National Gallery

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Qualcuno diceva che l’arte più compromessa a partire dal secolo scorso fosse l’osservazione: si guarda ma non si vede. Da un lato lascia dunque un po’ l’amaro in bocca pensare che un certo tizio come Frederick Wiseman vada verso gli ottantacinque anni, esemplare di persona e professionista da preservare, o al peggio da cui apprendere ciò che di lui ci sta più a cuore, ovvero la sua arte. Quella di osservare, per l’appunto.

Con At Berkeley, tra le varie domande, Wiseman sembrava porsi quella relativa alla sostenibilità di un sistema così saldamente ancorato all’economia, per non dire dipendente da essa, in un periodo di ristrettezze. Se poi tale sistema riguardasse la formazione di una nuova classe, di una generazione a cui a breve toccherà confrontarsi con le beghe che andrà ad ereditare, la questione assume tutt’altra valenza. In altre parole, come può un’istituzione di quel tipo reggere le contingenze di una crisi economica devastante come questa? E come riuscire a mantenere certi standard? Prima ancora che l’istituzione, gli uomini e le donne che la compongono, sono preparati a tutto ciò?

Per il regista statunitense le chiacchiere stanno a zero: andiamo sul posto e riprendiamo quello che succede. Non senza filtri, è chiaro, perché il rapporto tra il girato e ciò che va a comporre il film (specie nel caso di At Berkeley) è all’incirca di 1/60; perciò una scrematura deve esserci ed è necessariamente a discrezione del regista. Eppure la capacità di Wiseman di innestarci in quel mondo e farci uscire solo quando lo dice lui è encomiabile, ed è ciò che essenzialmente l’ha reso il rinomato autore di documentari che è. Anche stavolta, con National Gallery, non si risparmia e costruisce questo ecosistema preesistente e indipendente come se fosse una sua rappresentazione. Cosa che non è.

Anche questo suo ultimo lavoro è mosso da certe specifiche curiosità, se non altro perché la situazione impone di soffermarsi su tematiche come crisi e modalità attraverso cui realtà così blasonate la affrontano. E si ha la sensazione che poco o nulla venga taciuto, mentre assistiamo ad una consultazione interna da parte di quello che presumibilmente è l’amministrativo, mentre i vari membri discutono in merito alle potenziali ricadute di una grossa maratona che gli organizzatori vogliono far terminare proprio di fronte al museo. Sia detto quasi en passant, i film di Wiseman non riguardano solo realtà intangibili come un’università, un ospedale, un corpo di ballo o un museo: attraverso tali riferimenti le dinamiche e le relazioni tra le persone sono in qualche modo sempre al centro.

L’esperimento operato in National Gallery aggiunge però qualcosa. In molti casi Wiseman si ritrova a fissare con la sua macchina da presa la gente che osserva i quadri mentre scrutano quei disegni o semplicemente fanno finta di averci capito qualcosa. Ma a cosa pensano mentre affacciano il proprio muso su delle epoche che vivono ancora attraverso quei dipinti? Non sapremmo dire se è questa la domanda che si è posto il regista, ma di certo è stata la nostra. National Gallery, il film-documentario, sono anche i visitatori del National Galley, il museo.

Ci si chiede a più riprese, talvolta senza nemmeno rendersene conto, come Wiseman abbia avuto accesso a certi momenti, come quando si sta allestendo la prossima mostra o nel corso del già citato meeting amministrativo. È in questi frangenti che l’istituzione, impalpabile e forse per questo apparentemente inaccessibile, passa in secondo piano, mentre i vari attori occupano la scena. Ed apprendi, in qualche modo, qualcosa di più su quello specifico indirizzo culturale, ma anche su una cultura in generale. Una donna ad un certo punto, s’intrattiene con il direttore, chiarendo che ciò che sta per dire non sarà affatto una critica: «ah ma io sono più che aperto alle critiche, anzi non chiedo altro», è più o meno la risposta. La donna manifesta il proprio pensiero, al che il tizio, gerarchicamente in posizione di evidente vantaggio, dopo aver attentamente ascoltato liquida tutte quelle osservazioni con altrettante, lapidarie considerazioni, che non hanno altro scopo se non quello di troncare la discussione e tornare alla situazione precedente a quel dialogo.

È inevitabile che tale ambiente, in un modo o nell’altro, rispecchi ciò che si trova fuori. Le appassionate guide che illustrano i vari dipinti, tutte molto preparate e affabili, hanno un gran parlare di descrizioni, contesti e quant’altro in merito a quel particolare quadro, ma la prima loro preoccupazione è sempre quella di non prevaricare preventivamente sulle interpretazioni altrui. Uno di loro dice di essere sempre stato scarso in matematica perché in quest’ambito la risposta giusta è sempre una sola, privilegiando l’arte proprio perché, al contrario, ammette più risposte esatte. Tante quanti sono coloro che rispondono.

Wiseman passa dunque da un problema come quello di far quadrare i conti, a speculazioni più libere ma non meno importanti come quello di definire vagamente il concetto di arte. E ci vuole maestria per alternare un’ipotesi di bilancio con annessa prospettiva di tagli al personale e ridimensionamento dei progetti, a momenti in cui si tenta timidamente di capire cosa sia l’arte e a cosa possa servire oggi, proprio attraverso quei quadri che pretendono di essere osservati e non semplicemente guardati. Il tutto passando per il pienone alla mostra di Leonardo o attraverso l’illustrazione relativa alle nuove metodologie di lavoro in ambito di restauro – sapevate che il restauratore di oggi deve essere in grado di operare in tal modo che centinaia di ore di lavoro possano essere “cancellate” così, di punto in bianco, a beneficio del successivo restauro al medesimo dipinto?

