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Lo stagista inaspettato

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“Una volta ho letto che i musicisti non vanno in pensione. Smettono quando si accorgono di non avere più musica da dare. Beh, io ho ancora della musica da dare. Ne sono assolutamente certo”. Così si presenta Ben Whittaker (Robert De Niro) un settantenne in forma, vedovo, con un figlio che vive lontano e una costante insofferenza nel cercare di godersi la pensione. Ben necessita di orari fissi, di un posto in cui recarsi ogni giorno, di una quotidianità che lo aiuti a restare vivo e soprattutto non da solo. Dopo aver frequentato tutti i corsi possibili trova finalmente quello che stava cercando: uno stage per senior presso una nuova azienda di moda che ha sede proprio accanto alla sua casa. Ed è qui che conosciamo Jules Ostin (Anne Hathaway), una ragazza energica, carismatica che 18 mesi prima ha creato questo sito internet che adesso è in continua espansione. Jules lascia ogni mattina il marito Matt che si occupa della casa e della loro piccolina, Paige e corre da un parte all’altra della città cercando di contenere questa fama a cui forse non era pronta. E di certo non era neanche pronta a ritrovarsi come stagista personale un uomo che ha la stessa età di sua madre. Ben però è molto più di quello che tutti si aspettano, sorprende l’azienda in silenzio, con poche parole e con una delicatezza che solo i veri gentiluomini hanno e lui è uno di questi. Ben con la sua precisione e premura innata riesce a prendersi pian piano cura di questa giovane donna, a conoscerla e capirla con uno sguardo e ad insegnarle lezioni che solo una persona di una certa età può dare. Vediamo un Robert De Niro circondato da giovani che cerca di stare al loro passo e contemporaneamente con il calore di un mentore gli sta accanto e fa capire loro che non è lui l’unico a dover imparare. Uno scontro generazionale che più che scontro è un ritrovarsi insieme e capire quanto l’altro ha da darci. Lo vediamo immedesimarsi in una situazione che è lontana decenni da quelle che lui ha visto e vissuto: una donna in carriera che porta avanti un’azienda e il marito che rinuncia al lavoro per dedicarsi alla casa e ai figli. E quale legge morale impedisce ciò? Alcuna! Ed è questo un altro dei messaggi che arriva forte e chiaro agli occhi di tutti, non esistono più queste distinzioni sessiste ed era davvero giunto il momento di affrontare così prontamente questo argomento. Con un calibro di attori che hanno interpretato più che al meglio i loro semplici e profondi personaggi, con una buona base tecnica, “Lo stagista inaspettato” è una commedia pulita, energica, delicata. Una sceneggiatura precisa come Nancy Meyer è solita scrivere, che non ci permette mai di togliere il sorriso dalle labbra. Una regia impeccabile che ci prende per mano e ci accompagna a guardare il mondo da un altro punto di vista per farci capire quanto ancora tutti abbiamo da imparare.

Rachele Di Paolo, da “cinema4stelle.it”

 

 

La specialista di commedie romantiche Nancy Meyers propone con Lo stagista inaspettato un’opera furba quanto superficiale, incentrata su uno sguardo manicheo (e un po’ indisponente) sulla contemporaneità.

Lo stagista (s)misurato

Pensionato, da poco rimasto vedovo, Ben Whittaker risponde a un singolare annuncio di lavoro, col quale un’azienda di moda dichiara di ricercare stagisti ultrasettantenni. Assunto presso la compagnia, l’uomo viene affiancato alla giovane, temuta titolare Jules Ostin: questa inizialmente lo snobba, ma presto scoprirà nell’anziano stagista potenzialità inaspettate… [sinossi]

La carriera più recente di Robert De Niro continua a muoversi, come una sinusoide, tra progetti di diverso valore e spessore; con l’unica costante di un’evidente (e in fondo apprezzabile) attitudine all’instancabilità per l’ultrasettantenne attore italo-americano. Tra opere di cassetta (Big Wedding) e progetti dalla forte impronta personale (i pur discutibili film di David O. Russell) fino alla partecipazione in qualche opera più piccola e decentrata, quanto poco riuscita (il noirMotel), la filmografia di De Niro continua ad arricchirsi di nuovi titoli (e siamo ancora in attesa di Joy, dell’immancabile O. Russell, e del prossimo Heist); riservando uno spazio tutto particolare a quello che definiremmo, con una semplificazione magari azzardata, cinema “senile”. Parliamo di quei progetti che, specie negli ultimi anni, hanno teso a sfruttare il carisma di star del passato più recente, per riflettere (spesso in forma di commedia) sulla vecchiaia e sulle sue problematiche; spesso incrociando la riflessione con un discorso, più o meno velato, sul cinema di ieri e di oggi. L’apprezzabile Il grande match, esempio di commedia che lavorava fuori e dentro lo schermo, sul potenziale dei due attori protagonisti e sulla memoria cinefila, è forse l’esempio più rappresentativo di questa tendenza.

