Gli ultimi saranno ultimi

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Luciana vive ad Anguillara, lavora in fabbrica ed è sposata con Stefano, disoccupato cronico pieno di idee multimilionarie ma refrattario all’idea di “stare sotto padrone”. Da tempo desiderano un figlio che non arriva, ma quando il loro sogno si avvera il datore di lavoro di Luciana si rifiuta di rinnovarle il contratto “a tempo determinato”, vista la gravidanza in corso. Antonio è un poliziotto veneto trasferito ad Anguillara con disonore e accolto con scherno dai colleghi. Appena arrivato si confronta con le peculiarità del paese, a cominciare dai ripetitori che trasmettono la messa dai citofoni e dai lavandini di casa (insieme a una serie di radiazioni pericolose). Il suo è un percorso di espiazione costellato dalle punizioni del capo e le mortificazioni dei compagni di pattuglia.
Fin dalla descrizione dei due protagonisti paralleli, Gli ultimi saranno ultimi mostra come la sua storia potrebbe sconfinare ogni momento in farsa o in tragedia, e infatti la narrazione cammina in bilico su questo crinale, in quella tradizione del cinema italiano che attinge alla realtà e al carattere nazionale per declinarsi in tutte le sue sfumature tragicomiche. Scritto e diretto da Massimiliano Bruno, Gli ultimi saranno ultimi nasce come pièce teatrale ma nella trasposizione cinematografica attinge alla luminosità morbida e clemente della provincia laziale, allargando lo spazio a molti caratteri riconoscibili: gli amici, i vicini, la single “collezionista”, la poliziotta goffa e sfortunata, la guardia giurata affettuosa (e quella letargica), l’apprendista ambiziosa (più per disperazione che per vocazione). Ognuno brilla grazie a una scrittura precisa e credibile, e all’interpretazione esatta ed empatica di un cast di ottimi caratteristi: la deliziosa poliziotta Maria Di Biase, gli amici Silvia Salvatori, Emanuela Fanelli, Giorgio Caputo e Marco Giuliani. Bravissimi anche Diego Ribon nei panni di un sindacalista da prendere a ceffoni, Duccio Camerini padrone di casa e Francesco Acquaroli padrone delle ferriere, Ariella Reggio mamma di Antonio.
Ovviamente la parte del leone va a Paola Cortellesi (Luciana), perfetta come sempre: tenera, stressata, commovente, buffa, patetica. Le tiene testa uno straordinario Alessandro Gassmann (il marito Stefano) che dà prova inconfutabile, con apparente leggerezza, della sua raggiunta maturità d’attore, e della sua capacità tutta italica (parliamo di commedia all’italiana) di essere insieme gaglioffo e gagliardo. Fabrizio Bentivoglio fa più fatica a risultare credibile nella sua volontà programmatica di calarsi nei gesti e nell’accento del poliziotto Antonio, ma rende bene la gravità del personaggio. Accanto a loro Stefano Fresi e Ilaria Spada lasciano come al solito il segno, e Irma Carolina di Monte interpreta con precisione forse il personaggio più originale del film. Vale la pena dettagliare il lavoro degli attori perché la regia è completamente al loro servizio, ne segue i movimenti interiori ed esteriori, resta loro addosso: nella scena della conversazione al ristorante la cinepresa pare un bambino che cerca di non perdersi neppure una parola, neppure una smorfia di quello che dicono i grandi.
Gli ultimi saranno ultimi racconta con strazio e partecipazione, ma anche con umorismo e levità, le vicende di un gruppo di italiani del presente stretti fra la crisi e la necessità di negarla, strozzati dalla paura e la vergogna, sempre più limitati nelle loro possibilità e nei loro margini di scelta. Persone che non riescono più a vedere ciò che sta davanti ai loro occhi, che prendono derive deleterie senza nemmeno rendersene conto, che vedono la loro dignità costantemente sotto attacco e tentano di difenderla come possono. Persone stanche, che smettono di essere ragionevoli e sbroccano o, peggio ancora, vanno lentamente alla deriva. Bruni le racconta con una delicatezza che si tiene al di qua della melensaggine e del melodramma (anche se alcune sottolineature musicali sono davvero esagerate) e gradualmente ci leva la pelle, lasciandoci scoperti, nudi davanti a ciò che siamo diventati, ognuno macchiandosi di piccole e grandi nefandezze. E racconta senza peli sulla lingua alcune grandi verità contemporanee, prima fra tutte quella che “senza il lavoro si puzza”, e che homo sine pecunia est imago mortis: laddove homo sta per “essere umano”, maschio e femmina.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

“Nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi… ma non ha detto di preciso quando.”
Questo, in sintesi, è ciò che intende ribadire Gli ultimi saranno ultimi, che, derivato da uno spettacolo teatrale, non solo rappresenta la quarta fatica registica per Massimiliano Bruno, autore di Nessuno mi può giudicare eConfusi e felici, ma, accanto allo stesso, vede coinvolti in fase di sceneggiatura sia la protagonista Paola Cortellesi che l’esordiente Gianni Corsi e il Furio Andreotti che già scrisse insieme all’attrice Scusate se esisto! di Riccardo Milani.
Una Cortellesi in aria di candidatura ai David di Donatello che, immediatamente, vediamo presa ad impugnare una pistola contro un poliziotto con le fattezze di Fabrizio Bentivoglio, prima ancora che ci vengano rivelate le loro rispettive identità: Luciana Colacci, donna semplice che sogna una vita dignitosa al fianco del marito Stefano alias Alessandro Gassman, e Antonio Zanzotto, diviso tra il lavoro e l’anziana madre e nel cui quotidiano vivere entra anche Manuela, interpretata da Irma Carolina Di Monte e che sembrerebbe nascondere un segreto.

Soltanto due ultimi di uno stivale tricolore d’inizio terzo millennio che, tra licenziamenti inaspettati, comuni mortali sempre più abbandonati a se stessi e dignità da difendere di secondo in secondo, sembra essere anche peggiorato rispetto al poco confortante ritratto che il regista ne fece a dovere in Viva l’Italia, del 2012.
Uno stivale tricolore di cui fanno parte sia personaggi tristi e soli come Loredana, collega di Antonio incarnata dalla Maria Di Biase diAnche se è amore non si vede, sia altri maggiormente fortunati e positivi, a cominciare dalla disinibita e coattissima Simona cui concede anima e corpo la Ilaria Spada di Un matrimonio da favola.
Perché, con un ricco cast comprendente, tra gli altri, il Giorgio Caputo della serie televisivaRomanzo criminale e lo Stefano Fresi di Smetto quando voglio, qui impegnato a vestire i panni di una guardia giurata grottescamente affiancata dal sempre addormentato Ruggero impersonato da Augusto Fornari, la oltre ora e quaranta di visione regala sì qualche momento divertente (citiamo solamente il bagno in cui è possibile ascoltare la Parola di Dio), ma punta in maniera principale a porre all’attenzione dello spettatore tanta drammatica realtà odierna legata alle classi sociali meno fortunate, probabili discendenti cinematografiche dell’Alberto Sordi del risiano Una vita difficile.
E, tra un omaggio televisivo a Massimo Troisi e brutte sorprese spesso dietro l’angolo, lo fa impreziosita da una regia talmente curata e tutt’altro che banale da spingere a sorvolare su piccole pecche di script (pensiamo al personaggio appena abbozzato della giovane Lara Balbo e alla poco approfondita storia di pregiudizi tra Bentivoglio e la Di Monte) per far sprofondare nella riflessione e rischiare, magari, di rimanere commossi.
Sebbene la speranzosa conclusione lasci pensare che una maggiore, coraggiosa spinta sul pedale del pessimismo avrebbe giovato ancora di più al già riuscito insieme.

“Non mi ero reso conto, prima di arrivare al montaggio, di aver girato un film che parlava di così tante persone. Mentre scrivevamo, era chiaro il nostro intento di raccontare una coralità di ‘ultimi’, ma, rivedendo poi le scene girate, mi sono sorpreso di ritrovarci dentro chi mi sta vicino da una vita. Questa è la storia dei miei amici, dei miei amori, della mia famiglia: è la mia storia. Ed ha la caratteristica che ha la vita, tante sfumature diverse. È per questo che si riesce a ridere, ci si commuove, ci si indigna e, a un certo punto, si ha addirittura paura”. Sarebbe sufficiente questa dichiarazione del regista e sceneggiatore Massimiliano Bruno per lasciar intendere quale sia il tenore de Gli ultimi saranno ultimi, sua quarta fatica dietro la macchina da presa che, quasi ideale continuazione di Viva l’Italia per quanto riguarda la critica meno dolce che amara nei confronti di una nazione sempre più deludente, sembra guardare in maniera convinta alla cara vecchia Commedia all’italiana e, soprattutto, al super classico Una vita difficile di Dino Risi. Con un cast in ottima forma e la capacità di spingere lo spettatore a commuoversi, sebbene un epilogo maggiormente pessimista avrebbe contribuito a rendere ancora più convincente il tutto.

