Suite francese

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Quando un romanzo come “Suite francese” arriva sullo schermo, non è solo il lettore a chiedersi se il film riuscirà a rappresentarlo al meglio, ma anche il regista e – in questo caso – cosceneggiatore a sentire  la responsabilità di rendere giustizia al capolavoro incompiuto di una grande scrittrice, scritto durante l’occupazione della Francia nei tristi giorni di Vichy e affidato dall’autrice alle figlie bambine prima di scomparire per sempre ad Auschwitz. Un’opera conservata per 60 anni e mai letta, scritta in una calligrafia minuta, ritenuta a torto un diario e poi scoperta come romanzo, pubblicata nel 2004 e diventata caso letterario e libro amatissimo in tutto il mondo.

Concepito dall’autrice Irène Némirovsky come un grande affresco in cinque parti sulla tragedia della guerra e i suoi effetti sulla popolazione civile, sul modello di “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, “Suite francese” resta l’unico romanzo contemporaneo al conflitto, visto attraverso uno sguardo femminile (per altri versi gli è analogo un altro testo francese importante come “Il silenzio del mare” di Vercors). Proprio le donne sono protagoniste di “Dolce”, la seconda parte del romanzo, che Saul Dibb intelligentemente integra con la prima, cronaca dell’esodo dei cittadini parigini verso la campagna: donne sole con mariti, figli o fidanzati in guerra o prigionieri, donne giovani e senza uomini, disposte a fraternizzare col nemico pur di sentirsi ancora belle e amate e donne vecchie piene di odio verso chi ha portato via i loro cari.

Ci sono anche gli uomini che per motivi di salute o privilegi non sono andati in guerra, ma è femminile e spietato lo sguardo che racconta la strana pace che si crea nel 1940, quando il maresciallo Pétain firma l’armistizio e dà vita alla Repubblica di Vichy. Invitati a collaborare con le forze di occupazione naziste, inizialmente restii, i francesi si adattano ben presto al nuovo regime in una situazione di precario equilibrio che – come spesso accade nella vita – tira fuori il peggio di loro. Il romanzo della Némirovsky e il film – che ne trasferisce alla perfezione lo spirito sullo schermo pur con le necessarie infedeltà e aggiustamenti alle ragioni del cinema, come la drammatizzazione della storia e del finale  – raccontano molto bene una società classista fondata sul profitto e i conflitti che scaturiscono in un interregno anomalo come quello dell’occupazione: le delazioni, i furti, le gelosie, i diritti considerati inalienabili, la superficialità e la disperazione si intrecciano in un ritratto della razza umana che definiremmo pessimista se non fosse, purtroppo, fin troppo realistico.

Sull’orlo di quel baratro di cui sembra intuire la portata e che finirà per inghiottirla, la scrittrice ha la geniale intuizione di contrapporre alla bassezza umana una storia d’amore impossibile, delicata, toccante e piena di sfumature, che si interrompe tragicamente prima di cominciare e che nasce sulla base del comune interesse per la cultura e per la musica (nel film la composizione di Bruno, l’ufficiale tedesco, è di Alexandre Desplat), nell’ingannevole zona franca in cui il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende.

Saul Dibb, che ci aveva già regalato con La duchessa un affascinante e anticonformista ritratto femminile, con le sue origini di documentarista è perfettamente a suo agio nel mettere in scena in modo plausibile un mondo lontano e straniero e a renderne il sapore e l’atmosfera, pur girando in inglese con attori britannici, tedeschi, americani e belgi. Narra con la giusta progressione il passaggio dalla pace apparente all’inevitabile disastro, dalla gentilezza iniziale degli occupanti alla crudeltà gratuita quando la tregua viene rotta. Parte del merito della riuscita del film è anche degli attori: Michelle Williams si conferma come una delle attrici americane di maggior spessore e sensibilità ed è bravissima a dar vita – prima nel rapporto con la suocera di ferro incarnata con grande forza da Kristin Scott Thomas, poi col disarmante, intenso Brunodi Matthias Schoenaerts – a un personaggio di donna giovane, piena di aspirazioni e contraddizioni, intrappolata in un periodo e in una cultura che non lasciano spazio alla libera scelta e in cui anche l’amore è uno schiavo destinato al sacrificio.