Perché National Gallery ci parla anche di questo, ossia di arti nell’arte. Che perciò non è solo quella del restauratore, ma anche quella del critico, includendo in quest’ultima categoria non semplicemente la cosiddetta critica militante, quella specializzata (!), bensì ogni singolo fruitore dell’opera. Oppure coloro che allestiscono una mostra, così come chi “ammassa” tutta quella mole di tele, i collezionisti, perché come ha detto proprio il collezionista Davide Halevim: «Collezionare è un modo per rimanere immortali», dunque, se è vero, tale pratica non può che essere eminentemente artistica. Ma su tutte, probabilmente, quella che bazzica lo stesso Wiseman, ossia l’arte di raccontare.

Così, quando un ragazzino o una signora sono intenti a riprodurre (o che so io) uno di quei dipinti, mentre la macchina da presa spia i loro schizzi, allora si assiste quasi al ristabilimento di un ordine: a noi, avanzatissimi posteri di cotanti antenati, che sia il poeta Tiziano piuttosto che lo scapestrato Caravaggio, non resta che tentare di apprendere l’arte insuperata di quei maestri appartenuti ad un mondo così lontano e meno “evoluto” del nostro.

Ma poiché nelle tre ore di National Gallery, come spero si sarà oramai compreso, lo sguardo si posa su un mondo intero, vivo e vibrante, c’è spazio anche per una barzelletta. Un anziano signore ed una giovane donna si accostano ad un quadro in cui è raffigurato Mosè. Al che l’attempato vecchietto dice di conoscere una barzelletta proprio sul celebre profeta: «la vuole sentire?», «certo!», risponde la signorina. «Allora, Mosè ha appena ricevuto le tavole con i comandamenti dal Signore. Al che scende in fretta e furia dal Monte Sinai, rivolgendosi agli israeliti: “Fratelli, il Signore ha parlato, incaricandomi di mettervi a parte dei Suoi comandamenti”. La folla mormora, mossa dalla curiosità. “Tuttavia ho una notizia buona ed una cattiva. Da dove volete che cominci?”, replica Mosè. E l’uditorio: “Parti da quella buona!”. “Va bene. La buona è che ho ottenuto da Lui che si fermasse a dieci. La cattiva è che tra questi dieci c’è ancora l’adulterio”».

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Il cinema di Wiseman è a suo modo inattaccabile. Nessuno come il cineasta americano appare in grado di sviscerare senso, funzionamento e significati reconditi di un meccanismo, di un organismo, di un luogo chiuso in cui si svolgono delle attività umane. In tal senso, National Gallery presentato a Cannes nel contesto della Quinzaine des réalisateurs è l’ennesimo esempio in grado di dimostrare questo assunto. Il museo nazionale inglese, con sede a Londra, diviene il centro del mondo, il microcosmo da cui si accede a un macrocosmo in quanto vi vediamo messe in pratica sostanzialmente tutte le attività principali dell’umano: l’educazione (ai bambini viene spiegato come si vede e come si interpreta un dipinto), l’interpretazione stessa (il saper leggere al di là della superficie), la mediazione politica (gli incontri tra i gestori del museo impegnati ad affrontare le varie questioni che si pongono di volta in volta), la salvaguardia e il restauro di un’opera d’arte che si colora ovviamente dei toni della salvaguardia della tradizione artistica e dunque della storia della nostra civiltà.

Di fronte a un tale ricchissimo e complessissimo discorso, non si può non restare affascinati ed irretiti, ed ogni volta spiazzati e saziati da una nuova scoperta (alcune lezioni fatte dalle guide sono di notevole valore didattico e, a loro modo, commoventi). Inoltre, stavolta, mettendo al suo centro l’opera d’arte, Wiseman lavora più direttamente sullo sguardo, sull’enigma visivo e dunque arricchisce National Gallery di un costrutto metalinguistico, dove la caratteristica di certa pittura del passato di parlare per codici, simboli e allusioni, si riversa nel presente nella sensazione di non poter comprendere fino in fondo tutte le intenzioni che un’artista può aver messo in opera nel realizzare il suo singolo quadro. Ciò significa che noi siamo chiamati – per dovere verso il nostro passato – a salvaguardare i reperti venuti da civiltà vicine o lontane, ma che non potremo mai affermare con sicurezza di poterle “abitare” (e interpretare) fino in fondo. Resta un fondo oscuro e volatile che è quello del senso stesso della visione, discorso che Wiseman finisce per esplicitare in una stupenda carrellata di volti dipinti che ci guardano e che a loro volta sono guardati da noi.

