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Short skin

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Edoardo, adolescente schivo e impacciato, soffre di fimosi, una malformazione del prepuzio che non permette la corretta scopertura del glande, precludendogli qualsiasi piacere sessuale. L’imbarazzo e il timore della (semplice) operazione che potrebbe risolvere il problema lo hanno sempre portato a evitare qualsiasi approccio erotico. Ma la situazione si complica nell’estate dei suoi 17 anni, quando tutti intorno a lui sembrano parlare solo di sesso: dal sodale compagno Arturo, alla disperata ricerca di una ragazza con cui perdere la verginità, fino alla sboccatissima sorellina Olivia, risoluta nel voler trovare una compagna persino al cane di famiglia. I sobbollimenti amorosi per l’incantevole Bianca e per la procace Elisabetta spingeranno Edoardo ad affrontare finalmente le proprie paure.

Presentato in anteprima a Venezia 71 e Berlino 65, “Short Skin” segna l’esordio nel lungometraggio di Duccio Chiarini, fiorentino di nascita ma dal curriculum internazionale. Il giovane regista si è infatti formato alla London Film School (come Ginevra Elkann, che qui produce e distribuisce con la sua Good Films) e il suo debutto è stato realizzato nell’ambito di Biennale College, un prestigioso programma di sviluppo che premia le migliori opere prime e seconde provenienti da tutto il mondo.
Sarà forse per questo che “Short Skin” si staglia nettamente dal novero delle altre commedie italiane contemporanee. Non ha niente a che fare con la comicità sguaiata e triviale dei cinepanettoni, né con le furberie formato televisivo di Brizzi o Veronesi. Chiarini sembra piuttosto rifarsi alla lezione del cinema indie americano, alla leggerezza agrodolce di “Juno” e alla poetica malinconia di “Noi siamo infinito” – in questo senso, le sonorità raffinate e sognanti della band rock canadese Woodpigeon in colonna sonora risultano particolarmente efficaci.

Quella di Chiarini è, nel panorama cinematografico italiano attuale, una voce (uno sguardo) fuori dal coro. Simile, per sensibilità e sobrietà di scrittura, alle esperienze di Alessandro Comodin o di Alice Rohrwacher, anche loro concentrati, non a caso, su quella terra di mezzo dal ricchissimo potenziale narrativo che è l’adolescenza.
Sotto le mentite spoglie di commedia ridanciana, infatti, “Short Skin” si rivela in realtà un delicato e ironico racconto di formazione e, allo stesso tempo, un’indagine di sincerità commovente sulle fragilità maschili in un mondo in cui imperversano modelli di machismo esasperato (si pensi alle spacconate, involontariamente comiche, dell’amico Arturo). “Short Skin” è dunque il racconto di un’identità in divenire: la problematica sessuale di Edoardo non è altro che un (originale) espediente narrativo atto a enfatizzare il senso di impotenza e inadeguatezza del ragazzo di fronte a pressioni sociali costanti, invadenti, ossessive.

Il corpo secco e ciondolante del protagonista, pennellone stralunato, tragicamente disarmonico eppure non privo di grazia, diventa così metafora viva di quel sentimento di confusione e cambiamento tipico dell’adolescenza, di quel passaggio all’età adulta che è la vera anima del film. Un corpo gracile e vulnerabile, ma capace anche di forza e risolutezza.
Chiarini riesce a infondere una naturalezza e una sincerità sorprendenti nel ritratto delle diverse fisicità che popolano il suo film: corpi assolutamente comuni e ordinari, nella migliore accezione del termine, estranei a ogni canone, scevri da ogni cliché, rappresentati sempre con un’esplicitezza asciutta che non conosce morbosità alcuna. Corpi imperfetti e meravigliosamente veri.

È forse questo il più grande merito del film: un’eccezionale genuinità che risulta una vera boccata d’aria fresca nel panorama asfittico delle commedie precotte e premasticate made in Italy.

Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

 

 

L’esordio nel lungometraggio di finzione di Duccio Chiarini, Short Skin, è una commedia adolescenziale che ruota intorno al tema del primo rapporto sessuale alternando con ottimi risultati comicità e malinconia. Nella sezione Generation 14plus alla Berlinale, dopo la presentazione a Venezia in Biennale College.
Il sesso che non c’era
Il diciassettenne Edoardo è ossessionato come il suo migliore amico dal desiderio di perdere la verginità, ha però un problema di cui non sono a conoscenza neppure i suoi genitori, una fimosi al pene che gli rende doloroso non solo avere rapporti sessuali, ma anche praticare la masturbazione. Il ragazzo prova ugualmente ad avere una normale vita sessuale… [sinossi]
Capita ancora di tanto in tanto di imbattersi in un promettente esordio italiano. È il caso di Short Skin di Duccio Chiarini che, dopo aver realizzato nel 2011 il documentario Hit the Road, Nonna, esordisce nel lungometraggio di finzione con una commedia adolescenziale giocata in maniera convincente sul filo della comicità e della malinconia.
Realizzato grazie al progetto della Biennale College-Cinema (che sostiene e produce film a micro-budget, prodotti con 150mila euro) e selezionato in tal senso alla scorsa edizione della Mostra di Venezia, Short Skin è stato accolto in questi giorni anche alla Berlinale, nella sezione Generation 14plus dedicata al cinema per ragazzi. Si tratta in effetti di un tipico racconto di formazione, genere che in realtà è sempre meno praticato dalle nostre parti a ennesima dimostrazione di come la cinematografia nostrana sia tendenzialmente e commercialmente chiusa in un vacuo ‘cerchio magico’, tetragona al cospetto di quel che avviene nella società. In particolare, basti guardare alla commedia mainstream di Siani, Bisio, Brizzi & company per capire come, sia dal punto di vista produttivo che creativo, ci si diriga sempre ed inevitabilmente verso formule consolidate e verso star imbolsite e plastificate che si muovono in una dimensione parallela ed ectoplasmatica.
Ma, forse, qualcosa di diverso sta succedendo. Nel giro di pochi mesi sono stati prodotti e presentati in diversi festival due titoli che potrebbero far sperare in un futuro migliore, o quantomeno diverso. Uno è Fino a qui tutto bene di Roan Johnson (presentato allo scorso Festival di Roma), l’altro è proprio Short Skin: si tratta di commedie a loro modo generazionali, a basso budget, con attori poco noti e che aderiscono a una certa dose di realismo con uno sguardo partecipe e calato nel presente. E, forse non è un caso, che sia l’uno che l’altro titolo provengano dalla Toscana, in particolare da Pisa (e in entrambi c’è la firma della sceneggiatrice Ottavia Madeddu). Se stia emergendo da quelle parti una sorta di movimento e/o di scuola è forse presto per dirlo, ma in ogni caso non si può fare a meno di prestarvi attenzione.

