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L’ultimo lupo

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Essere Jean-Jacques Annaud dev’essere bellissimo.

Riuscire ancora a vedere il mondo (e il cinema) con gli occhi di un sognatore, di un inguaribile romantico è sicuramente un’esperienza forte, potente. Il suo ultimo film conferma tutta la sensibilità del regista francese, nonchè il suo talento nel mettere in scena delle storie al limite del fiabesco, infondendo loro comunque un’aura da colossal. L’ultimo lupo è questo: una fiaba meravigliosa, un racconto indimenticabile di amore, speranza e ribellione, che ripercorre, quasi fosse un’enciclopedia, tutti i tempi focali del cinema di Annaud.

Ambientato nella Cina della rivoluzione culturale di Mao, il film racconta la storia di un ragazzo inviato in Mongolia per istruire le tribù della steppa e che invece si trova a imparare da loro come si sta al mondo, in una realtà che sembra distante miliardi di chilometri e centinaia di secoli dalla sua. Di tutti gli insegnamenti che riceve, però, la venerazione del lupo è quello che lo affascina di più. Il capire perchè quell’animale sia visto come un Dio e sia rispettato, nella sua ferocia, nel suo essere la rappresentazione di una natura selvaggia e a volte spietata, ma giusta. Quando l’esercito ordinerà lo sterminio di tutti i lupi della regione, lui ne adotterà uno, un cucciolo, crescendolo come fosse suo figlio. Tra i due nascerà un rapporto non solo fisico, istintivo, ma anche spirituale. Questa parte è quella che rende L’ultimo lupo un gioiello, uno dei tanti della filmografia di Annaud. Il riuscire a rendere credibile un rapporto che va oltre l’istinto genitoriale tra due creature di razze differenti, ma il riuscire a comunicarne anche un legame più intimo.

La natura aspra e sconfinata della Mongolia viene dipinta da Annaud come fosse un quadro (talvolta anche con necessaria “ferocia”) ed il regista ha l’innata abilità di raccontare la storia quasi esclusivamente per immagini, giocando con i colori a seconda del tono che scandiscono le sequenze. Il suo essere così “visivo” rende i lupi i protagonisti indiscussi della storia. L’impegno che Annaud mette nel raccontare la sua passione per una natura ancora estranea all’emancipazione tecnologica e culturale si respira forte. Il freddo della steppa quasi ci entra nelle ossa, sfondando la parete dello schermo e la storia di quel quel cucciolo di lupo tocca il cuore, senza facili sentimentalismi. Di facile, o meglio semplicistico, c’è solo la figura degli uomini, troppo poco incisivi, troppo ben delineati tra “buoni” e “cattivi”. Ma forse anche questa è una metafora (la quasi banalità della volontà umana) e l’estraneità di Chen, il protagonista, rappresenta quasi l’anima dello spettatore che, siamo sicuri, avrebbe fatto tutte le sue scelte, dalla prima a all’ultima. Una piccola “furbata” che però ad Annaud si perdona facilmente. Perchè noi a questo regista vogliamo bene. Perchè riesce sempre a farci guardare il mondo da un’angolazione differente.

Perchè per lui esistono ancora storie magnifiche come questa…

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

Se Jean-Jacques Annaud dovesse riassumere il suo percorso umano e artistico in una parola, sceglierebbe “cuore”. Così almeno ha dichiarato durante un’intervista rilasciata in occasione dell’uscita in Francia de L’ultimo lupo, kolossal da 40 milioni di dollari voluto e finanziato dalla Cina, che considera “Il totem del lupo” di Jiang Rong un monumento cartaceo nazionale.

Di cuore ce n’è tanto nel tredicesimo film del regista francese, che vede ancora il cinema come un sogno e che, nonostante le cadute, ha sempre lottato strenuamente per costruire una sua personalissima macchina delle meraviglie. I primi ad accorgersene sono stati i lupi che hanno “recitato” nel film, a cominciare dal capo branco Cloudy che ogni mattina si lasciava accarezzare come un cagnolino d’appartamento. Poi è toccato a noi, che abbiamo visto la passione vibrare intensamente fra le steppe della Mongolia inquadratura dopo inquadratura.

