punto di vista del protagonista in una delle inquadrature post-mortem, assurgendo a demiurgica fonte di luce.
In tutto questo Timothy Spall ringhia, ride e grugnisce, reinventa mirabilmente Turner all’interno di uno spazio filmico che sembra un teatro della vita. E, come in uno specchio deforme, viene intrappolato in un formato cinematografico che tanto somiglia a una cornice. Le inquietudini, le gentili intuizioni, le luci, le gioie e i dolori, assorbono anche il medium cinematografico, cullato da quelle poche perle di bellezza che riservava il suo tempo. Una pianista suona Il lamento di Didone dell’amato Henry Purcell, mentre questo “canto d’amore perduto” diviene il suo stesso mondo.

Samuele Sestieri, da “pointblank.it”

 

Il cinema di Mike Leigh non è digeribile per tutti, va detto. Il regista e sceneggiatore britannico è abituato a raccontare storie semplici, di gente comune, ma concedendosi uno stile lontano dai canoni e dalle convenzioni, che lo hanno reso uno degli autori più apprezzati del pianeta, non solo in patria.

Questa, per lui, è una storia insolita, dato che parla di un personaggio celebre,del mondo dell’arte. William Turner, pittore e incisore inglese del diciannovesimo secolo abituato a viaggiare per trarre ispirazione per le sue opere, legatissimo al padre, suo assistente e alla sua governante. E’ proprio dopo la morte del padre che la vita e carriera di William non saranno più le stesse. E’ considerato praticamente il padre dell’impressionismo e qui è interpretato magistralmente da uno splendido Timothy Spall, un grandissimo attore troppo spesso sottovalutato. Partiamo da lui per elogiare un film  che Leigh dipinge  come un bel quadro, raccontandoci gli ultimi 25 anni di un personaggio sopra le righe, complesso e interessante, strutturando il racconto per episodi e spaziando dalla commedia al dramma senza mai confondere lo spettatore e senza imbottigliarlo in inutili manierismi registici che non avrebbero aggiunto niente alla narrazione.

Questo infatti è il film più lineare di Leigh, sicuramente lento nel ritmo ma godibile, perchè nel momento in cui ci si riesce a immergere nel mondo del protagonista, fatto di ombre, ma soprattutto di luci (bellissimo il saluto al sole, ispiratore di ogni sua opera, nei suoi ultimi istanti). Come tutti i film del regista inglese non sarà amato da tutti ma rimane sicuramente un lavoro ammirevole di un autore raffinato e intelligente. Rischiamo di risultare irritanti e ripetitivi con la nostra solita critica finale all’Academy ma troviamo francamente ridicolo che un film come Turner riceva 4 nomination ma non quelle che meritava veramente. Una prova registica come quella di Leigh ed attoriale come quella di Timothy Spall DEVONO ricevere un riconoscimento, anche se magari non si porteranno a casa la statuetta.

Ma potremmo seriamente rischiare di diventare stucchevoli e quindi chiudiamo questa recensione consigliandovi caldamente la visione di Turner.

