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Mommy

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È da tre film che Xavier Dolan è fissato con i formati dello schermo. Laurence Anyways, saga di 3 ore incentrata su un uomo che diventa donna, era girato tutto in 4:3. In Tom à la ferme nelle scene di violenza e corse lo schermo si trasformava da 1.85:1 in CinemaScope in modo quasi impercettibile. Questo per dire che anche Mommy non fa eccezione, anzi…
Qui il formato addirittura è 1:1. Si tratta senz’altro della scelta stilistica più ardita che Dolan abbia fatto finora. Denominato scherzosamente da qualcuno anche “formato iPhone”, visto che si presenta in realtà come un rettangolo verticale, non ti lascia ovviamente vedere ai lati dell’immagine, quando l’occhio al cinema si è sempre abituato proprio a vedere i lati dell’immagine piuttosto che gli estremi verticali.
Per la prima ora Mommy si segue con una sensazione di disagio, dovuta innanzitutto a questo tipo di formato piuttosto “antipatico” (non c’è niente di male nell’ammetterlo, anzi). Viene naturale cercare le parti mancanti dei visi tagliati dal nero, provare la sensazione di voler allargare con le mani questo rettangolo per farlo diventare almeno un 4:3. Ecco: in Mommy un personaggio ad un certo punto allarga con le mani letteralmente lo schermo, che da 1:1 si riempie tutto “d’immagine”.
Ed è una liberazione per lo spettatore, visto che questa scelta gli fa riscoprire la bellezza e la gioia del “vedere” senza imposizioni estreme e lo fa finalmente respirare. Ovviamente Dolan non è uno sprovveduto, e tutto quello che vi abbiamo raccontato l’ha fatto apposta: nella sua testa c’era già tutto, sia le intenzioni registiche che la reazione del pubblico.
Diane detta Die, un’energica donna single rimasta vedova tre anni fa, si ritrova a doversi riprendere in casa il turbolento figlio sedicenne Steve, affetto dal disturbo da deficit di iperattività. Proprio quando Steve arriva nella nuova casa dove Die si è trasferita da poco, la donna viene licenziata e deve sbarcare il lunario, tra proposte di lavoro e colloqui. Intanto i due conosco Kyla, la timidissima vicina di casa balbuziente che si offre di dare ripetizioni scolastiche a Steve.
Qualcuno potrebbe pensare che Mommy sia una specie di punto d’incontro degli altri lavori di Dolan. Si pensi solo agli attori: Diane è interpretata da una suprema Anne Dorval, madre del protagonista di J’ai tué ma mère (e presente anche in Les amours imaginaires e Laurence Anyways); Kyla è interpretata da un’altrettanto meravigliosa Suzanne Clément, compagnia del protagonista di Laurence Anyways.
Steve è interpretato da Antoine-Olivier Pilon, che ha avuto una piccola parte in Laurence Anyways e soprattutto era il protagonista del videoclip di College Boy degli Indochine diretto da Dolan. E ad un certo punto compare pure Pierre-Yves Cardinal, già con Dolan in Tom à la ferme. Ci sono proprio tutti, verrebbe da dire – a parte Dolan stesso, che come nel terzo film non compare in veste di attore -: ma Mommy è sicuramente un passo in avanti nella sua filmografia.
Vista la tematica, a prima vista parrebbe che Mommy sia il film gemello dell’esordio di Dolan, J’ai tué ma mère, anche per la presenza della Dorval nel ruolo della madre. Invece è forse il suo rovescio della medaglia. In J’ai tué ma mère c’era un ragazzo che stava diventando uomo e voleva liberarsi del fardello del cordone ombelicale. Qui c’è un ragazzo fragilissimo, più di quello che lo spettatore può pensare all’inizio, che ha un bisogno esagerato della madre.
Il rapporto tra i due è speciale sin da subito: lo si nota dal momento che Diane va a prendere il figlio al centro di rieducazione e iniziano già a punzecchiarsi. Diane ci viene presentata come una donna esplosiva, bellissima e giovanile nonostante l’età, senza peli sulla lingua e piena di energia. Steve è invece iperattivo nel vero senso del termine: non sta mai fermo, salta, fa smorfie, abbonda di parolacce, ed è molto “fisico”.
C’è poi il loro rapporto con Kyla. Sono di un calore immenso le scene tra lei e Diane, due donne con fardelli diversi sulle spalle. La famiglia di Kyla, formata da un marito forse molto assente e una figlioletta, non si vede quasi mai, giusto due informazioni per capire quanto sia instabile e quanto la donna non veda l’ora di fuggire (per qualche ora al giorno, il necessario per tirare avanti). Il rapporto affettuoso tra i tre, che vive di dialoghi scritti al solito in modo sopraffino, viene sigillato con un selfie girato al rallenti.
Dolan firma con Mommy il suo film meno queer, ovvero quello che non ha alcun personaggio dichiaratamente omosessuale al suo interno. Certo, Steve ha le sue belle ambiguità, e il rapporto tra le due donne non è privo di tensione omoerotica. Nulla di esplicito, comunque: se Steve sia gay o meno o se le due abbiano desideri inespressi l’una verso l’altra non importa nulla a nessuno. Qui c’è solo un trio di persone che sta bene assieme e che si fanno forza l’un l’altra. Aiutandosi, chiacchierando, discutendo, ballando, bevendo e fumando.