Suite francese è un film bello e importante che ha anche il merito di invitare a  riscoprire l’opera di Irène Némirovsky, e che – di questo siamo stati testimoni – lascerà con le lacrime agli occhi anche il più cinico degli spettatori.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Irène Nemirovsky, ucraina naturalizzata francese, inizia il romanzo da cui è tratto il film senza mai riuscire a finirlo, tradita da un suo concittadino che ne causa la deportazione e infine la morte, nel campo di concentramento di Auschwitz. Saul Dibb (La duchessa) non aveva un compito facile, anzi, il rischio di cadere nel didascalico più becero era alto e invece il regista inglese ne viene fuori bene, non alla grande, ma in maniera onesta. Forse non era possibile fare di più.

La storia è quella di Lucille Angellier, cittadina francese della piccola località di Bussy. La donna attende nella sua villa, insieme all’oppressiva suocera (una convincente Kristin Scott Thomas) notizie del marito, caduto prigioniero dei tedeschi. Intanto i nazisti occupano il paese e prendono possesso delle abitazioni dei cittadini, compresa la magione Angellier. Nella villa di Lucille viene dislocato l’ufficiale Bruno Von Falk (un’altrettanto credibile Matthias Schoenaerts). L’iniziale diffidenza fra i due, forse anche il diprezzo da parte della donna lascia presto il posto alla passione, all’amore. Propio da qui parte il tema al centro del film ovvero l’amore come sinonimo di salvezza. Salvezza delle ultime speranze di felicità, salvezza della dignità umana, salvezza delle ultime cose per cui vale la pena vivere, come il calore di un’altra persona. Questa splendida e riflessiva metafora sentimentale viene espressa in maniera concreta e credibile da Michelle Williams, che sfodera una prova veramente d’effetto (magari, fosse stata eligibile, ci sarebbe stata benissimo una candidatura agli Oscar per lei. Dopotutto in lizza c’erano Keira Knightely e Felicity Jones, quindi…). Due persone così diverse tra loro che scoprono di essere invece, molto simili, sullo sfondo di un conflitto che ha cambiato e incattivito le persone.

Dibb, dal canto suo, non infarcisce eccessivamente la pellicola con scene strappalacrime o ripetute romanticherie. Le scene d’amore che vediamo sono del tutto funzionali alla narrazione e soprattutto necessarie per mostrare l’aticipicità del comportamento dei due protagonisti rispetto al contesto in cui si trovano a vivere la loro storia. Il regista cerca di mettere del suo anche nella regia, che appare asciutta e composta, non senza qualche virtuosismo d’effetto che rende la “confezione” elegante e riuscita anche nella messa in scena, oltre che nelle tematiche. Peccato che non si osi di più, che non si vada un pelo oltre ma forse era giusto così…Era giusto non stravolgere l’opera originale. Grande rilievo è dato all’ottima colonna sonora di Rael Jones e non poteva essere altrimenti dato che la Nemirovsky aveva concepito questa storia come un poema sinfonico.

In definitiva Suite francese un ottimo film che racconta una storia d’amore sofferta e sofferente con rispetto ed eleganza, regalandoci una Michelle Williams d’eccezione e dimostrandosi devoto all’opera originale.