Ecco, probabilmente, è in questa messa in scena dello sguardo – tematizzata esplicitamente, a differenza di altri film di Wiseman, dove il discorso era implicito – che si può leggere la vera novità di National Gallery. Un film che comunque non è esente da qualche leggerissimo limite, del resto già ravvisabile in alcune delle ultime opere del cineasta americano: l’essere completamente al servizio di un organismo funzionante senza avere più alcuna intenzione di evidenziarne eventuali contraddizioni. È il sentore dunque di un’opera su commissione come, in maniera ancor più avvertibile, si percepiva ad esempio in La danse (2009), dedicato al balletto dell’Opéra di Parigi. Resta il fatto comunque che la ricchezza di film come National Gallery è difficile vederla altrove.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

L’entomologia di Frederick Wiseman, e del sodale direttore della fotografia John Davey (equiparati nei titoli di coda), si applica qui alla National Gallery di Londra. Se in questi anni il cineasta bostoniano ha esplorato lo spettacolo imperniato sul movimento del corpo (il balletto de La Danse e il nudo di Crazy Horse) e poi l’istruzione del pensiero (l’università, in senso etimologico, di At Berkeley), stavolta affronta l’arte per via frontale e diretta, entrando nel micro/macrocosmo museo («Mi interessa come la stessa materia sia declinata in forme diverse: un film, un romanzo, uno spettacolo, un balletto. Il coreografo, lo scrittore, il regista e il pittore affrontano gli stessi problemi: il passaggio del tempo, la caratterizzazione, il tono, l’astrazione e la metafora. Ognuno le risolve a modo suo, ma le questioni complessive sono sempre le stesse. E’ un tema del film»). Come fece Philibert in La Ville Louvre, e Straub/Huillet in Une visite au Louvre, ma diversamente da questi: la National Gallery per Wiseman non è solo i suoi lavoratori e l’azione sotterranea e preparatoria degli addetti dietro le quinte, né smontare e trasportare forme e colori su un altro supporto, quello cinematografico. E’ indagine scientifica su un universo, come sempre, all’insegna dell’osservazione: paradossalmente la costruzione di una totalità passa per la selezione delle porzioni, il lungo materiale filmato impone una scelta, e la decisione su cosa mostrare è la sostanza di questo cinema.

Wiseman e Davey si appostano nella National Gallery e la guardano come una sfera, da molte angolazioni possibili. Le guide che spiegano i quadri si alternano ai momenti gestionali della galleria, dalla formazione del bilancio alla spending review, sino ad “aprire” la miniatura e universalizzare i suoi problemi, rendendoli dilemmi etici per tutti: deve un’istituzione culturale accettare la pubblicità? Quanto può concedere all’esigenza commerciale? A questo è dedicato lo scambio cruciale dei responsabili, dialogo fra due visioni del mondo, l’una a rigorosa difesa dell’arte autonoma e senza stampelle («La gente viene alla galleria per vedere la galleria»), l’altra per l’apertura alla strategia mediatica («Siamo anche un’attrazione turistica»): è un confronto “puro” che non oscilla verso una posizione, ma si equilibra nell’alternanza delle due voci, e dunque percorre gli spazi di una questione aperta, gestire la National Gallery nel 2010, esponendo un nodo complesso e inesauribile in un solo punto di vista.

Attraverso la paziente esplorazione, la tecnica wisemaniana cattura istanti e tocca vette struggenti: può essere una ripresa “rubata” alla guida, che illustra la differenza tra un oggetto e la sua rappresentazione; oppure l’educazione al “tocco” dei quadri per non vedenti, che rilancia l’utopia concreta di superare le possibilità umane, come nel viaggio su Sirio presunto in At Berkeley, stavolta nell’accesso universale all’opera d’arte che non si fermi ai limiti di mente e corpo (bambini, non vedenti). Il corso di nudo che ricrea le modalità di pittura dal vivo, dissertando sulla sua attuabilità ora e nella Storia; l’azione certosina di restauro che getta un cono di luce sulla caducità umana, per cui anni di lavoro sono cancellati in pochi minuti dal restauro successivo; e soprattutto le riprese dei visitatori, controcampo ai quadri, che osservano attentamente o giocano al cellulare, si concentrano o distraggono. Il regista guarda nel loro sguardo, inserendo la vita della galleria nell’oggi, calandola nello spazio di un’espressione in pieno contemporaneo. Insieme al volto sostanziale, che affronta tagli e proteste, crisi e resistenza, il suo filmare si sviluppa per prospettive significative, in cerca di nuovi posizionamenti della cinepresa che favoriscono rivelazioni: così Wiseman inquadra un restauratore al lavoro, la cui figura è riflettuta sulla tela e si confonde con le ombre dipinte nel quadro, azzardando una sovrapponibilità fra la “prima” mano sull’opera e chi la ritocca secoli dopo.

Adesione al codice del cineasta, lontano dallo stratagemma anti-naturalista come scelta politica (no al regista in campo, no interviste dirette), National Gallery non è una registrazione fotografica del reale, bensì un edificio costruito dal regista con l’intervento decisivo del montaggio. Lo spiega lo stesso Wiseman: «Alla fine dal lavoro sulla struttura faccio emergere una narrazione drammatica». E il dramma culmina nella danza dinanzi alle opere d’arte. Il film ipotizza una sovrimpressione definitiva delle forme: come nel Ritratto di Frederik Rihel a cavallo di Rembrandt, che alla radiografia svela la presenza di un dipinto precedente, così i ballerini si stagliano in campo medio sulle tele, componendo una stratificazione tra moderno e contemporaneo, un dialogo tra due piani con pari dignità per ognuno. Si risolve implicitamente la contaminazione della galleria con l’esterno: se l’opportunità pubblicitaria resta in dubbio, la giusta ibridazione è quella con la danza perché danzare è come dipingere, e la carne dei corpi dei ballerini si imprime sulla pittura delle figure mitologiche alle pareti. La sala della National Gallery diventa il palco del balletto: l’inquadratura, equiparando il campo a un quadro, permette ai ballerini l’uscita di scena esattamente nel punto di fuga, che coincide con l’ingresso. Essi escono dal campo/quadro e si dissolvono nel buio.

