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Sangue del mio sangue

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We were born before the wind
Also younger than the sun
Let your soul and spirit fly into the mystic
Just like way back in the days of old
(Van Morrison – Into The Mystic)
Ogni opera si misura col tempo.
Quando scrivi rispondi ad un preciso momento
(Marco Bellocchio)
Per sua stessa ammissione, il settimo lungometraggio post duemila firmato dal Maestro piacentino, è “un film fatto per divertimento, che nasce così, per caso”. Di trappole ai mezzi stampa Bellocchio ne dissemina a valanghe, basti pensare all’ultimo “Bella addormentata” che aveva definito “tutt’altro che complesso”. Proprio in quel film, tra l’altro, si denunciava l’oscena strumentalizzazione mediatica e politica a ridosso di un drammatico e (storico) evento, quello della morte di Eluana Englaro. Di televisioni in “Sangue del mio sangue” non ce ne sono, Berlusconi così come l’intera classe politica non farnetica davanti ai microfoni, il volume dei telegiornali non ammorbano le case, perché Bellocchio apre le porte (letteralmente) al diciassettesimo secolo e fa accedere lo spettaore ai tempi dell’inquisizione stregonesca ad opera della Chiesa padrona dei destini, creando un ponte sulla carta impossibile con la bramosia materialista e con il potere vampiresco dissepolto tra le macerie della classe politica. L’effetto di straniamento è allucinante, Bellocchio lavora come Brecht, ereditando la feroce astrazione buñueliana. A dosare il leitmotiv narrativo di “Sangue del mio sangue”, una cover eterea di “Nothing Else Matters” dei Metallica, che acuisce ancor più i complessi meccanismi di un’opera cinematografica germogliata tutt’altro per caso, nel cui testo scritto dal duo tedesco Hetfield-Ulrich si nascondono i prodromi dell’ennesimo, straripante, struggente canto di un rivoluzionario fallito che cede al desiderio (e al bisogno) di attraversare la luce e la bellezza in un viaggio di emozionante onirismo mistico, pur di uscire dal buio tragicomico del presente.
So close, no matter how far
Vicino e lontano. Presente e passato. Lo scheletro di “Sangue del mio sangue” risiede nel tempo e nel suo continuum che, come un filo invisibile, lega le peripezie dei due Federico Mai nel corso dei secoli, secondo la struttura tripartitica ABA, la più classica adottata dalle forme musicali (non a caso). Il primo è un uomo d’armi sedotto da suor Benedetta, bellezza ineffabile (una celestiale Lidiya Liberman che annulla l’espressività di Reneè Falconetti e l’audace irriverenza di Lucia Poli in “Gostanza da Libbiano” per lasciare spazio a una silenziosa e introspettiva rassegnazione carica di pessimismo) accusata di essere impossessata dal demonio per aver indotto al suicidio il prete gemello di Federico, invaghito anch’egli dello splendore di lei. Al contrario di Picciafuoco/Castellitto ne “L’ora di religione”, Federico non ha però il coraggio e la risolutezza di opporsi ai pregiudizi e ai dogmi della Chiesa e soccombe inerme al destino della ragazza, condannata in modo atroce ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio, in un martirio che ricorda l’amore negato e l’abbandono subito da Ida Dasler, alias Giovanna Mezzogiorno, in “Vincere”. Tutta la prima parte è costellata da plurimi riferimenti al doppio, dal fratello gemello alla coppia di zitelle, sino alle chiavi gettate nel Trebbia. Tema del doppio che era già il fulcro de “Gli occhi, la bocca”, riesumazione adattata agli anni ottanta dell’esordio “I pugni in tasca”.
Il secondo Federico che Bellocchio presenta allo spettatore capovolge non solo il livello temporale ma anche il registro della pellicola, che si converte da dramma in costume a grottesca farsa, sottolineando con sprezzo lo stato confusionale (e fraudolento) della società odierna.
Divenuto dopo una manciata di secoli ispettore ministeriale, il nuovo Federico fa ritorno alle mura del convento bobbiese con l’intento di vendere lo sconfinato immobile a un filantropo russo, indeciso se restaurarlo a ricovero per tossicodipendenti o a lussuosa stazione termale (!). Il vero protagonista di questo secondo trittico è però “il conte”, ultimo vampiro (o parassita, se preferite) che dimora nella prigione oramai abbandonata e diroccata. È l’inizio di un mondo altrettanto onirico ma né mistico, né solenne come il precedente, imperversato da truffatori, massoni, poteri forti e invisibili di democristiana memoria che raccordano la figura del conte con il fallimento delle istituzioni e con il ridicolo e fagocitante consumismo del presente (il pazzo e la moglie del conte che ignari della natura del finto ispettore, rivendicano invalidità dall’INPS, alimenti e pensioni di reversibilità).