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

Nata a Kiev nel 1903, trasferitasi a Parigi negli anni venti, Irène Némirovsky divenne, non ancora trentenne, una delle voci più interessanti della letteratura francese. Solo le leggi razziali introdotte dagli occupanti nazisti fermarono l’ascesa di questa autrice di religione ebraica. Continuò a pubblicare solo grazie a uno pseudonimo, aiutata in questo dall’editore Gringoire, tra l’altro apertamente antisemita, e non smise mai di scrivere. Quando fu deportata nel lager di Auschwitz portò con sé il manoscritto di quella che sarebbe dovuta essere la sua opera più ambiziosa, una vera “tragedia umana” in cui veniva raccontata, in cinque sezioni, la vita della Francia all’epoca di Petain, dove emergevano le contraddizioni, le ipocrisie e i sotterfugi di un paese dal quale La scrittrice si sentiva tradita. Di “Suite francese” saranno completate (almeno per quanto riguarda la prima stesura) giusto le prime due parti (“Temporale di giugno” e “Dolce”), visto che Irène Némirovsky e il marito Michel Epstein non faranno mai ritorno dai campi di concentramento. Miracolosamente le figlie riuscirono a recuperare una valigia di effetti personali appartenuta alla madre e, dopo un’elaborazione del lutto evidentemente molto lunga e dolorosa, decisero di contattare un editore per pubblicare l’ultimo lavoro dell’autrice che nel frattempo era stata quasi completamente dimenticata. Denoël pubblica il libro nel 2004, più di sessant’anni dopo la morte della Némirovsky, e diventa subito un caso internazionale, ridando alla scrittrice il meritato posto fra gli autori del novecento francese. Come si può vedere, una vicenda umana che in epoca di biopic sarebbe il soggetto perfetto per un film; intanto però è arrivata la trasposizione di quella che nel frattempo è diventata l’opera più conosciuta della sfortunata autrice.

Prodotto, tra gli altri, dalla BBC e dai fratelli Weinstein, “Suite Francese” è stato affidato alle mani dell’inglese Saul Dibb, famoso soprattutto per il film d’ambientazione settecentesca “La Duchessa” con Keira Knightley e per la miniserie a tematica lgbt “The Line of Beauty” (dal libro di Alan Hollinghurst), prodotta anch’essa dalla BBC. Meno piatto della maggior parte dei registi di provenienza televisiva (anche se immagino che in molti non saranno d’accordo, considerata la stima di cui godono alcune produzioni da piccolo schermo negli ultimi tempi), ma non dotato di una spiccata personalità, Dibb si avvale dell’abile direttore della fotografia spagnolo Eduard Grau (“A Single Man”) per rendere il film visivamente più interessante e i risultati sono particolarmente felici nelle scene in campo aperto o nella scelta dei macro per scrutare meglio le sfumature attoriali. Per quanto riguarda la sceneggiatura, Dibb e il suo collaboratore Matt Charman, invece, accantonano il corale “Temporale di giugno” per concentrarsi su “Dolce”, evidentemente attratti dalla “relazione proibita” tra un ufficiale della Wehrmacht e la moglie francese di un prigioniero di guerra al centro della trama. Nonostante la vicenda sia ambientata a Bussy (campagna parigina), gli attori sono in prevalenza anglofoni e il doppiaggio in questi casi si rivela utile se non altro nel mascherare questa incongruenza. D’altronde quando hai l’occasione di ammirare un’attrice come Michelle Williams all’opera, passi volentieri su tutto. La protagonista di “Blue Valentine” interpreta Lucille, la giovane moglie che vive con la suocera dispotica (Kristin Scott Thomas, attrice di cui non si dirà mai abbastanza bene ma che qui, anche a causa di un ruolo piuttosto convenzionale, fa rimpiangere la madre diabolica di “Solo Dio perdona”) e che si scopre attratta dall’ufficiale tedesco Bruno Von Falk (il belga Matthias Schoenaerts sempre più interessato a imitare la sua partner in “Un sapore di ruggine e ossa” Marion Cotillard nel portare avanti una carriera internazionale) che le due donne sono costrette ad ospitare in casa. Anche se in teoria dovrebbero detestarsi, Lucia e Bruno hanno molte cose in comune: sono due persone gentili, amano la musica e, cosa che più conta, hanno un bisogno fortissimo di mettere fine alla loro solitudine. I rispettivi coniugi sono lontani e in nessuno dei due casi ci troviamo di fronte a matrimoni particolarmente felici. Nonostante le resistenze da parte di lei, “l’attrazione fatale” fra i due cresce e Lucille, a rischio di perdere la reputazione da parte dei suoi concittadini (neanche loro comunque dei santi), decide di viverla; ma gli eventi cominciano presto a precipitare. I due protagonisti sono stati senza dubbio la scelta più felice di “Suite Francese”; la Williams è ammirevole nel far trasparire le emozioni del suo personaggio, giocando sempre sui mezzi toni e sottraendo. Il risultato è una performance per niente inferiore rispetto a quelle premiate nei grandi festival o acclamate durante la stagione dei premi (spiace in effetti che la decisione di rimandare l’uscita del film le abbia impedito di partecipare ai giochi di quest’anno). La sua abilità nel costruire il personaggio è tale da rendere praticamente inutili gli interventi saltuari della stessa attrice in voce over. Schoenaerts nonostante la sua figura imponente si è già dimostrato in passato capace di rendere credibili personaggi rudi e fragili al tempo stesso, quindi è perfetto per interpretare un ruolo apparentemente minaccioso ma in fondo dolce; inoltre è inaspettatamente elegante nella sua uniforme tanto da rendere comprensibili accostamenti con attori del cinema classico come Fredric March, Anton Wallbrook e Robert Donat.

