Suburra

suburra poster

 

All’indomani delle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, eccoci a vedere in anteprima Suburra, uno dei titoli italiani più importanti della stagione. Un simile tempismo, evidentemente al di là della portata degli autori, rappresenta in fondo una sorta di sigillo, per chi a certe cose ci crede. Quantunque il film esca fra poco meno di una settimana, vi possiamo assicurare che fa strano assistere ad un ritratto come quello di Stefano Sollima mentre l’attualità registra l’epilogo di almeno un capitolo, brutto, della storia recente di Roma.

 Suburra, un titolo di per sé eloquente, che allude a miseria, sporcizia, immoralità. La stessa che nel film la pioggia lava cadendo copiosa, perché in fondo il lungometraggio di Sollima veicola un messaggio a suo modo positivo, malgrado non in linea col cinismo generale dell’opera. Un cinismo che, guardando ai fatti, sembra addirittura contenuto, perché cambieranno nomi, situazioni e quant’altro, ma le cose stanno così, nulla di nuovo sotto il sole.

Riappropriandosi, per chi avesse nutrito qualche dubbio, dei toni della serie Gomorra, tendenti a mostrarci quanto più vividamente possibile il sottobosco della malavita, qui immancabilmente intrecciato con la politica, la finanza e finanche il Vaticano, sebbene l’entità più presente e visibile sia proprio la prima: senza eccedere nel riportare certi meccanismi e dinamiche relativi all’attività politica di quel livello, ché il rischio di cadere nel cliché o anche solo finire con un’inefficace ancorché solleticante denuncia non valeva la pena.

No, la criminalità è il fulcro di Suburra, nelle sue diramazioni odierne, che passano anzitutto da persone prima ancora che organizzazioni; queste, pur essendoci, vengono a malapena nominate, perché dietro di loro ci sarebbe poco materiale per drammatizzare una vicenda che, per l’appunto, è prettamente umana. E si ritorna al titolo del film (capite quanto è azzeccato?) anche in relazione a quella pesante cappa da basso impero che aleggia per tutto il film. Nella zona di Ostia è prevista la realizzazione di un progetto di proporzioni enormi, una sorta di Las Vegas romana. Le forze in campo affinché il tutto proceda e vada a buon fine sono trasversali e, come già accennato, partono dal basso delle bande criminali romane coinvolgendo politici, i quali hanno il compito di garantire il buon esito in Parlamento, investitori internazionali, coinvolti a livello economico, ed in generale chiunque abbia voce in capitolo in corso d’opera.

È tremenda una tale convergenza d’intenti, che unisce sotto lo stesso tetto storie e personaggi i più svariati; ma tutto ciò ha un costo, ovvero l’equilibrio forzato. Il «samurai» (Claudio Amendola), forte della propria posizione e nomea, viene scelto quale garante: spetta a lui appianare ogni divergenza, provvedere alle esigenze del progetto, costi quel che costi. In mezzo, un cast strepitoso (in cui spicca, senza voler fare torto ad alcuno, la prova dell’eccezionale Alessandro Borghi, già notevole in Non essere cattivo di Caligari), che, insieme all’asciutta ma solida regia di Sollima, riescono ad impreziosire sul serio un film su cui si può forse nutrire qualche riserva in termini di sceneggiatura, se non altro perché non allo stesso livello delle componenti appena citate.

Certe uscite, dunque, certe linee di dialogo, a momenti rischiano di ledere l’atmosfera di un film che si riscopre tale proprio quando vengono tirate fuori certe frasi ad effetto. Ma vabbè, derive a parere di chi scrive perdonabili, poiché Suburra rimane un’opera rara nel panorama nostrano, curato, incalzante – a tratti pure troppo, per via del seppur splendido tema musicale, che è praticamente sempre lo stesso brano, quello del trailer. Con le sue sparatorie, poche e ben dirette, i suoi continui campo e controcampo che di fatto portano via buona parte del film. Senza infilarci dentro chissà cosa, lavorando anzi quasi per sottrazione, Sollima descrive in maniera credibile un contesto il cui squallore è superato solo dalla realtà.