Il meraviglioso, ermetico, epilogo si rituffa a ritroso nei secoli, instaurando un’inevitabile anello di congiunzione con il tempo corrente, rispondendo infine alla domanda di Bellocchio: quanto presente è il passato? In entrambi i livelli si scorgono Bellezza e bassezza, sia nel clima controriformista e oscurantista della Chiesa inquisitoria che annienta il libero arbitrio, sia in quello del potere politico odierno, clientelare e vampiresco che vive nelle stesse prigioni dove quattro secoli fa regnava la Chiesa. Ed eccolo il bisogno di Bellocchio, quel sogno (che non può non far ricordare l’epilogo di “Buongiorno, notte”) edenico come il nudo della Liberman. Una bellezza che cammina sopra i cadaveri di entrambi, un fantasma del passato che allegoricamente è traslato nel presente nella sublime corsa di due giovani innamorati. Ma Bellocchio non è mai stato un inguaribile ottimista e il sogno si frantuma, improvvisamente, per lasciare spazio ai rumori del presente, quelli delle sirene della finanza (un’immagine sonora che fa tornare alla mente il frastuono dei titoli di testa della “Prova d’orchestra” felliniana).
Life is ours, we live it our way
I più grandi cineasti lo sanno, il cinema è un mo(n)do per esorcizzare i fantasmi e le ossessioni del proprio vissuto. Il cinema di Bellocchio è di un pleonasmo essenziale, ogni volta. Le oppressioni delle istituzioni familiari e religiose, i canti di rivolta di influenza marxista, sono elementi racchiusi in cinquant’anni di carriera, così come i connubi emotivi al confine tra richiamo e repulsione, amore e odio, desiderio e tormento. Il rimando con “I pugni in tasca” a mezzo secolo dall’uscita in sala è lampante, non solo per quanto concerne lo spazio chiuso (il salone è lo stesso del film del 65 ed è abitato dallo “stesso” gatto) e il disagio familiare ma per lo specchio dei personaggi tratteggiati: la Bobbio del presente non è altro che figlia di Augusto, il cuore borghese progressista e ambizioso che ha dato vita a questa nuova società sul finire degli anni sessanta, mentre il pazzo interpretato da Filippo Timi incarna il prolungamento delle nevrosi emozionali e patologiche di Sandro. Come a dire, la schizofrenia sociale è rimasta intatta col passare dei decenni. Più vicino ai giorni nostri, “Sorelle Mai” ne condivide l’aspetto puramente autobiografico e persino gli sviluppi metatestuali al punto tale che in una sequenza il Federico del passato rivive gli attimi in cui l’amico di famiglia Gianni si immerge tra le acque del Trebbia per dare il suo “addio al mondo e ai ricordi del passato”. Episodio che suscita la comprensibile commozione del giovane soldato.

Ma il maggior debito che “Sangue del mio sangue” deve alla gloriosa filmografia bellocchiana dimora nella pellicola del 1972, “Nel nome del padre”, non a caso scelta dal cineasta piacentino a capeggiare la retrospettiva veneziana nell’anno del suo Leone d’Oro alla carriera, nel 2011. L’allegoria del collegio religioso visto come un carcere (e manicomio), torna in quest’ultimo lavoro con la violenta e dozzinale coercizione dell’istituzione clericale. Ma se più di quarant’anni fa Bellocchio dichiarava la sua sconfitta nel non saper essere in grado di ribellarsi al suo passato, in “Sangue del mio sangue” riesce nel togliersi questo macigno dalle spalle. Il rimando a un cinema visionario (le sequenze della recita e della profanazione del cadavere) riemerge con coraggiosa coerenza e impressionante lucidità in questo trasognante lirismo d’autore. Come sosteneva Alberto Moravia, Bellocchio parla di cose che conosce benissimo e ne parla con una consapevolezza critico-storica rara tra i nostri registi. Era il 1973 quando sosteneva ciò.
Open mind for a different view
Dopo aver riunito la sua “famiglia lavorativa” nella sua Bobbio (si pensi a ogni persona del cast artistico e tecnico. Se si escludono le parentele, ognuno ha collaborato almeno una volta col regista e le due parti si conoscono a meraviglia, con meccanismi oliati e quasi perfetti), Bellocchio realizza il suo film più coraggioso tra quelli realizzati nell’ultimo decennio, spiazzando una larga fetta di pubblico ritrovatasi persa e inebetita di fronte alla fervida immaginazione partorita dalla pellicola, lui che il più delle volte è stato un osservatore critico ben aderente alla realtà. Una temerarietà stilistica che non risente delle imperfezioni, dei pleonasmi e delle facili allusioni in cui il film raramente inciampa (il dialogo tra Herlitzka e Bertorelli nello studio dentistico), dove la luce di Daniele Ciprì trasforma le inquadrature degli interni del seicento in un dipinto di Rembrandt, dove i chiari riferimenti a Gogol (“L’ispettore generale”) e alla Monaca di Monza non sminuiscono l’originalità del soggetto.

L’audacia di “Sangue del mio sangue” è quella di addentrarsi in un’Italia di paese “che la modernità e la globalizzazione hanno ormai cancellato”, senza tirarsi indietro dai legami che lo incatenano alla sua amata Bobbio, nella quale continua a insegnare ai suoi studenti del laboratorio di cinema a dipingere con la macchina da presa. Il destino del film è quello di dividere e perplimere, come sta avvenendo alla 72a Mostra del Cinema di Venezia, dove è in concorso per il Leone d’Oro (stessa sorte che ricevette tre anni fa “Bella addormentata”) ma checché se ne dica, l’ultimo lavoro di Marco Bellocchio è l’ulteriore conferma di un cinema così identitario, così introspettivo e al tempo stesso collettivo che nessun altro cineasta italiano oggi è in grado di saper realizzare.
Forever trust in who we are
No, nothing else matters

Matteo De Simei, da “ondacinema.it”

 

 

 