Pur con diversi distinguo, nel filone rientra anche questo Lo stagista inaspettato, diretto dalla specialista di commedie romantiche Nancy Meyers. Il film della Meyers si nutre infatti dell’ingombrante presenza, delle rughe e del carisma, della sua star protagonista; incentrando il suo soggetto sulla riflessione sulla terza età, e presentando una smaccata dialettica vecchio/nuovo (anche qui i riferimenti al cinema non mancano) che vuole coinvolgere per intero la vita della New York moderna. I paragoni con un’opera come il recente Ruth & Alex di Richard Loncraine (anche quello ambientato a New York, e in particolare nel quartiere di Brooklyn) vengono in un certo senso spontanei.
Eppure, il film della Meyers (ed è evidente fin dalle sue prime inquadrature) si muove su altri territori rispetto a quello di Loncraine, ha un approccio per certi versi antitetico al materiale che tratta, e soprattutto ha una grana decisamente più grossa. Parlare di terza età, e opporsi alla logica della “rottamazione” (termine ormai passato di moda anche tra i suoi promotori) è in questo film più un pretesto che altro: lo scopo reale, neanche tanto velato, è quello di mettere in scena l’ennesima commedia romantica (priva di una concreta love story) abbeverandosi al massimo alla fonte del carisma del suo protagonista.

De Niro, da par suo, sembra stare al gioco, accettando di buon grado di vestire i panni del vecchio saggio (remissivo quanto garbatamente ironico) che accetta di tornare stagista. Per un ruolo del genere, l’attore non dà l’impressione di doversi sforzare più di tanto, massimizzando l’impatto filmico delle sue rughe, e quello della sua compresenza sullo schermo con i “piccoli” Anne Hathaway, Anders Holm, Zack Pearlman e Adam DeVine (tra gli altri). Quello che tuttavia preme sottolineare è l’approccio facile, schematico, a un passo dal manicheo, con cui la sceneggiatura sembra approcciare una storia già di per sé improbabile: il vecchio impiegato degli elenchi telefonici, da poco andato in pensione, che non sa neanche accendere un pc e non ha mai sentito l’espressione “chiavetta USB” (ci si domanda quale azienda newyorchese, agli albori del terzo millennio, sia rimasta totalmente priva di strumentazioni elettroniche); l’azienda giovane e dinamica, col capo che si aggira per gli uffici in bicicletta, in cui la giacca e la cravatta sono banditi e tutti gli impiegati hanno un’identica aria da nerd; la morale spiccia (già vecchia di almeno un quindicennio) sulla necessità di esprimersi vis-à-vis con la persona amata piuttosto che attraverso un sms o una mail. La riflessione sulla contemporaneità presentata dal film, insomma, non brilla proprio per finezza.

Esile nelle sue premesse, forzatamente “frizzante” nella sua messa in scena (con un tappeto di composizioni musicali di un’allegria dopata), Lo stagista inaspettato sembra inoltre proporre uno spiccio micro-trattato sui pericoli di un’interpretazione integrale del femminismo; mostrando l’inarrivabile figurina del marito della protagonista, Anders Holm, ridotto a “casalingo” e costretto all’infedeltà coniugale dal suo ruolo forzato. A rimettere le cose a posto, nella disastrata e troppo moderna famiglia di Jules, ci penserà ovviamente un De Niro piombato direttamente (così sembra) dai primi anni ’60. Imprigionato nel suo manicheismo e nelle sue opposizioni forzate, non contemplante nemmeno alla lontana l’idea di una lettura più articolata e sfaccettata della realtà, lo script della Meyers guida il film verso una prevedibile conclusione, introducendo anche una debolissima love story tra il protagonista e la massaggiatrice col volto di Rene Russo. Il potenziale, tante volte sfruttato dal cinema, degli esterni newyorchesi, viene qui appiattito e ridotto a cartolina, privo com’è di profondità (di campo e di sguardo) e immobilizzato in una confezione tanto pulita, quanto plasticosa. Il mood della commedia romantica di questo millennio (millennio tanto superficialmente, e falsamente, stigmatizzato dal film) è pienamente rispettato.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

