inside-out-696x435

Inside out

InsideOut_Poster

 

 

Inside Out: dentro e fuori dalla mente dove è ambientato il nuovo film Pixar del 2015 quello che secondo molti pareri della stampa (il film è stato presentato all’ultimo festival di Cannes) è tra i migliori, se non il migliore film della Pixar, lo studio di animazione Disney che ha sfornato in passato Toy Story, Up, Gli incredibili, Ratatouille e tanti altri lavori di eccellente qualità. La mente esplorata da dentro e fuori è quella della piccola Riley prima bambina poi adolescente che all’età di undici anni si trasferisce di casa. Fino a qui un semplice film di formazione ma la soluzione più che vincente è che la storia della crescita di Riley è narrata e agìta dalle sue emozioni che prendono vita e forma: Gioia a capo della squadra, e poi ci sono Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. Sono loro che nella mente di Riley, immaginata come una grande sala di controllo di una “fabbrica di sentimenti”, dovranno vedersela con la crescita, il cambiamento, semplicemente (mica tanto) la vita.

Come spesso accade nei film Pixar la regia è in tandem, quattro mani, quattro occhi quelli di Pete Docter e Ronnie Del Carmen e un’intera squadra creativa che fa un lavoro molto interessante, di spessa grandezza umana. Da un punto di vista grafico niente di sconvolgente rispetto allo standard Pixar che è elevatissimo. Belli i concept dei personaggi e la trovata vincente di “reificare” le emozioni. Di rendere tangibile (pur se virtualmente) l’intangibile compiendo una grande missione del cinema: trasformare il mentale in fisico. È da qui che parte il grande viaggio di Inside Out verso l’Olimpo dei più bei film Pixar di sempre

Inside Out assomiglia ad un capolavoro uscito lo scorso anno: Boyhood di Richard Linklater ma non vi spaventate: non ha la stessa durata di oltre due ore e mezza. Racconta però anch’esso della crescita e del distacco dall’infanzia in modo potente e con una grande grazia visiva e narrativa. Seguiamo la vita di Riley dalla e nella sua testa ma con una fondamentale ipotesi di partenza: è Gioia a comandare le emozioni e a governarle. Il film Pixar parte dall’assunto, come è senso comune, che la Felicità, sia l’emozione da avere sempre, da conservare e proteggere dalle ingerenze della Paura ma soprattutto dellaTristezza il personaggio più interessante di tutte le emozioni vivificate di Inside Out.

La Gioia può mantenersi intatta nell’Infanzia quando ci si emoziona per un gelato o per un cane che scodinzola ma c’è un momento della vita in cuoi poi si incontrano nuove sfumature di emozioni: si chiamano, nostalgia, inquietudine, e anche tristezza. Ma tutte sono tasselli di vita nel quadro che dipingiamo e che si intitola “crescere”. Ed è cosi che la Pixar compie un grande passo nella storia della narrazione per animazione. Raccontare che la Tristezza è parte della vita e che se non la sperimentiamo non capiamo la felicità appieno. Delle piccole o grandi cose che l’esistenza ci tiene in serbo nello scrigno del futuro.

Inside Out è un film per bambini solo per l’affresco cromatico o il “character design” la forma dei personaggi ma è intimamente uno dei film d’animazione più diretti agli adulti e a chi ha lasciato l’infanzia, come stato anagrafico, da poco. Gioia, Rabbia e tutti gli altri non sono i veri protagonisti del film ma si racconta dell’addio al bambino che c’è in noi. Dal lato dei genitori: loro che vogliono i figli adulti ma che quando lo diventano non lo accettano. Dalla sponda dei ragazzi che vedono svanire amici immaginari in una scena di ciclopica inventiva cesellata di poesia dark e animazione classica.