C’è anche un po’ di sana passione politica in questa storia di disastrosa violazione di un ecosistema, perché, mentre Mao inviava giovani “emissari” della Rivoluzione Culturale a educare i nomadi e i pastori delle regioni più remote del suo immenso paese – avviando un danno ambientale irreparabile – un giovane Jean-Jacques militare in Camerun rifletteva sui danni del colonialismo.
Quasi trent’anni dopo, dall’orlo dell’Apocalisse, il regista sventola ancora la bandiera del rispetto della libertà dei popoli e condanna l’attitudine a distruggere sistematicamente le vite degli altri, siano essi uomini, animali o piante.

Infine, c’è estrema cura nella mise en scene di questo film che parla di speranza attraverso la relazione fra l’uomo e l’animale. C’è la fotografia evocativa di Jean-Marie Dreujou insieme alla magia che solo la silenziosa rappresentazione di un paesaggio incontaminato e smisurato può creare.

Va detto, però, che delle due anime del film una è migliore dell’altra. E’ quella più selvaggia, quella che fa il tifo per i lupi, per la loro giusta aggressività, la loro lealtà e organizzazione sociale; quella che mostra una natura vendicativa, insomma, e che i bambini non dovrebbero vedere. Annaud la sviluppa visivamente quasi con ferocia, filmando la carneficina e restituendoci scenari che, in netta contrapposizione con la ieraticità e pacatezza di sequenze più contemplative, appaiono brulicanti come un quadro di Hieronimus Bosch, rossi di sangue come l’ “Inferno” dantesco oppure spettrali, orribilmente raggelanti e raggelati. L’effetto è portentoso e l’emozione arriva inesorabile.

Più debole, e forse troppo schematica nella divisione fra buoni e cattivi, è la parte degli uomini, con la saggezza e l’armonia con il cosmo dei mongoli da una parte e l’ottusità degli ufficiali governativi dall’altra. In mezzo, lo studente universitario Chen Zhen, personaggio forse guastato dalla sua universalità e dalla sua funzione di alter ego dello spettatore, che non ne comprende in pieno il mistero, la complessità. E’ qui che L’ultimo lupo non balza in avanti impetuoso e veloce come gli splendidi animali che descrive e che Jean-Jacques Annaudrischia di registrare un calo di tensione e di epicità, perché l’enigma più affascinante da penetrare è proprio l’essere umano, meno puro e coerente dell’animale, ma dotato di autoconsapevolezza e libero arbitrio.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

L’Ultimo Lupo può salvare i lupi italiani. L’appello del WWF, che affianca la promozione del film di Jean-Jaques Annaud è un messaggio di speranza, intenzionato non solo a sfatare il mito del “lupo cattivo”, ma è rivolto sopratutto al pubblico, con lo scopo di far conoscere quest’animale forte e coraggioso, che per troppo tempo è stato visto come un simbolo negativo. La pellicola del regista francese racchiude proprio questo desiderio: descrivere il rapporto tra il mondo civile degli uomini e quello selvaggio dei lupi, e lo fa attraverso una storia commovente, fatta di amicizia e del legame più indissolubile tra uomo e animale: la fiducia reciproca.

Nella Cina del 1967, secondo anno della rivoluzione culturale, Chen Zhen (Shaofeng Feng), un giovane studente di Pechino viene inviato nelle zone interne della Mongolia per insegnare a una tribù nomade di pastori. A contatto con una realtà diversa dalla sua, Chen scopre di essere lui quello che ha molto più da imparare sulla comunità, sulla libertà ma specialmente sul lupo, la creatura più riverita della steppa. Sedotto dal legame che i pastori hanno con il lupo e affascinato dall’astuzia e dalla forza dell’animale, il giovane un giorno trova un cucciolo e decide di addomesticarlo. Il forte rapporto che si crea tra i due sarà ostacolato  dalla decisione del governo di eliminare, a tutti i costi, i lupi della regione.