Coi due amanti in primo piano e avendo a disposizione giusto 107 minuti (e forse qualcuno in più stavolta non avrebbe guastato), gli altri attori hanno poco spazio per emergere, con l’eccezione della già citata Scott Thomas e Ruth Wilson, nei panni di Madeleine, una moglie preoccupata per le sorti del marito Benoit (Sam Riley), personaggio che doveva essere protagonista della successiva sezione del libro, della quale però sono pervenuti solo alcuni appunti. A spiccare in compenso è il cast tecnico che Dibb ha assemblato: oltre al già citato Grau, vanno ricordati i contributi del costumista Michael O’Connor (che per “La Duchessa” vinse l’Oscar), della truccatrice Jenny Shircore e dello scenografo Michael Carlin. La galeotta ed eponima suite francese è opera di Alexandre Desplat, mentre il resto della colonna sonora porta la firma di Rael Jones.
Film medio che non finirà negli annali e che forse non susciterà gli entusiasmi di chi ha amato il libro, anche per via delle numerose libertà che sono state prese rispetto alla fonte (rischio sempre comune con gli adattamenti letterari), “Suite francese” risulta comunque oltre che realizzato con cura anche avvincente e l’amplesso interrotto fra Michelle e Matthias vale da solo più di tutte le scene propinateci da un recentissimo campione d’incassi.

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

Lei è Lucile, affranta moglie di Gaston, partito per il fronte, Angellier è la dura suocera che sorveglia nuora e proprietà in affitto, mentre Bruno è un ufficiale dell’esercito tedesco che verrà a stare da loro avendo la più bella casa del piccolo paese francese. Sullo sfondo, la guerra. Francia e Germania sono in lotta, i tedeschi depredano ed uccidono, si impossessano di case e donne, uccidono per poco. La loro presenza incute terrore. Sul grande schermo una delle più belle storie d’amore di questa stagione cinematografica dove la trama del film si intreccia con la storia dell’autrice. La pellicola è tratta infatti dall’omonimo libro (uscito postumo) della scrittrice Irène Némirovsky che viene arrestata, il 13 luglio 1942, morta ad Auschwitz a soli 39 anni. Di lei rimase una valigia dentro la quale, molti anni dopo, quando finalmente la figlia maggiore Denise Epstein troverà il coraggio di aprire, verrà fuori un manoscritto (sulle note finali potrete vedere scorrere le pagine autentiche). E’ proprio “Suite francese” quello che emerge tra fogli sbiaditi e scarabocchiati, un libro che la scrittrice non riuscì a completare e che ricopierà pazientemente la figlia Denise, tra commozione e sicuramente rabbia. Il lavoro fu poi dato alle stampe nel 2004.

Saul Dibb ne ha tratto un autentico capolavoro narrativo, con Michelle Williams, Kristin Scott-Thomas e Matthias Schoenaerts, distribuito in Italia dalla Videa.