Francesco Lomuscio, da “cinema.everyeye.it”

 

 

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Questi virgolettati, che arrivano nientemeno che dalla nostra costituzione, sono non soltanto la negazione di tutto ciò che Stefano Sollima ci racconta nel suo cupo e stiloso Suburra. Sono anche i sacrosanti principi in cui credeMassimiliano Bruno, un regista dal quale il pubblico “bue” addomesticato all’anticonformismo di facciata da storielline fintamente emancipate o cullato dalla superficialità di commedie inzeppate di “io, lei, lui, l’altro”, si aspetta gradevoli balletti di personaggi e sentimenti. E invece l’amico e collega di lunga data di Paola Cortellesi ha scelto stavolta di fare tesoro di una nuova “fase del no” che da un po’ di tempo sta attraversando e di assecondare una rabbia “brechtiana” che deriva dall’osservazione della realtà.

Ecco allora l’autore del fortunato Nessuno mi può giudicare prendere le distanze dagli ultimi due film girati per recuperare quei toni agrodolci che caratterizzano sia la grande commedia all’Italiana che la vita stessa, inaspettatamente buffa nei suoi momenti più tristi e stranamente dolorosa negli scoppi di felicità.

Riprendendo e modificando un suo spettacolo teatrale, Bruno si concede diverse pause di leggerezza, ma ci tiene a filmare con ruvidezza il Purgatorio di una donna progressivamente allontanata dai diritti fondamentali, in primis il diritto al lavoro.
Luciana Colaucci, che fatica ad arrivare a fine mese, il lavoro ahimé lo perde, non per una negligenza, ma perché rimane incinta. Così, oltre a venire privata di uno stipendio “risibile”, si vede negare quello che la Cortellesi ben definisce “il minimo desiderio garantito”, in altre parole la sopravvivenza, la fiducia nelle proprie capacità, la speranza. Gli ultimi saranno ultimi è proprio l’istantanea di questa inesorabile perdita del sé, e quindi è giusto che la strada per arrivare a un finale violento suggerito da una tesa scena iniziale sia lastricata di pugni nello stomaco. Eppure il film non perde mai una dolcezza di fondo che probabilmente è la risultante di una fiducia in un’umanità sana e onesta, lontana dalle grandi città e dai giochi della politica. Il microcosmo in cui si muove questo piccolo gruppo di individui è la provincia, che Massimiliano Bruno rappresenta senza ricorrere a luoghi comuni o a un facile pietismo, sostenuto anche dalla verità delle interpretazioni degli attori, a cominciare da un Alessandro Gassmannquasi pasoliniano nel suo ritratto di certa indolenza romana.

Si vede che il regista ama i suoi personaggi: dal cameriere che appare per pochi minuti per elencare i piatti di un ristorante al poliziotto Antonio di Fabrizio Bentivoglio, così malinconico nella sua solitudine e nel suo accento veneto e così remissivo nell’accettazione di un destino che lo fa diventare sempre più “ultimo”. Il suo controcanto alle vicende di Luciana, Stefano &. Co è la cosa che più commuove nel film.

E’ una riflessione sulle parole che ci teniamo dentro Gli ultimi saranno ultimi, sulle ribellioni che avremmo voluto mettere in atto e sul desiderio di compiacere gli altri sacrificando le nostre necessità più profonde.
Sono le donne più degli uomini a restare prigioniere di questo “modus operandi”: le brave bambine a cui hanno insegnato ad essere angeli del focolare e a giocare ai cowboy invece che con le bambole, le mogli che devono dimostrarsi indulgenti nei confronti dei difetti dei mariti, le mamme che tirano la carretta, le impiegate che subiscono l’arroganza dei loro principali. Tutte queste figure femminili ci scorrono davanti riflesse nello sguardo del personaggio di Paola Cortellesi, animale ferito, spaventato eppure fiero che per una volta dice basta a un mondo senza senso.
La domanda– a questo punto ­–  è se il nostro mondo, e le parole che abbiamo citato in apertura, un significato potranno mai riacquistarlo. Bruno è convinto di sì.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Luciana è una donna semplice che sogna una vita dignitosa insieme a suo marito Stefano. Mentre lui non lavora, perché impegnato in progetti strampalati e perché non vuole più tornare sotto padrone, Luciana ha un impiego in una fabbrica di parrucche. Non è il lavoro che ha sempre sognato, ma perlomeno la appaga. Quando lei rimane incinta (a ridosso del rinnovo contrattuale) viene licenziata. Il suo caporeparto le assicura un pronto reintegro, ma le promesse e le aspettative, con il passare del tempo, appaiono vane.