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Senza lezioni, o false speranze, malgrado, come scritto in apertura, la chiusa possa essere letta in positivo, con quella implicita dichiarazione per cui in un mondo del genere, semplicemente, non esistono intoccabili. Piacerebbe davvero crederlo. Resta il fatto che, anche per la fortuita ma significativa sovrapposizione alla cronaca delle ultime ore, si avverte il peso di un progetto che ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Centrato, non privo del giusto mood, sarebbe addirittura potuto essere ancora più imponente con una scrittura più incisiva.

Ma come già evidenziato, Suburra è un film di personaggi, maschere di altrettanti vizi che ammorbano la Capitale, e con lei il Paese tutto, fuor di alcuna metafora, s’intende. Spietato, crudo, senza addolcimenti di sorta; riuscire ad essere tutte queste cose senza sfociare nel moralismo o giustizialismo da quattro soldi, è un traguardo che dubito altri sarebbero riusciti a raggiungere, scegliendo peraltro di optare per un film praticamente di genere. Ed infatti preparatevi, perché senz’altro c’è chi avrà da ridire in questo senso. Ma se anche stavolta il politicamente corretto avrà la meglio, pazienza… vorrà dire che Suburra avrà avuto ancora più ragione, malgrado sé stesso, e che questa fase terminale, una volta di più, è proprio meritata.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

L’opera seconda di Stefano Sollima conferma le doti di un regista quasi unico nel panorama italiano contemporaneo. Suburra è un noir ipercinetico e denso, fradicio di umori, che racconta la Roma di oggi, tra malavita e neo-fascismo.

Pioggia nera

Nell’antica Roma, la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità segretamente si incontravano. Dopo oltre duemila anni, quel luogo esiste ancora. Perché oggi, forse più di allora, Roma è la città del potere: quello dei grandi palazzi della politica, delle stanze affrescate e cariche di spiritualità del Vaticano e quello, infine, della strada, dove la criminalità continua da sempre a cercare la via più diretta per imporre a tutti la propria legge. Il film è la storia di una grande speculazione edilizia che trasformerà il litorale romano in una nuova Las Vegas. Per realizzarla servirà l’appoggio di Filippo Malgradi, politico corrotto e invischiato fino al collo con la malavita, di Numero 8, capo di una potentissima famiglia che gestisce il territorio e, soprattutto, di Samurai, il più temuto rappresentate della criminalità romana e ultimo componente della Banda della Magliana. Ma a generare un inarrestabile effetto domino capace di inceppare definitivamente questo meccanismo saranno in realtà dei personaggi che vivono ai margini dei giochi di potere… [sinossi]
Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
– Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna…
– je disse er Sorcio ricco – Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co’ li fiocchi! una cuccagna! –
L’intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde ‘na trappola anniscosta;
– Collega, – disse – cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi…?
– Macché, nun c’è paura:
– j’arispose l’amico – qui da noi
ce l’hanno messe pe’ cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t’acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so’ fatte pe’ li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!
Trilussa, Er sorcio de città e er sorcio de campagna (1914)

Sono passati cento anni dalla pubblicazione di Er sorcio de città e er sorcio de campagna, una delle poesie più caustiche di Trilussa, ma la conclusione sembra ancora raccontare Roma con una certa precisione, al di là di ogni retorica: anche oggi le trappole della società sono preparate per i “micchi” (gli idioti), ed è sempre più vero che a finirci dentro sono i “sorcetti poveri”, non certo quelli ricchi. Chissà cosa penserebbe oggi Tarquinio Prisco nell’apprendere che la Cloaca Maxima, la mastodontica opera di “ripulitura” della città che portava le acque sporche dalla Suburra fino al Tevere attraversando l’Urbe, è diventata sinonimo dispregiativo di Roma. Chissà cosa penserebbero Giulio Cesare e Marziale nello scoprire che il luogo in cui abitarono, la Suburra, è ora utilizzata come metafora del traffico illegale, dello scambio di favori sottobanco, della criminalità che si cela sotto la magnificenza – strutturale – della capitale.
Suburra, che era il quartiere più popoloso e popolano di Roma, dove l’umore del popolo riusciva a raggiungere ancora i seggi del senato, è ora l’immagine di una città inondata, sbandata, abbandonata al proprio destino. Inondata come la livida Roma descritta da Stefano Sollima nel suo ritorno alla regia cinematografica, a tre anni di distanza da A.C.A.B. – All Cops Are Bastards; già nella storia dei celerini Sollima aveva messo a fuoco una città inospitale, fredda, grondante umori tra i più detestabili (a partire dalle simpatie fasciste dei protagonisti), smarcandosi dall’immagine stereotipata, pressoché standard, che il cinema italiano rimanda di Roma.

