Il padre

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Scampato quasi per miracolo al genocidio armeno del 1915, il fabbro Nazaret Manoogian si mette alla ricerca della famiglia dalla quale è stato separato, lottando allo stesso tempo per la propria sopravvivenza. Il suo viaggio lo condurrà in luoghi inaspettati…


Tahar Rahim con Zein e Dina Fakhoury in una scena di The CutL’idea del ritorno alle proprie radici come via per ritrovare se stessi è da sempre presente nel cinema di Fatih Akin, ma il suo nuovo film si muove su un percorso diametralmente opposto: il protagonista di Il padre è strappato con violenza dalle sue radici e dalla sua famiglia – il “taglio” del titolo originale – e per restituire un valore alla sua vita è costretto ad allontanarsi dal suo paese e dalle sue tradizioni. L’eterno ritorno appartenente al cinema dell’autore turco-tedesco s’interrompe, mostrando una nuova maturità stilistica e narrativa.

Tahar Rahim e Bartu  Küçükçağlayan in una scena di The CutLe vicende di Nazaret, pur essendo frutto dell’immaginazione, sono molto vicine a quelle vissute da un’intera generazione di armeni, e dunque per la prima volta nella sua carriera Akin si trova a dover raccontare la Storia. Per farlo, il regista sacrifica parte della sua personalità al servizio della narrazione e dei personaggi, conferendo al film uno stile invisibile che lo fa assomigliare a un’epopea d’altri tempi.

Tahar Rahim in una scena di The CutNon si tratta dell’unica caratteristica che avvicina Il padre a un’opera del passato: il film si prende tutto il tempo necessario per tratteggiare il suo intreccio, e anche quando la narrazione entra nel vivo il ritmo resta armonioso e dettagliato. La sceneggiatura, scritta dal regista in collaborazione con il grande Mardik Martin, non tenta di strafare in scene madri e svolte clamorose, scegliendo invece di ancorarsi saldamente al punto di vista del protagonista.

Tahar Rahim in una scena di The CutCostretto per ragioni di trama a recitare per più di un’occasione solo con le espressioni del volto, Tahar Rahim fornisce una prova contenuta e convincente nei panni di Nazaret, disegnando un uomo comune, con aspirazioni e abilità ordinarie, alle prese con circostanze straordinarie: senza un protagonista altrettanto adatto, il film avrebbe perso gran parte della sua efficacia.

Tahar Rahim in una scena di The CutAnche l’uso che Akin fa del grande schermo richiama volutamente un tipo di cinema quasi estinto: il modo in cui le figure umane sono inquadrate in relazione all’ambiente, soprattutto nelle sequenze girate nel deserto, tende a mettere in risalto paesaggi smisurati evidenziando la piccolezza dei protagonisti. Questo conferisce all’opera una certa dose di maestosità, che contribuisce alla riuscita del prodotto.

Il padre – The Cut è dunque un kolossal come se ne vedono raramente, capace di emozionare il pubblico coinvolgendolo in un racconto romanzesco d’ampio respiro. Un’opera sentita, dura e toccante, che non si dimentica facilmente.

Luca Buccella, da “cinefile.biz”

Mardin, 1915: una notte, la polizia turca rastrella tutti gli uomini armeni della città. Tra di essi c’è anche il fabbro Nazaret Manoogian, che viene così separato dalla moglie e dalle due figlie gemelle. Dopo esser sopravvissuto agli orrori del genocidio anche grazie all’aiuto di diversi sconosciuti, Nazaret viene a sapere che le sue due figlie sono ancora vive. Per l’uomo inizia un viaggio che lo porterà in moltissimi paesi: Libano, Cuba, Stati Uniti e farà di tutto per poter riabbracciare le proprie figlie

Un tema molto delicato quello trattato da Fatih Arkin, che oltre ad essere regista è anche sceneggiatore di quest’opera. L’autore punta la propria lente d’ingrandimento sul genocidio degli armeni per mano dell’impero ottomano, fatti che non possono non scuotere lo spettatore davanti al grande schermo. Arkin parte da questo riferimento storico per raccontare la storia del coraggio di un uomo, pronto a tutto pur di rincontrare le proprie figlie.

Tahar Rahim (Il Profeta) è il protagonista indiscusso del film. L’attore è bravissimo nel rendere sul grande schermo tutte le emozioni di un uomo messo a durissima prova dalla vita ma sempre pronto ad affrontare a testa alta le difficoltà. Rahim regge sulle proprie spalle quasi tutto il peso delfilm e lo fa alla perfezione.

Fatih Akin torna al cinema a distanza di sei anni da Soul Kitchen e lo fa con una storia molto coraggiosa. La sua scelta è quella di seguire passo passo le azioni del protagonista, non abbandonandolo mai per tutti i 138 minuti di durata del film. Oltre alle inquadrature sul protagonista, nelle scene ambientate nel deserto il regista opta per dei campi lunghi e lunghissimi per rendere ancor meglio l’idea delle difficoltà vissute dal protagonista e dai suoi connazionali armeni.

