Selma

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Il primo film incentrato sulla figura del reverendo Martin Luther King è, paradossalmente – come già 12 anni schiavo – più inglese che americano: dalla Gran Bretagna provengono buona parte della produzione, il protagonista David Oyelowo, lo sceneggiatore Paul Webb e due attori che interpretano storici personaggi americani, Tom Wilkinson (il presidente Lyndon B. Johnson) e Tim Roth (il governatore dell’Alabama, Wallace). Certo, la regista è americana, così come il resto del cast e la potentissima attrice/anchorwoman/produttrice e miliardariaOprah Winfrey, che ha molto per cui essere grata ed è sempre presente in questo genere di operazioni. Ma è come se, da soli, gli americani (bianchi) proprio non ce la facessero a raccontare gli aspetti meno eroici della loro storia o non volessero investire nella perpetuazione della loro memoria, quando questa è scomoda e ancora irrisolta.

Il film racconta le tre storiche marce guidate nel 1965 dal reverendo King e altri religiosi esponenti del movimento non violento, nel tentativo di arrivare da Selma alla capitale dell’Alabama, Montgomery, per rivendicare il diritto di voto con la registrazione nelle liste elettorali, da cui di fatto se non di diritto i neri erano esclusi negli Stati ancora razzisti e sgregazionisti del Sud, che rispondevano a ogni tentativo di rivendicarlo con omicidi, attentati e repressioni violente. Le marce furono fatte nel tentativo di forzare la mano al presidenteJohnson, che aveva emanato l’anno prima il Civil Rights Act ma che mal si muoveva nel clima esacerbato del periodo, che gli richiedeva di disperdere le sue energie su più fronti. Kingsapeva però che non si poteva aspettare oltre: contraltare cristiano alla risposta violenta propugnata da Malcolm X e dal suo movimento, era però tutt’altro che disposto a cedere o ad aspettare diplomaticamente tempi migliori. Fu così che, mettendo a rischio la sua vita, decise pur tra dubbi e discussioni con gli altri aderenti alla protesta, di andare avanti con la marcia, vissuta dai politici, dalla gente e dalla polizia locale come una intollerabile provocazione. Quando domenica 7 marzo 1965 i manifestanti arrivarono alla fine dell’Edmund Pettus Bridge, la polizia, schierata in assetto da battaglia, senza alcuna provocazione caricò violentemente uomini, donne, vecchi e bambini, lasciando al suolo un morto e oltre 50 feriti. La “Bloody Sunday” di Selma fu portata dalla tv in tutte le case americane e l’indignazione che salì nel paese fece sì che alla marcia successiva ci fossero persone di ogni religione e colore, ma stavolta di fronte all’apparente remissività delle forze dell’ordine fu King a rinunciare e a tornare indietro. Fino a che Johnson si decise a votare il Voting Right Act federale e i manifestanti guidati dal reverendo arrivarono finalmente a Montgomery per festeggiare la vittoria e rendere omaggio ai caduti.

Selma mostra tutto questo e altro: l’influenza del direttore dell’FBI E. J. Hoover, l’offerta di aiuto di Malcolm X (assassinato di lì a poco nel febbraio 1965), i contrasti interni al movimento, i drammi delle persone coinvolte, la violenza bruta sugli inermi, la grande forza e coraggio di uomini disposti ad andare anche incontro alla morte pur di affermare i propri inalienabili diritti. La sceneggiatura ci presenta il reverendo King come un leader coscienzioso, logorato dalla lotta e lacerato sulle scelte da compiere, ma determinato e presago del suo sacrificio futuro. Ci mostra anche le sue umane debolezze e le sue imperfezioni, entrando nel merito del rapporto con l’amata (ma tradita) moglie Coretta. David Oyelowo, nella vita fervente cristiano e convinto di essere predestinato a interpretare Martin Luther King, ne offre un ritratto mimetico, più umano che mitico.

Quello che manca a Selma per essere un capolavoro del cinema civile è a parer nostro la capacità di mantenere inalterato il pathos: il ritmo e l’urgenza si disperdono tra le pagine del copione verboso e teatrale di Webb, alternando momenti coinvolgenti di grande forza cinematografica al tentativo (e alla difficoltà oggettiva) di riassumere un dibattito politico e storico così complesso in un film di due ore.