L’Ultimo Lupo è tratto dal romanzo Il Totem del Lupo (nome che prende dal simbolo della tribù nomade dove finiscono i due studenti cinesi) di Lü Jiamin, ed è un viaggio nella Mongolia desolata, primitiva, in contrapposizione col mondo quasi occidentalizzato della moderna Cina. Quando Chen e il suo amico Yang Ke (Shawn Dou) approdano nella radura selvaggia, non sanno come ambientarsi. A sconvolgerli è la crudeltà impartita dalla gente del posto verso i lupi: non c’è pietà verso i cuccioli, che non vengono risparmiati. I grandi animali ne soffrono e, come natura vuole, saranno impartire una lezione agli esseri umani. Il grande capo, che parla attraverso proverbi e detti mongoli, è la voce della tribù, che rispetta il Grande Spirito e crede che ogni cosa che accade in natura sia avvenuta per una ragione. I paesaggi maestosi sono resi ancora meglio grazie al 3D, così come i lupi mongoli, addestrati per mesi prima di diventare “attori” veri e propri.

L’Ultimo Lupo è molto più di una d’amicizia commovente. Mostra l’uomo per come è, ovvero una creatura senza cuore. Annaud mette in risalto, in modo crudo, il capovolgimento di ruoli: gli animali sono più umani, e gli uomini appaiono solo come delle bestie.

Verdiana Paolucci, da “filmforlife.org”

 

 

Jean-Jacques Annaud è un regista dotato ma discontinuo. Se si tratta però di adattare bestseller, dirigere bestie feroci e girare in luoghi impervi e lontani, state certi che porterà a casa il risultato.
L’ultimo lupo, tratto dal romanzo di Jiang Rong (Il totem del lupo, ed. Mondadori), arriva per lui al momento giusto: dopo un periodo d’appannamento culminato nel flop de Il principe del deserto, Estremo Oriente (dove aveva girato L’amante e Sette anni in Tibet) e creature selvagge confermano di avere sul nostro un potere taumaturgico.
Il lupo della Mongolia gioca qui un doppio ruolo: da una parte quello che fu de L’orso e dei Due fratelli tigrotti, ovvero di cuore simbolico dello scontro tra natura e cultura: anche questa è una favola ecologista che mostra come l’equilibrio del mondo venga messo in pericolo non dagli animali – che uccidono solo per istinto – ma dalla cattiveria degli uomini; dall’altra diventa la bandiera di una resistenza a un potere odioso e determinato a portare avanti il suo progetto di sterminio, che è in primo luogo culturale.
Periodo e ambientazione – siamo nel 1967, nel pieno della Rivoluzione culturale di Mao e dell’oppressione a danno delle comunità nomadi della Mongolia – aggiungono una speciale nota di “colore” a un impianto narrativo che, pur spettacolare, ingenuo e sentimentale, rivela un coraggio e un’asprezza inediti.
Questo è un film da cui i cinesi non ne escono benissimo, ciononostante lo hanno voluto finanziare spendendo la bellezza di 40 milioni di dollari (ampiamente ripagati dal botteghino di casa peraltro).
Se aggiungiamo che Annaud è lo stesso regista che venne messo al bando da Pechino dopo Sette anni in Tibet, si capisce quanto il significato dell’operazione vada ben al di là del suo valore intrinseco.

di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

Vincitore della prima edizione del Man Booker Prize asiatico e forte di venti milioni di copie vendute, “Il totem del lupo” di Jiang Rong (pseudonimo dello scrittore Lu Jiamin, intellettuale che ha anche partecipato alla rivolta di piazza Tienanmen nel 1989) è il libro cinese più popolare della nostra epoca, talmente amato che persino i lusinghieri incassi della trasposizione cinematografica (110 milioni di dollari a fronte di un budget di 40, decisamente uno dei film che ha incassato meglio in Cina quest’anno) secondo qualcuno lascerebbero a desiderare considerato il potenziale costituito dai lettori del libro.