Inside Out è il più bel film Pixar di sempre? Chi scrive continua a preferire Wall-E ma questo interessa poco, se non niente. Interessa molto di più che un film d’animazione riesca a raccontare con splendida profondità la Tristezza e a farci capire che è parte della vita e che le nostre emozioni hanno la loro fisiologia, insomma anche “le emozioni sono fatte di emozioni”. Niente paura però: non mancano i momenti strapparisate e l’ironia robusta e per questo vi consigliamo di rimanere in sala fino alla fine. Comunque Inside Out è sicuramente nell’Olimpo della Pixar insieme a Wall-E e Toy Story.Applausi per questi Studios, infaticabili fabbricanti d’immaginazione, che in questo film raccontano anche un po’ se stessi con una delle missioni che gli riesce meglio: fare storie con l’emozione, fare emozioni con le storie.

Luca Marra, da “it.ibtimes.com”

 

 

Condannata a doversi confermare sempre ad alti livelli, la factory fondata da John Lasseter aveva smarrito la via maestra, tra remake e opere che etichettare come minori non è, per una volta, frutto di bieca sottovalutazione. “Toy Story 3 – La grande fuga”, secondo sequel dal mitico capostipite, sembrava aver chiuso tre fecondi lustri in cui si sono susseguiti una serie di film per i quali il termine “capolavoro” si è forse fin troppo sprecato. Pertanto, è bene scriverlo a chiare lettere: “Inside Out” riconsegna la Pixar alle punte di qualità a cui eravamo abituati.

Un fil rouge lo lega proprio al già citato terzo episodio di “Toy Story”, nel quale si percepisce lo iato di un salto generazionale: Andy va al college e i suoi vecchi giocattoli vengono/si sentono abbandonati, scoprono un mondo dove regna il più forte (e il più meschino), fatto di tristezza e solitudine. Attraverso l’epopea della banda capitanata da Woody e Buzz c’è il riflesso di una crescita, esattamente come i primi minuti di “Up” in cui si condensa un’intera vita sentimentale.
La focalizzazione narrativa del film è interna, ma in senso altro rispetto alla normale classificazione narratologica: a raccontarci la storia di Riley è la personificazione della Gioia (Joy, in originale), che si manifesta nella mente della bambina appena nata; in seguito, il “quartier generale” si affolla di altre emozioni primarie, Paura (Fear), Rabbia (Anger), Disgusto (Disgust) e Tristezza (Sadness). Ciascuna è necessaria per barcamenarsi nel mondo esterno: la paura evita – quando può – i passi falsi, il disgusto l’avvelenamento per aver mangiato i broccoli, l’ortaggio universalmente riconosciuto come il più detestato dagli infanti, mentre Tristezza interviene nei momenti di scoramento, nelle piccole sconfitte (del campionato di hockey). I ricordi che si vengono a creare appartengono a uno di questi personaggi, ma i ricordi di base, quelli che più di tutti definiscono la personalità di Riley, pertengono sempre alla sfera delle emozioni rappresentate da Joy; si costruiscono così le isole emotive della famiglia, dell’amicizia, della stupideria, dell’hockey, edifici interiori che racchiudono una parte importante della bambina. Ogni cosa trova il suo posto nel tempo immobile e perfetto dell’infanzia, finché Riley, all’età di undici anni, non si trasferisce dall’amato Minnesota a San Francisco, dalla classica casa con giardino della provincia americana a un vecchio e asfittico appartamento, per seguire insieme alla madre l’evoluzione lavorativa di un padre sempre più stressato. Lo sradicamento dalla natia cittadina è, mutatis mutandis, il topos fiabesco della “cacciata”, che produce nella ragazzina una crisi identitaria che la porta a non riconoscersi nella sua famiglia, a perdere il contatto coi coetanei (perde i vecchi amici e non riesce a farsene di nuovi), a decidere impulsivamente di abbandonare l’hockey, diventando pian piano taciturna e scontrosa. A quest’arco di sensazioni, descritte per mezzo di istantanee e quadretti, corre in parallelo la storia che seguiamo con maggiore assiduità e interesse: cioè il peregrinare di Gioia e di Tristezza, sbalzati per errore fuori dal Quartier Generale, verso territori mentali immensi e sconosciuti, tra gli archivi della memoria a lungo termine. Mentre le contraddizioni di Paura, Rabbia e Disgusto scompaginano lo stato d’animo della ragazzina fino a una rabbiosa apatia…