Selma copre un importante vuoto e ha tutti i tasselli al posto giusto, a partire dal cast, dove non manca nemmeno un cammeo dell’attore più liberal di Hollywood, Martin Sheen. E’ un’opera istruttiva con un sicuro valore didattico, da proporre in un ideale double bill storico assieme aLincoln (non a caso cosceneggiato da Webb). E se tutto questo non è un motivo sufficiente per gridare allo scandalo o alla discriminazione per l’assenza di Ava DuVernay tra i registi candidati all’Oscar, ci dispiace comunque non trovare David Oyelowo nella cinquina dei migliori attori.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”
Nella primavera del 1965 un gruppo di manifestanti, guidati dal reverendo Martin Luther King, scelsero la cittadina di Selma in Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti, per manifestare pacificamente contro gli impedimenti opposti ai cittadini afroamericani nell’esercitare il proprio diritto di voto.
L’afroamericana 42enne Ava DuVernay, miglior regista al Sundance Film Festival del 2012 per Middle of Nowhere, sceglie a sua volta quell’episodio storico come cartina di tornasole della battaglia per i diritti civili in America e offre un ritratto complesso e sfaccettato di una delle personalità più influenti e meno cinematograficamente documentate del passato americano. DuVernay realizza una serie di piccoli miracoli: primo fra tutti togliere MLK dall’agiografia per restituirci la sua umanità, comprensiva di dubbi, sconfitte e cedimenti, senza per questo (o anzi, proprio per questo) sminuire la sua statura etica e politica e la sua importanza nell’evoluzione di una coscienza civile collettiva. L’interpretazione di David Oyelowo (già protagonista di Middle of Nowhere), incomprensibilmente privata di una candidatura all’Oscar, è da brividi, soprattutto in lingua originale, durante la riproposizione dei discorsi pubblici del Dottor King che iniziano in tono sommesso e si gonfiano di travolgente potenza retorica, culminando nei toni trascinanti della predica che ricordano al pubblico la formazione religiosa del pastore protestante e la convinzione che ha sostenuto la sua capacità di resistere pacificamente a umiliazioni e violenze, spingendolo verso un traguardo alto e collettivo – una lezione quanto mai adatta ai nostri tempi su come un credo dovrebbe essere strumento di elevazione spirituale e di rifiuto della barbarie, non di aggressione e oppressione.
La storia raccontata da Selma restituisce alla politica il suo significato superiore. Le scelte di King sono dettate dal bene comune, il suo infallibile istinto gli fa compiere gesti anche impopolari ma di lungimiranza storica inconfutabile, e illustra la necessità (e fondamentale nobiltà) della negoziazione politica indirizzata verso un fine ultimo elevato. La capacità di King di non accontentarsi del successo temporaneo per tenere lo sguardo fisso sulla meta finale è un saggio narrativo (anche questo adatto ai nostri tempi) su ciò che differenzia un leader da un politicante. Parallela la sua determinazione a non sacrificare vite ed entusiasmi, da lui stesso suscitati, all’altare dell’opportunità politica, e la sua volontà, spesso impopolare fra i “fratelli neri”, di cercare un consenso universalmente condiviso a sostegno dei diritti civili, componente imprescindibile della sua gestione illuminata. Tutto questo lavoro pedagogico sarebbe importante ma non cinematograficamente memorabile se DuVarnay non l’avesse veicolato attraverso una forma filmica che combina resoconto documentario (con commoventi spezzoni finali, anche della storica marcia su Washington del ’63) e racconto intimo dei travagli personali dei personaggi, facendoci sentire fisicamente la loro paura nel farsi parte della storia e rendendo contemporanea, hic et nunc, una vicenda a noi cronologicamente lontana, le cui ricadute sono però assai visibili nel presente di tutti. La regista mette a nudo il cuore segreto dell’America, si infiltra dietro porte chiuse per riportare conversazioni segrete e dare contezza di confessioni sussurrate. Anche la scelta di mostrare il diverso peso che la protesta per i diritti civili ha rappresentato nella vita delle diverse generazioni, e del maschile e femminile, declina la storia (magistralmente articolata dallo sceneggiatore, Paul Webb), e la Storia, secondo coordinate anagrafiche e di genere, e delinea la capacità del movimento per i diritti civili di essere seminale per il futuro, ma anche determinante per il presente di chi era già adulto, o magari anziano, ai tempi di MLK.
La cifra artistica della DuVernay risiede nella sua capacità muscolare di attaccare frontalmente un mito, e una vicenda spartiacque, senza alcun timore reverenziale e con un profondo rispetto della complessità degli eventi e delle persone, senza lasciarsi spaventare dall’ampiezza dell’arazzo ma senza nemmeno perdere di vista la precisione del dettaglio, e nel conferire alla storia, all’interno di un impianto narrativo classico, una dimensione onirica e allucinata a metà fra l’orrore e la fiaba in alcuni passaggi-chiave, come l’omicidio delle quattro ragazzine nell’esplosione della chiesa di Birmingham o la confessione “metafisica” dei tradimenti fatta alla moglie dal reverendo. E nella sequenza finale la regista si concede lo sfizio di attingere al western, con il risultato di potenziare ulteriormente la statura mitologica dell’evento clou di Selma, codificato attraverso un genere che fa parte della costruzione dell’èpos cinematografico yankee. La tecnica registica della DuVernay è, in un aggettivo, seduttiva, nel senso che attira gli spettatori dentro il racconto impedendo ogni distanza emotiva, e li affabula attraverso la potenza di immagini sensuali anche quando racconta episodi “di cronaca”, per restituire a personaggi resi bidimensionali dai libri di Storia, come il presidente Lyndon Johnson, una terza dimensione fatta di umanità fragile e fallibile. Selma è genuinamente emozionante, non manipola né le coscienze né i sentimenti, ma li risveglia dallo stesso torpore di cui sono imbevute alcune scene del film, che ci ricordano come anche i grandi della Storia siano stati uomini spaventati dalla responsabilità delle loro decisioni.
Selma ripassa l’abc di ciò che serve, a livello umano e politico, per scardinare un sistema, e quanto questo può costare, a livello individuale, ma anche quanto ne valga la pena, a livello collettivo e di “decisione del proprio destino come esseri umani”.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Selma (Alabama), 1965. La lotta di Martin Luther King (Jr.) per i diritti dei neri è al suo apice. Molte cose (nell’ambito della sfida al raggiungimento dei diritti civili degli afroamericani e contro le radicate e radicali politiche segregazioniste) sono state fatte, ma tantissime sono ancora da fare. La conquista del diritto di voto nel profondo sud americano diventa presto una delle priorità del pastore protestante statunitense. Dopo aver infatti sondato la scarsa determinazione e disponibilità del Presidente Lyndon Johnson a lavorare senza remore a favore della sua causa, King impegnerà (nella primavera del 1965) tutte le sue energie, capacità politiche e di aggregazione sociale per realizzare una marcia non violenta in Alabama, tra la cittadina di Selma e Montgomery (da qui il titolo del film Selma – La strada per la libertà). Dapprima silenziate nella violenta repressione praticata dal governatore John Wallace (per nulla risoluto nel concedere ai neri quel che gli spetta), il cammino reale e soprattutto ideologico verso la conquista dei propri diritti riuscirà ad avere la meglio sul nemico, ad aprirsi un varco in quel muro concettuale fatto di intolleranza e ostilità umane. Una lotta molto dura e assai logorante che King porterà avanti sempre in prima linea, quasi noncurante degli altissimi rischi associati al suo agire e senza farsi mai confondere dall’estemporaneità degli eventi, riuscendo piuttosto sempre ad avere chiara la visione d’insieme del suo ‘piano’ politico e sociale. Proprio per questo motivo, ad esempio, a capo di quella che passerà alla storia come la marcia del “Turn Around Tuesday”, King deciderà di non far proseguire la protesta ma di ritirarsi assieme a tutti i manifestanti per scongiurare la violenza degli agenti statali e un inutile sacrificio umano. Un atto a prima vista ‘insensato’ che farà invece poi grande chiarezza sulla lungimiranza e sulla saggezza del suo attivismo politico. Il sangue scorso (comunque e in abbondanza) per sostenere e portare avanti quella lotta sociale diventerà così non tanto il dramma o il sacrificio di un momento, quanto un monito ‘senza tempo’ della fatica e della abnegazione che sono state (e ancora sono) necessarie per la salvaguardia dei diritti. Encomiabili lotte umane che sono sfociate nel Voting Rights Acts del 1963 così come in tutte le altre conquiste civili della nostra storia più o meno recente.
I HAVE A DREAM