ANIMA gemella, sangue del mio sangue. Fratello. Come potrò perdonarmi la tua assenza, vivere in sua presenza. Cos’è il tempo, se non serve e non basta a guarire il vizio dell’infanzia? Se non chiude le ferite e ti mura vivo, invece, come una monaca punita a vita, nella perpetua penitenza del desiderio e della colpa. Di quanti abissi parla, e quanto in profondità, questo potente imperfetto magnifico film di Marco Bellocchio, maestro di visioni capaci da sole di dire quel che la parola non può. Un piccolo mondo, Bobbio, il paese natale. Un piccolo film costato l’essenziale e fatto di pezzi di storie girate dagli allievi del suo laboratorio di cinema a Bobbio, appunto. Come I pugni in tasca da cui tutto è iniziato, la sala da pranzo di questo e quel film è la stessa: quella, vera, dei ragazzi Bellocchio bambini.
Girato in tempi diversi, Sangue del mio sangue, eppure tutto compatto, tutto in un punto. In uno spazio e un luogo dell’anima prezioso e blindato che poco a poco si schiude e la famiglia intera  –  la famiglia, quella di sangue e quella di lavoro  –  arriva in sostegno, con amore e dedizione, ad aprire la scatola nera dei segreti dell’anima. Il doppio, il legame di sangue: di questo parla fin dal titolo e non è certo, certo no, un film di vampiri anche se un grottesco vampiro, in una dissertazione sul futuro adesso qui presente, c’è. L’immarcescibile conte Basta, Roberto Herlitzka cupo come l’odio quando è freddo. I nomi, però. Si chiama Basta, il conte. Può anche finire, questo tempo. Deve. Ed è un vampiro non di sangue ma di fiducia nell’umanità: incarna il vecchio potere eterno di quella classe politica che ha dilapidato e insieme fatto funzionare l’Italia per mezzo secolo. Il potere democristiano corrotto ma impeccabile, sposato alla chiesa, padrone di anime e di vite.

Ma questa è, appunto, una dissertazione. Un film nel film. Una macchina del tempo che porta avanti la storia fino al presente, per un momento e in un gioco di specchi, ma la vicenda è un’altra. Comincia e finisce nel Seicento. Quando una suora di clausura di perfetta bellezza (Lidiya Liberman) seduce il prete del suo convento, per questo indotto al suicidio, e poi il fratello gemello di lui, uomo d’armi, Federico Mai. Basta, Mai: i nomi sono ordini dati al tempo. Per questa colpa suor Benedetta viene sottoposta dal tribunale della chiesa ad una serie di prove di inaudita ferocia  –  vere nelle cronache, reali – per determinare se abbia fatto un patto col diavolo e se dunque, essendo lei demonio, si possa scagionare il prete caduto in tentazione e ora sepolto con disonore nel cimitero degli asini, terra sconsacrata. Il gemello del prete suicida (Pier Giorgio Bellocchio, finalmente impeccabile in una parte perfetta per lui) si chiama Federico: bussa alla porta del convento per chiedere degna sepoltura al fratello. Vuole uccidere Benedetta ma lei seduce anche lui. Viene dunque murata viva, come la monaca di Monza, e d’altra parte Federico si chiamava il Borromeo. Tutto è doppio, nel racconto. Due gemelli, due mazzi di chiavi in fondo al fiume, due donne identiche di diverse età (Alba Rohrwacher, la giovane, strepitosa) che, vergini, si lasciano volentieri sedurre dal soldato, le suore del coro in chiesa e le ragazze che cantano al bar. Tutto si specchia nel suo riflesso.

Anche Marco Bellocchio aveva un fratello gemello. Aveva cercato di raccontare questa storia in Gli occhi, la bocca senza, allora, riuscirci davvero. La lascia libera qui. Racconta: “Mi hanno chiamato un giorno per dirmi: c’è stato un incidente. Ero a Roma, molto distratto dal lavoro. Sono partito, e già in viaggio sapevo. Suicidio. I gemelli sentono. Però ancora oggi non riesco a spiegarmi perché, invece, non ho sentito. Intendo prima, quando ero in tempo. Perché non ho visto arrivare la follia, qual è l’angolo cieco delle cose, perché non ho capito. Lui era molto diverso da me: era biondo, era malinconico. Ma era il mio gemello. Avrei dovuto sapere, sentire. Invece”.

Bobbio, il paese della loro infanzia. Il film, un esorcismo. “Credo di aver chiuso i miei conti con quel luogo, sì. Con quel tempo e quel luogo. L’ho detto, quel che dovevo”. Per farlo è arrivata tutta la famiglia, quella vera e l’altra. Ci sono Pier Giorgio ed Elena: i suoi figli. Elena nella parte della ragazza la cui bellezza uccide i vampiri. Perché la bellezza uccide e salva, questo si sappia. C’è suo fratello Alberto, nella vita sindacalista, nella parte di Federico Mai diventato cardinale da vecchio. Perché l’uomo d’armi si fa prete e torna dalla suora di clausura, trent’anni dopo, a tener fede ad un’antica promessa (“domani, l’amore lo facciamo domani”) e abbattere quel muro. Ci sono i suoi attori di sempre, Herlitzka Rohrwacher Filippo Timi in un cameo in cui balbetta come gli accade nella vita, Toni Bertorelli. C’è Daniele Ciprì a curare la fotografia e Francesca Calvelli, madre di Elena, al montaggio. Poteva riuscire, un esorcismo, solo così.

Però poi il cinema è cinema, non solo un fatto personale. Le immagini e i fantasmi sono spettacolo per chi guarda, a ciascuno parlano di sé. E’ straordinaria, la parta secentesca del film, ed è grottesca e per così dire politica quella che dice del presente. Il “vampirismo isolazionista” che ispira il conte Basta, il dottor Quantunque e gli accoliti della setta che fa divieto di usare la Rete (No, Internet NO!) è già un movimento politico. Il conte si commuove cantando Torna a Surriento, intona canti alpini. L’ispettore che arriva da Bologna con il compratore russo è un truffatore come nell’Ispettore generale di Gogol. Il conte lo corrompe con denaro da mettere in conto alla Fondazione: non si spendono di tasca propria, la politica insegna. Però poi le sirene della Finanza arrivando davvero. E nel convento di Bobbio dove il conte-vampiro vive sparito al mondo da otto anni torna, in epilogo, la conclusione dell’antica storia. Che poi è il frammento di cinema da cui tutto è nato. Il vecchio cardinale che fa smurare la suora. “Lo avevamo fatto molto tempo prima, quell’episodio. Ho avuto voglia di raccontare il resto della storia. Le ragioni. E’ stato importante. Doloroso per motivi molto privati, ma necessario. Poi, riconquistata la leggerezza, ho voluto raccontare il dopo. Cosa succede oggi: a quell’inquisitore cattolico oggi vampiro recluso per sua volontà fra le mura di quella stessa prigione. E dire della politica, del mondo adesso. Perché si sa: il mondo non è grande, il mondo è Bobbio”.