Stilisticamente mi sembra che questo sia il film più vicino a Laurence Anyways. Dolan ritrova un gusto più barocco nella messinscena rispetto a Tom à la ferme, dal quale tuttavia ha ripreso la capacità di tenere il suo stile per le briglie. In colonna sonora tornano i pezzi celebri che nel film precedente erano stati sostituiti da una colonna sonora hitchcockiana: si va da una Celine Dion versione francese a White Flag di Dido, da Wonderwall degli Oasis a Blue degli Eiffel 65, da Vivo per lei versione karaoke a Born to Die di Lana Del Rey.
La scena del karaoke, in cui Steve si esibisce in una stonatissima ma sentita Vivo per lei dedicata alla madre – che però sta flirtando con un vicino di casa -, è uno dei tanti grandi momenti del film che non ci scorderemo. A caldo contiamo almeno quattro o cinque momenti da applauso a scena aperta, com’è tra l’altro successo in un caso anche alla prima proiezione stampa a Cannes.
Sono quei momenti che illuminano il film e portano alla commozione totale, e che sopperiscono ai difetti del film (un’eccessiva lunghezza, una parte finale che potrebbe non reggere emotivamente rispetto a tutto il resto, qualche sbavatura). Sono soprattutto momenti che corrispondono a svolte narrative fondamentali per i protagonisti, per i quali si tifa senza sé e senza ma: lo sai che si meritano il meglio. Lo sai che sono personaggi che si meritano un formato 1.85:1 sempre e comunque. Batti cinque, Xavier.
Voto di Gabriele Capolino: 10, da “cineblog.it”

Una madre single, vedova, cresce da sola il figlio violento. Troverà una nuova speranza quando la nuova vicina s’introduce in casa dandole il supporto emotivo necessario.
Giusto per mettere fin da subito le cose in chiaro:
Mommy è un capolavoro.
Xavier Dolan è il prototipo di quello che sarà il cineasta del futuro.
Mommy ti fa morire dal ridere, ti fa piangere, incazzare, gioire e disperare; ti fa appassionare e rimanere senza fiato. Tutto questo perché, a soli 25 anni e con ben quattro lungometraggi alle spalle – i primi tre (J’ai tué ma mère, Les amours imaginaires e Laurence Anyways) presentati alla Croisette in Un Certain Reguard mentre il quarto, (Tom á la ferme) presentato lo scorso anno in concorso alla Mostra del cinema di Venezia – non solo ha talento da vendere, ma possiede già una consapevolezza nell’uso del linguaggio cinematografico che lascia esterrefatti. Sa esattamente cosa vuole dire e soprattutto conosce il modo per narrarlo nel modo più efficace possibile.
Mommy racconta di una madre vedova (Anne Dorval) che si ritrova ad essere totalmente sopraffatta dai problemi che incontra quando riceve l’affidamento a tempo pieno del suo esplosivo figlio (Antoine-Olivier Pilon) di 15 anni, affetto da ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Con l’entrata in scena della loro nuova vicina di casa (Suzanne Clement), che cerca di sopperire con Steve alla sue mancanze affettive familiari, il terzetto trova finalmente il suo equilibrio e la speranza di costruire un futuro felice.
Già con l’aspect ratio prescelto per Mommy, un insolito, per non dire unico, formato 1:1, l’autore québécois riesce a farci capire subito che i personaggi della sua storia sono imprigionati in una dimensione non adatta a loro, finendo col trovarsi spesso fuori campo, poiché non capaci di rispettare i confini che una società troppo perbenista ha pensato per loro. La macchina da presa si muove spesso con trepidazione nel tentativo di cercare, mantenendo costante il legame con le sensazioni e le emozioni che provano i tre protagonisti, di rendere al meglio l’emotività delle scene.
Mentre il protagonista, un emarginato completamente fuori di testa e al tempo stesso fragilissimo e con un disperato bisogno della vicinanza della madre, sembra uscito da un film di Harmony Korine (o dai due film da lui sceneggiati per la regia di Larry Clark), lo stile con cui Dolan racconta il rapporto con le due madri ricorda molto quello adottato da Gus Van Sant quando si è trovato a dover descrivere le debolezze giovanili. Alla vicinanza “vansantiana”, il regista canadese aggiunge delle sequenze in stile videoclip, linguaggio che è capace di domare come quasi nessun altro, riuscendo a raggiungere i cuori e le menti degli spettatori con il solo uso delle immagini, senza mai apparire scontato o artificioso, ma, anzi, raggiungendo una purezza disarmante. Le due donne, entrambe madri con dei problemi diversi e accomunate dall’amore per Steve, sono raccontate con un affetto e un calore tali che è impossibile non riescano a commuovere anche lo spettatore più cinico. Ma è quando il terzetto appare sulla scena nella sua interezza che il film raggiunge delle vette mai avvicinate dal regista nelle sue opere precedenti, soprattutto grazie al già citato uso magistrale del linguaggio del videoclip e di certi brani in colonna sonora, che in altri frangenti o contesti avrebbe fatto apparire alcune scelte quantomeno patetiche (come la sequenza più riuscita del film, che si conclude con i tre che si fanno un selfie al rallenti o l’utilizzo di Wonderwall degli Oasis), mentre in questo caso colpisce grazie alla sincerità di cui sembra stracolmo.