La regista afroamericana Ava Duvernay (premio miglior regia al Sundance Film Festival del 2012 per Middle of Nowhere) porta al cinema una pagina di storia che restituisce al grigio di certe agonie e di certe inenarrabili violenze storiche i colori vibranti di un lottare per sé stessi e per gli altri mossi da una fede incrollabile, ovvero quella della possibilità di migliorare il mondo. Candidato a due premi oscar (miglior canzone originale e miglior film), Selma – La strada per la libertà diventa così il ritratto vivido e assai realistico di un uomo assurto a mito della storia eppure fragile, scalfibile come ogni altro essere umano. La Duvernay pone al centro della parabola narrativa la lotta essenziale, necessaria, di cui King si farà paladino senza riserve, sacrificando e mettendo all’occorrenza anche a repentaglio la propria vita privata. Una lotta rivelatasi uno stillicidio di perdite e sacrifici umani ma che alla fine acquisirà non tanto l’immagine tragica delle infinite volte in cui si è caduti, quanto quella potente delle infinite volte in cui ci si è saputi rialzare, sempre a testa alta e senza timore dell’ostile nemico ideologico. E nella scansione di questo conflitto umano interiore ed esteriore, il film della Duvernay è assolutamente centrato, a fuoco, non si perde per il facile sentiero dell’agiografia riuscendo invece ottimamente a bilanciare la duplice dimensione politica e umana dell’uomo King. Quello che risulterà poi centrale tanto nel film quanto nella rappresentazione degli eventi è il senso di ineludibilità e di non-procrastinabilità di quel percorso. “It cannot wait” dirà Luther King al Presidente Lyndon Johnson. L’ideale alla base di questa fede sarà ciò che animerà la straordinaria lotta di King per un mondo migliore, più equo. Un uomo reso dunque straordinario dalla sua fede nel futuro e pronto a dare la vita (verrà assassinato nel 1968 a Memphis) per il proprio sogno. Una poderosa energia ideologica che rivive appieno nel King di David Oyelowo, una straordinaria interpretazione che coniuga perfettamente debolezze e forze di un uomo a un tempo comune e fuori dal comune. E l’immagine conclusiva del suo parlare veemente, sincero, di fronte a una folla entusiasta e partecipe, è forse una delle immagini più forti e trascinanti cui l’attivismo politico abbia mai assistito.
Candidato a due premi oscar (miglior canzone originale e miglior film), Selma – La strada per la libertà arriva al cinema per restituire linfa e vigore a quella che è stata la lotta di Martin Luther King per i diritti civili degli afroamericani ma che dovrebbe in fondo essere la lotta di noti tutti per la salvaguardia quotidiana dei diritti di ogni esistenza. La regista afroamericana Ava Duvernay realizza un film necessario e assolutamente a fuoco che va dritto per la sua strada (che è poi anche la strada da Selma a Montgomery) senza perdere mai di vista il proprio fine. Esattamente come ha fatto Luther King con i propri obiettivi. Un film che rimette al centro il valore della lotta (pacifica) e degli ideali di uguaglianza, contando sulla magistrale interpretazione di David Oyelowo nei panni di Martin Luther King.
VOTOGLOBALE 8

