Non essere cattivo

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È molto probabile che i due film italiani che il red carpet di Venezia ha escluso dal concorso siano anche i due più nuovi e nostri contemporanei, nel senso della necessità di un’arte che entri nelle contraddizioni della condizione umana di oggi e proprio di oggi, e che ci provochi perché le si affronti, che non le svenda soffocandole nella comunicazione mercantile.
Grazie ad Alberto Barbera, ottimo funzionario della corporazione dedita a propaganda e spettacolo nel mondo (dove girano i miliardi: è una delle industrie mai in crisi, perché di divagatori e pusher “culturali” il potere ha sempre bisogno), tutto diventa più chiaro. I due film sono stati infatti rigorosamente e coerentemente esclusi dal concorso veneziano: Bella e perduta di Pietro Marcello (non premiato a Locarno, passerella corporativa minore) e questo Non essere cattivo di Claudio Caligari, appena uscito nelle sale e che si spera che il pubblico migliore corra a vedere. Non esito a dire che sono due piccoli capolavori, ma piccoli solo per il costo, per la marginalità della produzione.
Affronteremo il primo quando uscirà. Del secondo dico subito il dispiacere per la morte recente del suo regista, marginale per scelta. Del suo Amore tossico (1983) non fui entusiasta, per qualche compiacimento di troppo, mentre L’odore della notte (1998), più brutale e decisamente migliore, risentì della voga della brutalità, in quegli anni, di altri film presunti di denuncia e che erano invece di maniera.
Con Non essere cattivo, l’opera omnia di Caligari consta di tre film in tre decenni e mezzo, e anche questo dà un’idea di cosa sia “il mondo del cinema”, in particolare romano. Con l’ultimo, prodotto grazie all’amicale devozione di Valerio Mastandrea, che era stato il giovane e sorprendente protagonista del secondo, Caligari ha come depurato la sua materia, raggiungendo una misura artistica e umana alta e intimamente commossa, che oserei dire religiosa proprio nel senso della morale cristiana primaria dettata da una straziata pietà per i personaggi che mostra.
Si parla di spacciatori di droga periferici, che sono anche drogati, e delle loro donne, dei loro figli, del loro habitat, in una Ostia (già raccontata in Amore tossico: è evidente che il registra la conosce bene e sa di cosa parla) che è tanto assolata quanto squallida e provvisoria come tante periferie del mondo. L’ambiente e i personaggi sono pasoliniani (Accattone è il riferimento essenziale, ma anche Morte di un amico di Franco Rossi, scritto da Pasolini con Giuseppe Berto, per il legame tra i due protagonisti Cesare e Vittorio), però dimensionati in un oggi che è un eterno oggi, dove le storie si ripetono di padri in figli e di generazione in generazione, con le stesse ricorrenze.
Una società nemica; un potere generalmente distante e dimentico salvo che per una polizia che reprime senza che niente cambi; un ambiente – vedi le scene sui cantieri e sulla loro gestione – dove il lavoro è poco e non offre garanzie di sorta; donne supine che quando sono sveglie vengono presto ricondotte al loro essere secondarie anche nella marginalità, anche nella sofferta solidarietà con i loro uomini; bambini vittime o destinati a ripetere le gesta degli adulti. Un mondo vero, che sfioriamo quotidianamente, ma da cui siamo protetti solo per appartenenza di ceto o per la voluttà di un agire da servi, di una “carriera” da servi.
“La vita è dura e se non sei duro come la vita non vai avanti”, dice Cesare, il più mosso, nevrotico, aggressivo dei due amici. E “andarsene da tutta ’sta merda” è più facile a dirsi che a farsi. “I sòrdi ce vonno”, e di conseguenza lo spaccio, perché “tanta gente ce campa”. I cattivi non sono solo cattivi, e non sempre è colpa loro se lo sono. La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi, anche i più trucidi, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose, quali che siano le loro opzioni ideologiche.