Bruno ha iniziato a occuparsi di cinema con Nessuno mi può giudicare, un prodotto avvolto da un buonismo incontrastato nella periferia romana. Una commedia che fotografava un’inesorabile caduta libera di una borghese snob. Successivamente Viva l’Italia affrontava l’elite politica in maniera populista, mostrando il sogno di ogni italiano: un politico incapace di mentire a causa di una malattia. In Confusi e felici Bruno toccava il fondo con una commedia corale poco centrata e poco convincente. Di fronte a questo veloce elenco filmico del Massimiliano Bruno regista, ci si accorge immediatamente di come il genere commedia sia stata la cifra stilistica con cui l’autore romano ha raccontato le storie al pubblico. Gli ultimi saranno ultimi è un deciso cambio di rotta: poche le risate (anche perché vengono ricercate con il contagocce) e tanto il materiale drammatico, con cui lo spettatore deve fare necessariamente i conti.

Al centro del progetto c’è Paola Cortellesi, brava nell’interpretazione di una donna sull’orlo del baratro esistenziale, mentre intorno a lei ruotano caratteristi anonimi e due attori di livello (Alessandro Gassman e Fabrizio Bentivoglio), sacrificati in favore di una visione prettamente femminile della vicenda. E grazie a una sceneggiatura lodevole (a tratti imbocca qualche scorciatoia prevedibile, ma non facciamone un dramma), Gli ultimi saranno ultimi centra l’obiettivo, ovvero far riflettere sulla situazione lavorativa attuale e sul dramma che può travolgere qualsiasi cosa (affetti, lungimiranza e una vita “normale”).

Evitando di forzare la mano e, di conseguenza, non cadendo nel tranello macchiettistico, Massimiliano Bruno riesce a imprimere un’adeguata intensità con lo svolgere della pellicola, sottolineando le reazioni incontrollabili che una situazione disperata può portare con sé. Ciò che non gli riesce in modo convincente è la vicenda parallela di Antonio, un poliziotto “trasferito con disonore”, che appare come un riempitivo non adeguatamente approfondito.

Pellicola che riesce a far contorcere lo stomaco per l’ansia (soprattutto nelle battute conclusive), Gli ultimi saranno ultimi sciorina empatia e si fa apprezzare. Un convincente cambiamento di rotta per il regista romano, che trova la giusta chiave di volta per raccontare una situazione realistica e di sicuro impatto emotivo.

Andrea Ussia, da “persinsala.it”

 

 