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

A 50 anni dalla scomparsa di  Martin Luther King Jr, leader mondiale del movimento per i diritti civili della popolazione afroamericana, ecco che la regista Ava DuVernay ha finalmente rotto con Selma- La Strada per la Libertà  l’inspiegabile silenzio cinematografico su questo eroe civile , portandone sul grande schermo un ritratto asciutto e profondo ma privo di quella patina iconografica della quale personaggi di questa portata sono spesso ricoperti.

Tutti noi conosciamo il Dr King comePremio Nobel per la pace nel 1964 o in quanto attivista nella lotta contro la segregazione razziale di cui gli Stati Uniti si sono macchiati per generazioni, ma nessuno, prima d’ora, aveva saputo metterne in risalto le doti ed i limiti umani di semplice (per quanto carismatico) pastore protestante  che, a causa di un affronto subito su un autobus da adolescente – aveva viaggiato in piedi per oltre 140 km perché obbligato a cedere il suo posto ad un bianco –  ha deciso di vivere la propria vita in funzione del suo celeberrimo “sogno”: l’uguaglianza. Un sogno ambizioso ed urgente che ha messo Martin uomo più volte di fronte a scelte e rischi personali importanti e dolorosi, essendo marito e padre di quattro bambini, ma irrevocabile perché per lui intrinseco alla natura stessa della parola amore: essere disposti a morire per difendere chi si ama.