Resta da dire dei due splendidi attori che danno corpo e cuore a Cesare e a Vittorio, Luca Marinelli e Alessandro Borghi; delle giuste presenze femminili e di tutte le altre; del ritmo asciutto e ritmato del film, che procede per accumulo e non per astuzie di sceneggiatura; e della regia nervosa, tesissima e mai distante da ciò che narra: tutto ciò che rende Non essere cattivo diverso dal cinema melenso dei buoni e dei denunciatori, quello che riempie di sé, della propria ipocrisia, il cinema italiano, cioè romano: in questa Ostia non ci sono grandi bellezze, e neanche piccole e medie.
Goffredo Fofi, da “internazionale.it”

Scrivere, ragionare, parlare di “Non essere cattivo” sono azioni che implicano una certa dose di dolore. Ma non c’è da stupirsi, dato che dietro la macchina da presa c’è Claudio Caligari, un maestro vero, abbandonato dall’industria cinematografica italiana, nonostante con un pugno di documentari e due lungometraggi avesse già fatto capire che il suo nome meritava ampiamente di essere consegnato alla storia del nostro cinema. Il dolore provocato dalla visione del suo terzo, magnifico, indimenticabile film è stratificato e agisce sotto molteplici aspetti. C’è quello, ovvio e dovuto, per il rimpianto che ci provoca la consapevolezza che Caligari è morto troppo presto, nel pieno di una sua pienezza artistica che avrebbe potuto regalarci perle di rara bellezza ancora per molti anni; c’è poi il dolore dato dalla storia narrata in sé, stupefacente nel suo procedere in perfetto equilibrio tra il crudo realismo pasoliniano con cui sono immortalati i protagonisti e un poetico e straziante sapore da melodramma di periferia, capace di strappare il cuore anche allo spettatore più duro di sentimenti e frantumarlo in mille pezzetti; c’è, infine, un’annotazione malinconica su un cinema fuori dal tempo e fuori dalle mode, così introvabile in Italia, un cinema fatto di attenzione al dettaglio tecnico, alla messa in scena complessiva, al dosaggio delle interpretazioni. Un cinema che Caligari ha potuto incidere su pellicola, purtroppo per chi lo ha amato, soltanto tre volte nell’arco di un trentennio, un vero delitto se pensiamo che tutto ciò ha prodotto “Amore tossico” (stupendo dramma sulla dipendenza da droghe negli anni 80) e “L’odore della notte” (vero capolavoro noir, ambientato nella periferia più oscura di Roma), prima, appunto, di “Non essere cattivo”.
Ma andiamo per ordine. È una Ostia di metà anni 90, quella che Caligari disegna con precisione certosina fin dalla prima panoramica sul lungomare autunnale, un non luogo per eccellenza: il lido della Capitale ripreso allo spegnersi delle luci estive. Lì, tra il nulla e il vuoto, c’è la storia di Cesare e Vittorio, amici per la pelle da quando erano ragazzini, che tentano strenuamente di dare un senso alle loro giornate sballandosi in continuazione e inframmezzando il rito del “farsi” con piccole attività illecite, utili giusto per comprare la prossima dose da “spararsi”. Qualche spaccio al molo, qualche truffa facile facile, magari qualche scippo o rapina non troppo rischiosi. Questa è la loro vita, costellata di presenze simili a loro: giovani e meno giovani emarginati da un progresso che li ha relegati ai margini della società, scarti umani che provano a sopravvivere all’ombra della Roma ripulita dei primi anni 90.