Quella Roma dalla dominante bluastra sprofonda nel nero soffocante di Suburra. Il nero della pioggia che anticipa l’Apocalisse, il nero dell’animo di persone/personaggi privi del benché minimo scrupolo, il nero che lega il politico Malgradi e il criminale Samurai, entrambi ex-Nar, come l’amico di un tempo appena uscito di prigione, il camerata che gli anni in gattabuia se li è fatti mentre fuori i suoi sodali iniziavano a spartirsi la torta. Ora che è fuori, una fetta la vorrebbe anche lui, ma ci pensa una provvidenziale automobile a fargli rivedere questa ipotesi. Per sempre. “Sei stato tu?”, chiede Malgradi a Samurai, ma la risposta la conosce già. “È stata Roma”. Un botta e risposta facile, retorico. L’inevitabile retorica di chi ha già tutto sotto controllo. L’odiosa retorica di chi non ha più di che sorprendersi. Neanche la rinuncia del Papa al pontificato potrebbe far sgranare gli occhi fuori dalle orbite a Samurai, uno che per mestiere lo Stato se lo porta a spasso nel taschino dopo aver giocato a fare la rivoluzione fascista attentando allo Stato. Il suo è il personaggio meno scritto (o peggio scritto, il risultato non cambia) di Suburra, quello più codificato e “banale”, perché non può essere che così. È l’uomo-ovunque, che si cela nell’ombra ma tutto manovra. L’occulto gestore di un gioco pericoloso. È la chiave diSuburra, ma non ne rappresenta in alcun modo il centro nevralgico.
A Sollima interessa più che altro lo zoo umano che gravita attorno a quest’asse: il nevrastenico Malgradi, che vorrebbe fare il gradasso con la sua croce celtica al collo ma alla Camera è manovrato da chiunque, disprezzato dai colleghi di partito, tenuto in scarsa considerazione dall’assemblea parlamentare. Si può rifare solo sulle prostitute che porta in albergo ogni notte, ma anche quando qualcosa va storto non ha la minima idea di quel che deve fare. E ne paga le conseguenze… Quasi tutti i personaggi descritti da Bonini, De Cataldo, Petraglia e Rulli vorrebbero alzare la voce, ma preferiscono tenerla bassa, se questo vuol dire far parte del giro d’affari che dovrebbe investire il litorale romano. Sono gli insubordinati, i cani sciolti come lo “zingaro” Manfredi Anacleti – sorprendente l’interpretazione di Adamo Dionisi, che qualcuno ricorderà in Good Morning Aman di Claudio Noce – o l’eroinomane Viola, a mandare all’aria la prassi, improvvisando. In un sistema che è un circuito chiuso, l’improvvisazione rischia di diventare bomba. E una bomba non è mai facile da gestire.

