Get on up – La storia di James Brown

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Visto che Hollywood (e non solo) da diversi anni ha riscoperto la passione per i biopic, non c’è da stupirsi che la vita rocambolesca del “Padrino del Soul” James Brown sia stata ritenuta soggetto degno di un film. I produttori Brian Grazer e Mick Jagger hanno affidato la regia a Tate Taylor, che si è servito di una sceneggiatura, dei fratelli Jez e John-Henry Butterworth. “Get on Up” ricorda, con la sua struttura avanti e indietro nel tempo “La vie en rose” di Olivier Dahan, dedicato ad un altro mito della musica, stavolta europeo, Edith Piaf. Malgrado questo sforzo di non realizzare una cinebiografia convenzionale, il pubblico americano si è dimostrato poco caloroso nei confronti della pellicola che in patria ha incassato poco più del suo budget e per Taylor, reduce dal trionfale (e al di sopra delle aspettative) successo di “The Help“, deve essere stato un brutto risveglio, soprattutto pensando che solo un anno fa “The Butler” di Lee Daniels, uscito negli States nello stesso periodo, e realizzato con un budget simile (intorno ai trenta milioni di dollari), aveva funzionato decisamente meglio.

Quindi se il pubblico sembra ancora interessato a storie riguardanti la comunità afroamericana e le sue icone, cosa non ha funzionato questa volta? Tra l’altro la critica è stata piuttosto benevola nei confronti del film, anche se diversi musicologi hanno rimproverato il fatto che una figura “bigger than life” come Brown avrebbe meritato un maggiore approfondimento e che comunque troppi fatti salienti della vita del musicista sono stati omessi per rendere il lavoro veramente soddisfacente e questo nonostante il film duri 139 minuti.

Eppure di cose il film (che si avvale dell’ottima fotografia di Stephen Goldblatt) ce ne racconta tante: l’infanzia poverissima nel Sud Carolina, l’adolescenza caratterizzata da problemini con la giustizia (problemi che non scompariranno mai del tutto), il successo negli anni sessanta coi Flaming Flames, gruppo che accantonerà senza troppi complimenti quando deciderà di puntare sulla carriera solista, concerti ovunque (dall’Apollo newyorkese al Vietnam), fino all’arresto nel 1988 in Georgia dopo avere fatto irruzione armato e sotto effetto di stupefacenti in un locale peraltro di sua proprietà.

Assente ingiustificato l’impegno politico di James Brown, fatta salva la sequenza di un concerto tenuto all’indomani dell’omicidio di Martin Luther King e quella (suggestiva) di un’apparizione televisiva in cui l’artista si rende conto che in studio ci sono quasi esclusivamente persone bianche. Coprotagonista assoluta, la musica, con le canzoni più memorabili a fare bella mostra, da “I Feel Good” a “Sex Machine”, senza dimenticare l’eponima “Get on Up”.

Una cosa in cui “Get on Up” ha però convinto tutti è stata la scelta del protagonista, aspetto, come si sa, cruciale per ogni film biografico. Chadwick Bowsman, che si sta specializzando nell’interpretare al cinema leggende black, visto che è reduce da “”42″, dove impersonava il campione di baseball Jackie Robinson, è bravissimo nella mimesi e restituisce bene sia la parlata del musicista sia le sue caratteristiche movenze durante le (giustamente molte) sequenze musicali oltre alla sua personalità torrenziale. Se la pellicola avesse avuto un maggiore successo al botteghino, Bowsman avrebbe potuto sperare in molte soddisfazioni durante la stagione dei premi, di solito periodo felice per chi ha incarnato con successo una star della musica, come dimostrano vari esempi recenti. Al suo fianco Taylor ha voluto una spalla solida come Nelsan Ellis, che interpreta Bobby Bird, braccio destro di Brown per tantissimi anni; il loro sodalizio viene visto come la relazione più importante nella vita del cantante e il film si conclude con “Try Me” dedicata all’amico (commosso) durante un concerto. Meno importanza hanno le mogli (figure volatili che quando si vedono sono spesso maltrattate) o i figli (persino la morte del primogenito Teddy in un incidente stradale viene giusto frettolosamente annunciata in voce over).

L’ex attore-bambino Brandon Smith è spassoso nel suo cameo di Little Richard e la presenza di Dan Aykroid nei panni del manager Ben Bart fa subito tornare in mente la partecipazione di Brown a “The Blues Brothers”. Viola Davis interpreta la madre assente del protagonista, e le basta praticamente una scena per confermare, se ce ne fosse bisogno, che ci troviamo di fronte ad una delle migliori attrici della nostra epoca (e che un talento simile per ruoli di poche scene è, come minimo, sprecato!). Oltre a lei da “The Help” arrivano anche Allison Jenney, Ahna O’Reilly e soprattutto Octavia Spencer, anche se in un ruolo (la zia tenutaria di bordello che si prende cura di James bambino) interessante giusto sulla carta.