Da qui e dalla preghiera, compagna fedele del percorso umano e politico di King, la consapevolezza che nessun cambiamento deriva dalla violenza e la scelta di una linea politica lontana da quelle azioni aggressive che, per quanto legittimate dai soprusi, sarebbero state la causa dell’implodere dell’obiettivo stesso.

Selma – La Strada Per la Libertà incornicia una delle più grandi conquiste non solo dell’America ma dell’intero genere umano: il raggiungimento della libertà e della parità di diritti per mezzo dell’imposizione del potere supremo dell’unione e della negoziazione sull’aggressività delle istituzioni, la cui supremazia decade nel momento in cui la popolazione ha occasione di vederne e giudicarne l’illegittimità dell’operato. Perché l’essenza stessa del pregiudizio è il non sapere e la protesta non violenta è la chiave di volta del progresso civile.

Siamo nel 1965 ed un gruppo di impavidi manifestanti capitanati dal Dr Martin luther King Jr (David Oyelowo)  tenta per tre volte di portare a termine una marcia pacifica in Alabama, da Selma (cittadina scelta perché perfettamente rappresentativa dell’alto tasso di razzismo ancora vigente all’epoca nel sud degli Stati Uniti) alla capitale Montgomery, con l’obiettivo di ottenere l’effettività del diritto al voto per la popolazione nera. Nonostante la legge formalmente lo prevedesse, infatti, nella pratica quotidiana gli uffici elettorali ostacolavano l’esercizio di questo diritto imprescindibile con minacce ed abusi di potere, arrivando a minacciare apertamente i cittadini afroamericani decisi ad imporsi. Il Dr King, reduce dalla sua ultima lotta per l’abolizione della segregazione e spinto dall’aumento esponenziale degli omicidi a sfondo razziale, chiese allora l’intervento del Presidente degli Stati Uniti ma senza successo. Da qui la consapevolezza di dovere procedere attirando l’attenzione dei media, e quindi l’opinione pubblica, sul problema.

L’iniziativa della marcia tuttavia,  come è ovvio che fosse, non piacque ai vertici conservatori del potere politico, i quali ostacolarono lo svolgersi della manifestazione autorizzando attacchi illeciti e sanguinari contro i manifestanti, con il risultato finale, loro malgrado, di esporsi al giudizio della popolazione votante…

Ava DuVernay ha scelto di raccontare questa storia immergendosi nell’irruenza dell’azione solo il minimo indispensabile per contestualizzare fatti e conseguenze, scegliendo di smorzare la crudezza delle scene clou con una colonna sonora che permette di accostare per contrasto  le immagini violente all’essenza delle vittime: persone dal grande spirito che, nonostante le inenarrabili vessazioni perpetrate negli anni ai loro danni, non hanno mai abbandonato la gioia di vivere, lottando con dignità e consapevolezza.

L’accento è invece posto proprio sulla personalità dei protagonisti e sulla “normalità” di Luther King, un uomo in fin dei conti come tanti, con pregi e difetti, che ha costruito tanto ma sbagliando tante volte, un uomo  la cui storia fa sperare che per rivoluzionare il mondo non serva essere degli “eletti” ma semplicemente volerlo. Più di qualunque altra cosa al mondo.

A sostegno del taglio psicologico della narrazione le grandi performance attoriali dei protagonisti, ognuno dei quali gode della possibilità di farsi conoscere nel profondo,  in particolar modo  David Oyelowoe Tim Roth, perfettamente a suo agio nei panni del politico cinico e immorale (il governatore dell’Alabama George Wallace); degno di nota anche il ruolo solo apparentemente marginale della co-produttrice Oprah Winfrey, che ci restituisce una credibilissima immagine della determinazione e forza d’animo dei protagonisti di questo spaccato di storia che, grazie a questo film, abbiamo avuto l’occasione di riportare alla memoria.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

 

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