E non è vero che il tempo si può fermare, basta non usare Internet. Il tempo non si ferma. Caso mai torna su se stesso. Racconta del coraggio e della paura di una volta, le conserva. Nella carne di suor Benedetta c’è tutto il coraggio dell’amore. Che muove il mondo e lo salva. Che, come nella visione finale, esce nuda dalla cella. La sola potenza della sua bellezza annienta il male, fa salva la speranza.

Concita De Gregorio, da “repubblica.it”

 

Bobbio, ieri. Federico, uomo d’arme a cavallo, bussa alla porta di un convento per riabilitare la memoria di Fabrizio, il fratello sacerdote morto suicida. Del gesto estremo è accusata Benedetta, una giovane suora che secondo l’Inquisizione lo avrebbe amato, sedotto e condotto alla follia. Ma la vendetta di Federico volge presto in desiderio. Refrattaria al pentimento e agita dal piacere, Benedetta è condannata alla prigione perpetua e murata viva in una cella del convento. ‘Graziata’ trent’anni dopo da Federico, diventato cardinale, Benedetta incrocerà di nuovo il suo sguardo, piombandolo a terra. Bobbio, oggi. Federico, sedicente ispettore del Ministero, bussa al medesimo convento. Lo accompagna un miliardario russo che vorrebbe acquistare l’antico complesso. Apparentemente abbandonato ai capricci delle stagioni e all’incuria del comune, il convento è abitato da un enigmatico conte, che ha abbandonato i vivi per i redivivi. Coniuge ‘estinto’ di una vedova (in)consolabile, il conte lascia la sua cella di notte e attraversa il paese interrogando amici e nemici sullo ‘stato delle cose’. Cose che cambiano sotto la spinta del ‘nuovo’.
Enigmatico, svincolato e sfuggente, Sangue del mio sangue è un film che affronta la Storia e (ancora una volta) la biografia del suo autore attraverso una declinazione libera, una rielaborazione del materiale narrativo sganciata da qualsiasi aderenza o fedeltà. Traslocato di nuovo il suo cinema a Bobbio, estensione di un corpo individuale, familiare e sociale in procinto di esplodere ieri e di ‘risolversi’ oggi, Marco Bellocchio non è mai pago di sperimentare e di sperimentarsi, andando contro o rivedendo il sé che era. Sangue del mio sangueporta addosso i segni di questo lavoro paziente e faticoso di messa in discussione, sprigionando un’energia abbagliante, una sintesi di rigore, semplicità, essenzialità, movimento, fisica, chimica, storia, filosofia, mistero.
Per Bellocchio le immagini veramente vive nascono dal passato dimenticato e trasformato dalla nostra fantasia interna, che combina la vicenda di una monaca ‘manzoniana’, accusata di stregoneria nell’Italia del ‘600, con un lutto personale già drammatizzato ne Gli occhi, la bocca, un fratello morto per amore accende il desiderio erotico (e di vendetta) del sopravvissuto. Ambientato in una realtà indeterminata, in cui fluttuano situazioni contemporanee e squarci antichi resi anonimi dalla collocazione notturna ma esaltati da una fotografia che emerge i volti dal buio,Sangue del mio sangue è rapito dalla visione di un movimento e sedotto da una presenza femminile (Lidiya Liberman). Un femminile che ha funzione di anima, di chi, con buona pace dei tribunali inquisitori, può condurre alla luce, fuori dal buio delle costrizioni e degli schemi in cui è imprigionato (idealmente) Federico e viene imprigionata (letteralmente) Benedetta.
Come fu per La visione del sabba, Sangue del mio sangue suggerisce la strega come emblema della femminilità irriducibile agli schemi del potere maschile e poi si lascia sopraffare dalla forza delle immagini, magnetiche, ardenti e vere padrone del film. Perché Bellocchio, dentro uno spazio patologico dove la geografia finisce per coincidere con la psicologia sociale, torna al fiume, alla fonte, alle origini della vita, là dove le immagini si sono formate per la prima volta davanti ai suoi occhi. E nello spazio domestico, nel piccolo borgo che delineava nei suoi protagonisti un itinerario ripetitivo e un orizzonte bloccato, il suo Federico si libera del complesso armamentario di intelletto e pregiudizio, per lasciarsi trascinare dalla ‘strega’, partecipare delle sue visioni, del passato che attraversa indenne. Richiamo affettivo e sessuale irresistibile, Benedetta ha il ‘passo’ della Gradiva (L’ora di religione), che schianta l’inquisitore e rade al suolo l’orrore, imponendo grazia e bellezza.
Ambientato tra due epoche e ‘interrotto’ dal progresso (la statale 45) come il Ponte Gobbo, Sangue del mio sangue deflagra nel capitolo contemporaneo il campo di tensioni immanenti alla provincia e al provincialismo italiano. In quel sistema di tensioni familiari e sociali, Bellocchio accomoda figli e fratelli, attori professionisti e non per continuare una diagnosi su quella cellula territoriale imprescindibile, espressione di un modo di vivere e di concepire il rapporto tra il qui e l’altrove. Lungo il fiume, dentro inquadrature che scavano nella memoria e piani che affiorano un’intensità violenta, il cavaliere sonnambulo di Pier Giorgio Bellocchio incarna un’idea di battaglia, piuttosto che la battaglia, secondo un principio di economia radicale che fa eco alla regia paterna alla ricerca incessante di una forma di pace interiore.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Ambientata nella sua amata Bobbio esattamente 50 anni dopo I Pugni in Tasca, la nuova fatica di Bellocchio spiazza, per quanto poco lineare e criptica. Un’opera nata quasi per caso, come ammesso dallo stesso regista, unendo due progetti separati. Tutto è nato nel laboratorio della sua scuola di cinema, con sede proprio a Bobbio, sua città natale. Qui, insieme ai suoi studenti, Bellocchio ha scoperto il carcere abbandonato e ne è rimasto talmente affascinato da volerci girare una storia, incentrata su una monaca di clausura ammaliatrice che per riscattare l’anima dell’innamorato Fabrizio, frate suicidatosi, deve dichiararsi strega. Ad imporle la confessione la temibile Inquisizione, che la sottoporrà a tre prove (tutte storicamente provate) per confermare, o smentire, il suo scellerato patto con Satana. Prove di acqua, lacrime e fuoco che Benedetta, la monaca, dovrà provare a superare indenne dinanzi allo sguardo del gemello di Fabrizio, ovvero Federico, ugualmente ‘stregato’ dalla donna, murata vita perché condannata.

