Ritorno alla vita

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La contraddizione della vita non ha bisogno di toni caldi per essere raccontata. Ritorno alla vita, il nuovo film diretto da Wim Wenders, è una tragedia che porta sul grande schermo il tema della colpa. Lo analizza nel più profondo delle viscere umane. Ne fa una pellicola piena di adrenalina. Capace di trasportare lo spettatore nell’animo del protagonista. Non soltanto attraverso un argomento che angoscia l’uomo dal suo avvento sulla terra, il senso di colpa. Ma anche attraverso una scelta stilistica che immerge profondamente, che strazia, che toglie il fiato per le due ore di proiezione, il 3D. Tomas è ognuno di noi. Ed è questo che più sconvolge della delicata e preziosa storia raccontata da Wenders in Ritorno alla vita. I toni freddi e lontani del lago Ontario. Il dolore di Tomas. La tragedia di Christopher. L’ermetica impassibilità di Kate (Charlotte Gainsbourg). La dolcezza sfuggente di Sara (Rachel McAdams). L’impossibilità di comprendere l’uomo che ama di Ann (Marie-Josée Croze). Il tatto di Mina (Julia Sarah Stone). Ogni scelta di Wenders è carica di significato. Di narrazione. Di magia. Che riporta al significato ultimo della storia. Così come della vita. La colpa.

Un meraviglioso James Franco interpreta magistralmente Tomas, scrittore americano in piena crisi creativa. Un uomo fragile e insicuro. La tragedia di una morte di cui si rende artefice senza colpe. L’incapacità di lasciarsi alle spalle un dolore più grande della vita stessa. E la domanda più grande che il film ci rivolge. E la risposta che gli occhi distaccati e inscrutabili di Tomas vogliono sentire. Wenders, in Ritorno alla vita, non vuole indagare il senso di colpa di fronte alla morte. Piuttosto il senso di colpa di uno scrittore che si appropria della tragedia reale per trasformarla nel suo capolavoro. Con questa ossessione, indagata con il tocco enfatico di un dialogo tra Tomas e Christopher, un ragazzino che entrerà a far parte della vita dello scrittore, Wenders riflette sulla molteplicità della natura degli eventi. Dove ci si può spingere con la finzione? Dove deve fermarsi la realtà?

Wim-Wenders-Ritorno-alla-VitaIn un luogo freddo e distaccato, incapace di trasmettere emozioni, così come l’animo di Tomas, Wenders trasporta lo spettatore in un continuo crescendo di ansia e adrenalina che racconta la redenzione, attraverso lo scrittore, di un uomo prima ancora che di un artista. Le circostanze. Oscure presenze di una vita che cambia direzione senza che ci sia un comandante a guidarne la rotta. Ritorno alla vita è un piccolo scrigno che tiene nascoste le paure di ciascuno di noi. E Wim Wenders ci ricorda che, per natura, siamo esseri destinati a sbagliare. Le colpe sono intrinseche in noi. A questo punto viene da chiedersi se sia giusto renderle il nostro punto di forza. Il valore aggiunto. Oppure sia onesto purificarsi. Ma la vita, e l’arte, sono l’unico strumento su cui far affidamento per misurare la coscienza.

Lontano e vicino si fondono in una continua ricerca. Per osservare l’esistenza è necessaria la giusta distanza. Wenders segna il passo tra il contraddittorio e l’imperscrutabile. Ritorno alla vita è la storia della fragilità umana. La storia di ognuno di noi.

Silvia Tassone, da “seesound.it”

 

 

 

Come una favola. Come se il 3D avesse spinto il cinema di Wenders verso altre forme/visioni: il modo di ri/vedere il documentario (lo strepitoso Pina), il legame col cinema statunitense come nel caso di quest’ultimo Ritorno alla vita. Più che un titolo, una frase ricorrente. Più che ripetuta, se ne sente l’eco in tutto il film. Quasi un piccolo pezzo di neve del paesaggio. La stessa neve di un film/dichiarazione/titolo: La vita è meravigliosa.

Una sera d’inverno Tomas (James Franco), un romanziere, dopo una discussione con la sua fidanzata Sara (Rachel McAdams), inizia a guidare senza meta in una strada di campagna. Sta nevicando e improvvisamente compare davanti a lui una slitta con un bambino. I freni cedono, l’auto slitta. E’ riuscito ad evitare l’incidente o no? Il bambino è salvo. Ma era da solo o no? Questo evento manderà progressivamente in frantumi la sua relazione. E lui stesso cadrà in una profonda depressione. La scrittura diventa l’unica arma per sfuggire alla sua condizione.

james franco e rachel mc adama in ritorno alla vitaJames Franco, curiosamente presente nei film di Herzog e Wenders i due cineasti tedeschi contemporanei più importanti, sembra guardare in macchina. E’ solo un’illusione. Il suo sguardo invece è catturato da una soggettiva, tranne nell’inquadratura finale. Si, Ritorno alla vita è anche un racconto in prima persona. Lo scrittore non nell’atto dell sua creazione, ma nel gioco parallelo tra scrittura e vita. E potrebbe già trattarsi di un romanzo autobiografico.