Slow Down

Il pensionamento è una strategia di sopravvivenza quotidiana. Così il vispo settantenne Ben, ex dirigente rimasto pure vedovo, scende ogni giorno in guerra contro la noia, la routine, la depressione, inventandosi, organizzandosi ogni tipo di attività/hobby che gli eviti di rinchiudersi in una routine soffocante con altri vecchi come lui, senza rassegnarsi, senza rattrappirsi, senza arrendersi.

Si propone come “stagista anziano” in una giovane azienda di e-commerce nel campo dell’abbigliamento, tutta open space friendly, fondata dalla trentenne Jules, una workaholic perfettina, intransigente, esigente, maniaca del controllo. L’uomo è un elegante esemplare di quelli oggi dati per estinti, un bel signore sempre elegante, sempre disponibile, educatissimo ed efficiente, con la mente elastica e l’esperienza di una vita a compensare alcune carenze tecnologiche: uno che ancora si concede il tempo di riflettere prima di prendere una decisione, in un mondo che si avventa con un clic. Tranquillo e sicuro di sé perché non deve più dimostrare niente al mondo e pertanto per niente suscettibile e sempre disponibile, incanta tutti e poco per volta sgela anche il cuore della nevrotica Jules. Alla storia di Ben si affianca e, alla fine, quasi si sovrappone quella della ragazza, che da comprimaria diventa protagonista nella seconda parte della narrazione, più lenta e meno vivace, dilatando la durata del film a due ore. Nella sua ostinata difesa dell’azienda da lei stessa creata dal nulla e che ora gli azionisti vorrebbero in mano a qualche anonimo professionista, di quelli tutto portafoglio e niente cuore, la giovane donna sta infatti rischiando di perdere la famiglia, da lei trascurata. Robert De Nirodenireggia a tutto spiano avendo orami deciso che anche la commedia è nelle sue corde, e si diverte con le sue facce bonarie, dietro cui sembra sempre di intravvedere qualcosa di meno rassicurante (da consigliori e consigliere). A sorpresa qui si rivela un anziano vetero-femminista che si trova a incoraggiare la donna a non rinunciare al controllo dell’azienda per non perdere la famiglia, sacrificio che a un uomo nessuno chiederebbe.Anne Hathaway è sempre bella, magra, pallida, con la sua bocca carnosa e i grandi occhi, e si impegna come ha fatto con tutta la galleria di personaggi che ha portato finora sullo schermo. Intorno ai due protagonisti, per dare luogo a vari siparietti, c’è un coro di altri stagisti di età più canonica (affidati a facce nota da serie tv), che tutti troveranno qualcosa da imparare dall’anziano collega. Lo stagista inaspettato (in originale The Internal), una classica commedia sentimentale ambientata in una New York particolarmente ad altezza d’uomo, è scritto e diretto dalla professionista Nancy Meyers (What Women Want, L’amore non va in vacanza, Tutto può succedere, E’ complicato), autrice di un tipo di prodotto indirizzato a un pubblico adulto (maturo e anche un po’ di più), ovviamente di buoni sentimenti, dove tutto è bene quel che finisce bene (e non ci sono dubbi che bene finirà), lungo il filo conduttore di una serie di stereotipi messi in scena garbatamente. Il passato non va buttato in toto, non necessariamente nel nuovo tutto è positivo, una virtuosa contaminazione è auspicabile.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

Il nome della sceneggiatrice Nancy Meyers, regista di soli 6 film dal 1998 a oggi, è molto stimato a Hollywood, sia in virtù di titoli di successo come What Women Want e Tutto può succedere che dello sguardo attento con cui ha affrontato la commedia sentimentale e di relazione. Anche nel suo nuovo lavoro, Lo stagista inaspettato, tratta questi temi in una narrazione dilatata e intervallata dai consueti panorami di case, quartieri, alberi e foglie della Grande Mela nei vari periodi dell’anno, sottolineati da un’onnipresente colonna sonora. Si tratta di elementi ormai codificati in quello che ormai è diventato un genere cinematografico vero e proprio: la commedia sentimentale newyorkese con i suoi ritmi distesi e l’alternanza di divertimento e commozione, risate e riflessione.