Il film è stato scritto dal regista Saul Dibb (La Duchessa) e Matt Charman (autore di un thriller sulla Guerra Fredda diretto da Steven Spielberg in uscita nel 2016). Il direttore della fotografia èEduard Grau (A Single Man di Tom Ford, nomination ai Goya per Buried), la scenografia diMichael Carlin (nomination all’Oscar® per La Duchessa), e i costumi di Michael O’Connor(premio Oscar®, BAFTA e Costume Designers Guild Awards per La Duchessa). La colonna sonora originale, alla quale ha partecipato con un brano anche il pluripremiato Alexander Desplat, è del compositore Rael Jones.

Conoscere la storia dell’autrice e vedere il film è ricevere una commozione senza eguali. Sul finale, il pensiero della figlia maggiore che riconosce nell’opera diffusa la vittoria della madre su quella morte orribile, la vittoria di una donna che i nazisti non sono riusciti ad uccidere del tutto, ma sopravvive tra quelle pagine oggi sequenza narrativa emozionante ed appassionante insieme.

Irène Némirovsky era nata a Kiev nel 1903 da una famiglia di banchieri di origini ebraiche, visse a Parigi dove appena diciottenne cominciò a scrivere. E’ del 1929 il suo primo romanzo (“David Golder”) che ottenne un grande successo. Irène continuò a scrivere ma le origini che il cognome lasciava trasparire cominciarono a rappresentare un pericolo, costringendola a ricorrere ad uno pseudonimo. Gli editori, temevano infatti di pubblicare i suoi lavori per le possibili e comprensibili ritorsioni che avrebbero potuto ricevere dai tedeschi.

E’ incredibile come la storia raccontata al cinema lasci trasparire il vissuto dell’autrice per quanto riguarda lo sfondo bellico, l’orrore, che ha inteso addolcire unendolo ad una storia d’amore.

E’ un film da vedere come un omaggio da rendere a questa grande donna. Non lasciamo da sola al cinema Irène Némirovsky!

Anna Villani, da “fermataspettacolo.it”

Sono i primi mesi dell’occupazione tedesca della Francia. Nella cittadina di Bussy, la sposa di guerra Lucile Angellier attende in forzata compagnia della suocera, fredda e dispotica, le rare notizie del marito prigioniero. Intanto, Bussy viene invasa dai soldati tedeschi, che prendono alloggio nelle le case degli abitanti. Nella villa di Madame Angellier viene dislocato l’ufficiale Bruno Von Falk. Sulle prime Lucile cerca di ignorare la sua presenza, ma ben presto i due giovani vengono travolti dalla passione.
Il regista Saul Dibb e i suoi produttori hanno deciso di girare in inglese, con interpreti inglesi, una storia pensata e scritta in francese da una scrittrice ebrea nata a Kiev che aveva fatto della Francia la sua patria (e da un suo compatriota è stata tradita e mandata a morire a Auschwitz). Non è possibile considerare accessoria la scelta linguistica, perché è proprio dei francesi che parla il romanzo incompiuto di Irène Nemirovsky, di ciò che la guerra ha fatto loro, ad ognuno di loro, descritto con un pennino da comédie humaine. D’altronde, è una scelta che descrive da sola il tipo di film che Dibb ha confezionato, che si potrebbe riassumere nell’etichetta del “film tratto da un best-seller” che aspira, legittimamente, a replicarne il destino.
In questa cornice illustrativa, dove non sono poche le belle inquadrature e la musica sostiene con misura il ruolo di spicco che le è affidato, la Lucile di Michelle Williams è quello che gli altri francesi non sono più: non è una delatrice, non è un’avida, né un’ingrata. È una donna che resta umana e anzi si schiude veramente solo ora al suo essere donna e creatura umana. Davvero, come recita la battuta più romantica del film, le uniche persone con cui la protagonista e il suo tenente hanno qualcosa in comune, sono l’una per l’altro. Attorno, la guerra ha rotto e corrotto.
Fortunatamente Dibb non stravolge il materiale di partenza e dunque non c’è troppo romanticismo in Suite Francese : l’amore non è felicità, ma solo l’ultimo rifugio della bellezza (di cui la musica del pianoforte è manifestazione e strumento), in un mondo fatto di orrore e perdita della dignità. A sua volta, la bellezza del film è tutta nella serietà e nella solitudine di Michelle Williams, che si porta in faccia quel mistero che ancora avvolge l’ultimo romanzo di Irène Nemirovsky e del quale è doverosamente impossibile venire a capo.
Rispetto a La Duchessa il passo avanti è palpabile: i costumi e lo stendardo tematico non offuscano la superficie principale del film come facevano là, né attutiscono il suo impatto emotivo. Merito, ancora, di un’attrice come la Williams, di cui non è facile dimenticare l’intensità delle espressioni (di Keira Knightley, invece, ricordiamo il cappello).