Sbanda sotto la tempesta Ritorno alla vita. Rimbalza tra passato e presente. Il suo cinema non può più (s)fuggire in uno spazio. La corsa si interrompe subito. La terra (prima) dell’abbondanza può apparire arida.L’ultimo Wenders è una sperimentazione frenata ma anche maestosa, che trova il suo punto di fuga nel tempo. Il film procede per progressive ellissi. Che possono apparire come stacchi temporali netti. Ma che possono essere anche il proungamento, la metamorfosi di una magia. Con gli adulti che restano uguali a se stessi anche col passare degli anni. Con i figli che crescono e arrivano al momento della resa dei conti.

charlotte gainsbourg in ritorno alla vitaAncora. Tra passato e presente. Tra le ‘ombre bianche’ di Nicholas Ray mescolato con Il grande e potente Oz di Raimi, quasi riciclaggio della figura di Franco. Forse voleva i giganti di Tim Burton di Big Fish. Forse ci sono e crescono progressivamente nell’immaginazione. Forse si vedono in quei colori innaturali della fotografia diDebie. Con quelle sensazioni di ipnosi già create per Gaspar Noé (Enter the Void) ed Harmony Korine (Spring Breakers) che qui trasformano la pop-tecno in una dolente ballata.

Probabilmente Ritorno alla vita è una nuova dimensione del cinema di Wenders. Un road-movie che non può più attraversare il paesaggio e viaggia nel corso del tempo. Che ha dei momenti potentissimi, come l’incidente nel luna park. Che vuole abbattere lo spazio come nella telefonata tra Tomas e Kate, la mamma del bambino/i, interpretata da una dolente Charlotte Gainsbourg che qui sembra sempre più un’attrice venuta dal passato. Con i due personaggi sono separati ma compaiono come fantasmi nella stessa inquadratura. Come magie. Dissolvenze di un’unione negata.

Ma è anche un film su una condizione emotiva. Ed è quella, nei suoi difetti, che fa vibrare Ritorno alla vita. Da quei vetri delle finestre, dove c’è la trappola di stare lì dentro e il desiderio di uscire fuori. Proprio come la contraddizione di quest’ultimo Wenders. Tra paura e desiderio, appunto. Che lascia i personaggi nella loro solitudine. Che non gli nega i suoi necessari abbracci. Quello di un cinema che ha ancora bisogno di stare attaccato al suo immaginario, ma che sta coraggiosamente cercando di non invecchiare. Questa non è più l’illusione 3D. E’ Wenders stesso che resta diviso. Le schegge dei frammenti non tornano. Ma è anche qui la magia di un cinema che stavolta deve ricomporsi daccapo. Pezzo dopo pezzo.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