Lo stagista inaspettato inizia con Ben, settantenne vedovo, pensionato e benestante, a cui manca la sfida quotidiana rappresentata da un lavoro da svolgere con passione. E’ per questo che, dopo 40 anni da dirigente in un’azienda che produceva elenchi telefonici, si presta a fare da cavia per un programma da stagista senior in una giovane startup di e-commerce specializzata in abbigliamento, la About To Fit. Lì viene assegnato alle riluttanti cure della direttrice e fondatrice dell’azienda, una giovane e stressata workaholic. Dopo essersi conquistato col suo savoir faire di altri tempi la simpatia dei giovani impiegati e l’amore di una donna matura, sarà anche fondamentale per salvare le sorti professionali e sentimentali della sua datrice di lavoro.

Ci sono film che hanno un target ben preciso e affezionato. Lo stagista inaspettato è rivolto essenzialmente a una fascia di pubblico prevalentemente femminile, forse più vicina all’età del protagonista che a quella dei suoi giovani comprimari. Sotto la forma della commedia il film ambisce ad essere sia favola che lezione di vita, con una morale espressa chiaramente sotto la cornice lieve e spiritosa: la storia mira ad infondere nuova fiducia nel futuro agli anziani e a convincere i giovani disorientati dai ritmi della vita moderna e dall’eccessivo ricorso alla tecnologia ad ascoltare chi ha vissuto in tempi più lenti e meditativi, dove più della velocità di reazione agli input informatici e al mondo virtuale contavano l’osservazione dal vivo e l’ascolto degli altri.

Non a caso Meyers ha scelto di ambientare il film in un sito e-commerce, che ha sede nello splendido loft dove prima si trovava l’azienda di Ben, che permetteva alle persone di comunicare pubblicando i loro numeri di telefono in giganteschi volumi. Il nuovo ha preso letteralmente il posto del vecchio, ma – ci chiede la regista – siamo sicuri che fosse tutto da buttare?

Il personaggio di Ben è una specie di jolly, il contenitore di tutte le doti dei bei tempi andati, che è pero straordinariamente in sintonia col mondo e coi giovani di oggi. Ci sembra però che quello di Nancy Meyers sia più che altro un wishful thinking: forse questo può essere vero e tutto può ancora accadere se parliamo di uomini benestanti, ricchi e in salute che hanno a disposizione i mezzi per imporsi e farsi ascoltare, senza farsi lasciare indietro da un mondo che corre. Ma in un paese come il nostro, dove all’età del personaggio di Robert De Niro è più probabile che una persona debba lavorare ancora dieci anni per avere la remota speranza di ottenere una pensione minima, che di essersi ritirata da 8 anni dalla cosiddetta vita attiva, l’assunto del film è più favolistico/fantascientifico che realistico. E’ ovvio che stiamo parlando di una commedia e di una storia di fantasia, ma gli elementi concreti immessi dall’autrice sono tanti e tali da indurci a fare dei paragoni del genere.

Al posto di Robert De Niro ci è venuto spontaneo immaginare Robin Williams, perché quello di Ben potrebbe essere uno dei suoi personaggi magici ed amabilmente eccentrici, capaci di diventare il centro di convergenza ed equilibrio di un mondo caotico e incapace di ascoltare. Al di là delle inevitabili nostalgie va comunque detto che De Niro è qui misurato e perfetto sia nella commedia fisica che nelle espressioni buffe o commosse richieste di volta in volta dal ruolo di un distinto signore di altri tempi che non alza mai la voce, porta il fazzoletto in tasca per offrirlo alle signore che prima o poi hanno bisogno di usarlo e si adatta con curiosità ed entusiasmo a situazioni che farebbero scappar la pazienza alla maggior parte di noi.