C’è, per stessa ammissione di Pete Docter, un retroscena autobiografico: il regista, originario del Minnesota, si è dovuto trasferire con la famiglia in Danimarca per un anno, trovandosi poi in difficoltà nell’allacciare nuovi rapporti, vista la natura schiva e solitaria del suo carattere. E Docter, da padre, ha rivissuto un momento simile osservando sua figlia crescere e farsi più silenziosa e distaccata. “Inside Out” si inserisce con coerenza nel percorso artistico di una delle menti creative più brillanti della Pixar, che con “Monsters & Co.” aveva già dato vita a un mondo parallelo, quello di Mostrolandia, dove vivono i mostri che agitano i nostri sonni nutrendosi della paura suscitata; stavolta l’autore immagina lo spazio sconfinato e mutevole della psiche di una undicenne, situando qui gran parte del suo racconto.
Il character design dalle linee morbide e molto riconoscibile – Anger sembra il Carl di “Up” e i cinque controllori del Quartier Generale i parenti più aggraziati dei mostriciattoli del suo esordio – così come il tono familista della parabola di Riley, appaiono quali meri strumenti di uno storyteller sempre più ambizioso e profondo, che si propone di mettere in scena i meccanismi inconsci che regolano l’interazione io-mondo con la semplicità di una fiaba moderna (pronta per diventare l’ennesimo instant-classic di casa Pixar).

Con una cura dettagliatissima nella riproduzione computerizzata di forme e colori, illuminando di una luce diversa ogni personificazione emozionale, così da darne un’impressione di immaterialità, gli autori fanno del Quartier Generale e dei recessi consci e inconsci di Riley una vera wonderland in cui perdersi. Il punto di vista tutto interno e soggettivo non studia soltanto le dinamiche di reazione agli input esterni (e ve n’è un saggio esilarante nella sequenza con l’alternanza incrociata degli headquarter dei genitori), quanto piuttosto la rivoluzione in atto nella protagonista. Infatti Joy si aggrappa finché può ai ricordi di base che le appartengono e che non vuole contaminati da Sadness (il cui colore di riferimento è un gelido blu), in un tentativo di tornare a dirigere i sentimenti della ragazza in una direzione univoca, in una felicità che però la ragazza sembra aver perduto. L’aiutante magico di questo viaggio che illustra la varietà di zone un tempo partecipi all’emotività della ragazzina ma ormai in stato di abbandono – esattamente come le “isole” che progressivamente crollano, terremotate dai dissidi interiori sempre più violenti – è Bing Bong, l’antico amico immaginario, una creatura elefantina, fatta per lo più da zucchero filato rosa, con la quale l’infante aveva vissuto mille viaggi sulla luna sul carrettino che va a energia canora e che, adesso, si ritrova a essere una sorta di senzatetto abitante la memoria a lungo termine. Con lui come Virgilio, Gioia e Tristezza partono per questo viaggio di homecoming nel quale Docter si sbizzarrisce e si fionda, lancia in resta, in un’infinita carrellata d’invenzioni: abbiamo l’eterea città delle nuvole, “Imagination Land” e la camera dei pensieri astratti, dove i Nostri vengono scomposti e destrutturati e, omaggiando la capacità camaleontica del disegno animato, appaiono prima forme cubiste e poi astratte; vi è la città dei giochi prescolastici che sta per essere rasa al suolo e la versione onirica e parodica di Hollywood, la “Dream Productions”, dove vengono “girati” i sogni che verranno proiettati durante le ore di sonno della bambina – e metacinematografica è già l’idea di partenza, con un centro di comando psichico che somiglia a una cabina di montaggio nella quale sono registrati e proiettati ricordi, pensieri e, appunto, sogni.