Per quanto cerchi di incastrare tutto, in un meccanismo congegnato alla perfezione, non è la sceneggiatura il punto di forza di Suburra. Anzi, a volerla spogliare strato per strato, non c’è dubbio che si possano trovare forzature o incongruenze. E c’è chi, nell’universo critico, si è già divertito a farlo, a pochi minuti dalla fine dell’anteprima stampa. Certo, se da un punto di vista mediatico la casuale convergenza tra un film che parla del degrado di Roma e la squallida vicenda che ha visto il Campidoglio al centro del dibattito – e della ciarla – politica può favorire il risultato commerciale del prodotto, dall’altro grava gli sguardi di chi vi si avvicina, li incattivisce, li distoglie da ciò che dovrebbero davvero vedere. Suburra è senza dubbio un film politico, ma lo è nell’accezione più libera e ampia del termine. Racconta gli intrallazzi in atto tra governo di centro-destra, un sindaco fascista e la criminalità, ma lo fa senza mai rinunciare al racconto popolare. Come il tanto vituperato Romanzo criminale di Michele Placido, anche Sollima sceglie la via della narrazione attraverso il genere, e non abdica mai – rispetto a certe deviazioni del percorso operate da Placido nel suo film – da questo diktat.
Oggi come quarant’anni fa in molti preferirebbero che il cinema di genere rimanesse nel suo cantuccio, senza permettersi sguardi d’insieme o fotografie della “realtà”. Finché Sollima si preoccupa di mettere in scena quattro celerini tutto va bene, quando invece alza il tono del discorso, e allarga la visuale, qualcosa inizia a non tornare. Nelle comodità del cinema italiano, chi in questi ultimi anni ha osato mettere in scena l’orrore di una nazione caduta nel baratro dell’illegalità, del pressapochismo politico, del gioco di potere? Anche nei suoi istanti più ispirati, o di maggior successo, la produzione italiana ha preferito languire su terrazze intellettuali, guardando lo sporco tracimare sotto di lei senza mai sporcarsi le mani. Sollima immerge il suo film nell’acqua che esce dai tombini intasati, non si priva di nulla, non lascia fuori campo per scelta nulla.
Perché una cinematografia che per pudicizia (a volte; più spesso per convenienza) relega tutto fuori dalla messa in quadro, può essere presa d’assalto solo in due modi: o radicalizzando ancora di più l’estetica, uscendo una volta per tutte dal quadro e astraendosi, oppure tirando dentro tutto ciò che si può “vedere”. Suburra non lesina in sparatorie, accoltellamenti, minacce di morte, pestaggi. Favino nudo, sotto la pioggia, che urina sulla città dal balcone d’albergo è un’immagine che può disturbare, può perfino schifare lo spettatore (e il critico), ma forse in questo momento è utile. Doverosa. Là dove lo script si muove strizzando l’occhio alle dinamiche di molti serial televisivi – non ultimi 1992 o, ancor più, Romanzo criminale e Gomorra – Sollima reagisce con una regia pienamente cinematografica, per ritmo e costruzione delle sequenze.
Negli anni Settanta coloro che sarebbero poi diventati gli “eroi del poliziottesco” (per quella stanca abitudine di riconoscere il valore solo nel post-mortem) venivano dileggiati, accusati di “fascismo”, trattati come reietti del cinema. Oggi si rischia di commettere lo stesso errore. A volte per pudicizia, più spesso per convenienza.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

Leggendo in giro quel che trapelava da spifferi indiscreti della produzione, si apprendeva che Suburra – che suona come Gomorra ed è un caso anche se non è un caso, perché il libro omonimo preesiste alla serie omonima – era un film sul Potere e su Roma. Fosse mai stato una versione 2.0 di Caligola? Nella realtà fenomenica, Suburra è un film sull’Apocalisse, così come quasi tutto il buon cinema, è cinema che tratta – in senso figurato, ma nemmeno poi tanto – la fine dei tempi. Il buon cinema noir, mi sono scordato di aggiungere, ma forse si potrebbe rischiare di non specificare. Perché il buon cinema è sempre apocalittico. Nel senso che danza sul ciglio dell’abisso, dove poi sceglie di piangere o di ridere o di sparare o di scopare. Non importa.Stefano Sollima che dedica il film a suo padre, ci racconta, via il romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, dei giorni del 2011, sei per l’esattezza, antecedenti l’Apocalisse, che dei cartelli a nero definiscono proprio come tale. Su Roma incombono la rinuncia del Papa al suo incarico e quella del presidente del consiglio al suo. Le cose sono sul punto di crollare e nessuno ancora lo sospetta. Non lo sospetta un politico della maggioranza (Pierfrancesco Favino), intrescato in un grosso affare speculativo sul litorale di Ostia, ilWaterfront – che preconizza il merdaio di Roma capitale. Il romanzo era uscito un anno prima che si scoperchiasse la cloaca – e, più prosaicamente, fottuto da un ricatto collegato a una ragazzina che durante un’orgia a tre con una escort di lusso (Giulia Elettra Gorietti) c’è rimasta secca per della droga. Favino s’è dato ma quello che ha aiutato la escort a sbarazzarsi del cadavere, s’è fatto venire in capo di ricattare il politico.