Le dichiarazioni di Frederick Wiseman sono tratte dall’intervista di Jason Di Rosso sul sito di ABC Radio National.

Emanuele Di Nicola
Voto: 9
da “spietati.it”

 

Che sia il più grande documentarista vivente pare pacifico. Che Frederick Wiseman però, a più di 80 anni, continui a sfornare grandi opere a getto continuo un po’ meno. Il nuovo lavoro, National Gallery, presentato alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes 2014, continua il percorso intrapreso negli ultimi anni da Wiseman, che dopo aver cambiato storia e senso del documentario con Titicut Follies, Hospital e Domestic Violence ha intrapreso un percorso che guarda all’arte, alla cultura, a quell’umanesimo che la dittatura dell’economia e la sua crisi hanno portato a rinnegare.

Così dopo La danse, Crazy Horse o At Berkeley, Wiseman racconta dal di dentro la National Gallery, con lo stesso metodo di sempre: entrare nei luoghi dove si decidono le sorti di un’istituzione, osservare, non intervenire né commentare mai, mostrando i meccanismi decisionali prima e il lavoro concreto poi intorno al famoso museo londinese, tra i più grandi del mondo. E come sempre in Wiseman, soprattutto nell’ultimo periodo, la capacità di tirare fuori il senso politico delle immagini è straordinaria.

Mostrando quasi in parallelo le riunioni del consiglio di amministrazione in cui si decidono le attività e si risolvono i problemi organizzativi ed economici e il lavoro delle guide nel raccontare ai bambini o ai disabili, la preparazione delle opere da parte dei curatori e le esposizioni vere e proprie, National Gallery mette in mostra cosa rappresenta l’arte in questo preciso momento storico e socio-culturale, come poterla salvare e comunicare al mondo, rendendo cruciale la questione dell’opera come racconto e messinscena (bellissime le discussioni sulle cornici, le luci, i riflessi), facendo di riflesso quindi anche un film sul cinema, la cui condizione si specchia in quella dell’arte tout court.

Come sempre, Wiseman abbatte le barriere tra ciò che è di pubblico dominio e ciò che non si potrebbe sapere, tra il dietro e il davanti le quinte, tra lavoro e risultato e lo fa su una materia tanto più affascinante quanto più affine, in senso estetico, ontologico ma anche politico, alla settima arte. E il finale, con i due ballerini che danzano tra i dipinti del museo, fonde non solo le varie anime dell’arte, ma i vari elementi del cinema (immagine, movimento, dettaglio sonoro, musica) e il percorso di Wiseman da qualche anno a questa parte.

Emanuele Rauco, da “ilmucchio.it”

 

Dopo circa 35 anni di incessante attività, il Frederick Wiseman degli anni 2000 ha applicato il suo sguardo anche a realtà distanti – non solo geograficamente – da quegli Stati Uniti d’America che lo hanno visto massimo testimone cinematografico di documentari capaci di condensare la complessa eterogeneità di una nazione.
Difficile dire se rispetto al passato ci siano oggigiorno maggiori difficoltà nel ricevere permessi di girare in specifiche istituzioni americane e certamente sono giunte dall’Europa proposte (e contributi produttivi) allettanti, ma recuperando una parentesi del 1996 (“La comédie française ou l’amour joué”, su allestamenti teatrali da parte di attori e tecnici della Comédie Française), al di là di meri ingranaggi economici, ne è uscita comunque la possibilità di spostare il baricentro dell’obiettivo su realtà dedite a divulgare l’arte. Il teatro di “La comédie française”, la danza di “La danse – Le ballet de l’Opéra de Paris”, il cabaret del “Crazy Horse”. E la pittura della National Gallery di Londra.

Fin dalla sacrale imponenza della struttura, propria dei più importanti musei, “National Gallery” è gà un compendio del Wiseman europeo. Il film difatti ingloba – anche con dirette materializzazioni – un circuito che va dalla poesia alla musica, dalla danza al romanzo. Estrapolando alcune parole di una guida, che in merito ai dipinti di Poussin (con un rimando a Mantegna) fa riferimento ad un rimbalzo artistico tra pittura ed altre arti, si può dire che Wiseman abbia realizzato un documentario sul saper guardare l’arte oltre che le persone e che, di conseguenza, il risultato sia uno dei suoi film più esplicitamente metalinguistici, insieme al pur diverso “Blind” (sui non-vedenti dell’Institute for the Blind). In “National Gallery” vi è d’altronde un esemplare rimando al film del 1987: una classe di non vedenti alle prese con una lezione di storia dell’arte. Montata dopo non molti minuti, la sequenza apre in tal modo una porta d’ingresso al film tutto, una ipotetica indicazione sulle illimitate possibilità del vedere che può partire dalla concretezza del tatto e giungere alla potenza dell’astrazione.