Il personaggio di Bing Bong chiarifica il progetto etico ed estetico di Docter, che prevede la messa in scena di una rivoluzione esistenziale attraverso una pars destruens (che viviamo in diretta) e una costruens che viene sintetizzata nella conclusione. Riley recide il cordone ombelicale con l’infanzia entrando in fase puberale, demolisce quelli che erano i solidi edifici di una volta per costruirne degli altri, diversi e integrati a un nuovo modo di vedere le cose. Non a caso, la rottura dell’equilibro è dovuta alla creazione del primo ricordo di base appartenente a Tristezza: il sentimento fino a quel momento emarginato diventa adesso un importante punto di riferimento, e Gioia impara a conviverci e a capirne l’indissolubile relazione che intrattiene con lei, in una risistemazione mentale molto più articolata e complessa.
Sovviene naturale dire che nonostante il brio quasi molesto di Joy, in “Inside Out” si spande il suono di una malinconia che innerva una narrazione che azzecca perfettamente i tempi del divertimento e quelli della commozione: il ritmo ritaglia pause di riflessione “alta” in mezzo alle continue ed esplosive scorribande d’azione ideate e montate in maniera rutilante. Docter firma un “Eternal sunshine of the spotless mind” ad altezza bambino che scava nell’inconscio e nella discarica di una memoria sul punto di essere cancellata, materializzando il senso di smarrimento del momento di transizione che sancisce la fine di quell’età mitizzata da tanto cinema d’animazione.

Summa della filosofia della “casa delle idee”, il quindicesimo lungometraggio pixariano è un originale romanzo di formazione che raggiunge il traguardo di mostrare con sfavillante brillantezza movimenti fisici e oggettivabili da una parte e, dall’altra, interiori e apparentemente invisibili. Dopo aver visto “Inside Out”, bisogna ammettere che la lampadina della celebre abatjour dei Pixar Studios non si è ancora spenta.

Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

 

Rappresentare i principali sentimenti umani con cinque buffi esserini colorati che comandano il cervello di una bambina di 9 anni attraverso una console e litigano tra loro per far prevalere una o l’altra emozione.

Già di per se l’idea alla base di Inside Out era geniale, ma Pete Docter questa volta è andato oltre, ha raggiunto probabilmente il punto più alto della sua meravigliosa carriera di sceneggiatore. Il buon Pete è la mente dietro Toy Story, Monsters & Co., Wall-E e Up…Già, la mente. Rappresentarla come lui ha fatto in Inside Out è pure arte, magia in movimento. Ogni singolo processo mentale, ogni più recondito dettaglio del sentimento e della coscienza umana scorre sotto i nostri occhi e il film rivela un micro-cosmo sconfinato, proprio come sconfinate sono le capacità della nostra mente.

E così i ricordi di Riley sono delle sfere luminose, la sua personalità si manifesta attraverso l’attività di isole tematiche, le sue paure primordiali sono rinchiuse nella prigione del subconscio e i sogni vengono realizzati come se ci si trovasse in uno studio cinematografico, dove tutti devono recitare guardando in camera perchè Riley, come tutti noi, sogna in soggettiva. Ma elencare tutti i modi in cui Inside Out rivela tutta la sua genialità sarebbe crudele. Questo film è una scoperta continua che alterna momenti di pura estasi cinematografia ad altri di risate incontrollate per poi farci commuovere quando meno ce lo aspettiamo, accidenti a lui…Non ce lo aspettavamo proprio.

Docter dimostra anche di essere un regista di una sensibilità fuori dal comune: il modo in cui dosa ritmo e toni del film è praticamente perfetto. Ogni personaggio entra nel cuore, anche quello più marginale, ed alcune sequenze, in pochissimi secondi, raccontano un mondo (il modo in cui si “sfiora” il delicato tema della depressione, in una manciata di fotogrammi, è quasi poetico).