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

William Turner è uno dei pittori più rinomati e stimati dell’Ottocento. Vive con suo padre, che è anche il suo mentore, e la governante. La sua vita viene scossa dalla morte del genitore ma il burbero artista troverà conforto tra le braccia della premurosa signora Booth…
Presentato l’anno scorso al Festival di Cannes, “Turner” è il nuovo lavoro del regista Mike Leigh, che potremo vedere nelle nostre sale dal prossimo 29 gennaio.
Il film viene erroneamente definito un vero e proprio biopic. In realtà lo è per quello spicchio di venticinque anni di vita, che il regista ha deciso di raccontare, del celebre pittore. Quelli più particolari e sofferti.
Per questioni economiche, soprattutto, Mike Leigh sceglie quindi di concentrarsi esclusivamente su uno spezzone dell’esistenza di Mr. Turner e costruisce un’opera di centocinquanta minuti dove il protagonista viene mostrato nella doppia veste pubblica e privata. Dove l’uomo si strania dal pittore e viceversa, senza quell’esaltazione che tanto sa compiacere molti registi, critici e spettatori, quando si tratta di dover trasporre l’esistenza di una personalità nota e storicamente affermata.
Tutto questo in “Turner” è assente. Sorretto dal grandissimo talento di Timothy Spall, meritatamente premiato sulla Croisette per la miglior interpretazione, Leigh imbastisce cinema accurato, forse troppo manieristico, ma così pregno d’arte che la pittura si fonde con estrema grazia e perfezione col mezzo cinematografico.
Al centro della scena un personaggio di poche parole e molti grugniti, quasi buffo per quel suo incedere animalesco e rozzo, che magicamente si trasforma davanti alla sua malinconica arte pittorica paesaggistica, ricca delle sue significative opere ad olio che hanno fatto da apripista e da precursori per quel movimento impressionista che poi segnerà la storia dell’arte, dieci anni dopo la sua morte.
La cura dei dettagli scenografici è quella sicuramente più esplicita, così come la fine attenzione per i costumi dell’epoca – tanto che agli Oscar il film ha ricevuto quattro nomination tra fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora – ma sorprende ancora di più la maniacale attenzione riservata ad ogni attore e ad ogni interpretazione, anche la più marginale, con l’utilizzo dei veri accenti british dell’epoca e con alcuni personaggi che variano addirittura il modo di parlare a seconda della situazione. Come il padre di Turner, che passa dalle sfumature cockney utilizzate nell’ambito familiare, per poi passare a un linguaggio più raffinato quando deve confrontarsi con persone estranee a quel contesto.
“Turner” non è un biopic a tutto tondo quindi, e il suo pregio è insito proprio nella sua rappresentazione sporca e non pulita, ordinaria e non forzatamente straordinaria, non esattamente propri dei film biografici che vengono imbastiti, soprattutto negli ultimi anni.
Leigh spiazza con la scelta di non abbandonarsi ad un ritmo incalzante, e forse questo, all’interno del minutaggio del film, è l’unica pecca a cui il regista non sa dire di no, nonostante forse potesse giovare al film. Ma tant’è.
E’ evidente quanto questo possa passare in secondo piano. E’ evidente altresì quanto davvero l’equazione semplicistica che passa da un ritmo lento collegato alla riuscita o meno di un’opera filmica, davanti ad una costruzione così magistrale, possa risultare una considerazione troppo sbrigativa.
“Turner” è un’opera imperfetta nel complesso ma indubbiamente sferzante nella sua messinscena, perché capace di mostrare il dolore, gli affetti e le problematiche private di un pittore tanto burbero ed estroso nel suo rapporto puro con la sua arte mai schiava del dio denaro, quanto costantemente alla ricerca di un’approvazione affettiva, sia essa quella del padre o quella passionale e dedita della signora Booth; quell’ultima compagna di vita conosciuta durante uno dei suoi viaggi in un paesino sul mare a lui caro dai tempi dell’infanzia. E poi Timothy Spall.
L’attore britannico dimostra di non essere solamente uno straordinario caratterista e trasmette in ogni istante e in ogni sguardo, in ogni movimento e in ogni tic, l’essenza di un William Turner allo stesso tempo personaggio eccentrico e normalizzato, che non manca di attimi di amara ironia e di paura malinconica, come quando si rapporta per la prima volta ad uno dei primitivi dagherrotipi. Ecco allora che laddove il cinema contemporaneo sembra voler attingere con una determinazione compulsiva, e alle volte inspiegabile, al racconto biografico, il film di Mike Leigh si staglia come un punto di riferimento importante non solo nella sua filmografia, ma anche in quel contesto cinematografico che veicola modalità di avvicinamento ad un personaggio la cui storia si vuole raccontare, senza abbondare in riverenze e inutili enfasi. Grazie al cinema perfezionista di Mike Leigh. Grazie perchè attraverso il suo film la vita senza squilli di tromba di un celebre pittore dell’Ottocento può far riflettere molto anche il nostro inflazionato cinema biografico.
Davide Sica, da “cinemamente.com”