Se Fino a qui tutto bene ha un andamento da commedia sociale (perché ruota innanzitutto attorno ai temi dell’assenza di lavoro e del prematuro fallimento delle proprie aspirazioni), Short Skin si muove invece su un binario più prettamente esistenziale, quasi a-temporale, ma allo stesso tempo sa percorrere – con la stessa precisione del film di Roan Johnson – una possibile e differente strada per la commedia. Unendo e alternando i registri della comicità e della malinconia e mettendo in scena dei personaggi alle prese con desideri e meschinità figlie del quotidiano, Short Skin si regge su una solida quanto rapsodica struttura narrativa e su una regia secca ma efficace, priva di inutili orpelli così come di pigrizie amatoriali e di inesattezze tecniche (e non era facile, visto il basso budget a disposizione).
Ma, ancora di più, è il forte spunto narrativo alla base del film che rende Short Skin una specie di modello ri-generante da seguire perché sceglie di raccontare il suo mondo partendo da una precisa prospettiva. Il protagonista Edoardo infatti vorrebbe dedicarsi a tempo pieno ai primi amori giovanili e alla scoperta della sessualità, ma non può perché è affetto da una fimosi al pene che gli impedisce persino di masturbarsi senza provare dolore.
Innestando dunque nello scheletro del romanzo di formazione un serio ostacolo fisico, Duccio Chiarini costruisce un racconto sull’impotenza e sull’impossibilità dell’atto che viene continuamente rimandato e disatteso giocando abilmente sulle attese spettatoriali. Rispetto al canone dell’impaccio emotivo che impedisce al nerd di turno di far valere la sua virilità, Short Skin innesta dunque una dimensione di disadattamento clinico che è foriera allo stesso tempo delle migliori gag comiche del film e dei momenti più drammatici.
E se è vero che verso la fine il gioco finisce per mostrare un po’ la corda, non bisogna dimenticare anche un’altra qualità di Short Skin: alcune scene di sesso (mancato o meno) finalmente convincenti, sensuali e realistiche come non si vedeva da tempo nel nostro cinema.
Perfetta aderenza nei confronti dei giovani protagonisti, impercettibili e credibili sentimenti da horror vacui adolescenzial-vacanziero, una discreta dose di sensualità: sono elementi sufficienti per far sì che Short Skin ottenga la visibilità e l’attenzione che merita e che ancora non ha avuto.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 
Il diciassettenne pisano Edoardo ha un vero problema: un prepuzio troppo stretto che non permette al glande di uscire “come dovrebbe”, e per via di quella “pelle corta” non può avere una vita sessuale soddisfacente, nemmeno fra sé e sé. La famiglia di Edoardo trascorre l’estate sul lungomare toscano: la madre “tiene casa”, il padre sfarfalleggia, la sorellina Olivia cerca di far accoppiare il suo cane e Edoardo sospira davanti alla finestra della dirimpettaia Bianca, che fino a quel momento l’ha confinato al ruolo dell’amico. Riuscirà Edoardo a superare i suoi problemi sessuali, fisici ed emotivi?
Short Skin, opera prima sviluppata da Biennale College, mostra già una buona padronanza del mezzo cinematografico e della costruzione della storia da parte di Duccio Chiarini, che racconta ciò che conosce e restituisce un’autenticità emotiva e di ambiente che si respira in ogni inquadratura. La storia di Edoardo (assai simile all’Edoardo Gabbriellini di Ovosodo) è raccontata con garbo ed ironia, empatia e delicatezza. Si sorride, ma ci si immedesima anche nella paura e nell’imbarazzo esistenziale del ragazzo, perché la regia di Chiarini ci impedisce ogni distanza emotiva e ci fa provare epidermicamente quelle emozioni.
Edoardo attraversa il film a spalle curve, con un’aria mesta da “scusate se esisto”, ma riesce comunque a dire i suoi no al momento giusto, e a rivendicare la propria dignità di giovane uomo. In Short Skin non c’è spazio per il facile umorismo legato alla sua condizione avvilente, c’è n’è invece per una riflessione su cosa fa di un maschio un uomo: “la parte più importante”, come il padre di Edoardo definisce il pene (e infatti a tratti ragiona solo con quello), o la capacità di rispettare se stessi e gli altri, anche nella loro fisicità, come fa Edoardo.
E a proposito di fisicità, Chiarini sceglie tutti attori dall’aspetto non stereotipicamente cinematografico, ovvero apparentemente privo di difetti estetici. La loro nudità è un’esposizione realistica di imperfezioni e insicurezze, come succede nella vita, soprattutto a diciassette anni. Chiarini ci fa entrare nella pelle dei suoi personaggi, ricordandoci che, nelle faccende del cuore, quella di ognuno di noi è talvolta troppo corta.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Lo spunto narrativo alla base di Short Skin, è di quelli che possono far pensare a una commedia scollacciata e goliardica alla American Pie; o, trattandosi del nostro paese e del nostro cinema, perfino qualcosa di più becero. Il film d’esordio di Duccio Chiarini, già documentarista radiofonico e cinematografico, racconta infatti dell’estate nella quale il 18enne Edo deve fare i conti non solo con l’amore estivo e non, e con lo spettro della prima volta, ma con una fimosi al pene che gli rende dolorosa e sgradevole perfino la masturbazione, figuriamoci un rapporto sessuale completo.
E invece, Short Skin non assomiglia né alle commediacce americane né a quelle di casa nostra, pur (paradossalmente) riuscendo a filtrare il meglio di entrambi i mondi.