Sorta di variante di “Nata libera”, racconta l’esperienza di Chen Zhen, giovane studente di Pechino che con l’amico Yang Ke viene incaricato dal Partito Comunista di trascorrere due anni insieme ad una tribù di pastori mongoli, per insegnare il mandarino ai nomadi. In verità sarà lui ad imparare gli usi e i costumi di una comunità lontanissima dalla rivoluzione culturale (siamo nella seconda metà degli anni sessanta), che più che il “libretto rosso di Mao” ha a cuore il rapporto con la natura che li ospita e li nutre. Chen (alter ego dell’autore) è particolarmente colpito dai lupi della steppa, considerati dai pastori quasi come delle divinità o comunque delle figure da guardare con timore e rispetto e con le quali vivere in equilibrio. Quando i funzionari di partito in loco ordinano ai pastori di sterminare tutte le cucciolate di lupacchiotti, pensando così di prevenire le razzie di pecore che si stanno verificando (in realtà conseguenza della razzia che alcuni ladri di gazzelle hanno fatto delle scorte di cibo che i lupi si erano messi da parte), Chen decide di salvarne e adottarne uno, malgrado il parere negativo degli amici pastori (in particolare il saggio Bilig e la di lui figlia Gasma, giovane vedova). Ma “fare di un Dio un servo” non è nell’ordine delle cose e Chen sarà costretto a restituire l’amico “Lupetto” alla steppa, una volta sinceratosi che sia in grado di sopravvivere dopo tutto quel tempo trascorso fra gli umani.

Coproduzione franco-cinese, il film è stato affidato alle mani esperte di Jean-Jacques Annaud, il globe trotter del cinema d’oltralpe. Dal suo esordio con “Bianco e nero a colori” che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1976, realizzato nella Costa d’Avorio (tra l’altro fu la prima vittoria della celebrata statuetta da parte di un paese africano), lo abbiamo visto muoversi con molta disinvoltura nello spazio e nel tempo. Dalla preistoria della “Guerra del fuoco” alla Grecia arcaica di “Sa Majestè Minor”, dalle abbazie medievali del “Nome della rosa” alla Arabia primo novecento del “Principe del deserto” fino alla Stalingrado assediata dall’esercito nazista del “Nemico alle porte”. Una filmografia non ricchissima ma abbastanza spiazzante, e comunque piuttosto amata dal pubblico. Nel suo girovagare l’estremo oriente era già stato preso in considerazione, prima con “L’amante”, tratto dal famoso libro autobiografico di Marguerite Duras (la quale non amò per niente la versione cinematografica), poi con “Sette anni in Tibet” (anche se girato in altre locations per evitare problemi col governo cinese, che ugualmente si presentarono). Nonostante la censura del film dedicato al Dalai Lama, Annaud è stato probabilmente ritenuto adatto soprattutto per la sua esperienza con gli animali sul set già dimostrata in pellicole come “L’orso” e “Due fratelli”, e in effetti le scene cui partecipa il branco di lupi sono realizzate con maestria.

I film con animali protagonisti sono spesso accusati di far leva su emozioni facili e indubbiamente in questo sta spesso la chiave del loro successo. Da “Tutti a casa Lassie” al “Cucciolo”, fino ad arrivare al recente (e modesto) “Io e Marley” in quanti non si sono commossi nei passaggi più smaccatamente melodrammattici? Non è quindi sorprendente che i momenti più strazianti incentrati sui lupi risultino molto commoventi, nonostante l’intento di Annaud e della sua troupe non fosse quello di realizzare un’opera ricattatoria. “L’ultimo lupo” infatti è un film sull’arroganza dell’uomo, signore e padrone illegittimo del pianeta e del cosmo, sulla perdita del contatto, con tutte le gravi conseguenze che questo comporta. l’aspetto “ecologico” della vicenda è fondamentale: la tribù di nomadi, coprotagonista a tutti gli effetti, assieme ai lupi e al Tengger, prima dell’avvento della Cina comunista è perfettamente inserita nell’ecostistema, grazie all’esperienza e alla saggezza millenaria che la connette in maniera simbiotica con il suo habitat. E’ stato fatto notare come il film (forse perché il regista voleva stavolta tenersi alla larga da noie con la censura) abbia attutito il tono polemico del libro, tuttavia in esso la contrapposizione fra i pastori e i membri del partito, con le simpatie che vanno tutte per i primi, è credibile.