Il Padre è un film consigliatissimo, opera di un bravissimo regista come Fatih Arkin. D’altronde un maestro di Hollywood come Martin Scorsese lo ha definito “un film puro, epico, di grande intensità e bellezza, come ormai non se ne fanno più”. E se lo dice l’autore di film come “Toro scatenato”, “Taxi Driver”, “The Departed”, “Shutter Island” e “The Wolf of Wall Street” ci sarà da credergli.

da “mauxa.com”

 

 

Il Padre (The Cut) di Fatih Akin è un film che segna un taglionetto nella filmografia del regista de La Sposa turca e Soul Kitchen. Messe da parte la regia speziata a cui ci ha abituato e le piccole vicende di turchi impiantati in Germania, Akin si confronta con un gravoso fatto storico: le stragi in Armenia del 1915. Lo fa intrecciando storia e Storia, narrandoci l’odissea dei due mondi di un sopravvissuto che fugge dalla sua patria alla ricerca delle due figlie e della salvezza.

Il Padre (The Cut), privo di virtuosismi tecnici, è un film che stentiamo a riconoscere come diretto da Akin. Ma la scelta, saggia, è ponderata e inevitabile, poiché la vicenda narrata porta in sé una potenza tale da non necessitare d’inutili fronzoli e ridondanti abbellimenti. Una regia più classica, quindi, ma non meno personale. La fotografia definisce la composizione dell’immagine come fosse un quadro realista. Non a caso, e cito un solo esempio, le sequenze sui villaggi armeni sterminati ricordano La zattera della Medusa di Gericault con l’aggiunta di un gusto “espressionistico” alla Goya.

Un Akin quindi più pulito ma anche imponente per un film con un respiro ampio ma non epico. Ad Akin, infatti, interessa la storia di questo fabbro, uomo ma non eroe, e la determinazione con cui va alla ricerca delle figlie per anni. Diretta conseguenza: Il Padre (The Cut) è un film di speranza e amore, per la vita in primis.

Protagonista è un Tahar Rahim (Il profeta) preciso e sincero. Il suo personaggio è privato delle corde vocali e Rahim è abile, senza mai strafare, nel comunicare un’ampia gamma di sentimenti tramite l’uso del solo volto e dello sguardo.

Insomma, è un Fatih Akin diverso, oserei migliore, che raggiunge un pubblico più ampio e sfaccettato, Il Padre (The Cut) una di quelle storie forti che è necessario raccontare e ricordare, anche per salvare dall’oblio casi ed eventi che la Storia, spesso, rischia di dimenticare.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

 

Presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, Il Padre (The Cut) sembra riprendere le redini dei colossal.

A Mardin in Armenia, nel 1915 , durante una notte qualsiasi, la polizia turca rastrella tutti uomini armeni della città, compreso il fabbro Nazaret Manoogian (Tahar Rahim); esso viene prelevato a forza dalla sua casa e dalla sua famiglia.
Da qui la vicenda ruoterà sempre intorno a lui; non lui come cambiamento interiore, ma per la volontà di riallacciare il rapporto, nonostante le varie peripezie che gli taglieranno la strada, con la sua famiglia, o quello che ne rimane.
Nazaret diventa schiavo delle armate turche, costretto ai lavori forzati e vittima, insieme agli altri uomini, sarà umiliato.
Il destino farà in modo di essere l’unico salvato dallo sgozzamento grazie alla pietà del suo aguzzino, che però gli provoca dei danni alle corde vocali.
Non più in grado di parlare, una volta libero, Nazaret farà leva sul desiderio di ritrovare le sue due amate figlie, poiché niente gli darà pace.
La sua sarà una grande ricerca che lo porterà a viaggiare in condizioni non sempre umane, dall’Europa all’America.

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L’epopea verso l’occidente è coinvolgente, scenograficamente e fotograficamente strabiliante, e di una certa diversità: se nella maggior parte dei colossal il protagonista è mosso da una fede divina, in maniera diretta o indiretta, in Il padre, Nazaret è mosso solo dall’amore familiare.
Forte nel montaggio e nella trama, con rischio della ridondanza sempre più verso la fine, Il padre vede la regia precisa ed espressiva, con tipi di inquadrature diverse, tra cui fantastici piani sequenza di Fatih Akin, che con questo conclude la trilogia su Amore, Morte e Diavolo.
Ma se il titolo italiano, Il padre, esprime già da sé il sentimento del protagonista, in quello originale, The cut, risulta forse ancora più espressivo, anche se con diverse interpretazioni; dalla ferita al collo del protagonista, alla sofferenza degli armeni non in grado di ribellarsi alle violenze dei turchi.

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Con interpreti di sincera rilevanza, tra cui Akin Gazi, Simon Abkarian e George Georgiou, Il padre, girato tra Germania, Francia, Italia, Russia, Canada, Polonia, recitato in inglese (tanto, troppo inglese), turco, spagnolo e arabo, e tratto da una storia vera (come assicura Akin) nel complesso bisogna dare atto al regista stesso e allo staff di aver dato luogo ad una pellicola, che anche se composta da un tema che può risultare noioso, affascina per gli immensi paesaggi e per il coraggio di aver unito diversi aspetti, tra cui anche la nascita del cinematografo.

Mara Siviero, da “cinematographe.it”

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