 

Leigh racconta la derisione subita, l’eccentricità rivoluzionaria, la semplicità di un gesto avanguardista, artigianale, situazionista, di un uomo goffo e chiuso in se stesso. Turner, in una galleria londinese, sotto gli occhi dei suoi colleghi, imbratta con una macchia rossa un suo quadro “marino”: aveva dimenticato di dipingere una boa in mezzo al mare…

C’è differenza tra solitudine ed isolamento? È ciò che chiede ad un certo punto J.M.W. Turner, il grande pittore romantico inglese del XIX° secolo. Il regista ripercorre gli ultimi anni della sua vita, caratterizzata da una poderosa prolificità artistica, una forte propensione alla vita solitaria e dalla ossessiva ricerca cromatica dei naufragi, dei corpi senza vita, dei paesaggi crepuscolari o lentamente assorbiti nella luce. Non è certamente un film celebrativo, almeno in forma esplicita, ma ha il grande pregio di raccontare la derisione subita, l’eccentricità rivoluzionaria, la semplicità di un gesto avanguardista, artigianale, situazionista, di un uomo goffo e chiuso in se stesso. Turner, in una galleria londinese, sotto gli occhi increduli dei suoi colleghi, imbratta con una macchia rossa un suo quadro “marino” e poi con uno straccio la cancella per metà: aveva dimenticato di dipingere una boa in mezzo al mare… Spesso esprime (il superbo Timothy Spall) le sue emozioni schiarendo la voce, grugnendo infastidito, piangendo faticosamente. Vive in simbiosi con suo padre e la fedele governante, profondo ammiratore del pittore francese del Seicento Claude Lorrain, non sa di essere uno dei più grandi paesaggisti della storia (insieme a Constable), precursore dell’Impressionismo, maestro dell’acquarello. Terzo fim in costume per Mike Leigh, dopo Il segreto di Vera Drake e Topsy Turvy, rappresenta la prima opera più vicina ad un classico biopic. Non perde mai la sua passionale ossessione del pedinamento, calandosi nella scoperta di gente comune, ordinaria, stavolta attraverso la genialità della pittura. Un cinema qualunque, praticamente free cinema, che manifesta il dolore lento e progressivo, come le macchie rosse (ancora…) che lentamente copriranno il volto della governante invaghita.

Ritorna in Leigh il suo sguardo fatto di silenzi e disperazione, patetismo e spasmi temporali, fatto di vita vissuta in sottrazione. Ma stavolta trova anche il coraggio dell’apertura, cercando l’ampiezza dei tramonti, di angoli naturalistici mozzafiato, tempeste in mare, e campi en plein air. L’ironia è sempre la stessa, pronta ad intervenire tra le “piaghe” della storia, accompagnata dalla profondità e le zone d’ombra dell’animo umano. Non ha paura di confrontarsi con il conformismo visivo, anzi attinge con eccezionale lucidità tutti gli aspetti più fecondi: il senso d’identità, la solitudine che si rispecchia nell’isolamento, la complessità dei rapporti interpersonali, il quotidiano tragicomico. Turner, come Leigh, li vedi sul ciglio di un promontorio, a controllare da che parte spira il vento, prima di calare il proprio tratto, prima che la tempesta dei sentimenti e degli eventi li investano definitivamente e tutto venga rovinato da sfrenata spettacolarizzazione. Uomini segnati dagli anni ma capaci di imprimere quel “sublime dinamico” a semplici gesti, impercettibili movimenti di macchina: nella prima inquadratura riprende due donne della campagna olandese, intente a chiacchierare, avvicinandosi lentamente alla macchina, fino a far apparire sullo sfondo Turner in controluce. Già dall’incipit la luce di Turner si fonde con il cinema di Mike Leigh, non come semplice riflesso sul mondo, ma come autonoma entità atmosferica. Anche il montaggio, strutturato più classicamente nel cinema del regista, sembra farsi più curvo ed avvolgente, con tagli se non proprio destabilizzanti quantomeno più astratti. Ma entrambi, artisti precursori, forse non hanno mai semplicemente dipinto o girato per compiacere, ma hanno impastato miscugli da pasticceri, ingredienti da cucina, elementi della natura, di vita vissuta su tela di un grande schermo.