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

È forse per la curiosa origine e struttura del romanzo da cui è tratto che Suite francese assomiglia molto poco al cinema sul nazismo come Hollywood l’ha canonizzato (e il resto del mondo imitato). Si tratta infatti solo di una parte di un poema sinfonico più grande, ideato da Irene Nemirovsky, pensato in 5 capitoli di cui ne sono stati scritti solo 2 per la sopraggiunta deportazione della scrittrice nei campi di concentramento. Rimasto confinati tra i molti scritti in mano agli eredi fino agli anni ’90, quando sono stati consegnati in blocco ad un istituto, il romanzo (o meglio le 2 parti del poema sinfonico) è stato scoperto. Ora diventa anche film, perdendo qualsiasi riferimento all’opera maggiore incompiuta ma conservando un andamento zoppo che è una benedizione.

La storia è un melò di ambientazione bellica, pensato nella Francia di provincia in cui i tedeschi mantengono l’ordine con pugno di ferro e in cui una ragazza il cui marito è al fronte (ma vive con la nuora) si innamora di un ufficiale nazista, più gentile della media che in lei vede una sua simile, qualcuna con interessi intellettuali, idee e passioni vicine alle sue.
La cosa più forte di Suite francese è come dipinga un piccolo mondo provinciale dall’atteggiamento schizofrenico nei confronti degli occupanti. Odiati e temuti eppure amati nella notte (non solo la protagonista ha rapporti con gli occupanti ma diverse donne trovano in loro gli uomini che la guerra gli ha sottratto), ritenuti inferiori rispetto ai francesi ma mai quanto i connazionali villici, i nazisti di questo film non sono peggiori delle persone che comandano. C’è quindi un assurdo filo che lega Suite francese, nella versione di Saul Dibb, a Fury, il film di David Ayer: qui il melò, là il film di guerra, generi opposti con ritmo e piacere per la violenza opposte ma entrambi provincialmente francesi e determinati a mettere in luce l’identità di nazisti e alleati nel momento in cui si concretizza la guerra (la dominazione e la resistenza).

Se in Fury l’identità è questione di atteggiamento di fronte alla morte (non importa chi siamo, importa come la guerra ci ha cambiato e tramutato in macchine di onore e coerenza), in Suite francese sta tutta nella vigliaccheria. Ad esserne immuni sono solo i due protagonisti e non si può negare l’abilità diDibb nel mettergli intorno un piccolo inferno che dia risalto ai loro momenti di intimità, quelli in cui sembrano Bella e Bestia in un mondo allo sfascio.

A partire dall’abbigliamento e dall’acconciatura per finire fino al portamento Michelle Williams eMatthias Schoenaerts risaltano nel mucchio come gioielli gemelli. Non si presentano, non parlano e non appaiono come gli altri, più regali, più distinti, più elevati si aggirano come mosche bianche, sembrano quasi fratelli tanta è la somiglianza di modi e la differenza con il resto di un mondo in cui, entrambi, vivono loro malgrado e dal quale non sono ben accetti. Due reietti, due “diversi” nel peggiore dei contesti, messi uno contro l’altro, obbligati ad amarsi di nascosto.

