The Lobster

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Nel mondo di “The Lobster” non si può rimanere single per più di 45 giorni, pena essere trasformati in animali. Quando viene chiesto all’inciccionito Colin Farrell che animale vorrebbe diventare se dovesse subire la trasformazione prevista dalla legge, lui risponde “L’aragosta”. “Bene – gli viene risposto – di norma tutti pensano ai cani, ed è per questo che ce ne sono così tanti. Pochi pensano agli animali esotici, ed è per questo che rischiano l’estinzione”.

L’oggetto dell’indagine di Lanthimos è la relazione di coppia. La ricchezza dell’argomento è pari solo alla ricchezza delle invenzioni visive, narrative, tecniche messe in campo dal regista greco in questo film. Forte è la tentazione di fare un elenco che però vi priverebbe del piacere di scoprirle durante la visione. Siate solo certi che ogni minuto di pellicola porta uno spiazzamento e/o un momento di bellezza e/o un punto di vista imprevisto e/o una risata. Ci venga concesso di citare solamente due aspetti particolarmente affascinanti. Uno dal lato formale: l’uso spregiudicato della voce over, che dice il banale, copre l’essenziale, anticipa gli eventi, li segue, vi si sovrappone, in breve, invece di essere la solita via di mezzo tra lo spiegone dei registi incapaci o il flusso di coscienza Malickiano, è un elemento dinamico e sorprendente del film. Uno dal lato della sceneggiatura: se felicità se non illusoria non v’è nè da soli nè in coppia quindi nessuna delle due condizioni è il nemico, a ben guardare un nemico attaccato direttamente c’è: la classificazione. Nel mondo di “The Lobster”, e spesso nel nostro, non ci sono sfumature, ombre o complicazioni ammesse: sei eterosessuale o omosessuale, solo o in coppia, un aspetto ben preciso ti identifica, uno altrettanto preciso ti lega o ti isola. Se la questione ontologica tra continuo e discreto è vecchia come il mondo, è anche vero che in una società commerciale e normativa come la nostra definire bene le categorie è assolutamente necessario, ed è qui che Lanthimos colpisce.

Ed è per questo che non si può ben classificare il film. La risata continua non è separata dalla riflessione caustica che non si può scindere dalla bellezza formale che è legata alla violenza che a tratti, inevitabilmente, squarcia la quiete immobile del trascorrere delle (45) giornate. Isolando analiticamente ma artificialmente l’aspetto umoristico, “The Lobster” è un film spassoso, in cui, come in uno scritto di Houellebecq, i comportamenti umani vengono mostrati talmente nudi, la loro profonda assenza di senso così evidente, che non hai altra alternativa che riderne.

L’unico vero difetto – paradossale – che si può imputare al film è una eccessiva devozione filiale verso Bunuel (tre citazioni esplicite sono ingombranti, e a posteriori pure il titolo…). Si spera che con questo il debito si consideri pagato e si possa tornare a opere integralmente originali come lo stupendo “Dogtooth”. Essendo a parere di chi scrive Bunuel il più grande regista di sempre, citarlo è comunque un difetto veniale.

Come nota tecnica è impressionante la gestione delle star hollywoodiane nel film. Il glamour di Rachel Weisz e Léa Seydoux (forse due delle donne più belle del mondo, e ottime attrici) si pone sullo stesso piano di due stupende vecchie conoscenze di Lanthimos: Angeliki Papoulia (“Dogtooth”) e Ariane Labed (“Attenberg”, in cui Lanthimos recitava). E Farrell, da sempre sottovalutato, trova un ruolo da ricordare. La colonna sonora va da un pezzo di violini di Beethoven ripetuto in maniera ossessiva a Nick Cave, passando per la musica elettronica che, vedrete perchè, è ascoltata dai protagonisti ma non da noi. Infine la fotografia. Thimios Bakatakis è un maestro, e già lo sapevamo, ma la sorpresa è l’abilità con cui riesce a passare dalle figure dal nitore iperrealista delineato dal sole greco a questo universo di hotel felpati e boschi muschiati. Per la composizione delle immagini e delle luci “The Lobster” è un film che varrebbe la pena di guardare anche senza sonoro.
In sala al termine del film c’è chi si è alzato per esternare il proprio sdegno, siete avvisati. Ma vale la pena rischiare. Que viva Grecia!

Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”

 

In una struttura alberghiera moglie e marito organizzano dei soggiorni durante i quali i partecipanti sono tenuti a trovare la propria anima gemella: «mi dica… lei è eterosessuale o omossessuale?», «Eterosessuale. Sì però aspetti un attimo… una volta ho avuto un’esperienza omosessuale. Posso scegliere bisessuale?» «Mi spiace signore, sono anni che non abbiamo più a disposizione questa preferenza». Questo è il botta e risposta iniziale tra David (Colin Farrell) e la receptionist, che funge a mo’ d’iniziazione.