La slavina comincia a rotolare da qui. Da quando il politico usa un picchiatore (Alessandro Borghi: rasato, tatuato, con la barba) per sistemare chi lo ricatta, ma quello eccede e, anziché intimidirlo, lo sgozza. Si dà però il caso che il morto appartenesse a una famiglia di zingari-romani, potenti e violenti come i cani da combattimento che allevano. Del tipo di quelli che fanno i funerali gettando le rose dagli elicotteri. E questa bella gente parte a testa bassa per la vendetta. Serve dire che un PR amico della escort (Elio Germano) viene preso nel gorgo che si sta generando. E così pure la donna, tossicomane, del picchiatore, interpretata dalla magnifica Greta Scarano – oggi sugli scudi nel noir italiano (vedi Senza nessuna pietà, anche lì con Favino). E c’è poi Claudio Amendola, che qui tutto sembra fuorché Claudio Amendola, nella parte del Re di Roma, l’anello di grande congiunzione tra criminalità e politica, che biograficamente sarebbe il figlio del Nero di Romanzo criminale – ed ex Nucleo armato rivoluzionario insieme a Favino.
Stefano Sollima giostra la fiera degli orrori che si scatena da questo intrico, con il suo stile ferreo e pulito che illustra benissimo l’eccesso senza eccedere esso stesso, senza voler strafare, mantenendo la giusta distanza. Cambiato quel che c’è da cambiare, Sollima padre faceva lo stesso. Gli diamo il massimo del punteggio, perché è il miglior Sollima fino a questo punto, il miglior noir che si sia visto in Italia dai giorni di Arrivederci amore ciao, perché è capace di un colpo di coda scorpionesco davvero sublime e perché dopo 130’ di durata se ne vorrebbe ancora – voto esaudito perché è di queste ore la notizia che Suburra diventerà la prima serie italiana prodotta da Netflix. La scena dell’agguato al centro commerciale, poi, dovrà finire un giorno o l’altro sui manuali di regia.

Davide Pulici, da “nocturno.it”

 

 

L’inferno è una pozza stagnante che si nutre di se stessa, un luogo statico in cui si ripetono tormenti terribili senza possibilità di riscatto o via di fuga e la Suburra ne è un degno esempio terreno.

Nell’antica Roma era appunto il quartiere dove potere e criminalità si incontravano e tenevano le fila del loro delicato equilibrio. Oltre duemila anni dopo, quel luogo esiste ancora ed è il mondo dove Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), politico corrotto, Numero 8 (Alessandro Borghi), capo di una famiglia criminale che gestisce il territorio di Ostia e Samurai (Claudio Amendola), ultimo, temutissimo componente della Banda della Magliana, s’incontrano nella loro corsa al potere a ogni costo.

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Il noir metropolitano di Stefano Sollima, che si dimostra uno dei rari registi capaci di raccontare la crudeltà costitutiva dell’uomo senza scomodare retorica e giudizio, è un film che scuote perché ci priva dell’anelata redenzione. Siamo nel novembre del 2011 e su Roma si abbatte l’apocalisse: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il capo della cristianità si dimettono, facendo sprofondare la città su se stessa.
Quella di Suburraè una Roma tetra e piovosa, dove una notte eterna la fa da padrona soprattutto nelle anime dei suoi protagonisti, vinti dalla loro stessa vita, che non è altro che una tensione all’ambizione cieca e alla sopravvivenza. Il film di Sollima racconta storie terribili, fatte di umana malvagità e grettezza, che schiaccia al suolo i suoi personaggi, senza la possibilità di sollevarsi né di ricevere il colpo di grazia. Perennemente sull’orlo del baratro, non incoraggiano l’empatia dello spettatore e non vengono giudicati in alcun modo, eppure riescono a tenerci ipnotizzati per oltre due ore, merito di una scrittura minuziosissima e del lavoro enorme sugli attori – che traspare in ogni sequenza- e conferisce un realismo agghiacciante, se pur calato in una sorta di dimensione surreale della realtà quotidiana. Opera dal carattere marcatamente simbolico, fa di Roma stessa un personaggio. La città diventa qui una reale entità immortale, che brucia e rinasce continuamente dalla proprie ceneri, portando con sé i più deboli.