Poteva finire malissimo questa storia, cioè nella banalità, invece la mancanza dei successivi capitoli le dona una chiusa in media res che lo avvicina all’irrisolutezza della vita vera.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Francia, 1940. Come il resto dell’Europa, il territorio francese è impegnato nei conflitti della seconda guerra mondiale. La bella Lucile Angellier (nell’incarnato perlaceo di Michelle Williams), dopo aver convolato a giuste nozze – generate forse da interessi più che da sentimenti, si ritroverà ben presto senza marito (partito per il fronte) e sola con la suocera, un’austera ereditiera di ferro determinata a preservare immagine ed economie della sua facoltosa casata. Ma la spiccata sensibilità di Lucile, pur non particolarmente cosciente del mondo di povertà, miseria e morte che la circonda, indurrà la ragazza a rendersi utile – ove possibile – nei confronti dei braccianti e mezzadri attorno a lei che l’inflessibile suocera tratta invece con assoluta freddezza. Eppure, anche la stabilità generata dalle loro ricchezze sarà destinata a vacillare quando nella cittadina di Bussy nella quale vivono, andranno a rifugiarsi tantissimi parigini in fuga dalla guerra. Poco dopo, essendo proprietari di una delle tenute più belle della città, gli Angellier (come da disposizione delle autorità tedesche che hanno preso nel frattempo il comando) dovranno accogliere tra le loro mura il bell’ufficiale tedesco Bruno Von Falk tedesco (Matthias Schoenaerts), impegnato nel lavoro di smistamento di numerose missive contenente voci e ingiurie sulla popolazione locale. A peggiorare le cose contribuiranno le attenzioni rivolte dal bel tenente a Lucile e quella bellissima e ricorrente melodia suonata al piano (Suite francese), l’occhio sempre vigile e giudicante della di lei suocera, e i fallimentari tentativi della ragazza di non farsi coinvolgere emotivamente da tutto ciò che la circonda. Alla fine, però, abbandonata la sua torre d’avorio e il suo stato privilegiato, a Lucile non resterà che sporcarsi davvero le mani e far fronte comune con la gente che – con la sola colpa di esser più sfortunata e indigente – paga quotidianamente per sé e per tutti gli altri.

AMORE E BELLEZZA AI TEMPI DELLA GUERRA

Ormai non si contano più i film che sfruttano/hanno sfruttato lo stato di profonda crisi della guerra, e lo scardinamento di tutte le convenzioni sociali, per muovere riflessioni su cosa significhi la solidarietà, la comprensione dell’altro, lo spirito di sopravvivenza in momenti drammatici e così complessi come quello di un conflitto che miete vittime a raffica e determina regole diverse da quelle normalmente in voga all’interno di una società/comunità. In Suite francese il regista Saul Dibb riflette più che altro su quello che rappresenta, durante un conflitto così insidioso, il progressivo appiattimento di quelle garanzie sociali di norma assicurate alle classi più abbienti. Attraverso il personaggio di Lucile Angellier, ragazza comune ritrovatasi dalla parte dei ricchi più per caso che per scelta, Suite francese indaga la capacità del singolo di aprire gli occhi e ‘costernarsi’ davanti alle atrocità del mondo. Nel film di Dibb, basato sull’omonimo best seller di Irène Némirovsky, il sentimento amoroso legato a doppio filo anche alle affinità musicali dei protagonisti, non ha infatti l’aspetto della solita appendice rosa posta a indorare gli orrori narrati, ma ha piuttosto la funzione di generare una catarsi, una riflessione più ampia tra ciò che è giusto o sbagliato, coscienzioso o meno. Un ragionamento generato anche e soprattutto dal contrasto tra due figure di donne agli antipodi e incarnazioni di mentalità diverse, eppure similmente determinate a seguire – nel bene e nel male – il proprio istinto. Ed è in questo tragitto di ‘autorivelazione’ compiuto soprattutto dalla Lucile della Williams che Dibb rievoca in qualche modo lo smarrimento e la necessità di comprensione sottesi tanto al film quanto al romanzo, portato alla luce da una scrittrice ebrea nata a Kiev, vissuta in Francia e dalla Francia infine deportata ad Auschwitz (dove morì nel 1942). Uno storia toccante e non ordinaria che Dibb non fa scivolare nel sentimentalismo, e che invece man(tiene) – forse proprio in linea con quelle che erano le intenzioni della scrittrice – a fuoco sulla dimensione del conflitto, sociale e reale, all’interno di un mondo di guerra eticamente e strutturalmente allo sbando, ma che ancora in qualche angolo nascosto ancora conserva in sé la magia del bello (le dolci note di quella Suite francese che sarà di fatto una via di fuga dall’abbrutimento circostante).
Saul Dibb adatta per il grande schermo l’omonimo capolavoro di Irène Némirovsky, Suite francese. Storia ambientata nella Francia della seconda guerra mondiale che narra il conflitto attraverso la prospettiva della Lucile di Michelle Williams, giovane ragazza ritrovatasi in una posizione privilegiata dalla quale dovrà lentamente emanciparsi. Una storia di sentimenti e donne a confronto sullo sfondo di un conflitto tragico che traccia il percorso di una presa di coscienza femminile nei confronti di una precisa epoca storica e dimensione sociale. Una voglia di comprensione (di sé stessi e dell’altro) che probabilmente ripercorre ciò che era nelle intenzioni narrative della Némirovsky, e che si regge sull’ottima interpretazione della Williams, coadiuvata da una sempre ‘funzionale’ Kristin Scott Thomas.
VOTOGLOBALE6.5