La predilezione di Wiseman per una forma romanzata a discapito di un documento cronistico è anche qui caratteristica fondante di un lavoro di montaggio che può dirsi titanico: 170 ore di girato per tre mesi di riprese, condensate in poco meno di tre ore.
Il film si muove su due piani che viaggiano in parallelo. Da una parte c’è la conservazione di un patrimonio di inestimabile valore, dall’altro l’attrazione turistica.
I due fattori incorporano innumerevoli sottotracce e si intersecano ininterrottamente. Il frastagliato, problematico ma vitale territorio artistico pulsa già attraverso la visione dei dipinti conservati nel museo che racchiudono i bagagli di un’intera umanità, attraverso tematiche che vanno dalla fede all’amore, dalla gioia alla morte, dal mistero alla guerra. Wiseman riprende i dipinti in gran parte tagliando i contorni dall’immagine per soffermarsi sulle vivide palpitazioni che le opere sprigionano e che talvolta nascondono. Le sensazioni scaturite dalla visione delle opere mutano di volta in volta a seconda del momento, del visitatore, della distanza tra opera e sguardo; come sembra sottolineare una guida che analizzando Vermeer accenna alla possibilità da parte di un’opera d’arte di dialogare con il visitatore in modo sempre nuovo e di certo oggettivo sebbene rispetto ad altre arti – dal cinema al romanzo – scolpita in una sola immagine.

L’intenzione non è quella di farne un film educativo quanto piuttosto un percorso sull’atto del guardare, sulla possibilità di esplorare l’arte indipendentemente dall’età, dalla razza, dagli handicap. Dove in qualche modo le riunioni amministrative, le scelte di marketing e le varie rassegne passano sempre e comunque da un’umanità che nel film naviga per l’eternità in un monumentale contenitore. Se nell'”Arca russa” di Aleksandr Sokurov i personaggi storici prendevano forma dominando l’Ermitage con un perpetuo ritorno, il genere umano in “National Gallery” è qui e adesso e la carrellata finale sui volti immortalati su più dipinti indica l’inclinazione di Wiseman di porsi ad altezza d’uomo e osservare l’arte mentre si è osservati da essa (dal cinema, naturalmente). Quello di Frederick Wiseman è dunque un ruolo di documentarista-spettatore. La sua ricerca è il suo sguardo. Ciò che ne scaturisce è una visione tanto d’artista quanto di essere umano. La sua scoperta di un territorio, di un’ istituzione, dell’umanità è la sua opera.

Diego Capuano, da “ondacinema.it”

 

 

 

 