Ma il significato profondo di questa pellicola è tanto semplice quanto potente, ed è probabilmente la vera forza del film, al di là delle intuizioni geniali e della comicità irresistibile: una bambina spaventata, che per dare forza ai genitori sceglie di sorridere e andare avanti anche se le sembra che il mondo le stia crollando addosso. A volte però, per andare avanti, c’è bisogno di fare i conti con la tristezza, c’è bisogno di mostrare la propria fragilità e condividerla con le persone che amiamo.

Questo è crescere. Inside Out ci insegna a convivere con i nostri sentimenti e con quelli delle persone che amiamo. Gioia, Paura, Disgusto, Tristezza e Rabbia ci accompagneranno per tutta la vita, insieme a tanti ricordi, belli e brutti. Alcuni li dimenticheremo, altri ci resteranno dentro e arricchiranno la nostra personalità, altri ancora ci faranno soffrire e versare qualche lacrima.

Queste cose credevamo di saperle già ma un film del genere ti fa sentire come se le stessi scoprendo per la prima volta…E’ per questo che poi esci dalla sala e senti che qualcosa, dentro di te, è cambiato. Questi signori ci hanno insegnato la vera amicizia con una simpatica banda di giocattoli e con dei mostri un po’ pasticcioni. Ci hanno mostrato il vero amore attraverso i circuiti di un robottino che non voleva rimanere solo al mondo e di un vecchietto disposto a tutto per realizzare il sogno della persona più importante della sua vita. Ora ci insegnano a crescere facendoci vedere cosa accade nella nostra mente quando le cose non vanno come vorremmo.

Non siamo solo noi a dovergli dire Grazie, ma tutto il cinema; perchè loro lo stanno cambiando…Anzi no, lo stanno facendo crescere.

Simone Bravi, da “35mm.it”

 

 

Genuino, profondo e psicologico. Inside Out, film animato della Pixar, è un concentrato di emozioni, grafiche da urlo e scene paradossali. Guardando le prime scene, quelle che anticipano l’inizio vero e proprio del film, si fa fatica a comprendere la sua potenza, forse confusi dalla voce meravigliosa di Malika Ayane. Non c’è un momento che diviene noioso, nemmeno quando si ripetono le scene dell’infanzia di Riley, la bambina protagonista del film animato di Pete Docter.

Inside Out è la storia di una bambina vissuta nel Minnesota insieme alla famiglia, costretta all’età di 11 anni a separarsi dal suo luogo d’origine, lì dove ha tessuto amicizie ed esperienze indimenticabili. Un trasferimento che trasforma la sua dolce vita in tristezza e rabbia, sentimenti motivati anche dall’instabilità familiare e da alcuni problemi economici. Fin qui, tutto regolare. Il film diviene poi un capolavoro di eccezionalità per la sua analisi psicologica del personaggio, che avviene grazie alla personificazione delle emozioni.

Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia sono i cinque omini che albergano nel cervello di Riley e che gestiscono le sue azioni quotidiane da una plancia di comando. Durante un momento di confusione, Tristezza e Gioia si allontanano involontariamente dal Quartier Generale generando una situazione di panico all’interno della mente della bambina che, dopo alcune incomprensione familiari, deciderà di scappare di casa. Inside Out, checché se ne dica, è un film per adulti e riesce a trasmettere emozioni positive strappando anche qualche risata spontanea.

Federica Raccuglia, da “urbanpost.it”

 

 

Sui titoli di coda, è venuta giù dagli applausi la Sala Lumiére.
Inside Out riporta la Pixar ai livelli di Monster & Co., film con cui condivide il focus sull’infanzia e l’idea narrativa di mettere in scena concetti astratti (in quel caso la paura, qui tutte le emozioni), personificandoli.