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

Suite Francese è un film tratto dal romanzo omonimo di Irène Némirosky, morta a Auschwitz nel 1942 che, dimenticato per 60 anni, viene  recuperato dalla figlia ed edito. Il romanzo ottiene un grande successo e diventa un best sellers nel genere romantico storico. Le premesse sono molto interessanti, perché la visione di una ebrea che vive personalmente l’ esperienza della invasione tedesca  nella provincia francese, che non riesce a finire il romanzo perche viene deportata, non sono prevedibili nello stile e nel tocco che dà alla storia. Detto ciò, dobbiamo anche valutare il film che sicuramente è struggente come il romanzo con il suo particolare romanticismo e che riesce a trasmettere con sincerità tutto quello che l’autrice del romanzo volle comunicarci. La protagonista Michelle Williams (Lucille Angelier) è francese e si innamora di Bruno (Mathias Schoenaerts) un ufficiale tedesco che viene assegnato alla sua casa dove abita con una zia alquanto dispotica (Kristin Scott Thomas). Grazie alla musica riescono a comunicare e a fidarsi l’una dell’altro, quasi a dirci che la musica è un linguaggio universale che può unire le persone e i popoli anche in guerra. É sicuramente un messaggio di grande comprensione e non di odio, come sarebbe prevedibile da chi viene braccata da un regime senza scrupoli e senza pietà. Il film è ben diretto e gli attori sono all’altezza del ruolo con un tocco leggero e non stereotipo dei ruoli. Si percepisce nettamente  la morale dell’autrice che vuole dirci come gli uomini vengano corrotti dalla guerra nonstante in fondo siano uguali e amano le stesse cose. A differenza di tanti film sulla seconda guerra mondiale e sulle vicissitudini del popolo ebraico, che nel film non viene paticolarmenìte sottoliniato, si percepisce una freschezza nel racconto che tocca i valori universali dove l’odio e le diversità vengono superate dall’amore. Il ritratto positivo che l’utrice ci fa di Bruno è sicuramente un gesto di comprensione se non di perdono verso chi ha  espresso tanto odio verso un popolo che sicuramente non lo meritava. Un po come in tutte le storie d’amore classiche della letteratura dove l’amore trionfa a dispetto delle diversità e dalle avversità della società e della storia, ma in questo caso si percepisce nettamente come non sia solo lettreratura, ma esperienza profonda. Il film è girato in inglese e tedesco per motivi di distribuzione, ma sarebbe stato più giusto girarlo in francese e tedesco  per rispettare l’autenticità, ma purtroppo ci avviamo oltre che al pensiero unico anche alla lingua unica.

Rossella Smiraglia, da “ilprofumodelladolcevita.com”

 

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