È un pensiero gentile battezzare di cognome Zanzotto uno dei personaggi del film, un poliziotto veneto spedito lontano da casa per punizione. Andrea Zanzotto era il poeta preferito di Carlo Mazzacurati, il regista scomparso al quale Massimiliano Bruno sembra un po’ guardare, per atmosfera e tonalità, nell’impaginare “Gli ultimi saranno ultimi”, commedia agra che porta sul grande schermo, facendogli “prendere aria”, l’omonimo spettacolo teatrale scritto da Paola Cortellesi insieme allo stesso Bruno.
In scena l’attrice interpretava tutti i ruoli; al cinema non è possibile, sicché Cortellesi si cuce addosso il personaggio di Luciana Colacci, operaia laziale che vive dalle parti di Anguillara Sabazia e ambisce, per dirla con l’attrice, «al minimo desiderio garantito». La trentenne è una donna onesta, operosa, senza grilli per la testa. Lavora da anni in una fabbrica di parrucche, la Greenlife, confidando sul rinnovo del contratto a termine; il marito Stefano è un ex meccanico lavativo sempre alle prese con affari improbabili, ma è bello, simpatico e avvolgente; la vita in riva al lago di Bracciano, per quanto “insidiata” dalle onde elettromagnetiche prodotte dalle enormi antenne di Radio Vaticana con esiti buffi e forse rischiosi, scorre serena, senza troppe privazioni.
Quando lei si scopre incinta, dopo molto averlo desiderato, è così felice da confessarlo a una collega di lavoro che è riuscita a far assumere. Invece sarà l’inizio di un incubo ad occhi aperti: licenziamento, debiti del marito, forse un tradimento, il rischio di perdere la casa… Fino a che punto riuscirà a sopportare prima di esplodere?
«Chi si fa pecora il lupo se lo mangia» è la frase chiave del film. Girato da Massimiliano Bruno con cinepresa a mano, spesso a luce naturale, con stile realistico, senza troppi orpelli (se non fosse per la musica invadente, a ogni attacco di scena), quasi a sancire un cambio di passo estetico rispetto ai tre precedenti. Il modello, più che il neorealismo duro dei fratelli Dardenne, sembrerebbe il cinema di commedia sociale alla Paolo Virzì, forse anche “La nostra vita” di Daniele Luchetti; solo che Bruno resta il regista di “Nessuno mi può giudicare”, Viva l’Italia” e “Confusi e felici”, per quanto provi a «cambiare pelle», ad alzare il tiro nel ritrarre l’Italia degli “ultimi”, quello sa fare. Ne esce un film ambizioso, pure serioso, ma di una drammaturgia poverella e un po’ artificiosa.
Del resto, che Bruno faccia sul serio, nonostante il rassicurante messaggio dei manifesti, si vede sin dall’incipit: due pistole pronte a sparare, parole concitate, gli occhi in primo piano, poi un colpo che echeggia. Segue lungo flashback per tornare, come di consueto, al punto di partenza e alla spiegazione del titolo, racchiusa in una battuta nel finalissimo: «Nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi… Ma non ha detto di preciso quando».
Non che la storia sia invecchiata. L’Italia sarà, forse, in moderata ripresa, ma le fabbriche continuano a chiudere e il precariato è pratica diffusa, umiliante per chi la patisce senza poter accampare un diritto che sia uno. Infatti Lucia, al manager che la invita a pensare solo al bambino che sta per nascere, tanto tutto si aggiusterà, replica disperata: «Non sono pazza, sono stanca». Insomma, il film è democratico, dalla parte appunto dei cosiddetti underdog, di quella piccola borghesia proletaria impoverita, che si affanna e tira la cinghia, pronta a tutto per arrotondare.
Il clima generale è asprigno, con qualche affondo colorito e comico per strappare il sorriso, anche se tutti sappiamo, per segnali sin troppo chiari disseminati nella tessitura del racconto, che si marcia verso la tragedia fonda o quasi. Salvo poi recuperare il lieto fine, così almeno parrebbe.
Paola Cortellesi, un po’ troppo truccata fino a quando non va fisicamente in pezzi, padroneggia la materia, e tuttavia rende la sua Lucianina un personaggio quasi programmatico, anche nella ribellione furente; Alessandro Gassmann è il marito fancazzista e fustone che tutte le donne del vicinato ammirano; Fabrizio Bentivoglio forse è il più bravo di tutti nel cesellare il poliziotto veneto e mammone, appunto Antonio Zanzotto, reduce da un errore mortale che costò la vita ad un collega e ora insicuro di tutto, imbranato, ipocritello, esposto ad ogni sfottò.
Interessante la scelta di girare a Nepi, papesca città della Tuscia cara ai pittori Turner e Corot, anche se i nepesini non saranno, a occhio, molto felici vedendo il film in sala dal 12 novembre: nella finzione la loro ridente cittadina diventa la vicina Anguillara…

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

 

Giunto al suo quarto film da regista, Massimiliano Bruno tenta il grande salto dalla commedia a un dramma venato di istanze sociali, sebbene opportunamente filtrato attraverso il registro leggero che da sempre ne contraddistingue il lavoro. La fonte a cui attinge l’autore è una sua pièce teatrale portata in scena nel 2005 dalla stessa Cortellesi che, nel passaggio al grande schermo, ha modo di trasformarsi da monologo in racconto corale. E, va detto, la transizione dai toni farseschi di film come Viva l’Italia e Confusi e felici a un registro dichiaratamente più serio si svolge in maniera assai fluida e naturale, in virtù di una buona gestione degli intrecci narrativi e, soprattutto, dell’ottima direzione degli attori.