Chen è interpretato dal bravo Feng Shaofeng che purtroppo non è aiutato da un arco drammatico non completamente sviluppato così come gli altri personaggi che risultano delle figure funzionali appena accennate. Il meraviglioso branco di lupi (allenato per tre anni da Andrew Simpson) ruba la scena agli attori in carne ed ossa, anche grazie alla fotografia di Jean-Marie Dreujou, che oltre a regalarci paesaggi di ammaliante bellezza dedica agli animali primissimi piani degni di un documentario della National Geographic (e di certo ancor più efficaci per gli spettatori che assisteranno alle proiezioni in 3D), e ad un team di effetti speciali che interviene nelle scene più tecnicamente difficili. Fa inoltre piacere ritrovare James Horner alle musiche, già in passato complice di Annaud, il cui contributo è come sempre imprescindibile.

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 
Chen Zhen, giovane studente nella Cina della ‘rivoluzione culturale’, è trasferito in Mongolia da Pechino per educare una comunità di pastori nomadi. In quella terra, piena di una bellezza selvaggia e vertiginosa, è tuttavia Chen Zhen ad apprendere qualcosa sugli uomini e sui lupi, che il governo comunista ha deciso di sterminare. Colpevoli di ‘frenare’ l’avanzata del progresso della Cina di Mao, i lupi vengono abbattuti da cuccioli o dentro safari crudeli, che alterano l’equilibrio uomo-natura che le tribù mongole avevano conquistato nei secoli. Affascinato dai lupi, Chen ne alleva uno di nascosto, compromettendo a suo modo l’ordine naturale delle cose.
Il cinema di Jean-Jacques Annaud ha da sempre due anime: qualche volta si ‘diverte’ a precipitare i suoi protagonisti dentro una cultura esotica (Bianco e nero a colori, Sette anni in Tibet) e qualche altra a elevare gli animali a protagonisti (L’orso, Due fratelli). Contrariamente al titolo e alle apparenze, L’ultimo lupo appartiene alla prima categoria. Blockbuster à l’ancienne e adattamento del romanzo di Lü Jiamin (“Il totem del lupo”), L’ultimo lupo è una storia cinese, raccontata da un francese, sul tramonto del nomadismo mongolo. ‘Raccomandato’ dalla sua amante, film censurato in Cina ma il più visto illegalmente in Cina, Annaud è stato ingaggiato dalla China Film Group Corporation per girare in Mongolia un bestseller locale sulla civiltà nomade degli allevatori mongoli e la colonizzazione comunista. Favola spettacolare, dentro un cinema classico e popolare, L’ultimo lupo racconta l’avventura di due allievi-precettori che lasciano Pechino per alfabetizzare le comunità della Mongolia Interna e finiscono invece alfabetizzati. Sedotti da quell’idillio pastorale e da un’arcaicità serena, in cui uomini e animali convivono in armonia, bevono come il latte delle giumente le parole del capo del villaggio, che insegna loro i rudimenti di un equilibrio ecologico fondato su una cosmogonia animista. Il regista francese svolge questa educazione concentrandosi sullo sguardo di Chen Zhen, portatore critico della rivoluzione culturale di Mao.
Nella magnificenza dei paesaggi e sotto lo sguardo delle creature selvagge della steppa, il film cerca e trova il battito barbaro del cuore di Chen Zhen, sorpreso di frequente in primo piano e davanti all’orizzonte come in una vecchia cartolina della propaganda comunista. Cronaca della fine di un mondo e di un modo di vivere, L’ultimo lupo esalta col 3D l’animale del titolo, divinità tutelare e predatore antico. Venerato e temuto dai nomadi mon goli, il lupo condivide la scena con Chen Zhen e la riempie con tutta la sua dignità. Se il vento freddo e pungente della steppa increspa la sua pelliccia e lo coglie in piena corsa, la terza dimensione trova la sua ragione nei piani fissi, che ne afferrano la consumata immobilità e la maestosa monumentalità. Misurando la loro perfetta fotogenia, la regia di Annaud elude esotismo e antropomorfismo, privilegiando un modello di messa in scena in rilievo che rende addirittura palpabile la presenza del lupo, vicino eppure sfuggente. Pioniere di questa tecnologia, nel 1995 aveva girato in Imax 3D Wings of courage, l’autore rileva, dentro un paesaggio irriducibile e sotto il pretesto di studiare i predatori di Chen Zhen, la speranza chimerica di una conciliazione tra onnivori e carnivori, tra un uomo di buona volontà e un animale selvaggio, tra una cultura nomade e una sedentaria, che muore di fame e sogna una terra intorno al lago in cui coltivare i suoi cereali. Dentro il recinto, eretto da Chen Zhen per crescere il suo cucciolo, però qualcosa si perde, una perdita ineluttabile, forse necessaria ma irreparabile. Fuori intanto urlano i lupi, lupi senza pelliccia che rompono un equilibrio ancestrale sparando agli animale e soffocando la volontà di libertà degli uomini.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Chen Zhen è uno studente di Pechino che un giorno viene inviato a insegnare ai bambini di una comunità nomade dalle antiche tradizioni, che vive isolata sulle remote e incontaminate montagne della Mongolia. Il giovane ben presto scoprirà che avrà da imparare molto di più di quanto potrà mai insegnare ai suoi “scolari”.