Leonardo Landieri, da “sentieriselvaggi.it”

 

Un film gioiosamente vivo. La vita, attiva, e le opere, stupefacenti, di James Mallord William Turner (1775, Covent Garden, Londra – 1851, Chelsea, Londra). Mike Leigh racconta e si confronta, ritrae e ammira, inventa e fa suo il grandissimo pittore inglese. Le ultime parole di Turner sono “The sun is God” e la sua pittura è luce. Turner combatte con la luce, la stana, la sfarina, le dà colore e biancore. Combatte con la tela, ci soffia su il colore, la strofina con un panno, ci sputa sopra per sciogliere l’impasto, la colpisce e la pesta con i pennelli. Delle tele fa mari e cieli, disegna naufragi, dipinge navi treni rimorchiatori, nasconde nel quadro l’invisibile elefante di Annibale che passa le Alpi. Si comincia nei Paesi Bassi dei mulini a vento, dei canali e delle donne con quei cappelli con le ali: Turner è lì con il suo quaderno di schizzi. Poi i titoli di testa: magnifici, liquidi, svarianti. E subito una musica ardente e novecentesca, musica che farà da controcanto a tutte le scene del film, musica turneriana, antiaccademica, sciolta da vincoli. Poi due momenti paralleli, uno vicino all’altro, che indicano un percorso che si snoderà lungo tutto il film. La domestica di casa Turner compra una testa di maiale: i due Turner, padre e figlio, sono golosi di quella carne. Scena a: il maiale viene rasato per togliergli i pelacci dal muso. Scena b: anche Turner viene rasato come il maiale, come un maiale. E via via che il film va avanti Turner si fa sempre più maiale, grugnisce, perde quasi il linguaggio umano, si esprime a gorgoglii, bofonchia, il suo parlato fa la fine del reale sulla tela, si sbriciola. L’interprete, Timothy Spall, è un Turner fisico maialesco umanissimo ribelle ricercatore indomito grosso saporito donnaiolo ruminante gorgogliante.
Il film ha momenti diremmo istituzionali in cui c’è il mondo artistico di allora: pittori di corte, pittori banali, pittori senza un penny, una principessa di casa reale che definisce un quadro di Turner “a dirty yellow mess”. E quanto Turner apprezzi quel mondo è detto quando sfregia un quadro del mondano e ammirato Constable con una spatolata di rosso sul mare, macchia rossa che, con un secondo, saporito intervento, Turner trasforma in una boa! Accanto a queste zone con Turner che si muove dentro il mondo dell’ufficialità artistica per farsene beffe, il film si apre sempre di più a quell’altro mondo che è quello del Turner vivo e vegeto, fin troppo vivo, fin troppo vegeto. E soprattutto vicino al dolore di ognuno. Qui gli incontri sono tanti e memorabili. Quando Turner ascolta incantato la pianista che suona la “Patetica” di Beethoven. Quando canta con voce incerta e commossa un’aria di Purcell da “Dido and Aeneas”: “Remember me, but ah! forget my fate”. Quando incontra la signora Booth e il marito, ex capitano pentito e sgomento di una nave negriera. Quando vive l’amore infinito, un “uxorious love”!, con la vedova Booth che di profilo – dice lui – sembra Afrodite! Quando partecipa a un esperimento di fisica con la luce che passa nel prisma e diventa arcobaleno. Quando tiene una conferenza sulla teoria dei colori. Quando disegna la giovane prostituta sul letto e prova un infinito dolore che tenta – invano! – di riprodurre sulla tela. Quando via via scopre il dolore degli uomini e della storia e ne rimane inghiottito. Quando si fa legare alla testa dell’albero maestro in mezzo a una tempesta. Quando dipinge quadri di naufragi, senza spettatori, con i cadaveri degli schiavi buttati in mare. Quando si fa fotografare e il fotografo canticchia “Va’ pensiero”! Quando vede il primo treno passargli davanti e lui fa quel magnifico quadro con il treno che sbuffa e intorno tutto è cielo. Quando morente si alza dal letto e esce di casa per tentare di disegnare ancora una volta il dolore nel corpo di una ragazza annegata. Film senza macchia e senza paura, domestico ed epico, lirico e magico, carnale, tragico, comico. Film che ricorda e fa il paio con l’altra, ammirevole e poco ammirata, escursione di Leigh nel passato, quel Topsy-Turvy (1999) dedicato alla coppia di musicisti Gilbert e Sullivan. Film dickensiano con vedove e mogli e figlie abbandonate e giovani defunte e poveri artisti. Film eccentrico e vagabondo. Primitivo ed elegante. Triste come Turner piangente davanti alla giovane prostituta e a Didone. Allegro come Turner che sbeffeggia il quadro di Constable o mette in riga quel damerino di Ruskin. Tra così tanti regali, basterebbe a farne un gran film la scena di Turner e i suoi in barca che ammirano il “Fighting Temeraire”, la nave che combatté a Trafalgar, trascinata dal rimorchiatore per essere demolita. Un memorabile “marine piece” cinematografico e turneriano.

Bruno Fornara, da “cinematografo.it”

 

 

L’artista è un gargoyle bifronte

Lui dice garguglia in edizione italiana (si poteva tenere l’originale “gargoyle”) ma è chiaro che si riferisca di più al mostro che non alla grondaia o doccione delle cattedrali. “Quando mi vedo allo specchio, vedo un gargoyle” afferma il grande pittore Turner a una donna di cui è innamorato in Turnerdi Mike Leigh. Questo artista borbottante e maestro del grugnire viene rappresentato da Mike Leigh in tutta la sua sgradevole apparenza. Il film è una serie di piccoli episodi, si potrebbe anche usare la parola sketch, apparentemente slegati uno all’altro e relativi agli anni della maturità di Joseph Mallord William Turner. Li vediamo nitidamente tutti gli elementi del quadro: l’adorato padre barbiere amico e collaboratore, l’ex amante del senso di colpa madre di due figlie mai accettate da Turner (Sarah Denbydell’attrice feticcio di Leigh Ruth Sheen), il collega autolesionista Haydon, la governante sessualmente sfruttata ma costantemente ignorata (pure quando una psoriasi le colora il corpo di enormi macchie rosse che Turner non vuole vedere), il mondo competitivo dell’arte (la sfida costante tra lui basso e rozzo contro l’alto e bello John Constable), sincere amicizie (il giovane Clarkson Stanfield) e stroncature improvvise (una ventenne Regina Vittoria detesterà quell’ammasso sporco di giallo alla base dell’opera turneriana segnando il suo declino dal 1830 all’anno della morte 1851). C’è anche una scena molto interessante dove un vecchio Tuner rifiuta 100 mila sterline da un ricco borghese che vuole comprare tutta la sua opera. Il motivo del rifiuto? Egli pensa che la sua arte debba andare gratis alla National Gallery di Londra piuttosto che nelle proprietà private di un ricco acquirente.
L’artista dipinto da questo biopic prosaico e tremendamente diretto è una creatura bifronte: oltre il grugnire e l’aspetto da gargoyle abitano nel suo essere anche sensibilità e grazia. Ci sarà un grande amore in cui il gargoyle tirerà fuori tutta la sua dolcezza. Chi era Turner? Per Mike Leigh un paesaggio a due facce.

La sessualità del mostro

Chi era Turner? Per Mike Leigh un paesaggio a due facce
Il ritratto della sessualità di Turner è disarmante. Il rapporto con l’adorabile governante Hannah Danby (nipote della rancorosa ex amante di Turner e forse per questo considerata “maledetta” dal pittore?) è il massimo del classismo e della prevaricazione maschile: Tuner quando è colto da tempeste ormonali simili ai cataclismi naturali da lui costantemente dipinti… abbranca Hannah e la possiede in modo disumano e frettoloso mentre lei dà a quegli amplessi un valore diverso (guardate la gamba destra di lei come si attorciglia voluttuosamente al corpo di lui). Queste scene ricordano il rapporto tra Karl Marx e la sua governante Helen Demuth ai tempi della vita londinese quando il filosofo tedesco aveva già scritto Il Manifesto del Partito Comunista e contemporaneamente conduceva una doppia vita molto borghese con la cameriera del peccato. C’è una battuta molto divertente ne Il declino dell’impero americano (1986) di Denys Arcand dove un gruppo di intellettuali canadesi scherzano sul fatto che tutto l’idealismo comunista del pensiero marxista fosse frutto del senso di colpa del filosofo nei confronti del suo rapporto ipocrita e di sfruttamento nei confronti della povera Helen Demuth. Si capisce quanto Mike Leigh non approvi il comportamento di Turner nei confronti di Hannah. Un regista prende sempre posizione (anche quando non la prende) e fa piacere vedere quanta arguta personalità ci sia nel personaggio di Hannah da parte della bravissimaDorothy Atkinson, la quale ha il privilegio di avere la posizione che merita nel finale del film. La collocazione che Mike Leigh le dà nel suo film-quadro della vita di Turner fa chiaramente capire quanto il regista inglese la ami e capisca la sua silente frustrazione sentimentale.

 

Il critico… è un idiota!

E’ sempre divertente per noi critici vedere come i registi ci rappresentano. Uno dei personaggi più belli da questo punto di vista è Anton Egon del cartoon Ratatouille (2007). Anton è un ex entusiasta diventato lugubre vecchio giudice il quale ha solo bisogno di tornare ad assaporare quei gusti che lo incantarono da bimbo per trasformarsi nuovamente in un gradevole essere umano sinceramente innamorato della cucina. Interessante il Terence Stamp di Big Eyes: un essere sovrumano (guardate come blocca il colpo di forchetta che vuole assestargli Christoph Waltz) in grado di giudicare in modo sprezzante oltre il consenso delle masse. Come è descritto il famoso critico vittoriano John Ruskin da Mike Leigh? E’ un ragazzino fastidioso e azzimato incredibilmente leccapiedi nei confronti di un Turner evidentemente infastidito da tutto questo servilismo. “Mosconi!” urlerà Tuner mentre il critico Ruskin sta nel bel mezzo di uno dei suoi monologhi critici. Il modo in cui Leigh fa recitare Joshua McGuire è emblematico: Ruskin sembra il fratello sgorbio di Daniel Brühl e quando parla… vorresti ucciderlo anche solo per il tono della voce e l’insopportabile prosopopea che caratterizza ogni suo gesto e parola.

La valorosa Téméraire

È solo uno dei numerosi quadri di Turner che il formidabile direttore della fotografia Dick Pope(candidato all’Oscar) aiuta Mike Leigh a ricreare davanti alla macchina da presa. I tanti ammiratori del caotico paesaggista inglese potranno divertirsi a ritrovare altre prospettive e scorci di tele turneriane nelle inquadrature gestite dalla coppia Pope-Leigh. C’è un passaggio geniale da un classico cielo tempestoso di Turner a un ammasso di rocce dove per un attimo non riusciamo più a distinguere la tela di Turner dall’immagine di Pope-Leigh. Solo per questo passaggio, veloce ma indimenticabile, dovrebbero consegnare l’Oscar a Mr. Pope come hanno fatto, giustamente, al Festival di Cannes 2014 attribuendo al direttore della fotografia (o meglio autore della fotografia come vorrebbe si dicesse sempre il nostro Vittorio Storaro) il Vulcain Prize per il miglior contributo tecnico del Concorso 2014.

Il sole è Dio! Ah! Ah!

È l’ultima esclamazione di Turner sul letto di morte accudito dalla vedova Sophia Booth nel loro bell’appartamentino segreto di Cremorne Road 6, Chelsea, a due passi dal Tamigi. Dopo aver reso omaggio all’elemento principe di ogni suo quadro (sia che si alzi all’alba o che si abbassi al tramonto), segue l’amara risata di una buffa creatura incapace di adeguarsi al conformismo della società inglese. Per Mike Leigh questo è Turner: un essere così coinvolto dalla natura da diventarne fervente tifoso in tutte le sue epifanie. Per lui i fenomeni naturali avevano delle vere e proprie qualità divine ed ecco quindi questa chiusura molto coerente con un gusto di Turner per il paganesimo (cita spesso la mitologia) e per l’animismo più spinto.

Francesco Alò, da “badtaste.it”

 
J. M. W. Turner, pittore paesaggista, ormai adulto nei primi dell’800 vede morire il padre cui era molto affezionato e rimane a vivere con la donna di servizio che lo aiuta nel lavoro. Amante delle donne mature ma poco incline a stabilire rapporti affettivi stabili o a impegnarsi in relazioni durature, viaggia molto per esporre e per ammirare quello che poi dipingerà.
C’è più d’un riferimento in Mr. Turner al fatto che il pittore protagonista della storia sia probabilmente uno dei più grandi paesaggisti di sempre, un artista determinante nello sviluppo di quel particolare tipo di pittura. Turner è in sostanza un colosso dell’arte visiva e della sua vita Mike Leigh decide di affrontare unicamente l’ultimo periodo, quello in cui era già sufficientemente affermato da vivere il proprio status di pittore noto (con tutti i favori e i problemi che questo comporta).
Sebbene la scansione del film non si distacchi in nulla dai canoni del genere biografico (con poco riguardo per ciò che rendeva straordinario il lavoro del protagonista e molta attenzione alla sua vita privata), Mike Leigh cerca lo stesso di cesellare con finezza, di scena in scena, una visione del mestiere artistico. In Mr. Turner infatti ogni evento della vita privata sembra non essere capace di rimanere confinato in essa e getta più d’una luce riflessa sulla professione, si intavola così un discorso estremamente complicato, e purtroppo non sempre risolto con efficacia, sull’istinto vitale insito nell’arte.
Inaffidabile, umorale, ombroso, orso ed egoista con Turner si empatizza non senza un certo grado di senso di colpa e principalmente attraverso quella postura da mr. Hyde messa in scena da Timothy Spall, immensa antenna catalizzatrice di tutto ciò che avviene, una spugna che tutto prende e pochissimo rilascia così che ad ogni suo grugnito scatti una piccola risata. In tal senso non manca di barare Mike Leigh, di passare cioè per un po’ d’ironia così da donare simpatia ad un personaggio apertamente antipatico, riuscendo a non tradire la realtà storica e contemporaneamente guadagnare il consenso dello spettatore per giungere al suo obiettivo: la fascinazione della battaglia umana per la conquista dell’arte, vista senza sconti e senza eufemismi.
Sono infatti quelle relative all’instancabile volontà di disegnare di Turner le parti migliori di un film altrimenti meno riuscito degli ultimi straordinari ritratti umani cui il regista inglese ci ha abituato. Ma se quella dell’artista come macchina affamata di creatività è una visione abbastanza abusata, Leigh cerca di comunicare con ancor più minuzia una forma particolare di bramosia del “vedere” come l’inizio di tutto. Il suo Turner è disposto ad ogni cosa per “vedere”, in un’epoca in cui poter ammirare un paesaggio particolare o un evento raro erano occasioni imperdibili per un occhio raffinato. In delicatissimo equilibrio tra realismo ed espressionismo, tra rappresentazione del mondo per com’è e per come lo vede il Turner visto da Leigh, con facile parallelismo, diventa il primo (inconsapevole) cineasta della storia, non tanto per i suoi quadri ma per l’atteggiamento nei confronti del’arte. Attraverso le sue alterne fortune dunque Leigh cerca di mettere in tempesta le acque che solitamente vengono rappresentate come calme. Non esalta l’artista ma, specie nella doppia chiusa, ne sottolinea l’incoerenza e la colpevole mancanza di qualsiasi pianificazione, sostituita da un famelico desiderio di “fare” dopo aver “visto”, senza logica (immancabili le beffe della critica) ma con solo istinto.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