National Gallery di Frederick Wiseman, Leone d’Oro alla Carriera all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, presentato nella Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2014, sarà nelle sale per un unico giorno, l’11 marzo 2015, distribuito in Italia da Nexo Digital e I Wonder Pictures, in collaborazione con Unipol Biografilm Collection e con Sky Arte HD e MYmovies.it In silenzioso ascolto e minuziosa osservazione, per dodici settimane tra il 2011 e il 2012, Wiseman è entrato nei saloni di marmo dove si rischia la “sindrome di Stendhal” ad ogni passo, ha aperto le porte degli uffici di curatori, impiegati e sovrintendenti, ha sbirciato nei laboratori dove tecnici di ogni mestiere si muovono operosi, ha assistito alle riunioni dello staff dirigente alle prese con un dibattito difficile sul ritorno d’immagine del Museo e sulla necessità o meno di operazioni che rischiano di commercializzare qualcosa che non può piegarsi a regole di mercato. Ha registrato interviste di storici dell’arte ad emittenti televisive in vista di qualche evento speciale prossimo venturo, si è fermato ad ascoltare guide che spiegavano al capannello dei visitatori storie note e segrete della tela alle loro spalle, ha guardato uomini e donne, potenti magnati e cardinali in posa solenne, fanciulle in fiore e vecchie grinzose, costringendoli ad affacciarsi alle cornici dorate e, guardando in macchina sornioni e indolenti, curiosi o infastiditi, sorridenti e compiaciuti o schifati di questo mondo, restituire lo sguardo. Di tanto in tanto è uscito a dare un’occhiata a Trafalgar Square, una panoramica sulla piazza attraversata dai famosi bus rossi a due piani lo ha ricollegato al ritmo pulsante della metropoli. Poi di nuovo dentro, lasciando la sicurezza a sbrigarsela con gli attivisti di Greenpeace che, in polemica con la Shell che è anche sponsor della Galleria, si arrampicavano sulla facciata per piazzare lo striscione a difesa dell’Artico. L’occhio di Wiseman è stato vigile su ogni dettaglio di quella “creatura viva” che è la National Gallery di Londra, perché oltre a Leonardo e Caravaggio, Turner e Goya, Tiziano, Holbein, Bronzino, Rembrandt, Velasquez, Pisarro e a tanti altri ancora, c’è l’uomo che passa il mattino a lucidare a specchio i pavimenti con la sua macchina a cuscinetti rotanti, ci sono i problemi di gestione di un corpo così mastodontico e prezioso, c’è un mondo che gira dentro e intorno al palazzo perché tutto funzioni, un microcosmo di tecnici, restauratori, amministratori che lavorano al mantenimento di un patrimonio che deve essere conservato, tramandato, mostrato agli uomini della strada che ogni giorno si accalcano al box office, arrivando da tutto il mondo. Uno sguardo attento alla grande responsabilità di accogliere 5,2 milioni di visitatori l’anno, masse a cui bisogna rispondere con un’offerta efficiente, che metta ognuno in condizione di godere di tanta bellezza. E se fuori dall’edificio resta una coda di turisti delusi che non possono entrare per il tutto esaurito della mostra su Leonardo, è uno scacco del Museo, non del pubblico. L’intento di Wiseman non è mai apparso didascalico o celebrativo, il suo obiettivo era reinserire un luogo per tante ragioni particolare, com’è un Museo, nella corrente quotidiana delle attività umane, liberandolo da quella patina di solennità maestosa e un po’ soggiogante che un posto del genere tende ad assumere. Proporlo come mondo vivo, attivo e in divenire, questo era il suo progetto e per questo ha lasciato che fosse il Museo a parlare di sè, in una presentazione a più voci, quella delle opere che dialogano col pubblico e raccontano la lunga storia del genio umano, e quella degli uomini che si muovono intorno a tutto questo con impegno giornaliero, perché occuparsi delle opere d’arte non è meno importante o faticoso che costruire macchine o fare il pane per la tavola di tutti i giorni. Wiseman non ha fatto il solito audio/video da bookshop, non ha aggiunto interviste né voci fuori campo a guidare il percorso. Nelle sue mani, all’occhio della sua macchina che si è insinuata in ogni anfratto, la National Gallery è stata un corpo vivo che lui non ha inteso glorificare né spiegare. La bellezza si impone da sola e quel che a lui interessava era piuttosto indagare l’atto del guardare ponendosi una domanda. Questa: può un Museo, spazio artificiale fatto per l’approdo, la custodia e la visione di opere nate per altri luoghi e destinazioni, lasciare che parlino come una volta al loro pubblico? Che esercitino la stessa funzione, quale che sia, per cui erano nate? La risposta è sì, uomini e opere continuano a parlarsi e ad ascoltarsi, il Museo che Wiseman ci propone intrecciando presente e passato senza pedanteria, con inedita e piacevole naturalezza, torna ad essere quella “casa delle Muse” che fu scelta da Apollo per intonare il suo canto. Wiseman è un narratore paziente che rifonda un’etica dello sguardo, quello di chi osserva l’opera d’arte sapendo che, un giorno, intorno a quei dipinti, si sprigionava odor d’incenso, e quei polittici o trittici o pale d’altare offrivano oro e bellezza allo sguardo degli abitanti di un mondo in cui era molto facile morire. Quei santi in preghiera pregavano Dio per loro, perché li salvasse dalla morte eterna, quei guerrieri a piedi o a cavallo avevano combattuto ed erano morti per loro, erano i loro libri, i loro televisori, il loro cinema. Quella di Wiseman è una regia che ha un messaggio da comunicare, una sceneggiatura da svolgere, attori da guidare. Ne risulta un percorso stravagante e inatteso, un racconto sull’arte stratificato e affascinante, ma anche uno sguardo sul mondo che l’arte accoglie, custodisce, ama. Decidere con la necessaria attenzione dove esporre un trittico, studiare la luce giusta per illuminarlo, ora che non è più nel suo luogo naturale di destinazione, è come accogliere in casa propria un ospite di riguardo, metterlo a suo agio, onorarlo. In questo è l’alto valore propedeutico del lavoro di Wiseman. Egli ci dice cosa c’è dentro e dietro quei quadri, quello che vediamo e quello che non vediamo, e ogni volta è una scoperta o una conferma: “Raccolgo sempre moltissime ore di girato. Per questo i miei film sono ogni volta dei mosaici. Lo scopo del montaggio è così quello di trovare una struttura e una ritmica sulle quali non ho mai idee precostituite (…). I miei film sono sempre una scoperta.” E allora, sembra chiedersi, cosa ci fa un cranio umano in basso, deformato dall’anamorfosi, al centro del ritratto degli Ambasciatori di Holbein? E il viso cereo e rugoso della vecchia che sbuca dalla gorgiera bianca due sale più in là, e fissa la giovane ragazza della scuola d’arte che la sta copiando a carboncino, cosa sembra volerle dire? Tutti possono conoscere il futuro, è il passato che non si conosce… E’ la voce che accompagnava le immagini di Arca Russa di Sokurov, e sembra di udirla di nuovo mentre Wiseman passa di sala in sala, è “le côté spirituel de l’oeuvre”, il suo messaggio ogni volta ripetuto. Wiseman avvicina la macchina alle opere, poi la gira sui visitatori, gli sguardi s’incrociano, dialogano da una lontananza di secoli, ma lo spazio è qui e il tempo è ora, e perciò si può partire alla ricerca di strati nascosti, doppi fondi mai sospettati, può iniziare quel processo di rivelazione continua che sgorga dall’opera e non finirà mai, fin quando essa vivrà.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

 

 

Londra. Sul lato nord della illustre piazza di Trafalgar Square svetta maestosa la facciata a colonnato della National Gallery, celebre museo londinese fondato nel 1824 che ospita al suo interno circa 2.300 dipinti di varie epoche, dalla metà del XII secolo al secolo scorso. Un patrimonio di inestimabile valore economico e culturale che appartiene al popolo britannico ma di cui è giusto e doveroso anche ricordare come si sia originato per buona parte dai proventi della tratta di schiavi del periodo del colonialismo. All’interno del museo, protagonista di esposizioni di assoluta preminenza nel panorama artistico (come quella su Leonardo Da Vinci, una delle mostre più visitate di sempre), gente di ogni età e provenienza passeggia, osserva i dipinti, ne riflette il senso, intraprende un personale percorso di analisi che ne determinerà quella che sarà la sua relazione con l’opera. Perché è chiaro come ogni opera d’arte arte acquisisca senso in relazione all’occhio che la osserva, alla percezione che si associa a ogni singolo spettatore e al suo stato recettivo del momento. Perché se è vero che la pittura come la scultura e tutte le arti figurative sono arti senza tempo (ovvero mancano di quello sviluppo temporale in grado di svolgere la cronologia di una storia, come accade ad esempio in un libro o in un film) è pur vero che un dipinto è un’opera d’arte atemporale, determinata dai giochi di colore, luci e ombre, da un inscindibile mix di chimica e fisica, e da ciò che l’artista – immerso nel contesto culturale ed estetico del tempo – voleva comunicare a sè e (soprattutto) ai posteri. Insomma, una grande quantità di storie meravigliose – come dirà uno dei curatori della Gallery per semplificare la grandiosità di questa collezione alla percezione più elementare di un gruppo di bambini – che sono lì a rappresentare epoche ed espressioni artistiche diverse, eppure accomunate da quel mix di talento e sensibilità che ha permesso ai loro rispettivi ‘padri’ di portarle in vita, dando oggi a noi la possibilità di contemplarle e (a nostro modo) decodificarle.

THIS IS ART

Frederick Wiseman (una dei più grandi documentaristi americani viventi, Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia) ci trascina letteralmente all’interno della National Gallery in un viaggio di circa tre ore che scandaglia ogni aspetto, davanti e dietro le quinte di questo maestoso museo che accoglie un patrimonio culturale di inestimabili bellezza e valore. Ma ciò che salta subito all’occhio osservando l’opera realizzata da Wiseman (un lavoro realmente notevole di riprese, montaggio e fotografia a cura di John Davey e che restituisce in maniera ammirevole la prospettiva dei quadri e della location) non è tanto la grandezza delle opere e del luogo che li ospita, ma la grandissima passione che anima tutto ciò che nel documentario viene raccontato. E dunque se non possiamo non restare folgorati davanti alla bellezza del Sansone e Dalila di Rubens, del Ragazzo morso da un ramarro del Caravaggio, dei paesaggi marini di Turner o più in generale delle opere dei grandi maestri, da Vermeer a Leonardo Da Vinci e tantissimi altri, non si può non restare altrettanto rapiti dalla passione cha anima tutti coloro che lavorano al dietro le quinte di una macchina imponente e delicata come quella della National Gallery. Dalle opere di restaurazione che sembrano vere e proprie operazioni chirurgiche, passando per le estensive analisi e discussioni che dimorano dietro a ogni decisione presa (organizzativa o artistica che sia), fino alla cura di ogni singolo minuscolo dettaglio relativo all’esposizione delle opere, tutto fa emergere come per questa grande squadra produttiva non si tratti meramente di un lavoro da espletare, ma di qualcosa di molto più importante e delicato, finalizzato a preservare il bene artistico nel tempo. Wiseman ci immerge in un luogo d’arte che diventa dunque territorio di commistione artistica estrema, dove la danza, il cinema la musica e la letteratura convergono, attraverso le storie impresse sui quadri o in maniera assai più reale quando il museo ospita un concerto da camera o un balletto. Arte e passione regnano e si fondono lungo i corridoi gremiti o più vuoti della Gallery, mentre le tele si animano di fronte all’occhio dello spettatore e prendono quasi vita dalle parole avvinte, coinvolgenti dei tanti critici d’arte che di quelle opere ogni giorno lavorano e vivono. Un lavoro enorme di cui Wiseman ci restituisce l’insieme e il dettaglio, passando dal tassello di ebano che viene intagliato per creare una cornice che ospiterà al suo interno la maestosità di una tela, alla panoramica di un quadro e di una sala allestita nei minimi particolari, curata nel dettaglio di luce, del pavimento, della funzionalità espositiva. Un viaggio interessante e incantevole nei meandri dell’Arte che ci spinge a voler sperimentare dal vivo ciò che Wiseman racconta con tanta passione e anche reverenziale rispetto.
In uscita grazie a Nexo Digital, Il documentario National Gallery di Frederick Wiseman sarà nei cinema solo per un giorno, ovvero l’11 marzo prossimo. Vera e proprio immersione nel celebre museo londinese, National Gallery rappresenta un vero gioiello documentaristico capace di restituire la grandezza di una ‘macchina culturale’ che fonde altissima professionalità e opere artistiche di primissimo livello per offrire al suo pubblico e preservare nel tempo molte delle più grandi opere d’arte di tutti i tempi. Un documentario lodevole e di ottima fattura che mostra – in gran parte – ossatura e anima della National Gallery di Londra.
VOTOGLOBALE 8

Elena Pedoto, da “everyeye.it”
Wiseman entra alla National Gallery di Londra e quel che ne esce supera di gran lunga la conoscenza dell’avventore più appassionato e frequente. Accade sempre così quando il maestro indiscusso di questo genere di documentario sceglie un soggetto. Perché Frederick Wiseman non si accosta alle cose, le penetra, ne osserva i bordi, la profondità, i doppi strati, ribaltando le prospettive per interrogarle tutte, nessuna esclusa. Con obiettività, con metodo, con la volontà di imparare tutto ciò che si può imparare, proprio lui che, a più di ottant’anni, ha così tanto da insegnare.
Con National Gallery , però, accade qualcosa di più: in un certo senso, il regista esce allo scoperto. Non è un mistero che il suo lungo fotografare la realtà, tenersi fuori scena, trasformare il documento da concreto ad astratto con la sola forza del punto di vista, sia da sempre un modo di parlare anche del dispositivo che lo rende possibile, ovvero del cinema (basta pensare che ci sono più dialoghi da antologia in quelli rubati dal suo microfono che nella maggior parte delle sceneggiature più incensate). Eppure, questa volta è davvero possibile seguire tutto il film, nella sua consueta durata-fiume che mai stanca e mai esonda, sostituendo all’oggetto dell’indagine il cinema nei suoi tanti aspetti. Il dipinto per l’inquadratura, il museo per l’industria, l’arte per l’arte.
Ecco allora che le riunioni di marketing che si tengono alla vigilia del consiglio d’amministrazione della galleria assomigliano a quelle di una casa di distribuzione alla vigilia della promozione del film, che il laboratorio con i ciechi sembra parlare di 3D, che le questioni di budget (soprattutto di tagli al budget…) sono le stesse, ed equivalenti sono i problemi posti dai necessari interventi di restauro e conservazione. Ed è solo l’inizio. Varcando la soglia della cornice per entrare nella narrazione interna al dipinto, si precisa ancora di più il paragone con il film, mezzo di intrattenimento ma anche espressione del suo autore, soggetto al potere del committente/produttore, inserito in un preciso contesto storico-artistico, analizzabile dal punto di vista del colore e della composizione oppure nel suo dialogo con le altre opere della stessa “sala” e con le altre arti.
Wiseman racconta il museo come fosse un testo, con tante storie al suo interno ma anche una copertina studiata per la vendita, una superficie da spolverare, un uso e un’interpretazione differenti a seconda del lettore di turno. Ma National Gallery è anche e soprattutto una critica della critica (cinematografica) che avrebbe ragione di diventare un testo imprescindibile per gli addetti ai lavori, oltre che uno spettacolo per gli occhi e una conversazione privata e politica con la storia dell’arte sull’atto stesso del guardare.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

National Gallery è l’ultima opera del Leone d’Oro Frederick Wiseman, un documentario di quasi 180 minuti completamente dedicato alla National Gallery di Londra. Un film che porta lo spettatore ad immergersi totalmente nel museo londinese, accompagnandolo in un viaggio totalizzante all’interno della gallery, su ogni opera d’arte, angolo, pertugio, anche il più angusto, dell’istituzione di Trafalgar Square.
Lo spettatore si troverà all’interno del museo, dei suoi meccanismi, seguendo in soggettiva le guide che illustrano le opere, seguendo nei dettagli le procedure di restauro dei beni culturali in esposizione alle mostre o l’allestimento e le fasi di pianificazione di particolari rassegne e retrospettive. Apprenderà che il principio fondamentale del restauro moderno è la reversibilità.  Ma si troverà anche ad osservare particolari discussioni di carattere amministrativo e gestionale, inerenti ai problemi logistici che una particolare manifestazione sportiva può portare al museo, oppure relativi alle strategie di marketing e alle necessità di valorizzare e ascoltare il proprio pubblico al fine di migliorare le performance del museo.

Tutto questo viaggio cinematografico a contatto con l’arte avviene in completa assenza di voci fuoricampo, con lo sguardo del regista che si fa estremamente oggettivo nel consegnare questo suo tributo all’arte. Una oggettività che ha il pregio di palesare benissimo il contesto contemporaneo, il periodo economico non proprio illuminato che contamina anche il mondo dell’arte e di una delle gallerie più importanti d’Europa e del mondo, in più di una sequenza sentiremo parlare di bilanci e della necessità di applicare dei tagli.

Wiseman nel percorso di ripresa dei luoghi del museo ricrea i quadri e le cornici, spesso ritroviamo modalità di ripresa simmetriche, quadri nel quadro, cornici su cornici. Come se il regista volesse giocare con la messa in quadro riprendendo il concetto di quadro e ritratto, come se il museo esso stesso fosse un’opera d’arte da dipingere e ritrarre. Il documentario assume quindi valenze meta cinematografiche e meta artistiche: cinema, arte e pittura comunicano, si contaminano e scindono in un gioco di specchi, per poi convergere l’una con l’altra fondendosi in un unico mosaico. Vi è dunque una forte interconnessione tra forme d’arte, laddove le relazioni fra le varie opere che compongono una mostra è anche la relazione fra le immagini e le scene messe in serie nel montaggio di un film, il film di Wiseman soprattutto, che assume i tratti di una mostra d’arte per immagini, in cui il concetto di mosaico nell’allestimento di una mostra si ricollega al concetto di mosaico stesso nel montaggio di Wiseman, costituendo un’opera dove il cinema guarda le opere d’arte e la pittura guarda con curiosità al cinema.

Wiseman con questo film ci offre una bella lezione di storia e tecnica dell’arte, per quasi tre ore ci catapulta in contesti dai caratteri scolastici e accademici, dove i protagonisti sono i dipinti, l’arte, la ricerca e la conservazione, ma anche l’occhio, lo sguardo del pubblico e l’atto del guardare. Wiseman attraverso la National Gallery ci svela gli ingranaggi del cinema, raccontando un film nel film attraverso l’arte.

Ci troviamo d’innanzi, dunque, ad un’opera importante e pesante per la mole di elementi che porta in scena, forse la pellicola è un po’ troppo lunga, ma ciò è giustificato dell’enorme volume di materiali girati. Questo documentario, dunque, si propone come un prodotto difficile, lo spettatore nel fruire di questo National Gallery, deve prepararsi ad effettuare un grosso sforzo, di sicuro non si troverà davanti ad un film che vuole essere spettacolo ed intrattenimento, ma bensì un film che vuole coinvolgere lo spettatore mediante una contemplazione lenta che sveli con discrezione e grazia il mondo dell’arte, i suoi capolavori e i suoi meccanismi.

Lorenzo Ceotto, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

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