L’ironia sorniona con cui Caligari pennella i caratteri dei due protagonisti, interpretati divinamente da Luca Marinelli (attore ormai di classe superiore) e la sorpresa Alessandro Borghi (eccezionale anche lui), non tradisce mai un realismo di borgata che penetra nel cervello e nelle ossa dello spettatore. C’è un’attinenza al vero quasi annichilente per la naturalezza con cui viene immortalata dall’occhio della cinepresa del regista nativo di Arona. Intorno a Cesare e Vittorio ci sono storie di dramma comune: una ragazza madre alle prese con la sopravvivenza economica, l’Aids che ha colpito la sorella di Cesare e, purtroppo, anche la figlioletta, i cantieri sempre aperti, appaltati a operai di varie nazionalità sempre in nero, in cui si lavora oggi sì e domani forse. E poi il senso di noia e inutilità sempre opprimente: lo si sente quando si guarda il mare, quando ci si siede al bar dell’angolo dove ci si ubriaca prima della sniffata del giorno, quando si torna a casa all’alba con gli occhi a palla per troppe allucinazioni che sembrano sempre più lontane quando il sole si alza all’orizzonte. Caligari evita le trappole alla “Trainspotting”, non fa un ritratto di gruppo di “gente drogata”. No, la sua opera vola altissimo dal primo all’ultimo minuto: la sua ambizione è quella di creare un vero romanzo di vita vissuta, un affresco corale di una gioventù bruciata non per amore della trasgressione ma perché giocoforza costretta a recitare nella comunità il ruolo di coloro che sono emarginati.
Caligari gira con freddezza e padronanza registica come un Martin Scorsese nostrano (e d’altronde il cineasta americano è sempre stato un riferimento imprescindibile per lui). Suggestive a mozzafiato sono le sequenze dello sballo notturno, con ralenti, montaggio frenetico, carrellate eleganti e mai inopportune. A rompere il ritmo vertiginoso delle serate “stupefacenti” ci sono gli squarci sentimentali sulle difficoltà emotive dei protagonisti: non è facile volersi bene e amarsi al tempo della droga, non è cosa semplice esternare le proprie emozioni alle persone vicine quando si è sotto effetto di cocaina o eroina. Ma anche in questo, Caligari non perde la bussola, controlla i battiti del cuore e non altera mai il realismo del suo dramma: amore, litigi, separazioni, amicizia di sangue, tutto in “Non essere cattivo” è possibile, è autentico, commovente nella sua semplicità.
I due amici a un certo punto si dividono, poi si ritrovano, poi si riperdono: uno dei due prova a diventare finalmente adulto, a ripulirsi, a lavorare come manovale; l’altro sprofonda senza freno, non riesce a disintossicarsi, comincia a compiere reati sempre più gravi. Una divisione di strade che non rompe il cordone ombelicale che li lega da vent’anni e che Caligari riesce sempre a mettere in scena con un tocco che davvero strazia il cuore. Il passaggio dalla cocaina alle pasticche è come un passaggio del testimone a un’altra epoca: novità del nuovo millennio si affacciano alle porte di questa tristissima eppure bellissima Ostia, un finale aperto lascia il dubbio sul futuro di questa generazione sbandata. Riusciranno a farcela? Riusciranno a vivere la vita senza venirne annientati? Caligari questo non lo dice in “Non essere cattivo” e purtroppo non lo dirà mai in nessun prossimo film. Ma quello che ci dona fino ai titoli di coda è già tantissimo e abbiamo il dovere di custodirlo nel modo più amorevole possibile.
Insomma, un film grandioso. Un difetto? E sia, troviamolo: l’ultima inquadratura dura trenta secondi di troppo.
Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

Per gli strani arabeschi del destino, ci sono registi senza qualità che ricevono fin dalla prima opera allori, plausi e applausi produttivi; poi invece veri registi, artigiani del cinema, artisti con un mondo dentro, che per i motivi più vari disparati e futili non riescono a raggiungere quella notorietà che pur serve per avere l’aiuto dei produttori, per rendere reale il mondo che hanno dentro. Claudio Caligari fa(ceva) purtroppo parte di quest’ultima cerchia: morto nei primi mesi del 2015, ci ha lasciato un esordio fulminante come non se ne vedevano da tempo, Amore Tossico; e un’opera seconda, L’Odore della notte, presentata a Venezia nel 1998, forse meno incisiva ma ugualmente secca, decisa e precisa. Proprio Valerio Mastandrea, protagonista del film del ’98, si era impuntato per aiutare Caligari (amico “arcigno”, come lo chiamava lui) a produrre Non essere cattivo. Mastandrea, l’anno scorso, scrisse una lettera aperta a Martin Scorsese perché potesse intervenire; sempre lui ha combattuto perché, dopo il primo e ultimo montaggio che Claudio fece, Non essere cattivo fosse terminato e portato in sala. Mastandrea non ha nascosto di aver vissuto con ansia particolare l’arrivo del film in Laguna, nonostante sia un aficionados della Mostra: ma infatti, di rischi ne ha corsi parecchio.