Chiarini affronta la storia di Edo senza finti pudori o senza ammiccamenti pruriginosi, con ilgiusto equilibrio tra sfacciataggine e pudicizia tanto nel racconto e nella messa in scena dei corpi, quanto in quella dei sentimenti.
Perché Edo, come ogni adolescente, ha un po’ di fretta, e di ansia, per la perdita della verginità, ed è combattuto da pulsioni puramente fisiche e un animo sensibile e garbato, che si manifesta nell’innamoramento per la vicina di casa Bianca (borderline con la gatta morta) così come nell’infatuazione per la più spiccia coetanea Elisabetta.
E che il protagonista, dopo tante divertenti e serie disavventure, affronti una circoncisione (la perdita di una parte di sé, ma anche di un limite patologico) per affrontare meglio il sesso e il futuro, appare davvero avere un carico simbolico non indifferente.

Se le fattezze del protagonista e le particolarità dialettali possono a tratti far venire alla mente l’Ovosodo di Virzì (e ci perdonino tanto i pisani quanto i livornesi per questo improprio e irrispettoso paragone territoriale), va detto che Short Skin è un film dalla personalità originale e spiccata, che non ha modelli espliciti né timori reverenziali.
Chiarini gira bene, con una linearità senza vezzi capace di scelte a volte affascinanti più vicina alla sensibilità degli indie USA che non ai film di casa nostra, ma scrive anche meglio. Edo, certo, la sua storia, ma anche quelle degli altri personaggi che gli orbitano attorno: due genitori alle prese con l’adulterio di lui, una sorellina 13enne ossessionata dal fare “trombare” il cane di casa, un amico del cuore un po’ cialtrone che fa il duro ma poi s’innamora, due figure femminili antitetiche e complementari.

Pur rimanendo costantemente attaccato al suo protagonista e ai suoi tormenti, fisici e sentimentali, Chiarini riesce a costruirgli intorno un mondo familiare e non vivo e caloroso, animato da figure mai banalmente abbozzate, ma sempre scritte e raccontate con lo spessore narrativo che meritano.
Non è cosa da poco, né superflua: ché in questo modo tutto è più caldo, tutto è più vero, e non c’è mai l’impressione di forzature o di artificiosità.
E così Short Skin fa ridere, a tratti molto, ma è anche capace di restituire bene le inquietudini e le euforie della giovinezza, e, nel finale, di regalare una delicata e sorridente commozione.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Presentato lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia e successivamente visto anche al Festival di Berlino, Short Skin di Duccio Chiarini è stato uno dei due progetti che hanno preso vita dalla Biennale College del 2014. Un bando nato nel 2012 destinato alle opere prime e seconde da realizzare con un microbudget di 150.000 euro appena. Briciole rispetto agli spropositati budget a cui ci hanno spesso abituato alcune sboccate e insulse commedie nostrane. Tra i 300 progetti che solitamente arrivano da ogni parte del mondo 12 vengono selezionati, per poi diventare solamente due al termine di un percorso di crescita che vede l’autore della sceneggiatura nonché regista incrociare e lavorare al fianco di produttori, editor, montatori e sales agents.