A stretto contatto con la natura, in balia del clima, in una terra popolata dai lupi, il ragazzo ri-educa gli istinti e ri-impara ad osservare, ad amare e rispettare ciò che lo circonda. Da subito rimane particolarmente affascinato dal legame, dalla concezione, dalle attenzioni che quelle persone hanno nei confronti dei pericolosi, pazienti e intelligenti predatori, tanto fondamentali per l’ecosistema.

Il delicato e ancestrale equilibrio è bruscamente interrotto il giorno in cui alcuni soldati ricevono l’ordine di uccidere tutti i lupi. Chen Zhen, sconvolto dalla notizia, decide di sottrarre un cucciolo al suo crudele destino e di allevarlo segretamente con gli altri animali. Da questo momento inizia un’epopea, quasi surreale, una corsa contro il tempo con un panorama senza eguali sullo sfondo. Montagne che cambiano colore, laghi ghiacciati, prati in fiore, uomini, lupi e animali domestici in un’armonia destinata, purtroppo, a non durare a lungo.

Il nuovo film di Jean-Jacques Annaud è tratto da “Il Totem del Lupo” di Jiang Rong, best seller inatteso, nato come fenomeno letterario virale, dopo essere scampato alla censura. E a dieci anni di distanza da quell’episodio sono gli stessi cinesi ad andare a Parigi per chiedere al regista di portare su grande schermo un racconto in grado di restituire la giusta immagine e dignità a quelle popolazioni, a quei luoghi, a quella storia. Dall’incontro è nata un’opera con inquadrature mozzafiato, colori formidabili, un meraviglioso inchino alla bellezza, alla natura, alla saggezza popolare.

Imparando da routine secolari e dagli abili lupi, ascoltando aneddoti di tradizioni in via di estinzione, ci accorgiamo di quanto rapidamente il fastidio assalga tutti in sala: l’essere umano pseudo-evoluto, di città, fa la figura dell’idiota, senza possibilità di salvezza. Convinto che l’avidità giustifichi ogni decisione, noncurante delle conseguenze delle proprie azioni (intanto ricadranno su altri e soprattutto sui posteri), e sicuro che il fucile risolva ogni problema (fregandosene una volt sin più delle conseguenze), alla fine la morale è solo una, ossia che l’uomo davanti ai soldi non capisce più nulla, diventa stupido e si lascia sedurre dal loro profumo.