A questa ‘prima’ storia passata Bellocchio ne abbina un’altra ambientata ai giorni nostri, all’Italia degli anni 2000, corrotta e globalizzata, portandoci per mano dinanzi allo stesso portone del convento chiuso e cadente perché abbandonato, tanto dall’interessare un potenziale acquirente russo, tale Rikalkov, accompagnato sul posto da un presunto ispettore del Ministero. Peccato che all’interno della struttura, negli anni poi diventata prigione, abiti un misterioso ‘Conte’, ufficialmente scomparso da 8 anni e da tutti conosciuto come il ‘vampiro’, perché in libera uscita solo di notte. Una doppia presenza, quella del milionario e dell’ispettore, che manderà in subbuglio l’intera comunità di Bobbio, di fatto tenuta a galla dallo stesso Conte grazie a frodi fiscali e sotterfugi. Un micromondo in cui combattere e ostacolare quella vampirizzazione sociale chiamata ‘modernità’ (vietati Internet e i social network). Costi quel che costi.

Volti perplessi e primi commenti disorientati. Venezia 72 ha digerito con non poche difficoltà l’atteso ritorno in laguna di Bellocchio, neanche a dirlo consapevole del proprio ambiguo progetto. Alla prima conturbante parte, dedicata alla ‘Monaca di Bobbio’ e a quel processo inquisitorio bagnato con il sangue, il regista si è poi lanciato in un triplo salto carpiato tanto nei toni quanto nella sua rappresentazione, dando vita ad una critica socio-politica dell’Italia di oggi. Un mix di generi ed epoche di difficile comprensione, volendo arrivare ad un senso preciso, ma non poco coraggioso, avendo sperimentato ed osato all’interno di un’industria cinematografica, quella nostrana, solitamente accartocciata su se stessa.

Per trovare una precisa quadratura del cerchio il regista si è affidato alla sua ‘famiglia’, reale e cinematografica. Al fianco dell’eccessivamente teatrale Pier Giorgio Bellocchio, infatti, si sono trovati Elena Bellocchio, sua figlia, ed Alberto Bellocchio, suo fratello, ma anche alcuni attori ‘feticcio’ del regista come Roberto Herlitzka, meraviglioso ‘vampiro’ terrorizzato dalla globalizzazione, Alba Rohrwacher e Filippo Timi. Quasi un’opera ‘sperimentale’, quella diretta dal padre de I Pugni in Tasca, tra potere ecclesiastico e potere politico, mostri ‘statali’ e succhiasangue notturni, pazzi reali e streghe per pura finzione, canzoni dei Metallica e Alanis Morissette, all’interno di un Universo racchiuso in un comune di 3.660 abitanti della provincia di Piacenza, in Emilia-Romagna. Bobbio, per l’appunto, che non a caso l’immenso Herlitzka definisce ‘il mondo intero’. Un Pianeta ‘seppiato’ con la Chiesa dominatrice nella prima parte che si fa spiazzate ‘farsa’ nella seconda, tra personaggi grotteschi e svolte surreali, scritte e dirette da un 75enne che non ha ancora perso il gusto di provare linguaggi diversi e provocatori. Tanto da dividere, ancora una volta, il Festival di Venezia.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Marco Bellocchio mi sorprende. Iniziare così un #ilmiocinemaè presuntuoso, piuttosto anzichenò. Dal signor nessuno che sono io mi permetto di dire questa cosa e vorrei farvi riflettere sulla positività di questa mia affermazione: Bellocchio è considerato uno dei maestri del cinema italiano contemporaneo e io sono completamente d’accordo, ma purtroppo i miei gusti non incontrano quasi mai il suo cinema.

A Venezia 72 riesce a sorprendermi, a 75 anni, come fosse un regista rinnovato e fresco per i miei occhi da spettatore di cinema bello. “Sangue del mio sangue” è una pellicola potente e profonda, autobiografica secondo me, e soprattutto bella.

Il film è diviso in 2: abbiamo 2 linee temporali e capiamo che quello che stiamo vedendo è il racconto un microcosmo, di un mondo chiuso in se stesso e sempre uguale. Bobbio è la città natale del regista e questo film parla di una ragazza del 1600 condannata a confessare al sua impurità e il suo patto con il diavolo solo per permettere al suo amato suicida di essere seppellito in terra consacrata. Un capriccio della famiglia del morto, dunque, costringe la ragazza alle prove più dure per dimostrare la propria innocenza: la prova dell’acqua, quella del fuoco, quella della reclusione forzata. Niente, il patto con il demonio non viene dimostrato.

Poi nel salto temporale siamo ai giorni nostri e là veniamo a sapere di cosa parli il film.

Non posso dirvi quale sia l’argomentazione principale della linea temporale presente in quanto vi priverei di un elemento non realistico che rende il film veramente interessante. Quello che mi è piaciuto molto infatti è stata la capacità di Bellocchio di calarsi in una storia vera, in cui ha messo molto della sua storia e della sua famiglia ma con l’intenzione di far uscire fuori una vicenda sognante, decadente, romantica.

C’è la figura di un conte, interpretato magnificamente da Roberto Herlitzka, che gestisce interamente la linea temporale presente, lui rappresenta nella mia opinione, lo specchio del regista nella sua vita. Bobbio è il microcosmo asfissiante di una vita passata a cercare di creare storie per fuggire da quel luogo.

E il film continua a sorprendere con gli altri personaggi che vengono introdotti: abbiamo due sorelle uguali e illibate che ospitano Don Federico Mai, nella linea temporare del passato, si muovono sempre insieme, pensano allo stesso modo, vivono da sole da molto tempo in una casa enorme, servono queste figure a rendere il racconto più fantastico, lasciandolo però vivere nel realismo, così la figura del matto di Filippo Timi, nella linea temporale del presente, una sorta di scemo del villaggio che rappresenta in un’unica figura tutto ciò che di irrazionale e “divertente” ci sia nella tristezza di Bobbio; lui si preoccupa di aver riconosciuta la sua insanità mentale rispetto a quella fisica, come a dare importanza e peso ad una mancanza intellettiva, come fossimo fieri di non essere in grado di pensare.

Non aggiungo altro, è un film da scoprire, lento al punto giusto, con tratti fotografici, in particolare nella linea temporale del passato, molto precisi e di gusto. La regia è di Bellocchio e si vede, siamo su uno stile attento e intelligente, elegante e mai scontato, da grande regista fa riconoscere il suo tratto.

È una storia questa che dimostra come a volte l’uomo insistendo sull’innocenza tiri fuori il male assoluto da essa.

Buon film, ottima idea, profonda richiesta di attenzione.

Claudio Di Biagio, da “bestmovie.it”

 

A Bobbio, una suora ha sedotto un prete; viene quindi inquisita per verificare se in lei c’è il demonio. Conseguentemente, al religioso con cui ha giaciuto viene negata cristiana sepoltura: tocca a suo fratello quindi intervenire per seguire il processo alla strega, sperando in una redenzione. Diversi secoli dopo, nelle stesse carceri dove l’inquisizione ha operato, vive segretamente un Conte; la cui esistenza vampirica viene messa in pericolo da un fantomatico artista e miliardario russo che vuole acquistare il fatiscente immobile. Due segmenti, due storie differenti, due progetti addirittura girati in maniera distinta: se la prima parte di Sangue del mio sangue nasceva infatti come cortometraggio, la seconda è stata invece pensata come chiusa necessaria, come concatenamento ineluttabile all’oggi di Bobbio. Il cinema di Marco Bellocchio, quello più puro, selvaggio, primitivo, concettuale, nasce e si sviluppa intorno a un magnifico spaesamento costruttivo: che nasce dalla storia, dalle immagini, dalle intuizioni spesso geniali, sempre profondamente autoriali, dichiaratamente personali, dei suoi film. Ma anche dal senso: un senso filmico, teorico, teoretico, che sembra chiaro durante la visione, ma lascia poi il passo al dubbio, alla perplessità, dopo i titoli di coda, per finire con il sedimentarsi in maniera fortissima e prepotente. Certo è che, al suo 25° lungometraggio, Bellocchio non rinuncia a una cifra stilistica perversamente inquieta e inquietante, onirica e tagliente, per un cinema mai conciliato, mai facile, sempre alla ricerca e richiesta, verso chi guarda, di un contributo di elaborazione. Lasciando da parte Bobbio, la sua centralità registica (lo afferma senza problemi anche Roberto Herlitzka durante il film, “Bobbio è il mondo“), la famiglia artistica e quella del sangue (nel film sono raggruppati volti storici del regista piacentino, dallo stesso Herlitzka fino alla Rohwacher, poi si intrecciano suo figlio Piergiogio e sua figlia Elena e suo fratello Alberto, e ancora Filippo Timi), che sono circostanze e non cause né effetti: Sangue del mio sangue sembra voler rinunciare al passato e guardare al futuro.

Come il Conte decide di morire, come la suora sceglie di essere murata per risorgere in futuro, così Bellocchio sottolinea come il tempo trascorra inesorabilmente, ed è inutile resistervi ma liberatorio cedervi: e in questo Sangue del mio sangue, nel suo segmento più coraggioso, più nuovo e forse ancora più straniante dell’inquieta prima parte, si lancia in una garbata invettiva contro il mondo, contro una società nella quale non si riconosce più (se mai l’ha fatto). Con una inedita vena comica, con uno strazio sempre sottocutaneo e presente; e senza rinunciare a quella ricerca identitaria che consiste nella lotta, sempre presente, sempre lancinante, fra “abnegazione e religione della colpa”, che poi è l’anima del suo cinema e il riflesso in questo del nostro paese. Che Marco vede ancora, e sempre più, schiavo di un potere vecchio, vetusto, annoiato e disinteressato. Soprattutto al disagio psichico: che ha molte facce, e che si aggira -risvegliando la vena più fantastica e/o fantasmatica del regista- nei secoli, fra sogni e superstizione, fra la malattia del vivere e quella del pensare.

Gianlorenzo Franzi, da “nocturno.it”

 

 

Sacralità e ipocrisia convergono in un’ambientazione cara a Marco Bellocchio che con Sangue del mio sangue porta in concorso alla 72ma Mostra del Cinema di Venezia un’opera criptica, fatta di corridoi in cui fatalità, giustizia e mistero si confondono, ingoiandoci tra i meandri di una pellicola pensata per elogiare il passato, senza smettere di credere nella bellezza prorompente del futuro.