Attesissimo, Suburra supera le aspettative, regalandoci immagini fotograficamente bellissime nella loro turpitudine e un racconto di vita che difficilmente abbandonerà lo spettatore, chiamato all’appuntamento terribile con lo specchio e le tremende verità che esso fa affiorare.

In uscita nelle sale italiane il 14 ottobre, è uno dei rarissimi film italiani in grado di portare sullo schermo una storia tutta italiana, eppure universale, come solo la vera narrativa sa fare, indicando la via alle prossime produzioni nostrane.

Dalila Orefice, da “cinefilos.it”

 

 

Non sono i veri fatti di cronaca a rendere Suburra un argomento di discussione. Potevano esserlo prima dell’uscita del film nei cinema, perché i media cercano appigli con la realtà con la stessa foga con cui un neonato ha bisogno del ciuccio. L’uscita in libreria di qualche anno fa del libro di De Cataldo e Bonini da cui è tratto già precedeva i fatti criminali e corruttivi di Roma Capitale, venuti a galla successivamente. Suburra deve far parlare di sé per una cosa sola: il grande cinema che rappresenta, visivamente senza ombra di dubbio, e implicitamente raccontando una storia fruibile a livello locale e internazionale che valica i confini del suo stesso periodo storico.

Stefano Sollima possiede un sesto senso che non ha nulla di paranormale. Il suo è un senso per il cinema che emerge dalle immagini, riempite di autenticità, atmosfera, geometria visiva e grandi interpretazioni da parte degli attori che dirige. Suburra è una lezione per chi desidera capire quale sia il lavoro di un regista, è un’opera in cui si percepisce la presenza di una mente, di una mano che dirige il traffico artistico, una mano che esige e che nutre contemporaneamente. Si capisce che Sollima sia uno spettatore severo e come tale voglia fare film che superino indenni il suo giudizio. Ma oltre alla tecnica, le sue più grandi virtù sono la sensibilità e l’intelligenza con le quali dirige i suoi attori. Così di Suburra si discute anche di quanto l’intero cast sia riuscito a rendere memorabili i personaggi del film, tutti negativi.Pierfrancesco Favino, Elio Germano e Claudio Amendola, soprattutto quest’ultimo, mettono verità ed esperienza nelle rispettive personalità deviate che interpretano. Allo stesso modo bisogna applaudire Greta Scarano, Alessandro Borghi, Giulia Elettra Gorietti e Adamo Dionisi, altrettanto ottimi dovendo dar vita a personalità ancor più deviate.

La scena che introduce il politico Malgradi, interpretato da Favino, è sufficiente per capire la potenza di una messinscena che duplica la forza dei contenuti, senza piegarsi a un adattamento narrativo ma reinterpretandolo con gli stilemi propri del cinema di genere. E allora piove. Piove molto su questa Roma criminale dove regnano i peggiori rappresentanti della razza umana, ma la pioggia non “lava via le memorie dai marciapiedi della vita” come dicevaWoody Allen. La metafora di Suburra è eloquente e opposta. La pioggia intasa i tombini che rigurgitano la melma e in questo senso il film ricorda il circolo vizioso al quale la razza umana è condannata: il male è passato, il male è presente, il male è futuro. L’avidità non ha estrazione sociale, non ha cultura, non ha sazietà e corre lungo un filo che unisce gli scranni del potere, dentro e fuori le istituzioni. Suburra racconta una Roma contemporanea, ma può essere quella antica o medievale e, soprattutto, può essere una qualunque altra città con i tombini otturati.