A seconda delle esigenze fattorino, consigliere, autista, ladro, babysitter e figura paterna, Ben è l’essere fatato che tutti sogneremmo di incontrare una volta nella vita, pur di essere abbastanza fortunati da riconoscerlo. C’è una buona sintonia tra De Niro ed Anne Hathaway, esagitata ma insicura donna in carriera, un po’ sprecata Rene Russo nel ruolo della “fidanzata”, e buono il cast di attori poco noti che li affiancano in una commedia che nonostante le tematiche attuali è davvero d’altri tempi, nostalgica di un mondo in cui Gene Kelly in Singin’ in the Rain intonava per Debbie Reynolds la dolcissima “You Were Meant For me” e le coppie restavano sposate per sempre, nonostante crisi e tradimenti.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Chi conosce la tendenza di molto cinema americano a realizzare commedie per la terza età sa già cosa aspettarsi. E sbaglia.
Inaspettato non è certo lo stagista del titolo originale ma l’esito di questo film scritto e diretto da Nancy Meyers, vera specialista in sciape commedie senili (Tutto può succedere, È complicato), e recitato dall’attore che più di tutti in questi anni si è lasciato andare: Robert De Niro.
Invece la storia di un anziano ex dirigente d’azienda ormai in pensione, con una moglie defunta e una grande voglia di fare, che accetta il lavoro da stagista in una società di internet, completamente diversa da quella che fabbricava elenchi del telefono in cui lavorava (paradossalmente nel medesimo edificio) è una miniera di sorprese.

Solitamente in queste commedie il vecchio trionfa sul nuovo, in un’apoteosi di buonismo e implausibilità che coccolano il pubblico coetaneo dei protagonisti, Lo stagista inaspettato non fa eccezione ma in esso il confronto tra presente e passato non è solo nell’età dei personaggi coinvolti, si misura ad un livello più alto. Permea ambienti, luoghi, mode, atteggiamenti e tempistiche. Quella diNancy Meyers è una prospettiva stavolta più ampia della questione. Quei personaggi che altrove sono pretestuosamente inseriti per dare possibilità ai protagonisti di emergere hanno un guizzo in più e le relazioni che stabiliscono non sono scontate. Ciò che accade tra lo stagista fuori tempo massimo (assunto in un impeto hipster di recupero vintage) e il fondatore di una startup di moda interpretato daAnne Hathaway (come sempre impeccabile), non è scontato, prende pieghe originali e nonostante abbia come missione i sentimenti più basilari, arriva al traguardo cogliendo più di quello che era lecito aspettarsi.

Sembra incredibile poterlo scrivere ma proprio questo atterraggio con stile nella terra del miele è merito degli interpreti. E se Anne Hathaway come già scritto è una vera garanzia, attrice giovane con la solidità e l’affidabilità di una veterana (sembra fare film da decenni), la meraviglia è vedere Robert De Niro tornare ad impegnarsi sul serio. Invece che limitarsi a sfruttare con pigrizia il consueto repertorio di smorfiette note, che rievocano nello spettatore ricordi di film migliori e illudono che stia recitando, crea un uomo d’altri tempi con un’aura quasi nobile, uno stile da Sinatra unito ad un’eleganza che pare naturale. Nel creare il fascino del suo personaggio De Niro crea anche il senso di un’operazione di affiancamento di vecchio e nuovo. L’attrazione che il pubblico stesso prova per quello che il Ben di De Niro rappresenta, il suo modo di porsi, fare, pensare e concepire la vita, è il punto di Lo stagista inaspettato. Vintage e imbattibile come la 24 ore di pelle che usa, virile con classe come il fazzoletto di stoffa che ha sempre appresso, Ben non è il solito vecchietto arzillo da commedia senescente ma la personificazione del contrasto contemporaneo tra corsa al progresso e passione retro per tutto ciò che viene da un’altra epoca, il senso della nostalgia e della mancanza di qualcosa che non è mai facile identificare ma che fa rima con una dimensione esotica dei sentimenti.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Lo stagista del titolo é il pensionato De Niro che si ritrova assistente della giovane manager Anne Hathaway in un’azienda di shopping online supercool e super giovane… ma forse il più cool è sempre il vecchio Bob. Dirige Nancy Meyers, un nome che per il genere è oramai un brand.

Più che a quello di una semplice sceneggiatrice e regista il nome di Nancy Meyers è assimilabile ad un vero e proprio brand: dopo il successo di What Women Want la premiata ditta Meyers è diventata sinonimo di commedia romantica adulta e sofisticata, ad alto budget ed ancor più elevato tasso di star carismatiche, meglio se un po’ attempate.

Lo stagista inaspettato: Anne Hathaway e Robert De Niro in una scena del film
L’elegante signora cresciuta nella middle class di Philadelphia in fondo non ha mai smesso di frugare nella testa delle donne per cercare di scoprire cosa infine davvero vogliono e i suoi film sono sempre una esplorazione dellerelazioni romantico-affettive che coprono i vari stadi dell’innamoramento – dal corteggiamento al matrimonio, fino al divorzio – non solo di una coppia ma anche ad esempio quello tra genitori e figli (sono suoi gli script di entrambi i capitoli de Il padre della sposa).

Amore e lavoro, lavoro e amore

Lo stagista inaspettato: Robert De Niro e Anne Hathaway in un'immagine tratta dal film

Quindi i legami affettivi e le relazioni. Che appunto non sono necessariamente quelle romantiche. Come quella che si stabilisce tra i protagonisti de Lo stagista inaspettato, il vedovo e pensionato Ben Whittaker che torna al lavoro come stagista in un’azienda di e-commerce di abbigliamento e si ritrova a fare da assistente alla giovane fondatrice e direttrice Jules Ostin. Una storia d’amore nel senso non tradizionale del termine stavolta, che vede un rapporto complesso svilupparsi tra i due, tra il filiale e quello tra mentore e allieva; lontano quindi dalla romcom o ancor più dal tradizionale chick flick, Meyers stavolta getta lo sguardo su una parte della nostra vita che aiuta a formare una parte della nostra identità fondamentale, ovvero il lavoro. “Amore e lavoro, lavoro ed amore. Questo è ciò che conta“. Così recita la battuta iniziale del film. E in questo senso il film propone molti temi seri e interessanti, molto più di quanto l’insistita leggerezza che il film sciorina consenta di approfondire.

Emoticon o tweet? Meglio parole e sguardi

Lo stagista inaspettato: Anne Hathaway e Christina Scherer in una scena del film

Tematiche serie e profonde esplorate con humour e ironia, ecco il marchio di fabbrica Meyers. Donne in carriera, sessismo e women power nel mondo del lavoro, la solitudine dell’età pensionabile e il desiderio e il bisogno di sentirsi ancora utili e socialmente produttivi. Soprattutto il confronto generazionale nella vita e nel lavoro che consente anche una riflessione sulfenomeno delle start-up. Evidentemente lo sguardo ironico e i momenti migliori nascono dallo shock culturale dei due mondi a confronto: quello classico dello stagista Ben, una vita a lavorare per la società degli elenchi telefonici (che non a caso non esistono neanche più) che incarna una tradizione all’insegna di un formalismo perduto, catapultato nel mondo frenetico e quasi interamente virtuale dell’open space di un’azienda online.

Lo stagista inaspettato: una sorridente Anne Hathaway in un'immagine tratta dal film

Felpe e cappucci contro giacca e cravatta (altro che casual friday), tweet ed emoticon che finiscono per sostituire le espressioni reali dei sentimenti, la 24 ore con bloc notes, penne e calcolatrice che fanno a cazzotti con laptop e smarthpone sempre più veloci e ultraleggeri. La chiave, ça va sans dire, è che i nuovi hanno da imparare dalla vecchia scuola più di quanto credano, e lagalanteria e il pragmatismo di Ben risulteranno più cool di qualsiasi tweeto post di Facebook, così come la valigetta vintage o una camicia ben stirata. E soprattutto l’ipercinetica Jules imparerà a credere in se stessa ammettendo la propria vulnerabilità e che a volta occorre rallentare per godersi i dettagli.

Lo stagista inaspettato: Robert De Niro e Christina Scherer in una scena del film

La strana coppia

Intrattenimento leggero a tratti anche brillante, la commedia nel complesso mantiene quello che promette. Peccato che Meyers, oltre ad una regia più piatta del solito, rinunci ad approfondire anche uno solo dei tanti temi proposti, insistendo su toni lievi che alla fine risultano quasi forzati e inappropriati per una storia che di fondo aveva bisogno di più mordente per restare indelebile e dare un po’ più di sapore al film. Per fortuna ci pensa la strana coppia di protagonisti a nobilitare il film. All’inizio fanno strano anche a vederli insieme sulla locandina del film, ma forse è proprio l’effetto voluto: pensandoci bene, chi meglio di Robert De Niro e Anne Hathaway? Entrambi premi Oscar, emblematici ognuno della rispettiva generazione di cui rappresentano probabilmente il meglio dal punto di vista attoriale, chi meglio di loro per raccontare l’incontro/scontro tra il nuovo che avanza e passato inossidabile che non vogliamo/dobbiamo/possiamo dimenticare? L’alchimia tra i due protagonisti è sorprendente e sincera e funziona alla perfezione creando la giusta empatia con due personaggi a cui lo script non renderebbe altrimenti giustizia.

Alessandro Antinori, da “movieplayer.it”

 

La prima cosa che salta in mente guardando “Lo stagista inaspettato” il nuovo film diretto da Nancy Meyers, è quella di ripensare a un classico della commedia americana come “Il diavolo veste Prada”, diretto da David Frankel e interpretato da Meryl Streep e Anne Hathaway. La sceneggiatura scritta dalla Meyers infatti non si risparmia in fatto di rimandi e suggestioni al film di Frankel, potendo contare non solo sulla presenza della Hathaway che del lungometraggio del 2006 fu parte in causa, ma anche su un personaggio, Jules, interpretata dalla stessa attrice, che per caratteristiche e atteggiamenti potrebbe assomigliare alla Miranda Priestly portata sullo schermo dalla Streep. Della prepotente e tirannica giornalista la Jules di “La stagista inaspettato” mantiene non solo le competenze lavorative e una personalità a dir poco indisponente ma soprattutto la possibilità di infierire, come a suo tempo aveva fatto Miranda con la sua assistente, sull’inadeguatezza anagrafica e professionale di Ben (Robert De Niro), lo stagista settantenne che le viene temporaneamente assegnato per aiutarla a tenere testa ai molti impegni della sua agenda. In realtà il film della Meyers mantiene solo in minima parte le premesse di perfidia e d’antipatia legate al personaggio della giovane imprenditrice; perché, più che essere il motivo conduttore della storia questi aspetti si rivelano come il modo scelto dal film per consentire a Ben, che de “Lo stagista inaspettato” è l’assoluto mattatore, di sfoderare un po’ alla volta le capacità organizzative e di comando che gli permetteranno di guadagnarsi la stima dei colleghi , conquistati fin da subito dalle buone maniere e dalla saggia determinazione del simpatico matusalemme e successivamente la fiducia della datrice di lavoro, di cui l’uomo finirà per diventare addirittura mentore, aiutandola a risolvere una serie di vicissitudini lavorative e soprattutto familiari; queste ultime legate alla difficoltà di Jules di conciliare le mansione lavorative con le responsabilità derivategli dal ruolo di madre e di moglie assegnategli dalla storia.

Considerato che il lungometraggio della Meyers rientra in quella categoria di prodotti cinematografici che non sono chiamati a guadagnarsi i favori del pubblico per l’originalità dell’intreccio – che anche qui ha come priorità quella di assicurarsi la dialettica tra caratteri di segno opposto – ne per l’imprevedibilità della storia, che in questo caso, attraverso la scelta di un’attrice acqua e sapone come la Hathaway – istintivamente portata per i ruoli da damigella in pericolo – svela fin dal principio quali siano la natura e le intenzioni della storia, “Lo stagista inaspettato” riesce a gestire il confronto tra i due protagonisti con una sensibilità in grado di adeguarsi senza troppi sconquassi alla svolta buonista che ad un certo punto trasformerà le dinamiche tra Ben e Jules in quello che potrebbe essere un rapporto tra padre e figlia. Detto che il film in questione ci restituisce il miglior De Niro degli ultimi anni, finalmente alle prese con un ruolo che fa coincidere il carisma dell’attore con quello del suo personaggio, evitandogli al contempo di sconfessare anni di onorata carriera, “Lo stagista inaspettato” è il film di una regista cresciuta nel mito della new hollywood(e lo testimoniano la predilezione per la generazioni d’attori che l’hanno resa unica) ma con un occhio costantemente rivolta agli anni d’oro del cinema americano e in particolare alla commedia di quel periodo come dimostra la scrittura del remake de “Il padre della sposa” e come testimonia ancora oggi il galateo sentimentale che il film porta in dote. In questo senso è un peccato che un film così favoleggiante e leggiadro si prenda la briga di ritornare sulla terra, rammentandoci – attraverso il sermone che Ben rivolge a Jules nei momenti finali – di quanto negli Stati Uniti il lavoro sia inteso in senso calvinista e quindi di come l’esistenza delle persone sia per forza di cose votata al successo, ai soldi e alla promozione sociale che da questo ne deriva. Certamente nulla di nuovo ma per quello che ci riguarda avremo preferito continuare a sognare. Almeno qui, almeno dentro questo film.

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

 

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