Se per Paola Cortellesi questa non è che la conferma di un talento sbocciato ormai da tempo, le sorprese migliori arrivano invece da un Alessandro Gassman particolarmente maturo e attento a non esagerare nei toni della cialtroneria che comunque ne connotano il personaggio e da Fabrizio Bentivoglio, qui in un ruolo distante dalle sue corde abituali, alle prese con questo poliziotto fallito, ideale contraltare buono dell’ugualmente mediocre ma orrido da un punto di vista morale agente immobiliare de Il capitale umano.

La scena più bella del film vede protagonista proprio quest’ultimo mentre, al tavolo di un ristorante, confessa a una collega tutta la propria solitudine nella notte dell’ultimo dell’anno, una di quelle notti in cui l’essere soli viene visto quasi come un reato. Questo per dire di un film dalla confezione più che dignitosa, registicamente abile nel pedinare i suoi protagonisti (si fa largo uso di macchina a spalla) lasciandone trasparire lo sconforto, man mano che il destino provvede ad accanirsi su di loro. Si tratta sostanzialmente di uno di quei soggetti con cui i fratelli Dardenne (per non parlare di Ken Loach) andrebbero a nozze, stringendo magari la macchina da presa sui lati più angosciosi della parabola di questi “ultimi”, del tutto incapaci di opporsi alle vessazioni di una società sempre più insensibile alle loro esigenze primarie.

Massimiliano Bruno che, al contrario, sembra guardare più al primo Virzì, prima di lanciare il film verso un epilogo inevitabilmente tragico, preferisce costruire quadretti di placida semplicità di provincia un po’ troppo all’amatriciana. Ed è qui cheGli ultimi saranno ultimi perde qualche colpo e i suoi punti di forza iniziali si rivelano, in parte, anche difetti. In primo luogo in un’opposizione oltremodo manichea tra il candore burino della protagonista/vittima sacrificale e la boria di una classe dirigente immancabilmente connotata da cadenze dialettali del nord che allontana il risultato finale da qualsiasi pretesa di realismo, anche relativo. A questo si aggiunga poi l’opinabilità di almeno un paio di scelte di casting, prime tra tutte quelle di Stefano Fresi che, per quanto bravo e simpatico, ci rifiutiamo di credere  essere l’unico attore disponibile su piazza ogni volta che ci sia da rappresentare un personaggio bonario e sovrappeso e Ilaria Spada che – tra questo, Se Dio vuole e Tutte lo vogliono – è riuscita nell’impresa di recitare nello stesso identico ruolo in ben tre film di seguito.

Per dire di un film che magari avrebbe funzionato meglio se privato dell’effetto di riconoscibilità immediata causata da alcuni volti noti, laddove invece gli altri e più anonimi comprimari contribuiscono a colorare in maniera più verace il cast di contorno. Nulla che rischi di guastare un’opera indubbiamente ben congegnata, per carità. Al netto di alcuni, e per certi versi prescindibili, difetti di forma infatti, Gli ultimi saranno ultimirimane un esempio piuttosto riuscito di sintesi tra impegno e quella che una volta si chiamava commedia all’italiana.

Fabio Giusti, da “taxidrivers.it”

 

 

Luciana (Paola Cortellesi), una quarantenne di Anguillara, scopre di essere, dopo molti tentativi, rimasta incinta. Non appena la notizia della gravidanza si diffonde, Luciana viene licenziata dalla fabbrica in cui lavora da anni. Perderà uno alla volta sostegni materiali e affettivi. Antonio (Fabrizio Bentivoglio) è un poliziotto trasferito ad Anguillara con disonore. La nomea di traditore lo segue ovunque e gli rende la vita impossibile, anche nel placido commissariato a cui è stato destinato.

Massimiliano Bruno tenta uno scarto. Quattro anni dopo la sorpresa di “Nessuno mi può giudicare”, il regista, giunto al suo quarto film, decide di affrontare il dramma. E lo fa in un modo coerente e allo stesso tempo sorprendente.  Lo sguardo è centrato su due protagonisti che abitano nello stesso paese ma che non si incontrano mai fino alla notte in cui le loro vite saranno cambiate per sempre. Come in molti film d’oltreoceano, Bruno preannuncia il finale sin dalla prima inquadratura, procedendo poi a ritroso e tornando di tanto in tanto a sprazzi di quella che sarà la scena madre, in cui si tenteranno di riannodare tutti i fili narrativi sciolti in precedenza. Un meccanismo narrativo che in un film straniero non sorprende affatto, ma che in una produzione nostrana “non autoriale” (il fatto che in Italia si usi questo distinguo è sintomo di quanto sia messo male il nostro cinema) non può che fare piacere e spiazzare un minimo lo spettatore.