L’unica debolezza del film è la prevedibilità. La crime story che racconta crimini e corruzione innesca un’escalation di eventi non difficilmente anticipabili. La sceneggiatura dei luminari Rullie Petraglia è tanto grandiosa nel saper asciugare personaggi e situazioni, quanto esile nei colpi di scena. Questo non è sufficiente in ogni caso a intaccare la visione di Suburra, un’esperienza cinematografica di alto valore tecnico/artistico e di grande impatto ancora troppo rara nel cinema italiano.

Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

 

 

Sollima parte dai luoghi, ha i piedi piantati nelle location e sono quelle la sua arma prediletta. Lo faceva per esigenza di copione e di ambientazione in Romanzo Criminale, lo ha fatto con i posti iconici in cui si svolge ACAB e ha cominciato a trasformare questa tendenza in qualcosa di più complesso ed elaborato in Gomorra – La Serie.

Ora in Suburra i luoghi sono tutto quello che conta, ciò che vi accade dentro è una buona storia di genere che mette alcune tipologie umane rivelate dalla cronaca in un intreccio da perfetto poliziesco (dei pesci piccoli si immischiano non volendolo in un grande piano di spartizione soldi tra politica e diverse cosche mafiose, scatenando rancori, faide e un’inarrestabile serie di vendette). Il contenuto insomma è perfetto, rigoroso, appassionante ma sono i posti che rendono il film perfetto, è tutto ciò che sta dietro l’azione che in questo film crea quel senso ulteriore che qualsiasi buon film dovrebbe aspirare ad avere.

Suburra inizia (e finisce) sotto una pioggia terribile, quasi irreale, in una notte in cui un montaggio alternato a maglie e tempi dilatati (espediente che Sollima adora e che come può utilizza, specie quando la tensione sale) mostra le aule della politica e poi gli interni di un hotel di lusso in cui si consumano sesso, droga e morte fino terminare su un’inquadratura di Piazza del Popolo dalla terrazza mentre la politica letteralmente piscia sulla città. Vediamo un intero stabilimento balneare bruciare sotto la pioggia, qualcuno sta massacrando di botte qualcun altro, ma dietro c’è un inferno di fiamme, la vera violenza che non guarda in faccia a niente e non teme nessuno. Vediamo poi una festa in una villa romana che pare La grande bellezza, ci sono pr e escort, ma soprattutto luci, proiezioni e balli. Infine negli interni del Vaticano, a metà tra opulenza e minimalismo, il Papa confessa qualcosa di terribile ad un prete. Ci sono tutti, manca solo la gente, e quando compare tutta insieme in una scena di massa fa un rumore assordante perchè lì è evidente che nessuno se ne interessa, semplicemente non esiste.

Suburra è un film che conquista tanto con gli esterni quanto con le case e con gli interni, perchèSollima sa che un film di genere è fatto di scene che si ripetono, di momenti che abbiamo già visto (qualcuno viene minacciato, qualcuno spara a qualcun altro, qualcuno muore, due persone fanno sesso…) in grado di acquistare senso se il contesto in cui li vediamo questa volta li aiuta a trovarne uno. C’è l’abitazione della grande famiglia mafiosa zingara di Roma che è un’invenzione straordinaria, un piccolo mondo infame di provincia, tutto oro e opulenza, in cui lo squallore si vive tutti insieme. Boss, donne, figlie e figli piccoli tutti negli stessi ambienti come fosse Natale. Nel salottone ricco le donne apparecchiano sullo sfondo, i ragazzini tirano un pallone attraverso le inquadrature, entrano ed escono correndo, e in primo piano un uomo sul divano estrae un coltello all’improvviso blocca la sua vittima e glielo mette alla gola per farla parlare. Non è più una minaccia, è un mondo di violenza ordinaria, di famiglia nel senso più stretto, la minaccia è solo la punta.