Che fosse un’opera sbilenca, che fosse troppo arrabbiata, venendo da un regista che per anni aveva inseguito la sua idea di cinema ostinata, pervicace e così fuori dal coro; e che fosse una storia già invecchiata prima di nascere (in sala), raccontando il 1995. E invece, per tutti questi motivi, Non essere cattivo si è rivelato uno dei film italiani più vivi e interessanti di Venezia 72. Conclusione, e non proseguimento, di Amore Tossico nella misura in cui osserva il tramonto definitivo dei valori di borgata intesi come alternativa valida alla conformista morale borghese, cercando una redenzione purtroppo ormai impossibile. E poi, in un certo senso, l’essere un film girato alla fine degli Anni ’90, con questi due mezzi tossici (incredibile Luca Marinelli, uno dei talenti veri e furenti della scena attoriale italiana di ultimissima generazione, da tenere d’occhio) che cercano lavoro e perdono nei cantieri, sembra essere prologo necessario e ineluttabile della crisi che attraversiamo adesso, film premonitore e tragico nel suo prevedere la dolorosa difficoltà delle nuove generazioni a trovare una loro identità dopo lo smarrimento e la sbornia degli Anni ’90.
In tutto questo, Non essere cattivo quasi aggredisce lo spettatore, investendolo con immagini furiose ma perfette, asciutte, secche: e quando chi guarda si arrende all’aggressione di Caligari, è come se la storia ammettesse le proprie debolezze rivelando fugacemente un cuore da melò che batte sotto gli sguardi duri e i modi arroganti. Nella stessa Ostia di Amore Tossico, l’emarginazione nasce ieri per diventare la prassi oggi; e la strada per il futuro è sempre, ieri oggi e domani, un tragico, inevitabile, vicolo cieco. Bisogna essere veloci quando si intravede in lontananza una luce che illumina l’oscurità nella quale ci dibattiamo; perché altrimenti si corre nella speranza di infilarsi in quello spiraglio, ma si finisce poi per sbatterci il muso contro quando lo spiraglio ti viene chiuso in faccia.
Gianlorenzo Franzi, da “nocturno.it”

Ostia, 1995. Vittorio e Cesare sono amici da una vita, praticamente fratelli. Cresciuti in un quartiere degradato campano di espedienti, si drogano, bevono e si azzuffano con altri sbandati come loro. A casa Cesare ha una madre precocemente invecchiata che accudisce una nipotina malata, la cui madre è morta di Aids. Vittorio invece sembra non avere nessuno al mondo, e quando incontra Linda vede in lei una possibilità di costruire una vita normale. Trova lavoro e cerca di coinvolgere anche Cesare, che nel frattempo si è innamorato di Viviana, una disperata come lui ma piena di voglia di costruirsi un futuro. Riusciranno Rosencrantz e Guildenstern a diventare protagonisti della loro vita?