Il film comincia nella “sala di controllo emotivo” di una bambina cresciuta in campagna e poi trasferitasi con i genitori in città, in una brutta villetta dei sobborghi. Al pannello di comando si alternano Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia, tutti rappresentati come buffe creature colorate (con il solito occhio puntato sul merchandise), quasi fossero una squadra di supereroi: Rabbia sputa fuoco dalla testa, Gioia illumina le cose, Tristezza le raffredda.

La prima parte del film, quella in cui si mostrano le emozioni al lavoro, fa subito capire che l’idea è azzeccata e ben realizzata. Dare un volto agli stati d’animo, vedere come interagiscono e come sono legati ai ricordi (che nel film hanno un ruolo decisivo), spinge lo spettatore di qualunque età a riflettere sulle proprie dinamiche emotive, a osservarsi dall’esterno/interno, con l’incredibile conseguenza che la storia funziona tra le altre cose come una seduta di psicanalisi – appassionante, divertente o commovente a seconda dei momenti.

Nella seconda parte la costruzione grafica della psiche, di cui la citata sala di controllo è una frazione, è un pozzo senza fondo di intuizioni: la maggior parte del racconto si svolge infatti in questo mondo di fantasia che estende di molto il lavoro fatto con Monster & co. (qui la fabbrica dei sogni, una specie di studio hollywoodiano, è solo una parte del totale), e in cui troviamo di tutto, dalla memoria a lungo termine (un’infinita scaffaliera fatta di sfere che sono momenti di vita vissuta) al subconscio (un antro enorme e spaventoso), dai ricordi indelebili (barocche isole emotive sospese nel vuoto) al treno dei pensieri, che non sai mai quando passa. E ognuna di questi settori ha un manipolo di creaturine operaie che lo mantengono funzionante, e che garantiscono al cartoon la sua “quota Minions”.

All’interno di questo scenario, il viaggio del film è quello di Gioia e Tristezza, impegnate a trovare un modo per tornare nella sala di controllo, ma soprattutto a capire come “lavorare assieme” alla felicità della bambina. In loro assenza, tutte le altre emozioni sono allo sbando, e si affaccia lo spettro dell’apatia e della depressione. C’è quindi da un lato questa incredibile metafora visiva del crescere e soprattutto del “sentire”, e dall’altro la sua messa in scena realista, con gli stacchi sulle scelte che la piccola protagonista via via compie, perdendosi o ritrovandosi, provando a tener fede alla sua natura, o a formarla.

Quanto tutto questo suoni “vero”, è la magia del film; e in questa verità germoglia un commozione straordinaria, tanto che in sala a un certo punto era tutto uno sventolare di fazzoletti e un coro di tirate su col naso. Dice questo, Inside Out: custodite il fuoco dentro di voi, non alzate bandiera bianca; fate in modo che ogni momento e ogni luogo del vostro essere – quando avete paura, quando vi fa schifo qualcosa, quando vi manca da impazzire qualcuno e quando state facendo esattamente quello che amate – lo tenga acceso.
E lo dice con molta meno retorica di quella che ho appena usato io.

Astenersi cinici tediosi, gli altri tutti in sala.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