Il debutto di Yorgos Lanthimos in lingua inglese muove dall’assurdo, scegliendo come ambiente privilegiato la distopia; niente di futuristico però, tanto che si potrebbe benissimo dire che The Lobster sia ambientato ai giorni nostri. D’altro canto del nostro tempo parla, soffermandosi proprio sulla schizofrenia che coltiva disperatamente la nostra epoca riguardo a concetti come legame, relazione e solitudine. Un discorso che senz’altro parte dalla testa, cavalcando metafore più o meno immediate, generalmente attingendo al surreale.

Come surreale è senz’altro questa stravagante storia di un gruppo di persone consenzienti nel farsi trattare da prigionieri per essere (ri)educati alla vita di coppia. Anche se in realtà la peculiarità sta altrove; qualora infatti gli ospiti non riescano entro un certo limite di tempo a trovare il proprio partner, ebbene, s’impegnano a lasciarsi trasformare in animali. Nel compilare il modulo di partecipazione, infatti, ciascuno di loro è tenuto a scegliere in quale animale essere trasformato: «ottima scelta l’aragosta. Di solito la gente opta per un cane», risponde la responsabile a David, che ha appena manifestato la propria decisione. Altra cifra è infatti quella umoristica, perché sì, questo film riesce a far sorridere ed in alcuni passaggi pure tanto (passerà un po’ prima di togliersi dalla testa la pedata allo stinco di una bambina o affermazioni del tipo «qui non si ascolta musica elettronica perché stimola il desiderio sessuale»).

Ad ogni modo, la verità viene presto a galla, e quel programma, carico di buoni propositi e strategie chiare attraverso le quali perseguirli, esce fuori per ciò che è, ossia l’ennesimo lavaggio del cervello camuffato, al quale alcuni disperati si prestano non sapendo a chi altro rivolgersi. Si scopre allora che esiste un gruppo di ex-partecipanti che sono scappati dalla struttura per riparare nel bosco lì vicino, vivendo in cattività. Se non fosse che anche questo gruppo cela dei lati oscuri, non meno macabri. Il suo leader (Léa Seydoux) propugna la castità, perché l’unico modo che tanto l’uomo quanto la donna hanno per realizzarsi è il farsi isola, imparando a contare solo ed esclusivamente su sé stessi. Non possiamo far altro che lasciarvi immaginare, specie a chi ha una vaga idea di come “funzioni” Lanthimos, quali livelli di esasperazione vengano raggiunti.

Uno degli aspetti più notevoli di The Lobster sta nell’abilità del regista greco quando si tratta di gestire l’andamento allegorico che contraddistingue il film, senza lasciarsi sfuggire di mano la situazione. Obiettivo non facile da raggiungere, in un film dove ogni singolo elemento non viene lasciato al caso, dai brani classici all’ambientazione, l’inquadratura meticolosa, passando per la scelta della paletta cromatica, che fa pure sci-fi. Su tutti, però, è la capacità di sfruttare sino in fondo ogni singolo personaggio ad emergere, componente essenziale all’interno di una storia che vive delle bizzarrie dei suoi protagonisti, ciascuno dei quali rappresenta a suo modo qualcuno o qualcosa.

Una satira sociale per certi versi violenta, che tratta le sue vittime con un sarcasmo a tratti gelido. E non viene risparmiato nessuno, perché tutti, dagli epigoni dell’ideale di coppia ai detrattori dei cosiddetti «modelli tradizionali», passando per gli scettici a oltranza con tendenze autodistruttive, celano in sé stessi, prima ancora che nelle rispettive istanze ideologiche, delle contraddizioni radicali, inconciliabili. Per questo il registro appare irrazionale, rischiando di alienarsi un attimo di troppo chi non ne è predisposto: non c’è altro modo per andare in profondità a tali incongruenze se non sublimando la realtà attraverso l’allegoria, l’esasperazione, dunque il distopico. Un discorso che assume gradualmente consistenza e che, stando a quanto evidenziato poco sopra circa l’ottima economia, prende davvero forma proprio quando sembra aver raggiunto un punto morto.

Con ordine, senza fare indigestione di derive eccentriche, di cui certo The Lobster è costellato. Un’opera tuttavia controllata, straniante quanto basta per leggerne i motivi, che da siffatto trattamento ne escono anzi impreziositi. Oltre che procedere per sottrazione, perciò, Lanthimos ed il suo staff optano per un atteggiamento negativo, definendo i rapporti interpersonali, forse addirittura l’amore, partendo appunto da ciò che tutte queste belle cose non sono. Ed alla fine capisci perché la paura di diventare un’aragosta debba essere nulla a confronto.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

La visione di un futuro dispotico, di una realtà parallela è alla base del nostro racconto. Nella città è illegale essere single, essere privi di un compagno, un marito, un fidanzato. Al momento della separazione David (Colin Farrell) non verserà alcuna lacrima. Il suo dolore per il tradimento sarà solo ridotto a fastidio per essersi trovato nella condizione illegale di single. Le autorità saranno quindi avvertite e il trasferimento nell’hotel sarà necessario. Nell’hotel di fondamentale importanza sarà non fumare e non masturbarsi. Il tutto necessario per facilitare la ricerca di un partner all’interno della struttura. Ma non solo. Evitare di fumare porterà ad un vantaggio nella caccia. La caccia per prendere i solitari nel bosco, necessaria a guadagnare un giorno all’interno dell’hotel per ogni preda catturata. Un tempo limite di 45 giorni oltre il quale la trasformazione nell’ animale prescelto sarà compiuta.

In The Lobster sono due i mondi che si sfiorano, si scontrano e si annullano l’uno con l’altro. Il mondo nei boschi e quello nella città. Due punte troppo pungenti e assurde di uno stesso mondo, nate dalla volontà dell’uomo. Una volta  compreso qual è il quadro che Yorgos Lanthimos, cineasta greco candidato agli oscar per Kyodontas nel 2011, ha disegnato con i suoi colori saturi, si comprende anche qual’è il suo messaggio. Con una chiave surreale perfettamente congeniale al racconto della tragica realtà delle nostre vite.

Ma dov’è la tragicità per Yorgos? In maniera evidente è nell’estremizzazione di una scelta. Qualsiasi essa sia. Estremizzazione che non trova legittimazione né nell’essere socialmente accettata e legalmente imposta, né nella sua natura ribelle e apparentemente libera. Il disegno del regista greco mette in discussione i dogmi e le convenzioni universalmente accettate. Egli coglie un universo assurdo e dal sapore grottesco per farci comprendere come i versi opposti di uno stesso mondo, se affrontati con la stessa cieca assolutezza siano ugualmente e inconcepibilmente brutali e violenti.

Colto il messaggio non resta che ammirare le meraviglie di una scrittura geniale, di una fotografia attraente e comunicativa, mentre la recitazione rimane brillante e al servizio della singolare sceneggiatura.

La magnetica attrazione per The Lobster non si riduce solo al geniale e unico incontro tra fantasia e crudeltà, tra ingegno e umorismo. L’incanto si ritrova nella sua primitiva essenza. Quella di estrema libertà di  narrativa. Una libertà in perenne contrasto con le pressanti e numerose catene del film.

Il racconto distopico di questo genio del cinema è interpretato da un cast internazionale tra cui Colin Farrell, Rachel Weizs,Ben Whishaw e la francese Léa Seydoux oltre alla sua musa e compagna francese Ariane Labed e alla conterranea Angeliki Papoulia. Un cast che ha conservato nella recitazione il suo accento originario, segno distintivo di una volontà di conservazione delle singole identità, come voluta da Lanthimos.

Andrea Rabbito, da “filmforlife.org”

 

 

Sezione minore a Berlino (Kinetta), sezione minore (“Un certain regard”) a Cannes (Kynodontas), concorso principale (e premio laterale) a Venezia (Alpis), e ora il concorso principale a Cannes. In soli quattro lungometraggi, il geniale Yorgos Lanthimos ha compiuto un’esemplare scalata del circuito festivaliero internazionale. Installatosi a Londra da qualche anno, il regista è riuscito, per questoThe Lobster, ad assicurarsi un cast da urlo (Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Lea Seydoux…) e un budget piuttosto robusto.
Una lettura veloce della sinossi dà già adeguatamente la misura di ciò che aspetta lo spettatore. In una civiltà imprecisata che però assomiglia in tutto e per tutto al nostro presente occidentale, i single vengono rinchiusi in un albergo di lusso, dove dovranno trovare un partner in un numero di giorni prefissato, ma prorogabile qualora il/la detenuto/a riesca ad acciuffare uno o più single clandestini che si rifugiano nella foresta, nel corso di periodiche battute di caccia organizzate all’uopo. In caso contrario, il/la detenuto/a viene trasformato in un animale di sua scelta, e rilasciato.
L’aragosta (lobster, appunto) è l’animale scelto dal protagonista; il film, però, non è esattamente costruito intorno a lui, bensì intorno agli sforzi suoi e di una single clandestina di coronare il loro amore nonostante i simmetrici e speculari ostacoli frapposti tanto da un potere brutalmente amministrativo-burocratico quanto dalla “resistenza ufficiale” ad esso, annidantesi nei boschi al di fuori della sua presa.Ci riusciranno? Non è ovviamente il caso di spoilerare, ma bisogna immediatamente sgombrare il campo da un equivoco: non si tratta minimamente di un film cinico, anche se in superficie può sembrarlo. Al contrario, The Lobster sembra fatto apposta per smontare pezzo per pezzo il venefico cinismo vontrieriano dei vari Antichrist e Nymphomaniac. Al posto del pessimismo facilone di titoli come questi, si assiste qui all’emergere della possibilità della coppia sullo sfondo della propria intrinseca impossibilità. La possibilità della coppia è il centro vuoto intorno a cui viene costruita l’intera sceneggiatura, che a forza di far proliferare i doppi e gemmare concettualmente le differenze sfoglia uno ad uno i mille modi in cui una coppia non può che fallire. Sulla scia di questo principio sfacciatamente cerebrale, il film diventa un sistema di spigoli vivi che Lanthimos giustamente non fa nulla per smussare, soprattutto perché esso ingenera automaticamente un irresistibile humor dell’assurdo: chi si masturba viene costretto a infilare le mani in un tostapane; un innamorato si mette di colpo a sbattere la testa contro un comodino affinché gli sanguini il naso per poter piacere a una ragazza costantemente affetta da epistassi; e così via… Su questo sistema di spigoli vivi messo insieme dalla scrittura, viene innestato un apparato visivo di meticolosa, quasi ossessiva precisione grafica (del resto, il protagonista è un architetto) – la quale però viene molto spesso “smangiata” da dentro dall’informe: negli interni, dalla luce; negli esterni, dalle distese d’erba irlandesi o ancor più sovente dall’acqua.
Laddove un von Trier tende all’autosufficienza del quadro, cercando così di far risucchiare il cinema nell’arte contemporanea, Lanthimos segue il percorso contrario: le sue inquadrature strabordano di squadrato formalismo grafico, ma il montaggio, decisamente più veloce che nelle altre sue opere, nel metterle insieme tenta di rincorrere un’ordinaria continuità “Hollywoodiana”, mancandola sempre per un pelo. La recitazione, qui più naturalistica del (suo) solito, va nella stessa direzione, stridendo felicemente con la selvaggia astrazione di tutto il resto. La continuità, come la coppia, non è semplicemente impossibile, ma è il centro vuoto che non si riesce mai a centrare, rosicchiandone invece costantemente i margini. Alla base di tutti i suoi film c’è un microcosmo fondato su un sistema di regole dalla logica tanto inoppugnabile quanto arbitraria e fondata sul nulla; The Lobster illustra come liberarsi tanto di queste regole quanto della loro assenza, la quale in realtà è ancora più regolata e opprimente: i single clandestini, per auto-organizzarsi, scelgono di sottostare a codici ancora più rigidi di quelli dell’hotel. Il segreto di questa liberazione (dunque dell’amore)? Trovare nel reciproco essere oggetto dello sguardo dell’altro il miracoloso spazio cieco dentro cui tessere le regole che si applicano a null’altro che al proprio caso.
Marco Grosoli
Voto: 8.5
da “spietati.it”

 

The Lobster è il primo film in lingua inglese del regista greco Yorgos Lanthimos. Coproduzione europea che si avvale di un bel cast in cui spiccano Colin Farrell, Rachel Weisz e Léa Seydoux, ha fatto incetta di premi ai festival, conquistando il Premio della Giuria a Cannes.

L’idea alla base è tanto semplice quanto disturbante: il film è ambientato in un mondo dove le persone non possono essere single; se lo diventano, vengono mandate in un albergo dove hanno 45 giorni di tempo per trovare un partner, altrimenti il loro destino sarà segnato in modo irrevocabile. La distopica “dittatura della coppia” ci parla di una società, la nostra, fondata su una rigida idea di famiglia; ma si offre anche come pretesto per parlare di banalità del male e degli abissi oscuri della natura umana.

La villa dove vengono rinchiusi i single funziona come un campo di concentramento, e richiama allo stesso tempo Salò o le 120 giornate di Sodoma; lo spunto della caccia ricorda il romanzo Il richiamo del corno, in cui i nazisti governano il mondo; i cittadini sono minacciati da un totalitarismo che li sprona a trasformarsi in carnefici; c’è un’idea distorta di genetica, e l’applicazione della scienza oltrepassa i limiti della crudeltà. Insomma, il parallelo nazi-fascista è assolutamente esplicito. Coincidenza vuole che The Lobster ricordi l’estetica di Grand Budapest Hotel virata al grigio, ma il suo grottesco parla di bassi istinti e sopravvivenza al Male con una durezza che colpisce lo stomaco.

È un film riuscito, bello e angosciante. I suoi tempi comici alternano battute di spirito a momenti orrifici, ma senza quel preavviso implicito della commedia nera o horror. Lo spettatore viene disorientato e non sa più quando ridere del ridicolo, se avere paura per i personaggi o di loro, o compatirli. The Lobster è pieno di facezie, ma spaventa, e non nel modo rassicurante della fiaba; ci si identifica nei personaggi, ma si teme quello che potranno fare. Lanthimos mette in chiaro come ciascuno pensi sempre prima a se stesso, poi agli altri, persone amate incluse: il mondo non conosce eroi.

La bellezza estetica del film è indiscutibile. Fotografia e location creano un paesaggio livido anche quando scaldato dai toni giallo-verdi del bosco. I costumi rappresentano alla perfezione le idee del film – particolarmente riuscito l’abbigliamento dei single che si danno alla macchia, attrezzati di mantella cerata e zainetto come qualsiasi borghese in gita domenicale. John C. Reilly, Oliva Colman e tanti altri bravi attori recitano le loro battute con un tono impersonale che gela il sangue. La messa in scena di questa distopia grottesca ricorda a tratti Kubrick, che pare il vero punto di riferimento dell’opera di Lanthimos.

The Lobster crea tensione in modo più sottile di quel che sembra: confonde le acque prima di risultare didascalico nella sua allegoria, e mantiene la coerenza tra contenuto e confezione. È senza dubbio uno dei film più interessanti del 2015.

Sara Mazzoni, da “cinemaerrante.it”

 

 

Da qualche parte in un futuro prossimo, essere single è vietato dalla legge. La pena prevista corrisponde all’arresto e alla deportazione in un bizzarro hotel in cui si è forzati a partecipare a un programma per trovare un compagno in quarantacinque giorni. Allo scadere di questo limite, si viene trasformati in un animale a propria scelta.
Fuori dall’hotel invece si trova un bosco in cui vivono i solitari, ribelli fuggiti dalla struttura a cui non è concesso stare con nessuno: il protagonista passerà dall’hotel al bosco per poi trovare l’amore nell’unico luogo in cui è proibito.

“The Lobster” è il primo lungometraggio in lingua inglese di Yorgos Lanthimos, la cui seconda pellicola, “Kynodontas”, oltre ad aver vinto numerosi premi internazionali, tra cui il noto ‘Un Certain Regard’ a Cannes, è stato candidato agli Academy Award come Miglior Film Straniero.
Il film è ambientato in un futuro distopico e descrive molto originalmente il modo in cui ci comportiamo sia nelle relazioni che nella solitudine, mostrando le paure e le costrizioni che crea la società. Come ha spiegato lo stesso regista, “l’idea della storia è nata dalle discussioni su come le persone sentono la necessità di trovarsi costantemente in una relazione amorosa, sul modo in cui alcuni vedono coloro che non hanno una relazione; su come si venga considerati falliti se non si sta con qualcuno; su cosa arrivano a fare certe persone pur di trovarsi un compagno; sulla paura e su tutto ciò che ci succede quando cerchiamo un partner.”

Ambientata nelle terre d’Irlanda Lanthimos ci propone una bizzara storia fantascientifica
“The Lobster” è stato scritto dal regista insieme al suo collaboratore, Efthimis Filippou, uno sceneggiatore pluripremiato. La pellicola, ambientata in Irlanda, presenta un cast eccezionale, capeggiato da Colin Farrell e Rachel Weisz.
Colin Farrell interpreta un architetto triste e solitario, di recente scaricato dalla moglie, che giunto all’hotel-prigione, fa subito amicizia con altri due ragazzi singolari, interpretati da Ben Whishaw e John C. Reilly ai quali confessa che se le cose dovessero andare male, vorrebbe essere trasformato in un’aragosta: perché vivono a lungo e perché ha sempre amato il mare.
Farrell dopo una serie di disavventure ricche di humour ma anche di tanta tristezza e violenza, decide di scappare e andare a vivere tra i ribelli nella foresta, in una società le cui regole sono poco meno disfunzionali e folli rispetto a quelle dell’hotel: qui si innamorerà di Rachel Weisz e farà conoscenza della carismatica e spietata Léa Seydoux, leader dei solitari.

Tutta l’anticonvenzionalità di “The Lobster”
Nel complesso “The Lobster” mostra il disprezzo di Lanthimos per le richieste imposte dalla società sulle aspettative individuali nelle relazioni. Presso l’hotel, i residenti sono costretti a guardare una serie di esilaranti rappresentazioni che mostrano come gli uomini e le donne vadano di pari passo e come l’essere in coppia sia indispensabile nella vita di tutti i giorni.

Il film nonostante la sua follia, ha una trama molto accessibile che indubbiamente fa riflettere lo spettatore e con la sua immediatezza e realismo tocca molti aspetti della psicologia delle persone, dalla paura di rimanere soli alla difficoltà di trovare un compagno con cui dividere la vita, preoccupazioni condivise da ogni essere umano. Satira della società, “The Lobster” oltre a essere perfidamente divertente è soprattutto molto tenero e commovente; al di là di un umorismo crudele e agghiacciante, il film è un racconto romantico molto riflessivo, provocatoriamente eccentrico che analizza diverse sfaccettature dell’amore moderno.

Federica Fausto, da “ecodelcinema.com”

 

 

In un futuro non troppo lontano, in una società attenta agli equilibri tra gli esseri umani, in una sorta di mondo in cui il Grande Fratello domina l’ufficio anagrafe, le coppie scoppiate vengono tenute sotto stretta osservazione. I neo-single sono, infatti, spinti a non lasciarsi andare e a trovare l’anima gemella all’interno di apposite strutture simil-ospedaliere. Qualora un’unione dovesse fallire, è dato un tempo limite, quarantacinque giorni, entro il quale rifarsi una vita. Altrimenti, si torna ad essere… animali.
Il giorno in cui David si separa dalla compagna, viene quindi prelevato e portato in una clinica un po’ SPA in cui, con metodi bizzarri, è introdotto agli altri ospiti, con il preciso intento di individuare la prossima anima gemella. In caso di fallimento sarà trasformato nel suo animale preferito, ossia in una succulenta aragosta.

Ma le stravaganze non si fermano qui. In due ore di film, scopriremo perché il nostro eroe triste prediliga il prezioso crostaceo, perché abbia con sé un cane e perché imbracci a cadenza regolare un fucile. La narrazione inizialmente è lenta, curiosa, con una cornice uggiosa che rispecchia lo sguardo cupo del nostro eroe (un appesantito Colin Farrell). Raggiunto il climax qualcosa accade e la storia entra nel vivo con due colpi di scena (se non tre) prima di raggiungere un finale inatteso, nonché unico punto della discordia tra i critici.

Il primo film in inglese del regista greco piace a tutti. La sceneggiatura è acuta, la narrazione è d’autore, l’attenzione al particolare non manca e la direzione di un grande cast internazionale si dimostra matura e attenta. The Lobster rispecchia uno dei maggiori drammi del nostro tempo, non disdegna il lato romantico che risiede in ognuno di noi, e non viene meno alle regole del film autoriale. Non si capisce quindi perché schiacciare tanto l’acceleratore quando il finale era già a portata di mano. Il film raggiunge, infatti, il massimo splendore allo scoccare del novantesimo minuto quando i ribelli si ribellano alle regole della società, agli altri ribelli, alle persone che stanno loro intorno, in nome del più antico dei sentimenti, l’amore vero, istintivo, impagabile.

Esatto, si parla di sentimenti e di paura della solitudine, argomenti che contraddistinguono l’epoca in cui viviamo. Siamo tutti più soli, incapaci di confrontarci con gli altri e la ricerca di un compagno ci porta spesso all’insoddisfazione e alla disfatta. Quanto vediamo sullo schermo non ci stupisce, anzi, lo condividiamo e le fantasticherie proposte ci seducono in pochi secondi, sino a quando David decide di trovare a tutti i costi il modo di rimanere in vita. Più la trama si fa assurda e, ironicamente, più il cinismo lascia spazio alla risata, leggera e liberatoria. In quei momenti ridiamo di noi e forse non ce ne rendiamo neppure conto.
The Lobster è uno dei film su cui in molti contano per una Palmarès diversa dalle previsioni, che raggiunga giovani mani.
Vissia Menza, da “cineavatar.it”

 

 

L’industria cinematografica pullula di film sul tema dei rapporti amorosi, ma pochi hanno la peculiarità di The Lobster: sviscerare senza pietà i retroscena del sentimento per eccellenza, svelandone con sarcasmo e bruciante verità paradossi ed effetti collaterali. Yorgos Lanthimos sceglie come base per la sua spericolata narrazione un mondo parallelo in cui i single non possono più rimanere tali ma vengono letteralmente deportati in una sorta di Hotel in cui, nel più asettico dei climi, i poveri malcapitati hanno 45 giorni per trovare un partner, pena la trasformazione, al termine del periodo prestabilito, in un animale a loro scelta che verrà poi liberato nella foresta; ad arricchire la permanenza, varie attività fra cui la caccia ai single fuggitivi che, se catturati, fanno guadagnare al cacciatore un giorno extra di permanenza e quindi altre 24 ore per trovare un compagno di vita e sfuggire all’irreversibile trasformazione.
David (uno straordinario Colin Farrell) è appena stato lasciato dalla moglie; giunto all’Hotel insieme al fratello, divenuto cane due anni prima per non essere riuscito a trovare una partner, decide che, qualora gli dovesse toccare la stessa sorte, l’animale del quale prenderà la forma sarà un’aragosta: una creatura marina, longeva, fertile per l’intera esistenza e di sangue blu. Timido e riservato ma non rassegnato all’infausta sorte che lo minaccia, l’uomo farà il possibile per seguire le regole e trovare una compagna; ma l’amore – quello vero (che ha lo splendido volto di Rachel Weisz) – non conosce paure e scadenze e sorprenderà David nel momento in cui, dopo un drammatico e traumatico tentativo di accoppiamento, deciderà di abbandonare l’Hotel e unirsi al gruppo dei single fuggitivi, la cui regola principale è proprio non innamorarsi. La difficoltà della coppia, tuttavia, non sarà solo non farsi scoprire dalla vendicativa leader del gruppo (interpretata da Léa Seydoux) ma liberarsi dalla convinzione ormai radicata nelle menti violentate dal sistema che per amarsi sia strettamente necessario avere in comune qualcosa di tangibile e quantificabile.
The Lobster esibisce la sua genialità per mezzo di una sceneggiatura spumeggiante ed una struttura semplice ma di grande impatto, in cui i temi e gli spunti di riflessione offerti da Lanthimos si palesano attraverso scene che smuovono contemporaneamente sorriso e disorientamento, trascinando a forza lo spettatore in un vortice di considerazioni senza una risoluzione univoca e definitiva. Attraverso una carrellata di personaggi all’apparenza caricaturali, assistiamo ai dietro le quinte dell’amore moderno, fatto di pretese di perfezionismo e di un’ideale di compatibilità apparente e razionalizzato, lontano anni luce dall’unica affinità in grado di generare amore: quella irrazionale, inspiegabile, magicamente elettiva.
I riflettori sono puntati contemporaneamente su vantaggi e svantaggi della vita di coppia, mostrandone paradossi e suggerendone sottilmente la natura del fallimento, in una società in cui si resta soli anche per volere “di più” o per un fumoso ideale di perfezionismo. Ma quando si arriva a maturare l’impressione che il regista voglia esprimere il suo parere in merito ecco che la pellicola balza sull’altro lato della medaglia, fatto di coppie forzate e senza amore, che credono di essere unite ma che in realtà sono formate da individui completamente soli e pronti a sacrificare l’altro per il bene di se stessi; o ci mostra single aridi a autodisciplinati alla solitudine, che ballano musica techno rigorosamente da soli e che concentrano nell’attesa di morire il fulcro della loro intera esistenza.

The Lobster: restare umani o amare a tutti i costi?
Una critica globale alla società odierna, dunque? Forse, ma soprattutto un monito: al di là dei limiti imposti dal giudizio e dalle aspettative sociali, basate prettamente sull’omologazione, l’amore non conosce tempistiche o bisogno, regole o compromessi e se è vero che da soli forse non si può stare, per trovarsi è inevitabile prescindere dalla magia improvvisa e imprevista dell’innamoramento che, amaramente, potrebbe non essere privilegio di tutti.

The Lobster, premiato a Cannes 2015 con il prestigioso (e meritatissimo) premio della Giuria, è un film sfacciato e spietato in cui ridere e riflettere con la stessa intensità, sullo sfondo di domande universali che, per quanto irrisolte, hanno nello stesso effetto che suscitano l’essenza dello loro indispensabilità. Pur con qualche calo di ritmo nella seconda parte, che non si può non perdonare, il film di Lanthimos resta una delle pellicole più interessanti del 2015 e arriverà nelle sale italiane il 15 ottobre, distribuito da Good Films.
Il ricco cast di  The Lobster è composto anche da Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen, Ariane Labed, Angeliki Papoulia, John C.Reilly, Michael Smiley e Ben Whishaw.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

In un futuro prossimo e immaginario essere single oltre una certa età è vietato, pena l’arresto e la deportazione in un grande hotel nel quale si è obbligati a trovare l’anima gemella in 45 giorni di tempo, tra punizioni e questionari assurdi. Uomini d’affari, professionisti, donne in carriera e individui meno realizzati tutti insieme sono costretti a cercare un affiatamento possibile perchè se non dovessero trovarlo nel mese e mezzo a disposizione saranno trasformati in un animale a loro scelta.
Appena fuori dall’hotel c’è un bosco dove si trovano i ribelli, individui fuggiti dall’hotel che vivono liberi e single a cui non è concesso di stare con nessuno. Il protagonista passerà prima nel grande hotel senza trovare quell’amore obbligatorio che troverà in mezzo ai ribelli, là dove non è consentito.
Cosa succederebbe se potessimo andare in deroga ad alcune fondamentali regole sociali? Quante delle strutture, delle convenzioni e delle ipocrisie che il vivere in una società ci impone rimarrebbero tali e quanto invece potremmo sviluppare forme d’interazione nuove? Yorgos Lanthimos sembra chiederselo in ognuno dei suoi film e la risposta che si dà oscilla costantemente tra il pessimistico e il grottesco: non molto cambierebbe, nemmeno una revisione degli assunti di base può salvare l’uomo da se stesso.
La famiglia di Dogtooth che cresce i figli lontano da tutto e tutti, mentendogli costantemente per creare una bolla intorno a loro, come il nucleo di attori che impersonano i cari estinti dei loro clienti in Alps non sono troppo lontani da questi single che hanno passato i quarant’anni, sono soli e hanno effettivamente poco tempo davanti a sè per trovare qualcuno prima di regredire allo stato animale.
Dunque c’è di nuovo un mondo a parte, ai confini della società reale (che non vediamo praticamente mai), uno in cui le persone non si comportano più come ci aspetteremmo perchè qualcuno li ha costretti a privarsi di alcune nozioni fondamentali. In questa maniera The Lobsterrende esplicito il dilemma di chi, nel mondo occidentale, ritrovandosi “scoppiato” oltre una certa età sente di avere poco tempo e ha la percezione di dover correre per rimettersi in pari con il modello imperante, con ciò che tutti gli altri si aspettano da lui.
Attraverso la struttura di un film di fantascienza (da una parte c’è una tirannia che impone ritmi di vita alienanti e punizioni esemplari, dall’altra un gruppo di ribelli che vive nei boschi) The Lobster racconta con una metafora a maglie larghissime la maniera in cui la ricerca di una persona con cui vivere oltre una certa età passi attraverso riti comuni, strutture predisposte ad hoc, incontri programmati e una serie di “regole” che danno la misura dell’affiatamento. I grotteschi interessi in comune che il protagonista condivide con quelle che, di volta in volta, possono essere sue possibili amanti, la scansione degli incontri, il rituale dell’accoppiamento grottesco e l’odio condiviso per chi sembra meno in grado di riuscire ad accoppiarsi, appaiono stavolta come una versione pompata e incattivita delle reali dinamiche sociali. Anche la violenza onnipresente, spietata, brutale e insensibile sembra una versione concreta di quella più sottile violenza psicologica operata dal condizionamento sociale.
Nel cinema stralunato di Lanthimos, spesso così intricato, denso e convulso da essere difficilmente penetrabile, le domande sono sempre le migliori e più giuste da porsi oggi ma gli obiettivi da colpire sono sempre molti e sotto l’ombrello di questa paradossale ricerca di un’anima gemella per non diventare un animale sembrano rientrare diverse altre idee, nessuna delle quali però davvero centrata quanto la principale. Non è difficile leggere nel film anche una certa sfiducia nell’organizzazione sociale contemporanea o una rappresentazione della mercificazione dei sentimenti da parte di tutte le istituzioni che si propongono come coagulanti nella ricerca di un altro individuo da amare, ma forse, proprio nel grande affresco, nella molteplicità di letture e nel desiderio di realizzare un film dai molti livelli di lettura, il film fallisce.
Influisce inoltre ben poco il fatto che stavolta il regista greco abbia a disposizione un cast internazionale di nomi noti. Lo stile distante, asettico e impenetrabile della recitazione rimane infatti lo stesso di sempre, semmai è il senso di sfasamento metacinematografico dato dalla presenza di volti commerciali in un’impresa così distante dallo stile più immediato e comprensibile a creare un piccolo salto di senso, confermando l’idea alla base del film, quella di un mondo parallelo in cui ciò che conosciamo non agisce o reagisce come penseremmo.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