L’ultimo film di Claudio Caligari, 17 anni dopo L’odore della notte, è un altro excursus nei luoghi oscuri non solo dell’hinterland romano, ma dell’animo umano e della società contemporanea, raccontato attraverso due figure di confine, l’una encomiabile per la sua volontà di tirarsi fuori dalle sabbie mobili della propria condizione, l’altra patetica per l’incapacità strutturale di farlo. In certi luoghi e certe circostanze non essere cattivo, per citare il titolo, non è una scelta, perché per sopravvivere alla violenza e alla prevaricazione che ti circonda devi tirare fuori la tua natura peggiore, e possibilmente un “ferro”. Al di là di una trama piuttosto prevedibile e molto già vista al cinema, ciò che colpisce di Non essere cattivo è l’energia vitale di cui è imbevuto, la fame di rivalsa, la voracità con cui Vittorio e Cesare azzannano la vita, strappandone brandelli di carne viva. La fotografia (di Maurizio Calvesi), lucida e colorata al neon, crea un 3D “de noantri”, un bassorilievo pagano. Anche l’archeologia suburbana è messa a frutto per delineare un universo coatto e coattante, un pianeta selvaggio dove è inevitabile sentirsi marziani, come marziano doveva sentirsi Caligari rispetto a gran parte della inciviltà contemporanea.
Luca Marinelli nei panni di Cesare è irriconoscibile rispetto alle sue interpretazioni cinematografiche precedenti e rivela una cifra comica tutta sua, anche se in filigrana si intravede quella che avrebbe potuto essere in quel ruolo l’interpretazione di Valerio Mastandrea, produttore del film e interprete de L’odore della notte. E Alessandro Borghi è una rivelazione nel ruolo meno centrale di Vittorio, che passa dalle allucinazioni cocainomani alla tenerezza del buon padre di famiglia senza mai perdere credibilità.
Paola Casella, da “mymovies.it”

Comincia con un cono gelato Non essere cattivo, con un omaggio alla scena più nota e citata di Amore Tossico, primo dei tre film realizzati in vita da Claudio Caligari, cineasta unico e particolarissimo, poco prolifico (inutile stare a discuterne qui i motivi) ma incredibilmente incisivo. Diciassette anni dopo il suo ultimo film sembra non essere cambiato niente, i protagonisti sono ancora romani, provenienti dalla periferia di tutto, della vita, della cultura, della moralità, del senso comune e ovviamente della città, e Caligari sta con loro fino alla fine, gli vuole così bene che non si risparmia nel farne un ritratto infame ma dotato della poesia che la vita reale gli nega.
La storia è quella di due amici che saltano da droghe sintetiche a piccoli crimini, che si godono i soldi guadagnati senza freni fino ad un’allucinazione fantastica di uno dei due, un momento pienamente caligariano, tra il ridicolo e il toccante, il grottesco e il triste, che sarà un segno, come un momento di rivelazione. Tempo dopo uno dei due ha messo la testa a posto, ha un lavoro in un cantiere e cerca di tenersi buona una famiglia che ha creato, addirittura vuole coinvolgere il suo vecchio amico nel mondo del lavoro e della regolarità sentendo anche in lui questo desiderio. I due però non sono uguali e per il secondo adeguarsi ad un mondo di regole e abbandonare la violenza dell’atteggiamento prevaricatore da strada non è semplice.
L’unico vero grande segno di discontinuità con gli altri due film di Caligari è che in Non essere cattivo la recitazione ha un ruolo fondamentale. I protagonisti del film sono due ma sembra esserci solo Luca Marinelli, interprete potentissimo, mimetico nel dimenticare se stesso e aderire al mondo trattato come se volesse cercare d’essere attore preso dalla strada, ma anche sempre conscio di dover fare l’attore e non l’imitatore. Sembra l’uomo giusto al momento giusto, l’interprete perfetto per quel miserabilismo poetico di Caligari, dolce e ruvido al tempo stesso. Testa raffinata dentro corpo becero. Non è possibile sottostimare l’importanza che già in questa primissima parte della sua carriera Marinelli sta avendo nel cinema italiano. C’è lui in uno dei migliori film di tutta la carriera di Paolo Virzì e Francesco Bruni (Tutti i santi giorni), c’è lui nel film migliore di un cineasta unico come Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi) e c’è lui a dare potenza all’ultimo film di Caligari.
Non essere cattivo rischiava di non essere mai fatto e invece ora che ci arriva riporta il cinema indietro. Se già Caligari non ha mai nascosto di cercare di essere pasoliniano, raccontando una società completamente diversa da quella degli anni ’60 e paradossalmente riuscendo a trovare una chiave per usare quello stile in questo mondo, in Non essere cattivo retrodata la contemporaneità agli anni ’90 e spacca in due la tela del cinema con immagini che allo squallore degli ambienti associano una poetica della disperazione e dell’amarezza unica.
Lo si dice sempre dei grandi autori ma seriamente in Caligari lo sguardo è tutto. Non sono le storie che racconta ma la maniera in cui guarda quella gente, quei mondi e quelle periferie ad essere ammalianti, il suo non edulcorare niente, non amare nulla ma essere vicino a tutto che è incredibile. Sempre distante con la macchina da presa, sempre naturalista con la luce e sottotono con la fotografia, sempre cauto con il montaggio ma anche sempre posizionato nel punto migliore per svelare le fragilità di esseri umani terribili, questo cinema è il più difficile in assoluto da fare.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

Roma, quar­tiere di Ostia, un set a cielo aperto, nelle case dei pesca­tori abi­ta­vano le com­parse dei peplum, le spy­der degli attori sfrec­cia­vano sul lun­go­mare verso i cele­bri sta­bi­li­menti, su que­sto lito­rale finiva la Dolce Vita. Ma qui siamo tra i bor­ga­tari con uti­li­ta­rie che dopo una rapina, certe volte si met­tono in moto: Non essere cat­tivo l’ultimo film di Clau­dio Cali­gari scom­parso il 26 mag­gio scorso, ter­mi­nato appena prima della sua morte, è stato pre­sen­tato fuori con­corso (non si capi­sce per­ché).
Lì dove ave­vamo lasciato i pro­ta­go­ni­sti di Amore tos­sico e l’eroina (intesa come droga) degli anni Ottanta ritro­viamo alla metà degli anni Novanta altri ritro­vati chi­mici per lo sballo, due amici, le ragazze, gli altri pischelli del gruppo, qual­che duro del quar­tiere e l’ombra oscura dell’Aids.
«Il mare nun lo guardà che te ven­gono i pen­sieri» avverte qual­cuno, potre­sti comin­ciare a pen­sare e un conto è pen­sare, un conto agire, che signi­fica per que­sti ragazzi spac­ciare pastic­che dai nomi inno­cui (fra­go­lina, play­boy, colombina,«braccio de fero»), un po’ di coca, fare rapine insen­sate o pro­met­tere ine­si­stenti tele­vi­sori al pla­sma rime­diati da un camion. L’obiettivo è «svol­tare», una dura lotta con­tro la vita, pro­prio come quella che ha soste­nuto il regi­sta per rea­liz­zare i suoi soli tre film, l’ultimo dei quali è stato il più dif­fi­cile da por­tare a ter­mine. Eppure furono un caso anche i suoi docu­men­tari a comin­ciare da Droga che fare nel lon­tano ’76, quando ancora non era stata spaz­zata via una intera gene­ra­zione e più di una, con l’introduzione dell’eroina nel paese con il pre­ciso dise­gno pilo­tato per spaz­zare via i movi­menti poli­tici. L’eroina è la mate­ria di Amore tos­sico (dell’83, ben prima di Train­spot­ting), dopo tanti anni rie­sce a rea­liz­zare L’odore della notte (’98) scelto dalla Set­ti­mana della cri­tica a Vene­zia, poi dovrà aspet­tare altri dicias­sette anni per poter rea­liz­zare il suo ultimo film, e senza il soste­gno di Vale­rio Mastan­drea qui nella veste di pro­dut­tore dopo essere stato pro­ta­go­ni­sta con Gial­lini nel film pre­ce­dente («mi sono vestito bene e sono andato a cer­care soldi per il film alle porte dell’Inferno»), non sarebbe nean­che riu­scito a realizzarlo.
L’abilità di Cali­gari sta nell’accogliere fra­ter­na­mente, senza porre distanze, i per­so­naggi, la mate­ria dei suoi rac­conti, uti­liz­zare lo slang senza aggiun­gervi rife­ri­menti let­te­rari, ma esal­tarli nel loro secco impatto sfer­zante, pesan­te­mente umo­ri­stico. Dit­to­ghi al vento, dat­tili e spon­dei tra­gi­co­mici del dia­letto («Ciao Cé, ciao Vittò» oppure: «daje a spi­gne», «ari­pi­jate», «dovemo svortà»). Certo dif­fi­cile da tra­durre, i cri­tici stra­nieri riman­gono per­plessi, non col­gono l’abisso in cui si tro­vano i pro­ta­go­ni­sti, con la mamma che cucina e le scarpe alla moda, le «vil­lette vicino al mare».
Cali­gari com­pone una armo­nia di gesti per­fet­ta­mente sin­crona alla musi­ca­lità del lin­guag­gio, pone al cen­tro una sto­ria di ami­ci­zia tra due gio­vani, Vit­to­rio e Cesare, che si cono­scono da bam­bini, spar­vieri della costa (sono inter­pre­tati dai bra­vis­simi Luca Mari­nelli e Ales­san­dro Bor­ghi con le part­ner altret­tanto con­vin­centi Sil­via D’Amico, Roberta Mat­tei), spinge sugli ele­menti umo­ri­stici e para­dos­sali nel grande disa­stro delle loro vite così dif­fi­cili da condurre.
Uno dei due che ha tro­vato la donna giu­sta lascia per­dere le dro­ghe e va a lavo­rare in can­tiere, non facile nean­che quello (all’epoca gli ope­rai polac­chi appena arri­vati dal post comu­ni­smo erano a Ostia la mag­gio­ranza), guar­dato con stu­pore dalla banda di amici («quello va a lavorà, non è nor­male»). Cali­gari imma­gi­nava il film come la terza parte di una ideale tri­lo­gia ini­ziata con Accat­tone e seguita da Amore tos­sico: cosa suc­cede ad Accat­tone se a un certo punto decide di andare a lavo­rare?
L’altro amico invece pre­ci­pita sem­pre di più. Una caduta ine­so­ra­bile, segnata, riscat­tata dai suoi gesti incon­sulti, improv­vise mat­tane, slanci di affetto e ini­zia­tive per lo più bal­zane. L’elemento pate­tico, il melo­dramma è appena sfio­rato e subito si sovrap­pone un gesto pica­re­sco, una situa­zione ina­spet­tata, una bat­tuta a smor­zare. La cita­zione dei film amati dal regi­sta è nasco­sta tra le scene in modo da non diven­tare dilagante.
Si sce­glie il ’95 come anno di pas­sag­gio, tra l’epoca dell’eroina e quella delle dro­ghe sin­te­ti­che e poi nuo­va­mente l’eroina, in una zona peri­fe­rica dove sem­bre­rebbe impos­si­bile non essere «cat­tivi», con quella dello spac­cio come forma orga­niz­zata e capil­lare di com­mer­cio clan­de­stino con tutte le sue rami­fi­ca­zioni. «È anche il fal­li­mento dell’ideologia del lavoro, spiega Fran­ce­sca Sera­fini (che con Gior­dano Meacci ha scritto la sce­neg­gia­tura): il lavoro era uno dei punti di par­tenza del film. In que­sto suo terzo film Accat­tone prova a lavo­rare, ma se fai il mano­vale in bor­gata i soldi non bastano per vivere, l’unico modo è essere cat­tivo. Cali­gari fa per­dere ai suoi per­so­naggi parte del can­dore rac­con­tato da Paso­lini».
Silvana Silvestri, da “ilmanifesto.info”

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