Ma ancora ci sono le scene ad Ostia in cui Greta Scarano e Alessandro Borghi vivono come una tribù remota uscita da Il trono di spade, lontani da tutti, con i piedi in acqua anche d’inverno, nascosti nelle baracche dei pescatori o a loro agio in una casa con vista dritta sul mare. Posti incredibili che dicono qualcosa di nuovo su personaggi eterni, boss di quartiere in ascesa radicati sul territorio oppure i nomadi, come il Samurai, che sembra non rispondere a nessuno e non avere nessuno sotto di sè, si muove in moto senza scorta ma è il più potente di tutti. Chi ci vuole parlare lo trova nel bar di un benzinaio squallido ma di solito è lui a spostarsi. Tra questi luoghi poi si inserisce un trionfo di solarium, supermercati, uffici in centro e garage e tutto sembra avere un senso grazie a loro, fino all’apoteosi. Le ultime scene a casa del Samurai. Lì si trova un film a parte, in quella casa, in chi la abita, come e con chi.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Il cinema che gira attorno a Stefano Sollima – ma anche la serialità – ha innanzitutto questo vantaggio, il monopolio produttivo su un genere e un immaginario, la totale assenza di rivali. Sollima fa noir territoriali, cioè pensa a un luogo e racconta come il crimine lo trasfigura, dopodiché opera una seconda trasfigurazione, quella pura del cinema, definendo il proprio stile.

Tutto questo è molto prezioso, perché è chiaro che se conGomorra e ora Suburra stiamo rimettendo il naso fuori dai nostri confini e sfondando oltreoceano (Netflix distribuirà il film in tutto il Nord America, e produrrà una serie ispirata al libro), se attirano l’attenzione anche dei non cinefili, è perché oltre alla capacità di maneggiare i meccanismi del thriller – e in Suburra c’è una sparatoria al supermercato che non stonerebbe in un bel poliziesco francese o di Hong Kong – ci sono dentro anche un’idea della società e la sua cronaca, che è poi l’unico modo per evitare quelle imitazioni un po’ patetiche del cinema americano che ingolfano da anni le nostre produzioni indipendenti.

In questo caso la storia coinvolge un parlamentare di destra (Pierfrancesco Favino), il capo di un clan malavitoso di zingari (Adamo Dionisi) e un di gangster di Ostia (Alessandro Borghi), che ha il controllo operativo su una lunga fetta di litorale che dovrebbe essere trasformata in una specie di polo del gioco d’azzardo. Poi c’è un ometto meschino (Elio Germano), un organizzatore di feste ed eventi, che resta immischiato nella partita criminale suo malgrado ma finisce per fare delle cose terribili. E un misterioso burattinaio chiamato Samurai (Claudio Amendola), uno che organizza la convivenza delle famiglie malavitose che operano su Roma, e tiene in comunicazione Stato, Chiesa e Mafia.
Tra questi personaggi, senza addentrarsi nei particolari, si crea una situazione di crisi, un tutti contro tutti che terminerà solo quando si sarà trovato un nuovo equilibrio di poteri.

Ecco, se pure Suburra ci piace, rimane forse la storia più “naturale” raccontata da Sollima, ci sono cioè più svolte obbligate qui in due ore che in tutta la prima stagione di Gomorra. Questo ne fa un racconto di genere più tradizionale, e forse è il complimento migliore che si può fargli, perché è proprio questo che manca in Italia: professionisti con una chiara idea di cinema e una produzione forte alle spalle che non si vergognino di fare il genere puro (è la sensazione che danno invece film come Perez o Anime Nere). A sparigliare un po’ le carte ci pensano comunque i due personaggi femminili, forse marginali e forse no, una escort e la donna del gangster: riempiono di umanità il film quasi da sole.

Poi ci sarebbe la questione dello stile, con questa Roma notturna e piovosa, “al neon”, che è un’evoluzione della Napoli di Gomorra, e comincia ad assomigliare alle città violente di Refn.
Sollima deve stare attento a questo, a restare sempre attaccato alle storie e ai personaggi, come in Suburraaccade molto bene quando l’intreccio inizia a svolgersi, dopo una prima mezz’ora appesantita dai formalismi di uno che sa di essere bravissimo e si diverte, ma che se diventa “troppo autore” rischia di farci preoccupare.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

 

 

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