Siamo in un futuro prossimo. L’umanità ha nuove le regole: i single vengono arrestati e trasferiti nell’Hotel dove, entro 45 giorni, hanno l’obbligo di trovarsi un partner a loro compatibile. Se questo non avverrà verranno trasformati in un animale, da loro scelto in precedenza, e poi liberati nei boschi. Yorgos Lanthimos è il regista e sceneggiatore insieme a Efthimis Filippou di “The Lobster”, novità cinematografica sul profilo narrativo e sul potere scenografico. L’umanità è il soggetto della narrazione. In un mondo modernizzato fuori misura, gli uomini sono irreggimentati in regole condivise, da osservare con estremo rigore. Per chi tenta di sottrarsi alle regole sono previste punizioni cruente. L’umanità di Lanthimos è fuori dalla ormai arcaica civiltà, si è disumanizzata. Non esistono più sentimenti edificanti, come l’amore, la pietà, il supporto. Ma neppure sentimenti come l’odio, la cattiveria la gelosia. Tutti gli uomini dell’era futura di Lanthimos, single e coppie, obbediscono, senza porsi domande e risposte, a regole ferree, senza percepire i richiami dei moti dell’animo. L’agire è definito per tutti, siano essi single o accoppiati. Un mondo statico, dove si è avverato il presagio funesto di un’umanità destinata a non produrre più cultura, più bellezza, più arte e armonia sociale. Eppure, in tutta questa vita sociale rigorosamente organizzata, fredda e calcolata, tra il pessimismo sarcastico di una storia surreale, il cineasta greco fa baluginare una speranza. L’uomo, essendo un animale sociale, si distingue sempre grazie alle emozioni. In quella foresta fitta, dove uomini single calpestano zolle di terra umida e nera, David (Colin Farrell) e la Donna miope (Rachel Weisz), avvertono caratteristiche sensazioni umane, provano sentimenti edificanti, si innamorano. Si nascondono per amarsi, comunicano con codici gestuali, non rinunciano ad essere ciò che desiderano, ad abbandonare l’omologazione del gruppo e la mercificazione dei sentimenti. “The Lobster” sconvolge non poco per la ricerca di un’umanità che si è persa lungo la strada di una civiltà ingannatrice, mistificatoria. David e la Donna miope non sono due eroi, sono semplicemente persone, ancora intellettualmente attive e saranno la speranza per ciò che resta della libertà umana in un continuo divenire. Yorgos Lanthimos elabora uno stile narrativo che coniuga molti codici comunicativi, dall’immagine che si sviluppa sulle immagini stesse, alla gestione dei primi piani con lo scopo di esaltare la corrispondenza tra i moti dell’animo repressi ed i lineamenti del viso inespressivi, gelidi, omologati. Alla fine, i movimenti di macchina, le inquadrature, il montaggio, trovano nella voce off, codice verbale e visuale, l’espressione più chiara di un’etica cinematografica estremamente lineare e visibile. Un cinema che in un certo senso fa cultura, con una comunicazione visuale pervasiva e complessa, che riesce a catturare molto bene la riflessione dello spettatore sul disincanto dell’uomo disumanizzato e la speranza di una sensibilità e pienezza dell’essere umano.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

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