Riley ha undici anni e una vita felice. Divisa tra l’amica del cuore e due genitori adorabili cresce insieme alle sue emozioni che, accomodate in un attrezzatissimo quartier generale, la consigliano, la incoraggiano, la contengono, la spazientiscono, la intristiscono, la infastidiscono. Dentro la sua testa e dietro ai pulsanti della console emozionale governa Joy, sempre positiva e intraprendente, si spazientisce Anger, sempre pronto alla rissa, si turba Fear, sempre impaurito e impedito, si immalinconisce Sadness, sempre triste e sfiduciata, arriccia il naso Disgust, sempre disgustata e svogliata. Trasferiti dal Minnesota a San Francisco, Riley e genitori provano ad adattarsi alla nuova vita. Il debutto a scuola e il camion del trasloco perduto nel Texas, mettono però a dura prova le loro emozioni. A peggiorare le cose ci pensano Sadness e Joy, la prima ostinata a partecipare ai cambiamenti emotivi di Riley, la seconda risoluta a garantire alla bambina un’imperturbabile felicità. Ma la vita non è mai così semplice.
Il segreto della Pixar non risiede nell’abilità tecnica, sempre raggiungibile o perfezionabile, ma nella forza drammatica delle loro storie. Storie che non abdicano mai l’originalità narrativa. Prima un bel soggetto, a seguire la scelta grafica, sempre coerente con quella narrativa che tende a semplificare la superficie e mai la sostanza.
La bellezza delle loro sceneggiature è costituita poi dai risvolti teorici, che dopo aver esplorato il mondo oggettuale e indagato i sogni delle cose, reificano le emozioni umane, in altre parole prendono per concreto l’astratto. Inside Out visualizza ed elegge a protagonisti della vicenda la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto, emozioni che guidano le decisioni e sono alla base dell’interazione sociale di Riley, che a undici anni deve affrontare sfide e cambiamenti. Se Up svolgeva l’avventura di fuori, Inside Out la sviluppa di dentro, attraversando in compagnia di Joy e Sadness la memoria, il subconscio, il pensiero astratto e la produzione onirica di una bambina che sta imparando a compensare la propria emotività e ad assestarsi in una città altra.
Diretto da Pete Docter, Inside Out impersona le voci di dentro con un radicalismo che impressiona e commuove. Con Inside Out Docter installa di nuovo l’immaginario al comando e ingaggia cinque creature brillanti per animare un racconto di formazione che mette in relazione emozioni e coscienza. Perché senza il sentimento di un’emozione non c’è apprendimento. Dopo la senilità e l’intenso riassunto con cui apre Up, che ha la grazia e la crudeltà della vita, Docter lavora di rovescio sulla fanciullezza, tuffandosi nella testa di una bambina, organizzando la sua esperienza infantile intorno a centri di interesse (la famiglia, l’amicizia, l’hockey, etc) e accendendola con flussi di pensieri sferici che hanno tutti i colori delle emozioni. E a introdurre Riley sono proprio le sue emozioni che agitandosi tra conscio e inconscio sviluppano le sue competenze e la equipaggiano per condurla a uno stadio successivo dell’esistenza. Nel cammino alcuni ricordi resistono irriducibili, altri svaniscono risucchiati da un’aspirapolvere solerte nel fare il cambio delle stagioni della vita e spazio al nuovo. A un passo dalla pubertà e resistente dentro un’infanzia gioiosa, che Joy custodisce risolutamente e Sadness assedia timidamente, Riley passa dal semplice al complesso, dal noto all’ignoto. Nel processo ‘incontra’ e congeda Bing Bong, amico immaginario che piange caramelle e sogna di condurla sulla Luna.
Creatura fantastica generata dalla fantasia di una bambina, Bing Bong, gatto, elefante e delfino insieme, è destinato a diventare uno dei personaggi leggendari della Pixar Animation, rivelando un’anima segreta, la traccia di un sentimento e l’irripetibilità del suo essere minacciato dalla scoperta di una data di scadenza. Rosa e soffice come zucchero filato, guiderà Joy e Sadness dentro i sogni e gli incubi di Riley, scivolando nell’oblio per ‘fare grande’ la sua compagna di giochi.
I personaggi, realizzati con tratti essenziali che permettono di coglierne la natura profonda (rotonda, esile, spigolosa), emergono l’aspetto intangibile del processo conoscitivo dentro un film perfettamente riuscito, che ricrea la complessità e la varietà dell’animazione senza infilare scorciatoie tecniche o narrative. Dentro e fuori Riley partecipiamo alle vocalizzazioni affettive indotte da Joy e Sadness che, finalmente congiunte, la invitano a comunicare la tristezza. Perché la tristezza, quando è blu e piena come Sadness, è necessaria al superamento dell’ostacolo e alla costruzione di sé. Impossibile resistere all’espressività emozionale delle emozioni primarie di Docter che privilegia anziani e bambini, gli unici a possedere una via di fuga verso il fantastico. Gli unici a volare via coi palloncini e ad avere nella testa una macchina dei sogni.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