Passaggi intermedi che hanno portato alla luce questa sorprendente opera prima, in parte autobiografica e dai toni ‘virziniani’ nel raccontare le disavventure sessuali di un adolescente pisano. Sin da quando aveva poco più di 6 anni, infatti, Edoardo soffre una malformazione al prepuzio che non solo gli impedice la masturbazione, ma ha soprattutto contribuito in maniera decisiva a renderlo insicuro ed impacciato con le ragazze e particolarmente incazzato con il mondo intero. Perché d’altronde si sa, il pene, per un uomo, è tutto. Nel mondo di un adolescente, poi, in cui tutti sembrano parlare e pensare solo e soltanto al sesso, il problema potrebbe ingigantirsi ancor di più. Verità che regolarmente prende vita con Edoardo, sempre più chiuso nel suo microcosmo asessuato in cui si fanno spazio l’amico Arturo, che si è posto l’obiettivo di perdere la verginità prima della fine dell’estate; la sboccata sorellina Olivia, che tra capelli da tagliare e colorare cerca disperatamente una cagnetta per il suo cane da far accoppiare; i genitori in aperta crisi, che tra corna e pianti sognano un figlio sessualmente più sveglio e disinibito; e soprattutto Bianca, la vicina di casa da sempre ‘amore taciuto’ di Eduardo, tornata da Milano single. Messo alle strette da una serie di eventi estivi che finiranno per travolgerlo, vedi l’incontro con una ragazza del posto che gli scrive una dolce lettera d’amore, il ragazzo si troverà a dover gestire un problema a lungo nascosto e taciuto per pura e semplice vergogna, affrontando la propria epocale paura.

 

Un piccolo grande film sulle debolezze e sulla fragilità del sesso maschile, da sempre raccontato e trattato con lineamenti da stereotipo machista, qui invece pennellati con grazia da un regista toscano che ha saputo con intelligenza soppesare i dubbi, le pulsioni ormonali e le interrelazioni umane di un adolescente chiamato a maturare nel corso di una calda estate pisana. Senza porsi bigotti problemi censorei su ‘cosa’ poter mostrare, Chiarini segue i dolori fisici, sentimentali e psicologici del giovane Edo evitando filtri di alcun tipo, seminando goffi stratagemmi per superare l’incubo del prepuzio malformato, vedi far sesso con un polipo morto, massaggiare il pene con creme mediche e/o stringere i denti e sopportare il dolore ‘limitato’ da un profilattico mentre si prova a perdere la verginità.

20enne livornese qui al suo debutto cinematografico, il giovane Matteo Creatini porta sulle proprie curve e secche spalle l’intero peso del film, dando una forza, una tenerezza e una rara credibilità al dolce, educato, ombroso e combattuto Edo, anche nei lineamenti del viso ‘simile’ a quell’Edoardo Gabbriellini che nel 1997 illuminò Ovosodo di Virzì, qui immancabilmente richiamato anche solo per la ‘parlata’ e per quel taglio da atipica commedia generazionale che 18 anni fa fece la fortuna del regista toscano.

Mai gratuitamente volgare o anche solo lontanamente ‘fastidioso’ nel mostrare le nudità di Edo e di quegli adolescenti fisicamente tutt’altro che perfetti che gli ruotano attorno, Short Skin vive di personaggi, secondari e non, e del loro sapersi rapportare all’interno di una sceneggiatura equilibrata in tutte le sue parti, tra svolte di scrittura mai troppo forzate, momenti di esilarante imbarazzo ed altri di commovente liberazione. Diretto con empatica eleganza da un giovane regista riuscito a rendere quasi paradisiaco il litorale pisano, il film di Chiarini è andato a riempire un vuoto di genere del recente cinema italiano, raccontando il complicato passaggio all’età adulta di un ragazzo meno esuberante rispetto alla media, chiuso in se stesso e travolto da quelle ansie sessuali che la società tutta, attorno a lui, distribuisce quotidianamente.