Con uno stile sobrio, lontano dal voler demonizzare o polemizzare, senza offensivi e imbarazzanti spiegoni, prediligendo scene dotate di forza propria, con delicatezza e intelligenza, Annaud ci ricorda che stiamo perdendo molte, troppe, abitudini tra cui il saper osservare e rispettare l’altro da sé. E per questo forte messaggio, a mezzo di inquadrature di estrema bellezza, mi piacerebbe che il film arrivasse nelle scuole. Se ciò accadesse, riuscirei – tra l’altro – a dare maggior significato a quelle battute finali, sovrabbondanti ai nostri occhi adulti, ma perfette alla presenza di piccoli spettatori.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

Cina, anni ’60. Chen Zhen è uno studente che viene mandato nelle steppe mongole per insegnare il cinese alle popolazioni nomadi della zona. Visto inizialmente con diffidenza e circospezione da quelle persone, Chen comincerà a conoscerne e apprezzarne stile e mentalità, rimanendo affascinato da quella antica società organizzata secondo tradizioni millenarie. Le steppe della Mongolia però sono anche la terra del lupo, animale considerato quasi sacro dal pastore nomade ma già nel mirino dei cinici esponenti del governo cinese.

Sembra incredibile che la Cina sia andata a cercare proprio il regista di quel film per dirigere questo riadattamento de Il totem del lupo, il libro più letto in Cina dopo il libretto rosso di Mao e lo stesso Jean Jaques Annaud all’inizio avrà pensato ad uno scherzo.

L’ultimo lupo si inserisce nell’ottica di una progressiva sensibilizzazione alla cura e alla protezione dell’ambiente. Come detto il film si basa su una storia vera raccontata anni fa da un autore sconosciuto e celatosi dietro ad uno pseudonimo, che in Cina ha avuto un successo incredibile. Annaud ha messo a disposizione tutta la sua arte e conoscenza da vecchio mestierante per confezionare un film tecnicamente straordinario, visivamente sbalorditivo. Una fotografia incredibile che ci permette di apprezzare a pieno i meravigliosi paesaggi della sconfinata steppa mongola, sequenze da mozzare il fiato e che raggiungono il loro apice quando ad essere protagonista è proprio lui, il lupo. Primi piani incredibili che ritraggono l’animale mentre scruta l’orizzonte con sguardo fiero oppure mentre digrigna i denti minaccioso pronto ad assalire la preda. Sembra che recitino i lupi di Annaud, non sono semplici elementi della storia, ne sono assoluti protagonisti attivi e indiscussi. Un film che generea suspence, emozioni forti, un film che commuove e intenerisce, che impressiona e sa anche far sorridere.

L’ultimo lupo vuole sottolineare quanto sia importante preservare e rispettare tradizioni millenarie, culture cui radici risalgono all’alba della civiltà e che ancora oggi possono insegnare all’uomo moderno come si debba e si possa coinvivere in perfetta armonia con l’ambiente che ci circonda, con l’ecosistema a cui facciamo parte. Un giovane uomo venuto dalla città senza conoscere la vita e che tra questi pastori, solo apparentemente primitivi, impara valori e principi come la fedeltà, il rispetto, l’amicizia e l’amore. A ben vedere il film di Annaud segue un canovaccio già visto e più volte percorso da altri in precedenza (come non pensare a Balla coi lupi) ma il suo L’ultimo lupo, come detto, si fa apprezzare soprattutto per la sua strepitosa eccellenza tecnica e visiva. Molto bravi gli attori, su tutti Schaofeng Feng nel ruolo del protagonista, che tra quei pastori non troverà solo se stesso ma anche l’amore, impersonato dalla bellissima Gasma (Ankhanyam Racchaam).