Ciò che differenzia, in un discorso più ampio, “Gli ultimi saranno ultimi” dalla massa informe di prodotti italiani degli ultimi anni è la mancanza di una pretesa. Non c’è la pretesa di far ridere con battute recitate da facce intercambiabili, non c’è la pretesa di mostrare qualcosa di “alto”. Si vede in maniera piuttosto chiara che l’intento di regista, cast e crew è lo stesso: raccontare una storia e lasciare che la storia stessa faccia il suo effetto sul pubblico. Questo non vuol dire che sia tutto lasciato al caso durante una rincorsa all’emozione facile. Al contrario, il livello di dettaglio e di precisione tecnica è sorprendente.

“Gli ultimi saranno ultimi”: tecnica e precisione contro superficialità
La camera a mano, che segue incessantemente i protagonisti, sembra voler suggerire uno sguardo vicino al documentario. A questo contribuiscono il trucco e i costumi degli attori, mai ripresi con compiacimento, sempre con i capelli arruffati, i vestiti sgualciti, la barba incolta, la pancetta. Il film è pieno di dialetti e cadenze che suonano reali e non studiati per qualche fiction.

La presenza costante del sacro, trattata con una leggerezza che sfiora la farsa, appare sempre più sensata mano a mano che il film procede e le sofferenze di Luciana prendono i connotati di una Passione. In generale, quello che nei primi minuti di film può essere classificato come incuria (recitazione dimessa, mancanza di musica), è semplicemente economia di mezzi. La storia segue un arco narrativo che conduce con un’accelerazione costante al finale promesso sin dall’inizio.

Certo, “Gli ultimi saranno ultimi” non manca di pecche che lo rendono un tentativo andato a segno solo in parte. Alcuni momenti sono dei nei che stonano con l’understatement generale della pellicola. Le scene in cui Luciana è depressa e sola in una piazza e sotto la pioggia mentre tutto scorre lento intorno a lei gridano DRAMMA da ogni poro e peccano in didascalia. Anche se realizzate come il resto del film con cura e perizia tecnica sanno di sottoprodotto, di faciloneria, e distraggono lo spettatore. Tolgono in più effetto ai momenti in cui il rallenty, accompagnato dalla giusta colonna sonora, è funzionale alla narrazione e diventa valore aggiunto.

Altro difetto si può trovare nella volontà di dare abbastanza spazio al percorso di qualsiasi personaggio, anche del meno importante dei secondari. È naturale che per esigenze drammatiche al momento di tirare le fila i destini di alcuni personaggi vengano omessi, ma proprio l’attenzione dedicata alle loro storie lascia a bocca asciutta chi desiderava saperne qualcosa in più.

Riguardo i protagonisti, invece, Paola Cortellesi dimostra una maturità artistica non indifferente distaccandosi dal solito ruolo di ‘impacciata ma determinata’ e trovando una qualità vocale inedita, adattissima alla sua Luciana. Prova a caricarsi sulle spalle l’intero film e, a parte i già citati momenti marchiati DRAMMA (la Cortellesi qui è sceneggiatrice oltre che interprete, quindi sono da imputare anche a lei), riesce nel suo compito aiutata anche da un nutrito cast di comprimari. Fabrizio Bentivoglio è forse il migliore del cast, i problemi del suo Antonio si vedono tutti dal modo in cui parla, guarda o cammina, raramente dalle battute. Tra i mille altri attori che popolano il film, spicca la talentuosa Maria DiBiase, che ha poche scene ma le gestisce con una grande sapienza: un confronto tra il suo personaggio e quello di Bentivoglio è tra i migliori momenti cinematografici dell’anno.

A volte insomma l’equilibrio tra dramma e commedia sembra perdersi e si propende troppo per l’una o per l’altra, ma è sicuramente più che positivo vedere in Italia cineasti e attori che provano a rimanere in equilibrio su un filo sottile con il solo obiettivo di raccontare bene una storia.

Jacopo Angelini, da “ecodelcinema.com”

 

 

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