Nella prima metà del film ci si ritrova proiettati nel Convento di Santa Chiara, tra le mura strette, i chiaroscuri dirompenti e i peccati legalizzati del sistema cattolico seicentesco. Il clima sembra essere scosso dall’arrivo di un attraente e giovane guerriero, Federico (interpretato da Pier Giorgio Bellocchio), giunto fin lì per rivendicare la giusta sepoltura del fratello gemello: un prete implicato in una storia d’amore con Benedetta, anch’ella “sposa di Dio”.
Esiste una soluzione per dare pace all’anima del defunto Fabrizio e soprattutto a quella dei suoi cari? Lui che ha ceduto alla disperazione, considerata il più imperdonabile dei peccati, potrà salvarsi al cospetto del Signore solo se la monaca di clausura che l’ha tentato confesserà le sue colpe.

Benedetta (Lidiya Liberman) si presenta agli spettatori abbigliata dalla corazza dell’ostinazione e del coraggio, con lo sguardo pulito di chi non teme le regole umane e divine e il mistero sinuoso della sua natura femminea. Come un’innovativa Monaca di Monza (alla cui storia ha dichiarato di ispirarsi il regista) sarà sottoposta alle prove dettate dall’Inquisizione:  prima il taglio dei capelli per appurare la presenza del marchio del diavolo, poi le prove dell’acqua, delle lacrime e del fuoco. Ma nonostante il coraggio e la fiducia riposta in Federico finirà per essere murata viva.
Nella trafila che intercorre dal giudizio alla sua condanna, Federico si trova nella stessa posizione di fragilità del fratello: tentato da quella donna così audace e spregiudicata; tentato al contempo dall’illibatezza delle sorelle Maria e Marta Perletti (Alba Rohrwacher e Federica Fracassi), delle quali è ospite.
“Loro vivono in simbiosi, sono due corpi con una sola testa e anche quando si trovano ad amare, che per loro è una cosa nuova, si aiutano a vicenda”, spiega la Rohrwacher.

Federico Mai è uno dei fulcri fondamentali di questa storia e la sua smania di trovare un posto nel mondo resiste al tempo trasferendo il suo corpo e il suo modus facendi in un’epoca contemporanea: è laseconda parte della pellicola, segnata dalla personalità inquietante del Conte Blasta (interpretato da un sublime Roberto Herlitzka).
Il suddetto conte, noto a tutti come il ‘Vampiro’, vive da ben otto anni nella prigione disabitata di Bobbio (imbandita di opere d’arte e curata nei minimi dettagli come un hotel di lusso), ignorando il mondo dei vivi e uscendo solo durante le ore notturne. A irrompere nella sua finta mortalità un furfantello di classe – ecco ritornare Federico – il quale, sostenuto da un dubbioso imprenditore russo, dice di voler acquistare le carceri, pena la denuncia!

Spintonati dalla suggestione delle divise i cittadini di Bobbio entrano letteralmente nel panico, mettendo in scena una serie di sketch finemente ricamati da una nota comica (emblematica l’interpretazione di Filippo Timi nei panni del matto), la quale adagio va ad intrecciarsi con la filosofia della decadenza e iltrauma della mutazione, impersonata proprio dal Conte Vampiro.
Il personaggio di Roberto Herlitzka sa farsi portavoce di una trasformazione antropologica, quella che racchiud enell’espressione: “la sincerità … un’altra cazzata”, ossia questa moda di dirsi tutto in faccia, di credersi senza maschere e poi di farlo tramite i social network, per carità!
Insomma è chiaro come anche Bobbio, quel microcosmo pieno di falsi invalidi e cittadini pronti a chiudere un occhio pur di darsi una mano, si sia aperto alla globalizzazione e necessiti di uno svecchiamento, non per forza migliore del precedente.
La pellicola subisce chiaramente un gap temporale inaspettato, fugace e disarmante che, dopo aver messo in parallelo due atti vampireschi diversi (da un lato la chiesa del ‘600 e dall’altra, se si vuole, la politica democristiana, che pur garantendo benessere ha privato la società di quella voglia di cambiare e andare avanti) ci riporta in quel convento in cui si trova Benedetta. Il suo corpo nudo e bellissimo che esce dalle mura disseminando stupore e morte rappresenta l’immagine più autentica della libertà, quella che resiste al tempo, alla delusione amorosa e ai disagi della natura; quella che sopravvive solo per la voglia di affermare la vita, di gridare silenziosamente la propria libertà di essere.

Sangue del mio sangue assembla due storie estreme senza badare alla perfezione degli incastri drammaturgici e temporali e cullando le sequenze con musiche tinteggiate da divismo e classicità, a tratti stravolti dai suoni più rock.
Bellocchio ci regala, ancora una volta, una perla cinematografica in grado di farci rovistare nel presente, adoperando le chiavi di lettura di un passato che ci rimane avvinghiato alle caviglie, provocandoci dal profondo della sua inesistenza con un riso amaro.

Teresa Monaco, da “cinematographe.it”

 

 

Qualche anno fa, Marco Bellocchio annunciò la sua intenzione di girare un film dal titolo La Monaca di Bobbio (o La prigione di Bobbio). Poco dopo, fu la volta di quella che definì “una Dolce vita del Duemila”, Italia mia, un film tragico e grottesco sulla società di oggi. Non è azzardato pensare che quei due progetti, mai concretizzati, abbiano trovato sintesi e realizzazione in questo Sangue del mio sangue: che da lato è, appunto, la storia di una suora scandalosa e prigioniera nella Bobbio del Seicento, dall’altro quella di alcuni personaggi che si incontrano (e incrociano tangenzialmente quel passato) oggi. Le parti storiche, che incorniciano quella contemporanea, sono esplicitamente figlie di quel progetto, mentre le ambizioni di raccontare l’Italia tutta si sono ridotte a una sineddoche bobbiese che, forse, è ancora più efficace di quanto sarebbe stato un affresco più ampio.

Ma al di là della genesi e della filologia, di Sangue del mio sangue è più interessante parlare da altri punti di vista: primo fra tutti, da quello di una libertà narrativa e compositiva sorprendente anche per Marco Bellocchio e per il suo cinema. Allontanandosi da ritratti ambiziosi e obblighi etico-morali come quelli dei suoi ultimi film, Bellocchio gira un film che gli è familiare in più di un senso (per i luoghi raccontati, gli interpreti coinvolti, perfino per i temi) e che gli permette, data questa dimensione così casalinga e questo istinto così intimo e spontaneo, di sciogliere la sua fantasiosa creatività metafisica, alternando il rigore ingannevole della ricostruzione d’epoca all’ironia surreale delle questioni relative ai nostri giorni.

Così, tra quadri del XVII secolo accompagnati da una versione corale di “Nothing Else Matters” dei Metallica, stanchi vampiri contemporanei, passioni fatali e piccole e grandi truffe, Sangue del mio sangue procede solenne e sardonico allo stesso tempo scherzoso anche nei confronti dello spettatore e ai limiti del sarcastico per raccontare piccole, eterne verità come quelle relative all’inadeguatezza degli uomini, alle loro piccole meschinità, all’arroganza ottusa di ogni autorità e all’eterno femminino che è insieme salvezza e dannazione, vita e morte.
Bellocchio guarda severo e scettico a chi condannava una giovane donna colpevole d’amore, e fa arrivare a chi di dovere la giusta punizione; guarda con malcelato disprezzo alla volgarità esibita e al becero opportunismo del popolo di oggi, ma anche con disincanto pietistico a chi vorrebbe conservare uno status quo marcescente, a chi vorrebbe “impedire di navigare”. A dispensare vita, e morte, ma comunque speranza e rivoluzione necessaria, sono solo le donne: e non a caso per questi ruoli epifanici e transizionali Bellocchio sceglie la più giovane delle sue muse, Lidiya Liberman, e sua figlia Elena.

Ci sarà sicuramente chi dirà che Sangue del mio sangue è tutto chiuso nella testa del suo autore, nelle prigioni delle ossessioni di Marco Bellocchio, nell’autorefenzialità dei suoi attori, della sua famiglia, della sua Bobbio. Tanto varrebbe allora, usare metodi da Inquisizione per condannare un film che confessa già dal titolo la sua voglia di guardarsi dentro e vicino. Di rimanere piccolo, un pensiero libero nato magari sotto la doccia, o guidando distrattamente. è da lì, però, da questi semi di creatività lasciati esprimersi in minore, che i grandi artisti riescono spesso a dare il meglio dell’acume del loro sguardo.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Sempre meno i film di Marco Bellocchio si arrendono alla dittatura del pensiero logico, sempre meno cioè vogliono rimanere legati ad una trama propriamente detta o portare avanti i loro ragionamenti attraverso binari che rispondono alla logica. Almeno da L’Ora di Religione sempre di più si contaminano di deviazioni, sillogismi non conclusi o voli pindarici che spesso (non sempre) sono la parte migliore del film, di certo lo sono in Sangue del mio Sangue.

Rigidamente diviso in due parti (il passato e il presente, tutto intorno ad una prigione-convento di Bobbio, ieri attiva oggi rudere) il film mette molto poco in relazione la storia di una donna processata per possessione demoniaca, di un uomo, Federico Mai, che cerca di riabilitare il nome del proprio fratello (da lei traviato) e poi nel presente di un Conte che abita la prigione-convento in gran segreto e dell’erede di quel Federico Mai che vuole acquistarlo con l’inganno.

Quel che conta di più in Sangue del mio Sangue è che Bobbio è permeata da un male finzionale, un male che prende le vesti della magia, del diavolo o ancora del vampiro, un male di fantasia che si tramanda per via familiare (quando mai non è così nei film di Bellocchio) attraverso tutte persone che si somigliano (interpretati dagli stessi familiari del regista, realmente simili l’uno all’altro), cioè persone che anche visivamente portano impressi sul proprio corpo i segni dell’essere legati dal sangue. È il male che tiene arretrato quel paese, che complotta di notte come una massoneria per evitare che la modernità arrivi in qualsiasi maniera. Come già detto però questi ragionamenti sono la parte peggiore del film, la migliore invece sta tutta nelle suggestioni da cui Bellocchio si fa prendere.

Innamorato degli amanti nascosti, delle pieghe che la religione riesce a far prendere agli eventi, delle costrizioni che implica nella vita delle persone e animato da un sincerissimo mai autocompiaciuto luddismo, Sangue del mio sangue identifica di nuovo nella parentela qualcosa di negativo, o almeno il viatico per qualcosa di negativo, il terreno fertile per le maledizioni e per il fiorire dei difetti. Così anche se non tutto in questo film sembra essere al meglio, è anche indubbio che la sensazione di cappa negativa su una piccola comunità e l’associazione di questa con una radice religiosa e un perpetuarsi familiare trova una sincronia armonica, perchè ogni cosa in questo film passa per le immagini (come sempre nel Bellocchio recente e specialmente da quando l’occhio che usa per le use immagini è quello superlativo di Daniele Ciprì, inevitabilmente un coautore), cioè per la conoscenza che viene dall’intuizione della visione e non dalla riflessione della testa.

Anche per questo poco è spiegato e molti salti non seguono binari logici, perchè alle volte si capisce di più associando i volti simili di due parenti che operando dei ragionamenti ad alta voce.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

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