Oltre a tutto questo non si può non sottolineare come praticamente tutto in Mommy sia curato da Dolan stesso: dopo il “scritto e diretto”, con lo scorrere dei titoli di coda, vediamo comparire il suo nome un numero spropositato di volte, passando dal montaggio ai costumi fino ad arrivare ai sottotitoli (sia inglesi che francesi) e il pressbook. In questo senso Xavier Dolan si prepara a diventare, in un’epoca in cui i costi produttivi si sono abbassati in maniera vertiginosa, permettendo così a tutti, o quasi, di cimentarsi nella realizzazione di opere cinematografiche, un modello di regista completamente padrone della sua opera – essendo capace di curarne ogni tipo di aspetto, di lavorare con tutti i mezzi, i formati e i generi e riuscendo a produrre un film di 134 minuti in meno di 8 mesi di lavorazione – che tutti i grandi cineasti del futuro saranno portati a seguire.
Francesco Ruzzier, da “storiadeifilm.it”

Diane è una madre single, una donna dal look aggressivo, ancora piacente ma poco capace di gestire la propria vita. Sboccata e fumantina, ha scarse capacità di autocontrollo e ne subisce le conseguenze. Suo figlio è come lei ma ad un livello patologico, ha una seria malattia mentale che lo rende spesso ingestibile (specie se sotto stress), vittima di impennate di violenza incontrollabili che lo fanno entrare ed uscire da istituti. Nella loro vita, tra un lavoro perso e un improvviso slancio sentimentale, si inserisce Kyle, la nuova vicina balbuziente e remissiva che in loro sembra trovare un inaspettato complemento.
C’è spazio per una persona sola nei fotogrammi di Mommy. Letteralmente.
Il formato scelto da Xavier Dolan per il suo nuovo film infatti è più stretto di un 4:3. Inusuale e con un altezza leggermente maggiore della larghezza, costringe a prevedere una persona sola in ogni inquadratura o a strizzarne due per poterle guardare da vicino. Come un letto a una piazza. Attraverso questa visione simile a una gabbia, Dolan racconta di nuovo di un figlio e una madre, cercando di cogliere una complessità inedita nella storia della rappresentazione di questo rapporto al cinema e finendo per creare tre personaggi lontani da qualsiasi paragone o altri esempi già visti, che si presentano come destinati all’infelicità sebbene condannati a provare a sfuggirgli. Intrappolati in un formato claustrofobico, non gli rimane che sognare la libertà e serenità di un irraggiungibile 16:9.
Nonostante infatti un inizio di gran ritmo e divertimento, lentamente i medesimi eccessi che suscitano risate diventano una catena. Le battute e le interazioni non cambiano ma dal ridicolo si passa alla compassione quando da un livello superficiale di osservazione si entra dentro alla famiglia e ciò che ci appariva divertente si trasforma in un inferno. E’ solo una delle tante piccole raffinatezze di questo quinto film di Xavier Dolan, sempre caratterizzato dalla volontà di non negarsi il piacere della sottolineatura (i consueti ralenti, il gioco con i formati, l’uso di musiche molto note) in storie che nulla hanno di normale. La grande dote del cineasta ragazzino è di immaginare archi narrativi diversi da quelli cui siamo abituati, storie che cercano il coinvolgimento senza ricorrere al consueto ma anzi stimolando curiosità nuove, e di saper condire tutto ciò con una capacità di generare immagini come pochi altri sanno inventare. Steve che zittisce la madre mettendole una mano sulla bocca e poi bacia il dorso della mano stessa frapposta tra le loro labbra è un momento di inusitata forza, perfetto per chiarire d’un colpo il loro rapporto fatto di soprusi e violenza che alimentano e rendono difficile comunicare amore.
Dolan ha il merito indubbio di cercare le sensazioni forti unito al pregio di trovarle, fa di tutto per strappare lacrime ed è quindi molto difficile non commuoversi di fronte ad un certo pietismo per l’illusoria ricerca di un’impossibile felicità che anima le speranze dei personaggi. Confondere il desiderio di catarsi di un’autore che sa picchiare come un pugile professionista con il bieco arruffianamento del pubblico sarebbe però una prospettiva miope incapace di comprendere il più bel film passato al Festival di Cannes.
Dopo tre film che in un modo o nell’altro mettevano in contrasto madri disamorate con figli bisognosi di comprensione, ora Dolan è passato dall’altra parte della barricata e il risultato ne guadagna. Steve è il meno gestibile dei figli possibili, malato e bisognoso d’affetto è capace di distruggere tutto quel che gli è intorno e sua madre forse è il soggetto meno indicato per curarlo, prendere una parte questa volta è impossibile, perchè ci vorrebbe la migliore delle famiglie per Steve, invece si ritrova una donna incapace a gestire anche se stessa. Da qui Mommy parte verso i lidi meno prevedibili, perchè nella violenza che caratterizza il loro rapporto lentamente emerge una delle forme d’amore più genuine che si possano immaginare, comunicato senza nessuna sottigliezza, solo urlando e passando per clamorose scenate. Mentre il mondo intorno a loro pensa che si odino, lo spettatore lentamente comprende che non è così.
Il salto di qualità però Mommy lo fa non puntando unicamente su un contrasto titanico che da solo basterebbe ad animare il film. Ambientando la storia in un futuro a breve termine (solo un anno in avanti) introduce elementi di fantasia come una legge inesistente che gli consente di piegare gli eventi in maniere altrimenti impossibili (oltre ad affermare una libertà creativa dissetante), in più tra madre e figlio posiziona anche un terzo personaggio che alla lunga si rivela il più interessante: una vicina di casa con problemi psicosomatici di balbuzie e una vita che forse non l’aiuta. Remissiva, specie se confrontata ai due tifoni umani che comincia a frequentare, la Kyla di Suzanne Clement introduce lo spettatore nell’assurda vita della famiglia Deprés ma dopo poco supera lo statuto di “personaggio osservatore” e diventa un terzo polo d’attrazione sentimentale, lasciando entrare un’emotività sommessa da dove nessuno se l’aspetterebbe.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Una donna ha un figlio e da quel giorno, per sempre, agli occhi del mondo sarà solo una madre. E alla madre non è mai concesso mollare, è colei che decide, talvolta sbaglia, non conosce il concetto di abbandono, ed è sempre responsabile.
Diane (alias Die) è una donna sexy, è una vedova che non ha paura di ricominciare da zero, è una madre con un figlio estroverso che soffre della sindrome da deficit di attenzione. Il ragazzo è un adolescente che tende alla violenza, è troppo esuberante anche per l’istituto in cui è internato, motivo sufficiente per rispedirlo a casa. Per Die (Anne Dorval) e Steve (Antoine Olivier Pilon) oggi sta per iniziare non solo una nuova giornata, ma anche un nuovo capitolo delle loro vite e questa avventura sarà condita da non poche sorprese e un fiume di adrenalina.
Molto sarà il divertimento e molto il dolore, ma soprattutto tutto il tempo aleggerà la paura di un improvviso e tragico epilogo. Ogni scelta sarà dettata dall’amore ma, comunque andrà a finire, la responsabilità sarà sempre sua, della madre, e Die lo sa. Lei è una donna forte e imparerà a convivere con l’angoscia, non prima però di aver toccato il fondo ed essere andata vicina a perdere tutto, speranza compresa.
Nel nuovo quartiere, madre e figlio fanno presto amicizia con Kyla (Suzanne Clément), la giovane e bella dirimpettaia, insegnate in anno sabbatico a causa di gravi problemi. Il neonato trio, assai sgangherato agli occhi dei più, legherà subito, creerà un’invidiabile armonia e ritroverà prima il sorriso poi la voglia di pensare al futuro.
Xavier Dolan è giovanissimo, ma ascolta i suoi istinti, osserva con attenzione, asseconda i suoi sensi e riesce con estrema facilità a raccontare storie difficilissime, tanto dolorose quanto normali. Abile nello scrivere sceneggiature e nel dirigere i suoi attori, in “Mommy” ha fatto un lavoro straordinario.
Scegliendo un formato cui non siamo abituati, propendendo per una fotografia dominata da una luce caldissima e soffocante, e con la musica che dialoga coi suoi personaggi (note e strofe non sono mai scelte solo perché “suonano bene”), Dolan si riconferma un cineasta dal talento sconfinato che riesce laddove colleghi più navigati falliscono.
Del suo rapporto con la madre, ha ampiamente parlato, e della sua ammirazione per le donne, pure. Qui però il regista varca una nuova soglia: ci mostra tutta la forza di una figura tanto particolare e complessa e riesce a farcela quasi toccare.
Dolan ci narra una storia, incornicia da subito i suoi personaggi, e mette tutti al muro. Nessuna via di fuga, né per noi né per loro. Dopo esser stati trascinati per i capelli dentro quelle strette inquadrature, soffochiamo con Die, vorremmo schiaffeggiare Steve e, aggrappandoci ai quei rari attimi in cui lo schermo inneggia alla libertà e alla speranza, speriamo sino all’ultimo che sorga il sole.
Anche adesso, se chiudiamo gli occhi, torniamo li. Riusciamo a percepire l’aria pesante, stantia, un misto tra odore di chiuso e troppe sigarette, la nostra bocca sente tutta l’acidità del vino venduto nei cartoni, i polpastrelli ci fanno notare quanto siano ruvidi gli abiti eccentrici di Die, e la memoria del disagio degli alcolici ingeriti nei momenti meno opportuni ci distrae. Die è come noi e ci piace, tifiamo per lei, è la nostra moderna eroina.
In “Mommy” c’è davvero tutto: il sacrificio, la sfortuna, il senso di colpa, l’amore incondizionato, la paura, la rovinosa caduta e il grande trionfo, non importa a che prezzo e a quali conseguenze. Ma, soprattutto, c’è un inchino a lei, la Madre, in tutta la sua splendida e umana imperfezione.
Vissia Menza, da “masedomani.com”

Il quinto film del giovanissimo genietto canadese è un miracolo, un film di una bellezza visiva ed epidermica, aggressiva, febbrile, commovente fino alla standing ovation.
Pronti, respiro, via: è una visione da cui non si esce indenni Mommy, il quinto film del genietto canadese Xavier Dolan, che tra pochi anni state certi diventerà uno dei più grandi registi sulla faccia della terra (bomba sganciata, ma a ragione, vedrete). Dopo avercelo strappato via dal petto, Dolan scaraventa il suo e il nostro cuore pulsante estasiato oltre l’ostacolo, un tuffo senza paracadute né bombola d’ossigeno possibile: e commuove dopo 10 minuti, con questi due sciroccati sopra le righe, madre e figlio che camminano per strada, lei su taccazzi improponibili e pantaloni a zampa d’elefante che lo rimprovera per le parolacce, lui, demonietto biondo dagli occhi azzurri, che fa le boccacce a una signora a caso al semaforo.
Insultano le cassiere, si fanno sbattere fuori dai taxi, si picchiano, si rincorrono, ballano come matti, si insultano, si ricattano. Lui, Steve, è un adolescente problematico, con pesanti difficoltà relazionali e incline a scoppi di violenza imprevedibili, lei, Diane (ma si firma “Die” con cuoricino sulla ‘i’), è una madre sui generis vagamente sciroccata. Il terzo lato dell’improbabile e dolente triangolo è un’insegnante introversa che si è presa un anno sabbatico (a suo dire, anzi balbettare) e che prima contempla, poi si inserisce quasi naturalmente nel rapporto tra i due, facendosi ago di una bilancia impazzita, tra due poli che si attirano e respingono tragicamente, furiosamente, sfrenatamente.
Mommy, compresso in un formato 1:1 costringente, focalizza in questo modo genialmente l’attenzione sui personaggi al contempo incastrandoli nella loro relazione ravvicinata – uno schermo a distanza di respiro, di pulsazione, di alito –, che si compone di immagini lacerate rese poetiche da Dolan semplicemente tramite una risaputissima canzone anni ’90 unita a un ragazzo che gioca con un carrello, inglobando una poetica estetizzante in frame semplicissimi.
Un melò di una bellezza smodata e luminosa, febbrile ed epidermica, girato come durante una corsa a perdifiato; un incanto doloroso e magnifico, meraviglioso e dolorosissimo. Tanto quanto il trio fragorosamente superbo, nel quale le anime che la Dorval e la Clément facevano fremere in due opere precedenti di Dolan (entrambe sia in Jai tué ma mère che in Laurence Anyways) si fondono, si acuiscono. E insieme, tutti e tre, provano furiosamente a sopravvivere, vividi e ardenti, loud like love; perché ecco che, quando siamo finalmente interi, il mondo si apre (letteralmente! Capolavoro), possiamo respirarlo, siamo liberi.
Un film che esonda in attimi tonanti, clamorosamente unici e normali, in un formato che come una cassa toracica e di risonanza si solleva e abbassa, inspira ed espira, gioia e dolore. E poi alla fine bam, una botta truffautiana, una carezza di Lana Del Rey, siamo nell’oggi, un ultimo salto, torniamo vivi.
Un miracolo.
Fiaba Di Martino, da “farefilm.it”

Cinque film a soli 25 anni. Dal 2009 ad oggi praticamente uno l’anno. Roba che in confronto a lui l’ormai ex astro splendente del cinema francese Francois Ozon è un pivellino. Xavier Dolan è senza dubbio il vero enfant prodige del cinema mondiale.
Xavier Dolan è garanzia di qualità, sorpresa, estro creativo. Forse anche troppo. Con il pur bellissimo Mommy si ha infatti l’impressione che il giovane regista canadese tiri un po’ troppo la corda, dia ampio respiro e libero sfogo alla sua indomabile creatività registica che vuole provocare e stupirci continuamente. Classe 1989, Dolan ha talento da vendere almeno ad un’intera generazione futura di registi, è maturo come un maestro del cinema lo è a sessant’anni. E’ quindi qualcosa di mai e poi mai visto prima nel cinema mondiale. Ma forse è maturato troppo in fretta, con un leggero deficit in disciplina.
Mommy porta sul grande schermo la storia di un trio di personaggi che la società non accetta. Diane è una mamma single, o meglio vedova, tutta jeans attillatissimi, occhiali da sole anche d’inverno, che non ci pensa su due volte a calare giù una parolaccia quando (non) ci vuole. Suo figlio Steve è sostanzialmente matto da legare, ha una malattia mentale che lo fa essere molto violento, iper-attivo, perdendo il controllo molto facilmente, assolutamente ingestibile. Diane decide di tenere Steve con sé, lontano da centri sociali o istituti ad hoc. A loro si aggiunge la vicina di casa, Kyla, balbuziente ed instabile maestra di liceo in anno sabbatico, che entra in contatto con mamma e figlio in seguito ad una loro furiosa discussione casalinga. Tra i tre ne nasce un ricerca di equilibrio, dove l’uno sembra supportare l’altro. Ma sopportare l’invadenza di un figlio come Steve non basta. Come dice uno dei personaggi all’inizio: “l’amore non salva…”.
Mommy è un uragano che subito ci cattura, anche con una certa vena comico-caricaturale dei suoi personaggi borderline e senza filtri tra pensiero e parola. Un montaggio serratissimo, una fotografia straordinaria, una colonna sonora che sa unire poesia e indole commerciale, Colorblind dei Counting Crowns a Blue degli Eiffel 65. Una storia drammatica, disperata, a tratti dolce, a tratti spietata, sull’amore tra una madre e un figlio e l’incapacità del cuore di gestire la mente, o meglio una patologia mentale che affossa chi ne soffre e chi gli sta intorno.
La provocazione più grossa Dolan la fa nel formato usato per gran parte del film. Per tutta la prima e ultima parte lo schermo è ristretto ad un quadrato che isola il centro dello schermo. Ai lati nero. Dolan vuole farci percepire la ristrettezza non solo mentale dei suoi protagonisti. Una claustrofobia geometrica che viene letteralmente allargata dalle mani di Steve quando le loro vite, da un certo punto di vista una unica, sembrano aver trovato uno spiraglio di equilibrio e di felicità. Poi la parabola riprende il suo pendio discendente e i 16:9 faticosamente conquistati tornano a contrarsi.
Mommy è un gran bel film, che avrebbe tutte le carte in regole per essere un capolavoro se l’ansia fin troppo autoriale di Dolan non debordasse dai bordi dello schermo. La visionarietà del regista canadese è impressionante, ma complice la giovane età deve ancora trovare una via giusta, più definita, più quadrata potremmo dire ricordando il formato usato. Ma è anche vero che a 25 anni un talento così non si era mai visto. E allora bando ai puntigli. Il ragazzo, che già è grande, si farà. E forse non ci resta che applaudire.
Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

Eversivo, brillante e sperimentale Mommy di Xavier Dolan, presentato in concorso a Cannes 2014 è ad oggi il film più convincente e riuscito del giovane regista canadese. Un piccolo capolavoro di libertà creativa.
Le dimensioni contano
Una vedova si ritrova ad occuparsi da sola del figlio sedicenne affetto da iperattività e sindrome di deficit di attenzione. Nella turbolenta relazione tra i due si intromette la timida e misteriosa vicina di casa, un’ex insegnante balbuziente, che inizia ad aiutare il ragazzo nello studio…
Si teme sempre di utilizzare l’epiteto di enfant prodige con eccessiva facilità, forse perché questa definizione in ambito cinematografico pare indissolubilmente legata a Orson Welles e al suo irraggiungibile talento. Ma non può che provocare una certa soddisfazione cinefila scoprire che nel caso del giovanissimo Xavier Dolan, l’appellativo, spesso assegnatogli dalla stampa all’apparire di ogni sua nuova pellicola, non gli è stato né dato a sproposito né tanto meno la sua imposizione è sbilanciata verso la sola questione anagrafica (26 sono gli anni ad oggi compiuti dal regista). Sì, perché prodigioso lo è davvero questo Mommy, quinto lungometraggio del regista e il primo ad ottenere l’onore del concorso al Festival di Cannes, dopo aver esordito sulla Croisette con J’ai tué ma mère nel 2009 a soli 20 anni.
Se sussisteva infatti ancora qualche dubbio sulle doti dell’autore (Tom à la ferme, visto quest’anno a Venezia, era sembrato un esercizio di messa in scena riuscito, ma a tratti gratuito), anche i più scettici dovranno stavolta ricredersi perché Dolan, pur recuperando tematiche a lui care come il rapporto madre-figlio, l’ambiguità sessuale (un sottotesto in questa occasione appena accennato) e la vitalità irriducibile dell’adolescenza, le inserisce all’interno di una sperimentazione visiva coraggiosissima e che riesce a non risultare mai fine a sé stessa.
Mommy è infatti girato in formato 1:1 il che comporta che l’immagine sia ridotta ad una porzione dello schermo pari a circa 1/3, salvo poi allargarsi in alcuni e ben selezionati momenti, i più liberatori per il nostro problematico protagonista. Non è la prima volta che l’autore canadese si cimenta con formati inusuali, anzi, possiamo dire che questo tipo di sperimentazione costituisca proprio un leit motiv ricorrente nella sua filmografia, dal momento che Lawrence Anyways era girato in un rigoroso 4:3 (1.33 : 1) mentre in Tom à la ferme le scene di violenza erano in 2.35 : 1 (formato a francobollo). Con Mommy però, Dolan porta avanti con impeccabile coerenza questo suo gioco dimensionale e prova a forzare dall’interno l’inquadratura, quasi sospinto dalla forza centrifuga eversiva dei suoi personaggi. Ma non si limita a questo, ciascun movimento della mdp o taglio di montaggio (numerosi sono i jump cut e i raccordi sull’asse) è infatti calibrato per rispondere alle limitazioni spaziali, che finiscono dunque per essere percepite ben presto non più come una porzione semplice del quadro, ovvero quella che ci viene concessa, ma come l’immagine tout court, ricchissima, addirittura sovrabbondante di elementi visivi e linguistici.
In Mommy, al centro della scena, così compressa ma densa, rabbiosa e pulsante di vita, troviamo una madre (Anne Dorval) e il figlio teenager (Antoine-Olivier Pilon), affetto da iperattività comportamentale con correlati exploit violenti. Alla loro turbolenta relazione si aggiunge poi quella con la problematica vicina di casa, un’insegnante affetta da balbuzie in seguito a un trauma emotivo.
Mescolando i 400 colpi e Mamma ho perso l’aereo, la commedia indie con il melodramma familiare più fiammeggiante, lo sperimentalismo della Nouvelle Vogue e il teen movie, Dolan travolge lo spettatore con un ritmo incalzante e dialoghi sferzanti, ravvivati dall’utilizzo del dialetto francofono del Quebec (dove la vicenda è ambientata), una vera e propria lingua autoctona a sé stante, straordinariamente espressiva e musicale. Va poi di pari passo con la sonorità del linguaggio (Mommy è un film prevalentemente parlato) una variegata ma perfettamente tarata playlist pop che comprende, tra gli altri, White Flag di Dido, Io vivo per lei di Andrea Bocelli, Wanderwall degli Oasis e Blue degli Eiffel 65. Sorprendenti sono poi le interpretazioni dei tre protagonisti, soprattutto quella di Anne Dorval, la cui performance attoriale, giocata su continui e repentini scarti di tono, è in grado di far impallidire quella di qualsiasi altra collega in competizione per il palmarès.
Mommy è una di quelle rare opere in grado di riconciliare con la settima arte, capace di offrire una nuova lettura al cinema d’impegno civile minimale dei Dardenne o di Loach innestandovi il senso per il melodramma, con tutto il suo correlato spettacolare e sontuoso, di Spielberg. È un inno alla libertà creativa, la promessa mantenuta che il cinema non ha esaurito le sue possibilità di sperimentazione, i suoi codici possono ancora una volta essere scardinati per farlo rinascere a nuova vita.
Daria Pomponio, da “quinlan.it”

Il Grand Prix ricevuto all’edizione numero 67 del Festival di Cannes è solo l’ultimo riconoscimento – fino ad ora certamente il più prestigioso – che va ad aggiungersi al già formidabile curriculum di Xavier Dolan. Classe 1989, l’enfant prodige canadese finisce ex-aequo con il mostro sacro per antonomasia, Jean-Luc Godard che, grande assente sulla Croisette, a ottantatré anni, sperimenta il 3D in “Adieu au langage”, proseguendo una complessa e rivoluzionaria ricerca “segnica” sulla/e forma/e dell’audiovisione. Più o meno deliberato che sia, quello dell’eterogenea giuria di Jane Campion è un verdetto singolare che, oltre a sorprendere, lascia ben sperare per il futuro della settima arte.

Questo non vuol dire che “Mommy” sia un lavoro impeccabile. Al contrario, conferma sfacciatamente tutti quei difetti che i più critici ravvisavano già nelle prove precedenti del talentuoso québécois. Difetti che consistono soprattutto in una sovraeccitazione narrativa quasi isterica portata, il più delle volte, verso un semplice accumulo di climax e sequenze madre, senza apparentemente preoccuparsi di giustificare molte delle scelte registiche o di dare un assetto organico alle tante, spesso portentose, evoluzioni visive, inanellate senza soluzione di continuità. Inoltre, mai come in questo film, il rischio di inciampare in una retorica pietistica, mostrandosi semmai troppo indulgente nei confronti dell’umanità disastrata che si vuol raccontare, è dietro l’angolo.

Eppure, non c’è un solo momento in cui “Mommy” sia furbo, finto o ruffiano. Anzi, la sincerità con cui il regista scandaglia questo turbolento rapporto madre-figlio, spezzettandolo, ricomponendone i cocci e poi infrangendolo di nuovo, lo mantiene in equilibrio tra l’ironico e il dolente. E ricorda tanto “J’ai tué ma mère”, quella sghemba e brillante autobiografia con cui, appena ventenne, aveva esordito nella Quinzaine des Réalisateurs, mostrando con affettuosa crudeltà i continui conflitti che tormentavano la convivenza di un adolescente omosessuale con la figura materna. In quel caso, a vestire i panni dell’impetuoso protagonista era lui stesso e il matricidio paventato dal titolo restava, ovviamente, un’iperbole, destinata a sgonfiarsi con la riconciliazione conclusiva. Qui, molte di quelle dinamiche e schermaglie si ripetono, altre, cambiando la natura e il campo d’azione dei personaggi, mutano, rovesciandosi o inasprendosi.

L’irruenza inarginabile di Steve dipende da un deficit comportamentale, l’iperattività, che gli impedisce qualsiasi tipo di autocontrollo. Diane, mamma maldestra, sola e senza lavoro, dopo averlo prelevato dall’ultimo riformatorio in cui era stato rinchiuso, tenta in tutti i modi di accudirlo con le proprie limitate risorse. In suo aiuto, interviene una timida e balbuziente vicina di casa, professoressa in aspettativa, che con fare missionario impartisce qualche lezione a Steve, mentre Diane si barcamena alla ricerca di un’occupazione. Non basta qualche fugace sprazzo di speranza per cambiare un destino già scritto: i sogni materni di un futuro migliore si scontreranno ineluttabilmente con la dura realtà, in un Canada dove una legge fittizia permette ai genitori di scaricare i figli ingestibili in istituti di recupero.

Nessun lieto fine, dunque. Ciononostante la deriva esistenziale di questo nucleo familiare allargato, pur raggiungendo intensissime punte drammatiche, anziché chiudersi nel più cupo e disperato pessimismo, si trasforma paradossalmente in sprone alla libertà e all’azione. E la forza dell’inestinguibile vitalismo che permea la pellicola sembra proprio derivare dalla reattività, dalla spavalderia e dalle ridondanze che, poco sopra, le si rimproveravano. Infatti Dolan, autore a tutto tondo che da sempre ama ibridare i suoi lavori con la grammatica dei videoclip, riesce a piegare alle proprie esigenze espressive anche le sottolineature e le manipolazioni più appariscenti, le stesse che, in mano ad altri, scadrebbero semmai nella pacchianeria. Col suo sguardo già esperto, ma comunque fresco, versatile e mai incoerente, è capace di rendere l’effimero necessario. Alla luce di questo discorso, pure la durata fluviale, ingiustificata dall’esilità delle linee narrative (al contrario di quanto accadeva nel poderoso melodramma “Laurence Anyways” che copriva l’arco temporale di un decennio), diviene un mezzo indispensabile per aumentare la superficie di contatto tra pubblico e personaggi.

E per capire quanto bene vuole Dolan alle sue fragilissime creature, basti notare come le riprende, con l’agile leggerezza dei movimenti di una macchina da presa che scivola inquieta, di dettaglio in dettaglio, per carezzare quei volti e al contempo sondarne i moti dell’animo. Gli inevitabili sbandamenti di questa maratona di affetti si traducono, poi, in una splendida variabilità tonale che vira dai caldi interni domestici, a cromie prima acide e contrastive poi livide, nei frangenti più gravi e sconsolati. Allo stesso modo, la scelta dell’1:1, formato atipico e coprente (associato dai più agli schermi stretti e lunghi degli smartphone), genera una spazialità angusta che ingabbia le figure, iscrivendole nei bordi stretti dell’inquadratura, e poi si spalanca, per mano dello stesso protagonista, e lascia l’immagine libera, insieme a coloro che la abitano, di spandersi fino ai limiti dello schermo.
Di questo cinema palpitante e ardimentoso, senza dubbio imperfetto ma tracimante di vita e di passione, non si può che aver bisogno. E nel caso di Dolan – ne siamo sicuri – il meglio deve ancora venire.
Vincenzo Lacolla, da “ondacinema.it”

Di talento, Xavier Dolan ne ha da vendere, e lo sa.
E, a 25 anni, compiuti da poco, si può capire che questo talento abbia voglia di esibirlo, non senza un certo compiacimento.
Perché ci vuole un certo compiacimento nella scelta di giocare con i formati come fa in Mommy, di utilizzare trucchetti e artifici di grande effetto ma un po’ furbetti, di stiracchiare fino a due ore e un quarto di durata una storia che poteva essere raccontata con almeno venti minuti in meno.
Mommy, allora, è un brutto film, un film noioso?
No, ma è un film in parte sbagliato, che avrebbe potuto essere molto di più se Dolan avesse imbrigliato maggiormente il suo istrionismo e soprattutto se avesse scartato narrativamente e tematicamente rispetto alle cose che va raccontando fin dal suo esordio. Non solo, ovviamente, il rapporto appassionato e conflittuale con la madre, qui centrale come lo era in J’ai tué ma mère, ma la natura assoluta, ambigua e distruttiva dell’amore e del desiderio, le sue contraddizioni, le luci infuocate e le ombre fosche e cupe.
In Mommy, Dolan si racconta nei panni del figlio problematico e borderline di una donna sola e spiantata che cerca disperatamente di tenerlo con sé e di non cedere a chi gli suggerisce un ricovero coatto; nei panni di un adolescente irrefrenabile e vulcanico (come irrefrenabile e vulcanico è il regista stesso nel suo modo di far cinema), che vede raddoppiarsi la figura materna con l’entrata in scena di una vicina di casa la quale, a sua volta, proietta su di lui le sue dinamiche di desiderio materno e i suoi lutti.
Nulla da ridire, ma in Mommy si cerca e si attende sempre che Dolan scarti, che batta nuove strade, o che sia in grado di offrire un angolo d’approccio diverso sulle sue ossessioni. E questo non avviene mai, perché Dolan è tutto concentrato sulla forma del suo film, sulla scelta di girare in un formato 1:1 che rispecchia gli orizzonti confinati e ristretti dei suoi protagonisti, pronto a cambiare quando l’illusione di un futuro migliore si fa avanti, su una fotografia calda e avvolgente, su un iperdinamismo della macchina da presa che non arriva mai ai livelli di quello fisico e verbale dei suoi attori.
Come quello del cinema tutto di Dolan, il cui maggior talento è quello di esprimere un’energia vitale, nervosa ma sempre propulsiva come pochissimi altri al mondo. Ed è grazie a questa carica elettrica e innegabile che, in parte o del tutto, si perdonano a Mommy il narcisismo, gli eccessi di urla e nevrosi, una prospettiva in qualche modo limitata che fatica ad evolversi.
Perché, giochetti col formato a parte, forse solo Xavier Dolan può permettersi di usare in colonna sonora “Wonderwall” degli Oasis, peraltro in versione integrale, senza risultare mai né stucchevole né retorico.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

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