Una sera d’inverno lo scrittore Tomas sta guidando in un paesaggio nevoso quando una slitta gli si para davanti scendendo da un pendio. Tomas non ne ha colpa e nemmeno Christopher, il fratello maggiore che avrebbe forse potuto prestare più attenzione al fratellino e nemmeno la mamma dei due che li avrebbe potuti richiamare in casa. Tomas entra in crisi profonda e la sua vita cambia anche sul piano affettivo. Questo evento lascerà segni anche nel futuro di tutti coloro che sono stati coinvolti.
Ci sono autori che restano talvolta affascinati dal modo in cui le ‘storie’ giungono al loro cospetto. È, in questa occasione, il caso di Wim Wenders che ha ricevuto per posta la sceneggiatura e ha deciso quasi d’istinto di farne un film in 3D. Chi ricorda l’esperienza di Pina sa quanto in quell’opera di danza e poesia l’uso della rinnovata tecnologia fosse fondamentale. Qui la necessità appare meno evidente anche se l’occhio allenato coglie come Wenders se ne sia avvalso più che per gli effetti maggiormente plateali piuttosto per sfumature di grande raffinatezza stilistica.
Quest’ultima non è mai assente nelle opere del Maestro che però in questa occasione sembra giustificare la massima popolare che recita che si nasce incendiari per poi finire come pompieri. Perché in questa storia di vite segnate da un evento doloroso il tema della scrittura e del successo personale ottenuto filtrando realtà e immaginazione finisce con il riverberarsi su Wenders stesso che è sempre più formalmente accurato quanto invece lontano da quella realtà che sapeva trasfigurare in una forma d’arte capace di rivoluzionare un’estetica e sempre pronta ad osare sul piano della forma linguistica.
Se il Wim di allora incontrasse il Wenders di oggi (questo, non lo straordinario documentarista de Il sale della terra) probabilmente non lo riconoscerebbe. Vedrebbe un bravo regista che sa controllare in modo eccellente fotografia e recitazione. Come tanti altri.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Wim Wenders incontra per la prima volta Bjorn Olaf Johannessen al Sundance Film Festival durante un workshop sulla scrittura, nasce una certa sintonia tra i due e lo sceneggiatore norvegese tre anni dopo gli invia lo script di “Every thing will be fine“. Insieme al produttore Gian-Piero Ringel, Wenders decide per il 3D dopo l’esperimento già fatto per “Pina”, una scelta per molti considerata del tutto ininfluente, in realtà legata ad un lavoro sullo spazio che sembra la riduzione intimista delle geometrie volumetriche investite dal movimento aereo in alcune zone di Wuppertal dove sono stati girati gli esterni del film dedicato alla Bausch. Basta osservare il modo in cui il regista tedesco elabora lo spazio casalingo di questo dramma famigliare, contrapponendo alla razionalità claustrofobica delle abitazioni, la trasparenza del vetro e la presenza chiara dei corpi, tutti aspetti sui quali ha lavorato insieme a Benoit Debie, pensando il rapporto tra volti e superfici nella dinamica degli schermi riflessi, suggestione che per certi versi proviene direttamente da “Paris Texas” per il modo in cui viene ripensata all’interno di uno spazio intimo la distanza di corpi vicinilontani che non riescono a toccarsi. Se quindi la “presenza”, come ha detto Wenders stesso in una serie di interviste, gli ha consentito uno studio sui personaggi e sul ritratto, isolandoli e filmandoli in alcuni casi con uno schermo nero sullo sfondo, nella relazione frontale tra camera e attore, per sua stessa ammissione emozionale come quella del cinema delle origini; questo volume in rilievo, così visibile da sembrare tattile subisce al contrario un’alterazione fantasmatica che si traduce in una serie di dispersioni; nel pulviscolo, nel gioco astratto di luci e colori come in quella sequenza sorprendente che vede James Franco sfiorare il volto di Rachel MacAdams mentre lei risponde con gli schiaffi, nei riflessi sul vetro, nei colori e nello spazio del melodramma Sirkiano reinventati digitalmente tra visione e cecità, nella telefonata di James Franco e Charlotte Gainsbourg, entrambi lontani, ma ricombinati nello spazio tridimensionale con uno “split” senza demarcazioni. Certo, a proposito di quest’ultima immagine ci è venuto in mente il digitale “primigenio” e catodico di Michelangelo Antonioni nel video di Fotoromanza per Gianna Nannini, già tridimensionale nel continuo sfondamento di superfici, specchi, sovrapposizione di spazi incongrui. Era quindi necessario che Wenders ripartisse proprio da qui per rilanciare il suo cinema? Perché no, se nel gioco affettivo, ci spinge a riflettere sul nostro modo di essere in una relazione, senza includere l’invadenza delle nuove tecnologie, quasi fosse a filmare dentro il set di un film di Sirk, ma mostrandoci comunque uno straniante sonnambulismo, attualissimo ed inattuale allo stesso tempo, che come nei piani dell’immagine stereoscopica, si sdoppia tra presenza e assenza, cinema del passato e cinema del futuro. È un dramma che mette in scena traumi continuamente sospesi quello di Wenders, dove il tempo si biforca; tutta la sequenza dell’incidente procede per dilatazione, sfruttando continuamente il fuori campo e spegnendo la tensione proprio quando si sta per innescare nuovamente; oppure nel momento del disastro al luna park, alluso, evocato, ritardato, come una minaccia che colloca il personaggio di James Franco nella posizione distante di uno spettatore silente, vicino agli angeli di Berlino oppure a Travis Henderson al di là del vetro. Ma prima ancora della figura tutta novecentesca dello scrittore testimone del dolore altrui, divorato dal dubbio sulla relazione tra vita e creatività, “Every thing will be fine” è, come dicevamo, una deambulazione a vuoto, un movimento apparente del tempo in questi spazi così presenti nella loro dimensione volumetrica ma allo stesso tempo irreali, dove amarsi e toccarsi è difficile e doloroso. Per rappresentare questa presenza anelata, il chiasmo della terza dimensione era semplicemente una possibilità.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

 

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