La Disney Pixar colpisce ancora, Pete Docternon ha perso la sua abilità: responsabile dei più grandi successi della casa d’animazione, ha portato a casa un premio Oscar con lo splendido “Up” e nel 2001 ha diretto“Monsters & co.“. Con “Inside out”l’ambizione di Docter è arrivata alle stelle, il regista e animatore ha deciso di raccontare il mondo delle emozioni che si muovono dentro la testa di Riley, una bambina di undici anni che deve affrontare molti cambiamenti.

La fase delicatissima che dall’infanzia porta verso l’adolescenza non è facile da raccontare, soprattutto se bisogna inventarsi un intero coloratissimo e contorto mondo di emozioni che abitano dentro il cervello della protagonista. Questa fase l’abbiamo attraversata tutti, sappiamo quanto sia tumultuosa e a tratti apparentemente insormontabile: nel caso di Riley la situazione è ancora più difficile perché deve trasferirsi dal suo amato Minnesota in una nuova grigia città. Scombussolata dal cambiamento, Riley si ritrova a dover affrontare problematiche che fino ad allora non aveva mai pensato esistessero. Ma i protagonisti assoluti della storia vivono nella sala del controllo emotivo: Gioia, la leader indiscussa, Rabbia, Disgusto, Paura e l’emarginata Tristezza si trovano impreparati di fronte ai cambiamenti che la loro bambina sta vivendo.

 

“Inside out” mostra la percezione che Riley ha del mondo esterno e la confusione che si genera a livello emotivo, con un affaccio sulle percezioni e le problematiche degli adulti che devono approcciarsi con questa fase della vita della ragazza. Non mancano le trovate comiche e le risate, ma Pete Docter è sicuramente un maestro nel tirare fuori emozioni forti anche allo spettatore con una semplicità disarmante.

Il film, pensato principalmente per il pubblico dei più piccoli, mostra il mondo colorato e spaventosamente organizzato dal punto di vista lavorativo che risiede nel nostro cervello – una vera e propria fabbrica. Uno spazio infinito in cui biglie colorate rappresentano i nostri ricordi, più o meno importanti a seconda della sezione in cui si trovano. Lo spaventoso inconscio rappresenta uno degli ostacoli più difficili da superare e mentre Riley agisce, confusa e spaventata, all’esterno, il vero viaggio è quello vissuto da Gioia e Tristezza. La prima, da sempre abituata a risolvere con semplicità ogni situazione e a gestire il minimo allarme, adesso si ritrova a dover conoscere una serie sconfinata e totalmente nuova di situazioni e reazioni possibili, guardando da un’altra prospettiva Tristezza. Quest’ultima è di una tenerezza irresistibile, in “Inside out” Pete Docter riesce a valorizzarla e a renderle giustizia: insieme a Gioia può collaborare e trovare il giusto equilibrio per mantenere Riley sulla giusta traiettoria. Ogni emozione, quindi, ha il suo peso e il suo valore e non viene messa in disparte, con questo film farete un salto indietro in quella fase turbolenta dell’adolescenza che tutti abbiamo voluto dimenticare – o rimuovere, almeno nella parte negativa che ci ha offerto – ma avrete uno spunto di riflessione sulla ruota di emozioni che vi travolgono nel corso della vostra vita e avrete un’idea divertente e fantasiosa di come stiano agendo.

Un grande applauso, quindi, a Pete Docter e a tutta la sua squadra, perché “Inside out” è un film delizioso, che non annoia mai, segue un percorso semplice ma non banale come potrebbe sembrare a prima vista e soprattutto, se siete un pochino sensibili, vi farà scoppiare in lacrime. Si tratta pur sempre di emozioni, bisogna metterle in gioco anche da spettatori.

Elide Messineo, da “cinezapping.com”

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog