La Felicità E' Un Sistema Complesso - Scene

La felicità è un sistema complesso

La Felicità E' Un Sistema Complesso (1)
Enrico Giusti è il re delle cessioni. Intermediario per un’azienda che acquista società in crisi, avvicina i suoi clienti, quasi sempre vanesi e inconcludenti, ne guadagna la fiducia e ne ‘risana’ la vita, facendoli ripartire in Costa Rica o agli antipodi. Figlio di un padre imprenditore, che ha abbandonato la sua famiglia per il Canada in seguito a un fallimento finanziario, e fratello maggiore di Nicola, eterno studente che come il genitore si risolve nella fuga, Enrico ripara il trauma infantile assistendo e scampando aziende da gestioni disastrose. La morte tragica di una coppia di imprenditori trentini, che lasciano un figlio diciottenne e una figlia tredicenne orfani e ‘al comando’ dell’impresa familiare, e l’arrivo imprevisto della fidanzata israeliana, sedotta e abbandonata dal fratello, sconvolgeranno per sempre la sua vita. Una vita in passivo e in cerca di riscatto.
Eredità, tradizione, continuità, c’è tutto questo nella nuova commedia di Gianni Zanasi. La felicità è un sistema complesso cerca nuovi equilibri ma è nello squilibrio che trova il suo punto di forza e di attrazione, avvitandosi intorno al suo protagonista, che stima debiti e crediti di una vita. La sua vita trascorsa a subire l’eredità paterna e a compensarla attraverso un lavoro ‘creativo’ che si illude di combattere il sistema dall’interno ma è il sistema economico, forma sublimata della guerra dove i mercati si conquistano estromettendone altri, la concorrenza si schiaccia o si ricatta, ad assimilarlo fino a smorzarne desideri e intenzioni.
In guerra permanente, l’Enrico di Valerio Mastandrea conosce bene la sua posizione e la giustifica. Almeno fino a quando un incidente, un trasalimento del destino, non capovolge letteralmente l’inquadratura e radicalmente la sua vita. La variabile è incarnata da una giovane donna e due ragazzini che dimostreranno, ciascuno a suo modo, che non è sufficiente assumere su di sé il peso dell’eredità per farla davvero propria ma è sempre necessario, contro di essa, un gesto eccentrico. Perché il conflitto fra le generazioni è sano se produce differenza. Differenza liricamente riprodotta da quella ‘torta di noi’ che è ancora e non è più la torta della nonna. Impastata in cucina o cantata in un pub, la torta ideale di Enrico ‘riconsidera’ il senso della tradizione e della continuità rispetto alla sua provenienza ma allo stesso tempo rompe con il familismo.
Con un salto puro e (in)cosciente, Zanasi segna daccapo il movimento di rottura del suo protagonista. ‘Rubato’ dalla locandina di Non pensarci, il tuffo in piscina di Mastandrea ritrova al suo personaggio lo slancio di volere davvero dentro sequenze che sembrano alimentarsi con un’energia autonoma e interna. Tra il principio di prestazione e l’illusoria uscita dal mondo, che il predatore aziendale di Giuseppe Battiston insegue con l’eroina o un giro in kayak, Enrico assume la questione della responsabilità evasa fino a quel momento con discorsi fatti e argomentazioni deboli che si infrangono sotto lo sguardo franco di Hadas Yaron, personaggio che lega ogni atto alle sue conseguenze. Con Filippo e Camilla prende in carico invece la genitorialità, funzione fino a ieri ‘ereditata’ e oggi esercitata, procedendo per agnizioni e riconoscendo alla fine le persone per quelle che sono e non per quello che credeva che fossero.
Valerio Mastandrea è il volto umano e affidabile di un film che fa della dilatazione temporale la sua direttiva poetica principale. Asse costitutivo e concettuale, la dilatazione (melodica) ‘scivola’ o levita i personaggi, producendo una sospensione che sfiora la morte e anticipa la vita. Materia grezza nelle mani di Zanasi, il tempo è malleabile e scorre in avanti, spostandosi indietro come il moonwalk di Michael Jackson eseguito da Enrico, una commedia esistenziale imprevedibile e scompaginata che chiude sul risveglio del protagonista. Un Valerio Mastandrea virtuoso dell’understatement e latore di un’ironia senza forzature e così naturale da nascondere la propria infallibile profondità esistenziale. Conquista intellettuale o esperienza dei sensi, la felicità per Zanasi rimuove la proprietà (quella che ha abolito la forma etica delle azioni) e ‘mescola’ sentimenti. Perché soltanto la mancanza di possesso o la gestione responsabile del ‘bene’ rendono possibile e corrente l’amore.

Marzi Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

L’etica del mondo del lavoro inquinata nel suo rapporto con il capitale. In fondo in superficie il nuovo film di Gianni Zanasi affronta le stesse dinamiche del suo precedente Non pensarci. Ne ripropone anche la maggior parte del cast, su tutti un troneggiante Valerio Mastandrea, con la sua maschera ironica e claudicante, sospesa fra irrisione e slanci di umana condivisione. Questa volta però, fin dal titolo, le intenzioni sono quelle di ampliare il discorso, senza paura di affrontare di petto il concetto stesso di felicità. In un’epoca cinica che ha partorito il termine buonismo per renderlo il male da evitare, Zanasi racconta di un uomo che vuole cambiare il suo (piccolo) mondo, con un’ingenuità disarmante, pur dovendo ingoiare parecchi rospi qua e là. Poco importa se lo fa per difendersi dalle sue fragilità, per non affrontare il rapporto irrisolto con un padre in fuga.

La fuga e il cambiamento per troppo tempo hanno coinciso nella vita di Enrico Giusti, che di fronte alla purezza della gioventù, ancora non contaminata dal cieco profitto del capitale in cerca di delocalizzazione, inizierà a porsi le domande giuste. Infatti, quasi per il calore di un porto familiare, Zanasi torna a raccontare del mondo del lavoro, il rispetto dell’essere umano posto di fronte alla sua mancanza; non è più (solo) la spersonalizzazione il problema. Una realtà ormai priva del contatto anche visivo, di un proprietario e un lavoratore che si guardano negli occhi. Non che Zanasi brilli nel suo cercare delle soluzioni a questi smarrimenti, sono anzi momenti in cui diventa schematico e propone scorciatoie facili. Del resto La felicità è un sistema complesso avrebbe potuto e dovuto solo porle queste domande, finendo spesso senza fiato, stufo delle parole, abbandonando la razionalità di un pensiero articolato per lasciare spazio allo smarrimento emotivo di una canzone in pieno cuore.

Sgangherato e alla deriva, il film di Zanasi lo è spesso, dopo un inizio molto brillante. È pronto a farsi scudo dell’ironia e dell’istinto musicale quando i fili del discorso narrativo si slabrano, perché coincide con il protagonista stesso, è impossibile immaginarlo al di fuori di Valerio Mastandrea/Enrico Giusti. Prendere o lasciare, basta non pensarci troppo e credere all’improbabile sponda emotiva rappresentata dalla giovanissima fidanzata israeliana del fratello minore di Enrico, che l’ha mollata fingendo una fuga in Chiapas. Già, ancora una fuga, e ancora l’eco di un impegno politico fallito e ormai inutile. In questo La felicità è un sistema complesso supera i cliché stanchi della sinistra col singhiozzo ideologico per proporre nella voglia di ascoltare l’altro, di abbracciarlo anche, il punto di partenza per trovarsi meno a disagio con se stessi e nel mondo. L’uomo sociale è un animale in grado di amare.

Formalmente è molto ambizioso, con la musica che sempre di più diventa protagonista, andando al di là della sua funzione diegetica nella vita dei protagonisti, contrappunto emotivo indispensabile, un coro greco delle fragilità di Enrico che, proprio attraverso la chiave della musica, viene introdotto nel mondo dei giovani che gli cambieranno la vita. Non solo l’assistente per casoAvinoam – la brava Hadas Yaron -, ma anche la coppia di ragazzi che dopo la morte dei genitori si trovano eredi di un importante gruppo industriale. Difficile ignorare i difetti del film di Gianni Zanasi, ma è altrettanto difficile non voler bene ai suoi protagonisti e ricordare dopo la visione soprattutto i seducenti sconquassi emozionali di un film che regala abbracci e l’infantile senso di libertà di un bagno in piscina vestiti.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Ve lo ricordate George Clooney tagliatore di teste in “Tra Le Nuvole”? Ecco, Valerio Mastandrea in “La Felicità è Un Sistema Complesso” – il nuovo lavoro di Gianni Zanasi – svolge lo stesso mestiere, con l’unica sostanziale differenza che, anziché licenziare i cosiddetti ultimi, cioè la classe operaia, è specializzato nel cacciare via i membri della classe dirigente, quella composta maggiormente da figli di papà, o, come li chiama lui, dalle cavallette: capaci solo a mangiare e a distruggere quello che incontrano. Se uno di loro sta per ereditare il potere, lui viene chiamato per convincerlo a farsi da parte, evitando che in poco tempo trascini l’azienda nel baratro e costringa a mandare via migliaia di dipendenti innocenti. La sua tecnica infallibile consiste nell’entrare in empatia con la vittima, diventarci amico e condividere con lei tempo libero, hobby e opinioni, guadagnando la sua fiducia e spronandola per andare incontro ai suoi sogni, raramente confinati all’imprenditoria familiare. Niente freddezza, quindi, quella Enrico Giusti se la tiene per sé, per aderire al meglio al ruolo che deve vestire e per tenere a distanza un passato di cui non va fiero e che vuole riscattare con tutto sé stesso, un passato di cui parla poco e che ritratta, ma che deve affrontare faccia a faccia non appena il fratello decide di scaricargli la sua fidanzata straniera in casa e un nuovo incarico di licenziamento – stavolta a discapito di un ventenne – gli viene commissionato dai suoi superiori.

Il Mastandrea di “Non Pensarci” (pellicola precedente di Zanasi) e quello di “La Felicità E’ Un Sistema Complesso” sono quindi due facce della stessa medaglia: diversi, anzi diversissimi tra loro, eppure entrambi bisognosi di aiuto e di risolvere i loro problemi interiori (e non). Zanasi porta avanti dunque un discorso avviato circa otto anni fa, con un personaggio più maturo e più compatto rispetto a quel trentenne in crisi, tornato all’ovile dalla sua famiglia. Il suo Enrico Giusti è un uomo che ha smesso di esistere, lo dice chiaro e tondo al fratello intimorito e in fuga dalle proprie responsabilità: se ti sudano le mani è perché sei vivo, goditela, a me sono anni che non succede, io sono anni che non sudo più. Il fratello però non lo ascolta, così come lui stesso ha smesso di fare con il suo corpo, perché a lui da un certo punto della sua vita in poi è interessata solo la redenzione, il riscatto del proprio cognome, della famiglia, la gestione di un forte senso di colpa illegittimo a cui tuttavia doveva far fronte e rimediare. Non può contare su nessuno Enrico Giusti, o meglio, ha deciso di circondarsi di persone che lo sfruttano unicamente per ciò che rappresenta a livello aziendale, per cui lo squarcio della convivenza forzata con la ragazza israeliana (e suicida), scaricata dal fratello, diventa per lui il primo metro di giudizio con cui cominciare a guardarsi all’interno.

Lei si, lo farà sudare, gli farà ricordare cosa significa essere vivo, si incollerà a lui non (solo) sentimentalmente, ma lavorativamente e umanamente, durante il delicatissimo processo d’annientamento di due ragazzi giovanissimi che rappresentano, oltre che delle vittime anomale per il suo lavoro, anche qualcosina di più nella sua testa. Tornando allora alle somiglianze, in “La Felicità E’ Un Sistema Complesso” come in “Non Pensarci” si ritorna a parlare di vita, dei problemi, delle scelte e di quelle soluzioni che forse sarebbero pure percorribili (o forse no), ma non in questo mondo, non in un mondo in cui le decisioni non dipendono solo ed esclusivamente da un unica persona. Apre gli occhi, a questo punto, Enrico Giusti, oppure comincia semplicemente ad usarli, a chiamare le cose col proprio nome e a smettere di torturarsi per qualcosa che non è mai dipesa da lui e per cui nulla, quindi, poteva fare. La ricerca, complessa, di una felicità che Zanasi cosparge seguendo quello che potremmo ormai definire il suo stile, con un umorismo gustoso e devastante da affiancare al discorso più serio, di carattere esistenziale, un umorismo con il quale Mastandrea si sposa alla perfezione, conquistando il picco delle risate nella scena di un karaoke improvvisato con una canzone indimenticabile.

Agisce fuori dagli schemi più rigidi, il cinema di Zanasi, muove i suoi passi secondo un pensiero proprio, staccato dalle convenzioni e dalle aspettative marchiate a fuoco del nostro panorama. I suoi lavori colpiscono ogni volta come un fulmine a ciel sereno, come qualcosa di inaspettato, come se certe storie, raccontate in una certa maniera, secondo la nostra esperienza non siano possibili. Invece, fortunatamente, la ragione sta da tutt’altro lato e ancora una volta, dopo aver visto il film, esserci emozionati e aver riso, si pensa a Zanasi e a Mastandrea come a due persone a cui volere bene. Ma tanto bene. Come a due grandi amici.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

Sceglie strade nuove, diverse, il cinema di Gianni Zanasi. A otto anni da Non pensarci, il suo cinema si getta liricamente nel vuoto, senza sostengo.Respingente e coraggioso, sembra essere chiuso in una sua impermeabilità nella rappresentazione di personaggi che vivono come dentro una bolla d’acqua, protetti ma anche soffocati nel loro mondo.

Valerio Mastandrea è Enrico Giusti, un tagliatore di teste, il cui lavoro consiste principalmente a convincere dirigenti incompetenti ad andarsene prima che questi mandino in rovina le loro aziende. Una mattina però tutto cambia. Muoiono in un incidente d’auto due imprenditori lasciando orfani i due figli, Filippo di 18 anni e Camilla di 13 che diventano soci di maggioranza dell’impresa dei genitori. Enrico ha il compito di portare i due ragazzi a rinunciare all’incarico cercando anche di fargli cedere le loro quote di maggioranza. Il compito però si rivela più difficile del previsto. Inoltre, un giorno l’uomo si ritrova una ragazza israeliana, ex del fratello, nel suo appartamento. La sua esistenza così lineare inizia a prendere delle strade impreviste.

Con maggiori rischi, Zanasi sembra prendere una strada diversa ma simile a quella di Virzì in Il capitale umano.C’è la rappresentazione del capitalismo con riunioni aziendali, villa con piscina, in luoghi circondati dalle persistenti luci grigie e blu della fotografia di Vladan Radovic (lo stesso di Tutti i santi giorni, Anime nere eVergine giurata)  dove i personaggi appaiono come pedine in attesa di essere manovrate. Ma è solo un’illusione. Il cineasta, in questo sistema davvero complesso che è il suo film, cerca invece di aprirgli continui squarci di libertà. Li porta sull’orlo del precipizio, li fa gettare nel vuoto (il tuffo in piscina di Enrico dovrebbe rappresentare questo il desiderio e insieme la momentanea impossibilità di una fuga), li circonda da una colonna sonora anche invadente e insieme trascinante (con il brano In A Manner of Speaking dei Nouvelle Vague che diventa come un refrain e insieme un dialogo di script nascosto e parallelo), in una continua mescolanza tra commedia e dramma sempre disequilibrata. E il film appare (ma non ne abbiamo la certezza) migliore quando sceglie questa seconda strada.

Ci sono due discorsi da fare. Il primo è che questo potrebbe essere il film della vita di Zanasi. L’ha pensato, progettato, e anche sofferto a lungo. E forse per questo, pur nella durata di quasi due ore, appare come monco. Come se ci dovevano essere delle altre parti che poi sono state tagliate, oppure non sono state più girate. Si autoesalta, diventa prigioniero del proprio stile tra piano-sequenza e ralenti, ma poi questa ambizione che può apparire esteriore ha dentro qualcosa di profondo e di vero. E allora più che esaltazione, La felicità è un sistema complesso è un film alla continua ricerca dell’inquadratura giusta, come se ci fosse uno scarto continuo tra la storia che viene mostrata e come deve essere filmata. E sta qui forse la sua sottile forza perversa, il suo bipolarismo. Proprio nella ricerca di spazi di intimità che vengono continuamente negati. Come nella scena in cui la ragazza israeliana va a casa di Camilla e viene inseguito da Enrico, forse geloso di quella complicità che si stanno ritagliando.

Il secondo discorso è che Valerio Mastandrea, uno dei migliori attori italiani, con Zanasi è al top. A metà tra la bella grinta degli eccessi delle commedia all’italiana e George Clooney di Tra le nuvole. Quanto è fragile e opprimente La felicità è un sistema complesso, quanto gli attori sono diretti con mano sicura. E questo si vede anche nella prova di Hadas Yaron (Coppa Volpi a Venezia nel 2012 per La sposa promessa) e anche dei due ragazzi, Filippo De Carli e Camilla Martini. Come delle molle caricate a orologeria. Con un film che rischia di esplodere ad ogni momento. Anzi che a volte sembra avere proprio l’intenzione di farlo. Forse perché realizzato troppo presto troppo tardi. Dove però la strada intrapresa infastidisce anche ma crea anche una strana dipendenza, nel senso che per certi aspetti se ne vorrebbero vedere di più di film così.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

Sette anni fa, era il 2008, Gianni Zanasiesordiva nei cinema d’Italia con un film diventato da subito ‘piccolo caso nazionale’. Non pensarci il titolo, nominato a 5 Nastri d’Argento e vincitore di un David di Donatello grazie a Giuseppe Battiston, affiancato da un altrettanto bravissimo Valerio Mastandrea. Sette anni dopo, neanche a dirlo, i tre si sono ritrovati con l’attesa opera seconda di Zanasi, presentata al Torino Film Festivale in sala dal 26 novembre: La felicità è un sistema complesso. Una commedia d’autore trainata da un Mastandrea travolgente, sempre più naturale nella sua bravura e (in)volontariamente comico persino nelle situazioni più banali. Un attore strabordante anche se mai esageratamente eccessivo, misurato eppure ipnotico, solo apparentemente fuori luogo e invece puntualmente impeccabile. E’ su di lui, ancora una volta, che Zanasi ha costruito l’intero film, a dir poco attuale vista l’infinita crisi economica e sociale che stiamo vivendo da almeno 6 anni.

Protagonista Enrico Giusti, avvocato di un grande studio chiamato a fare un lavoro che nessun altro fa: ovvero avvicinare, frequentare, indirizzare e convincere quei dirigenti incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di far fallire le società che gestiscono. Ed è qui che interviene lui, incaricato di indurre questi soggetti a vendere tutto prima che crolli la baracca, trascinandosi dietro migliaia di posti di lavoro. Ebbene Enrico in questo lavoro è il migliore di tutti, anche perché di fatto unico. Non sbaglia mai un colpo. Fino a quando una mattina, a causa di un incidente d’auto che uccide una coppia di imprenditori del Nord Italia, tutto cambia. Perché Giusti viene chiamato ad intervenire sugli eredi di quei due imprenditori: due adolescenti. Il consiglio d’amministrazione vuol farli fuori ma Enrico tentenna, perché vede in questi due ragazzi dal volto pulito e gentile due possibili affidabili dirigenti. Ed è qui che tutto si complica, anche perché a rendere le cose ancor più difficili c’è la stramba ex ragazza di suo fratello, a lui affidata.

Un film sui rapporti, quello costruito da Zanasi. Rapporti tra padre e figli (distanti e presenti), tra fratelli e amanti, tra amici e colleghi, tra etica e profitto. Una commedia divertente, perché Mastandrea suscita sorrisi a non finire, ma al tempo stesso amara, nel rappresentare una realtà imprenditoriale assai credibile e veritiera sul piano nazionale. Un film in cui Zanasi, troppo a lungo rimasto fermo dopo il boom di Non Pensarci, dimostra ancora una volta di avere grandi qualità registiche. Il modo in cui costruisce l’intensa scena della morte dei due imprenditori vale da sola il prezzo del biglietto, grazie ad un montaggio coraggioso e ispirato tra rallenty e piani spazio-temporali separati, per poi proseguire con mano (in)stabile fino al finale multiplo che finale non è. Perché è con l’evoluzione della trama che il regista barcolla, eccedendo probabilmente sul piano ‘estetico’. Quasi forzatamente ‘autoriale’. Se la colonna sonora sprizza ancora una volta meraviglie (da In a Manner of Speaking a Niccolò Contessa de I Cani), il film di Zanasi pecca nel momento stesso in cui finisce per prendersi esageratamente sul serio, lasciando l’amaro in bocca per quell’ultima parte gratuitamente ‘alta’ e quasi filosofeggiante sul piano etico.

Ricchi e più che meritati applausi per un Mastandrea one-man-show, ormai maschera da (in)consapevole commediante che va quasi con il pilota automatico, mentre Giuseppe Battiston, qui figlio succube di un padre-padrone, rimane più in disparte rispetto al debutto di Zanasi del 2008. Tre anni dopo La sposa Promessa interessante ritorno in sala per Hadas Yaron, chiamata ad indossare gli abiti di una svampita e ingestibile israeliana che finirà per travolgere la vita del protagonista, con il debuttante triestino Filippo De Carli, 18 anni appena, da tenere d’occhio per la notevole capacità con cui ha condotto quest’esordio per lui dai risvolti drammatici.

Il ‘tagliatore di teste’ Enrico, figlio di un imprenditore ‘incompetente’ ingenuamente convinto di combattere il sistema dall’interno, è un personaggio che in realtà non esiste dal punto di vista professionale, ma è attraverso le sue capacità di ‘persuasione’ quasi indiretta che Zanasi prova a pennellare i lineamenti di un’Italia in crisi in cui i primi a rimetterci, sempre e comunque, sono gli operai. Dopo la Cortellesi pronta a tutto di Massimiliano Bruno in Gli ultimi saranno Ultimi, il cinema italiano continua a specchiarsi in una realtà dai risvolti sociali spesso e volentieri tragici, confermando l’impressione che la commedia nostrana, dopo anni di autentica stagnazione di genere, può fare anche altro. O almeno provarci.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è un quarantenne che fa un lavoro unico al mondo, o – per meglio dire – è l’unico a farlo: convincere imprenditori incompetenti o irresponsabili a lasciare la propria azienda prima che fallisca. Li avvicina, ne diventa amico, infine li persuade a cedere la loro attività a chi – inevitabilmente – chiuderà, delocalizzerà, licenzierà. Malgrado il costo “umano” dei suoi successi, Enrico è fiero di ciò che fa ed è sinceramente convinto di fare del bene, portando così avanti la sua personalissima (e discutibile) lotta per un mondo migliore. Poi, lo “scontro” con due realtà diverse – nella sua vita privata e nel lavoro – lo costringe ad aprire gli occhi e a rimettere in discussione ogni cosa. Dopo “Non pensarci”, Gianni Zanasi torna al cinema con “La felicità è un sistema complesso”, commedia che cerca di raccontare con ironia e onestà la fatica del cambiamento. A livello personale, sì, ma anche collettivo. Che cos’è che lega Enrico alla strampalata (e sconosciuta) fidanzata straniera (Hadas Yaron) di suo fratello? E cosa vede di diverso nei due giovanissimi rampolli, eredi di un potere troppo grande per degli adolescenti? Girato in otto settimane tra Roma, Trento, Riva del Garda e Monsummano Terme, il film di Zanasi rivela di tanto in tanto una certa disomogeneità nella sceneggiatura, ma è ben girato e curato nei particolari. Com’era stato per “Non pensarci”, anche qui la musica ha ampio spazio, diventando in vari momenti protagonista al pari degli attori. L’Enrico di Valerio Mastandrea guarda il mondo e se stesso con disincanto, amarezza, ma anche leggerezza e speranza. A indicargli la strada, in un modo o nell’altro, una serie di comprimari di ottimo livello. Da un lato, il collega Carlo Bernini, un Giuseppe Battiston che incarna il volto cinico e spregiudicato di questo strano mestiere; dall’altro la “cognata” Achrinoam, interpretata dall’israeliana Hadas Yaron (Coppa Volpi 2012 come Miglior attrice al 69° Festival di Venezia per “La sposa promessa”), che, a differenza di Enrico, non ha paura di mostrare la sua fragilità. Crescere o invecchiare miseramente, provare a fare la cosa giusta o continuare a ingannare e ingannarsi: la felicità è un sistema complesso, appunto, ma non è impossibile tentare a cambiare.

Giulia Mazza, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

 

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