Funzionale al progetto anche il cast di contorno chiamato ad interagire con il bravissimo Matteo, quasi interamente composto da attori ai più sconosciuti se non fosse per il sempre più apprezzato Francesco Acquaroli e per Bianca Nappi, qui negli abiti dell’apprensiva madre di Edo. Ciliegina sulla torta, infine, la delicata e riuscita colonna sonora dei canadesi Woodpidgeon, per un gioiellino nostrano concepito e venuto al mondo con 150.000 euro appena. E se non è un miracolo questo, visto il delizioso e originale risultato ottenuto, poco ci manca.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Il regista Duccio Chiarini firma Short Skin, il suo primo lungometraggio, realizzato nell’ambito di Biennale College – Cinema. Il lavoro è stato presentato alla 71esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2014 e vede come protagonista Edoardo (Matteo Creatini), un 17enne pisano che soffre di fimosi al pene. Durante la sua infanzia i genitori Daniela e Roberto, rispettivamenteBianca Nappi e Michele Crestacci, si occupano del problema e pensano di averlo risolto. Ma, una volta cresciuto, il ragazzo non fa parola con nessuno delle problematiche che in realtà continua ad avere, nemmeno con il suo migliore amicoArturo (Nicola Nocchi).

Edoardo, al contrario, cerca di scappare a tutti i costi da un mondo secondo lui troppo fossilizzato sul sesso: i genitori premono affinché il figlio si dichiari a Bianca (Francesca Agostini), la vicina di casa arrivata da Milano nella cittadina per trascorrere le vacanze estive; la sorellina Olivia (Bianca Ceravolo) è ossessionata dal fatto di far accoppiare il suo cane il prima possibile; l’amico Arturo è determinato nel voler perdere la verginità entro la fine delle vacanze.

Tutte queste pressioni esterne non fanno altro che aumentare la solitudine di Edoardo che, chiuso nel suo microcosmo asessuato, fa di tutto per non sbilanciarsi con nessuna ragazza per paura che il rapporto possa diventare più intimo. Ed è questo il caso dell’incontro con Elisabetta (Miriana Raschillà), troncato appena la ragazza ha cercato di spingersi oltre.

Il consiglio che spinge Edoardo a muovere i primi passi al di fuori del proprio guscio viene da una persona del tutto inaspettata e porta Bianca, la ragazza milanese, ad essere la prima persona con cui il 17enne prova ad avere un rapporto sessuale, anche se non andrà a buon fine. Questa ennesima delusione, però, sarà la molla che lo porterà alla scelta finale.

Realizzato con un budjet basso, Short Skin cattura lo spettatore per la delicatezza con cui viene affrontato il problema e dall’aria mesta con cui Edoardo si approccia a tutte le persone che incontra. Inoltre una buona dose di ironia aiuta lo spettatore a soffermarsi su alcune battute e riflettere sulla situazione del ragazzo calandosi direttamente nei suoi panni. Ed è così, ad esempio, che molte battute del padre risultano fastidiose anche per lo spettatore, oltre che per Edoardo, che si dimostra l’unico della famiglia a rispettare se stesso e gli altri.

Buona anche le scelta delle musiche affidate a Woodpidgeon, assenti nei momenti di solitudine interiore di Edoardo, puntuali nel resto del film.

Short Skin  non è un film sulla vita e sulla crescita adolescenziale di un uomo – dice il regista Duccio Chiarini – ma è un film che parla di sessualità e che risponde alla domanda di Edoardo, che è anche la nostra: “cosa significa amare?”. Sarà proprio questa domanda che porterà Edoardo a trovare il coraggio di affrontare la sua paura più grande… E’ un film in cui ognuno di noi capisce il proprio valore nel momento in cui è capace di accettare e convivere con i propri problemi. Perché ognuno di noi ha il proprio short skin.

Laura Siracusano, da “cinematographe.it”

 

 

 

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