Gianluca Chianello, da “cinefilos.it”

 

Tra Kevin Costner che ballava coi lupi e Shaofeng Feng che li adotta, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Era il 1990 quando John Dunbar veniva inviato d’avamposto in mezzo ai Sioux e ne era conquistato al punto da cambiare schieramento. Venticinque anni dopo, contro le aspettative di chi considerava quell’approccio ingenuo e facilmente superabile, Jean-Jacques Annaud – re Mida del cinema, autore di Bianco e nero a colori e Il nome della rosa – torna a proporre sul grande schermo la storia di un uomo, straniero nella sua terra, e di un lupo. Il regista francese accetta la sfida della prima trasposizione de Il totem del lupo di Jiang Rong, il più celebre romanzo cinese mai scritto, costata al Paese delle Cinque Stelle un budget da vero kolossal.

Nel 1967, in piena rivoluzione culturale, Chen Zhen (Shaofeng Feng), studente universitario di Pechino, è inviato dal governo fra le comunità nomadi della Mongolia per vivere con loro e alfabetizzarle. A imparare qualcosa però sarà lo stesso Chen: conquistato dalla vita semplice delle popolazioni e dalla natura selvaggia, il giovane sarà pronto a sfidare l’autorità cinese contro lo spietato sfruttamento del territorio che rischia di costare la vita ai lupi della steppa. Gli stessi che Chen ha imparato a conoscere e proteggere.

Dopo aver guardato a est con Sette anni in Tibet, Jean-Jacques Annaud viene stavolta letteralmente “assoldato” dalla Cina per dirigere il bestseller nazionale in un revival ambientalista non privo di implicazione politiche. In teoria L’ultimo lupo ha in sé una buona dose di autocritica sulle contraddizioni della rivoluzione cinese, una rifle ssione sul caro prezzo pagato per raggiungere il progresso e la potenza odierna. Trovatosi sbalzato in una storia profondamente orientale con cui – inevitabilmente – non riesce a entrare in piena empatia, Annaud fatica a rendere sullo schermo così tante implicazioni (spituali, politiche, sociali) e preferisce appellarsi alla sua più grande dote di cineasta: la contaminazione. Il risultato è un’opera svuotata di molti dei contenuti, ma visivamente ineccepibile. Un po’ di Mission, un po’ di Balla coi lupi per raccontare in stile occidentale una storia cinese che arriva leggermente fuori tempo, velata di un tonalità new age che riportano lo spettatore indietro di qualche decennio.

Dopo che, solo pochi anni fa, con la navigazione in solitaria di Pi, Ang Lee aveva drasticamente innovato il modo di raccontare l’ammansimento reciproco fra uomo e animale, con L’ultimo lupoJean-Jacques Annaud sceglie di tornare ai motivi degli anni Ottanta: fra tutti, l’estemporanea riscoperta del buon selvaggio. Una narrazione favolistica – alla Jack London – genera un mondo di tinte nette diviso fra buoni e cattivi, in cui i deboli (animali compresi) vanno protetti dagli sfruttatori. Una morale che lascia emergere una denuncia del capitalismo cinese piuttosto blanda, se non nelle intenzioni di certo nel risultato. Un film talmente tiepido nella critica e così ostentato nell’esaltazione della bellezza naturalistica da assomigliare a un manifesto promozionale prima ancora che a un film storico. Tutto il suo meglio, del resto, Annaud lo offre nella cura della messa in scena: nella splendida fotografia di Jean-Marie Dreujou e, soprattutto, nella straordinaria tecnica cinematografica con la quale sono resi i lupi. L’animale, il cui simbolismo (forse non troppo originale, ma sempre affascinante) regge l’’intera trama, si erge in scena vivo e pulsante di un Imax 3D perfetto. Una energica presenza che fa dimenticare ad Annaud, forse una volta di troppo, il protagonista umano. Poco male. Ancor più che il rapporto fra uomo/animale, interessa al regista la rappresentazione del branco: una società perfetta, facile allegoria di una vita appartata ma in qualche modo fedele alla natura e alla terra natale.

Aurora Tamigio, da “silenzio-in-sala.com”

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