Un film biografico su un pittore romantico britannico. Non si direbbe materiale adatto all’improvvisatore della quotidianità Mike Leigh, all’autore che si appoggia a canovacci più che a sceneggiature dettagliate e lascia improvvisare i suoi attori. Si tratta solo del suo secondo film in costume che condivide con il suo primo, Topsy-Turvy, il racconto di artisti in difficoltà, di creativi alle prese con un pubblico e una critica che ne decretano la sorte sullo sfondo di un mondo che rischia di evolversi con troppa velocità.

I commediografi del teatro vittoriano di Topsy-Turvy qui sono diventati il pittore William Turner, che Leigh fa interpretare a uno dei suoi attori feticcio, Timothy Spall, caratterista che con lui diventa protagonista. Lo incontriamo nel pieno della sua furia creativa di paesaggista frequentemente in viaggio per i mari della sua Inghilterra e del nord Europa, aiutato nella sua casa londinese dal padre e da una governante con cui ogni tanto intrattiene qualche rapporto sessuale nevrotico.

Sembra uscito da un romanzo di Dickens, comunica attraverso mugugni e rantoli variamente assortiti e le emozioni le riserva ai suoi quadri, non certo alla madre delle sue due figlie che ogni tanto lo viene a trovare o meglio ad accusare. Frequenta ricchi uomini d’affari e la corte, mentre con i suoi colleghi intrattiene rapporti caustici a base di pacche sulle spalle, risatine e rivalità per una collocazione più favorevole dei propri quadri esposti alla Royal Academy.

Il suo è un mondo in cui il rapporto con la natura è diretto, non mediato. I suoi famosi vascelli lui li va a vivere arrivando a farsi legare all’albero durante una tempesta. La sua è arte istintiva, sofferenza di cui non può fare a meno, molto lontana dalla verbosa critica intenta a cercare significati improbabili a cui preferisce rispondere con uno dei suoi mugugni pregni di senso e poveri di parole. L’unica sua guida è il sole, che con i suoi tagli di luce che scandiscono le ore più solitarie della giornata danno nutrimento ai suoi quadri.

Il rispetto e la stima possono cambiare in un attimo, però, può bastare qualche commento malevolo a corte ed ecco arrivare la crisi, che accompagnata dalla morte del padre lo portano a isolarsi sempre di più in un paesino sul mare, insieme alla proprietaria della pensione in cui risiede, che diventerà la compagna dei suoi ultimi anni in un rifugio segreto a Chelsea.

Turner sente il peso del mondo che cambia intorno a lui, più che degli anni. La nave a vapore che prendeva è sostituita ormai dal treno e la sua paura è che anche un paesaggista come lui possa essere presto inutile in un mondo in cui una macchina infernale chiamata dagherrotipo in pochi secondi produce delle fotografie impeccabili. Proprio il tono della scena, esilarante, in cui si fa fotografare per capire come funziona, sintetizza bene quello dell’intero film, in bilico fra feroce ironia, un senso di urgenza malinconica e una cupezza funerea.

Combinazione particolare che solo per la grazia di Leigh e dei suoi interpreti riesce quasi sempre ad evitare la noia o la maniera, finendo per farci affezionare a un personaggio per molti versi esecrabile, rimanendo al suo fianco fino alla fine, così come accade alle due “signorine”, all’oscuro l’una dell’altra, vestali della sua quotidianità.

Al contrario di molti biopic di confezione Mr Turner sa essere sgradevole, spoglio, facendoci percepire un’epoca ben diversa e più precaria, in cui lo stesso rapporto con la malattia e i suoi effetti sul corpo era molto diverso.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

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