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

 

“Signor Dinamite”, “Il Padrino del Soul”, “Il più grande lavoratore dello showbiz”. Il mito di James Brown porta con sé molti nomi. E stiamo per ritrovarli tutti in Get on Up, biopic grondante funk, soul, gospel e R&B, prodotto da Brian Grazer e Mick Jagger. La leggenda torna in vita nel film di Tate Taylor (The Help), in uscita in Italia il 6 novembre, con Chadwick Boseman (James Brown), Nelsan Ellis, Dan Aykroyd, Viola Davis e Octavia Spencer; un racconto di formazione al microscopio, tra spiritualità e organi Hammond B3, passando per hit di successo come Please, Please, Please, 1956, a Living in America, 1985.

Get on Up è molto più di un riff televangelista: segue James Brown dall’infanzia, nelle baracche e i paesaggi rurali della Carolina del Sud, nel mezzo della Grande Depressione del ’33, tra abbandoni, abusi, riformatori, celle. Nessuno poteva dettare le regole: lui era destinato ad infrangerle. Da pugile amatoriale a musicista di strada, fino alla consacrazione di forza nella musica popolare. Lo stesso genere di musica che ha continuato a ispirare artisti Motown, jazz e blues, nonostante Brown resti un talento inclassificabile. Rick Rubin ha scritto: “In un certo senso, James Brown è come Johnny Cash. Johnny è considerato uno dei re della musica country, ma ci sono molte persone che apprezzano Johnny pur non amando il genere country. Lo stesso vale per James Brown e l’R&B”. Nel film di Taylor, Boseman trema, vacilla, incanta, suda; illumina e trafigge il palco, mettendo a fuoco genio e carisma di Brown: dal concerto all’Apollo Theater, Harlem, del 1962 al T. A. M. I. Show filmato nel 1964, dallo storico concerto del 1968 (Boston Garden) al “full-on funk” all’Olympia theatre di Parigi nel ’71, sotto le note da ballata di Try Me e Lost Someone o ritmi incalzanti come Out of Sight e Night Train.

Ecco il trailer italiano dell’atteso “Get on Up”, il biopic di Tate Taylor che racconta la vita avventurosa di James Brown, “The Godfather of Soul”, il “Padrino della musica nera”. L’infanzia di povertà, le imprese artistiche, gli eccessidella vita privata, gli arresti… A interpretare il leggendario soulman c’è Chadwick Boseman, tra i produttori anche Mick Jagger. Il film arriverà nelle sale italiane a novembre.

 All’anteprima del film a New York, sembra di assorbirne tutti i beat, mentre in parallelo scorrono le storie di Susie Brown (Davis), madre di James, Zia Honey (Spencer), Bobby Byrd (Ellis), musicista e amico fraterno di Brown, e Ben Bart (Aykroyd), manager e agente. Nel reparto tecnico, emerge il direttore della fotografia Stephen Goldblatt (Angels in America). All’inizio Jagger aveva pensato ad un documentario, dopo aver letto il copione scritto dai fratelli Jez e John-Henry Butterworth, in mano a Grazer, ha optato per un lungometraggio di finzione, e chiesto all’altro produttore di unire le energie.

Brian Grazer ricorda: “Ricevere una telefonata da Mick Jagger in persona, anche lui un’icona globale nel mondo della musica, è come veder cadere un asteroide da un’altra dimensione sopra il tetto della tua casa. C’è stata grande cooperazione nel modo di rappresentare la vita e soprattutto l’uomo dietro la leggenda”. Taylor, regista di Get on Up, è subentrato più tardi, coinvolto dalla Imagine executive Anna Culp. “Stavo per lasciare la città e mi ha chiesto di leggere il copione in aereo”, spiega. “Da qualche parte sopra Las Vegas, mi sono voltato verso il mio partner in affari, John Norris, e ho detto, ‘So come girarlo’. Quello che mi interessava era il mistero attorno alla figura di Brown e la sua elasticità nell’arte. Aveva un continuo bisogno di evoluzione”. Secondo il frontman dei Rolling Stones, Tate Taylor “ha restituito entusiasmo, sensibilità e grande comprensione al personaggio e reso il film molto dinamico”.
Taylor è uno dei testimoni a raccontarci di quanto, nel Sud, Brown abbia saputo scavare nell’esistenza della gente: “È statuario, il re della black music”, dice il filmmaker. “Era pericoloso, divertente, sexy. Incasinato. Ma chi non lo era, all’epoca? Rimarrà sempre parte della cultura del Sud”. E prosegue: “Si sente dire spesso che Brown fosse maniaco del controllo: non è così. Sapeva come dovevano andare fatte le cose, ecco tutto. A volte, mentre giravamo, mi sono chiesto: ‘Cosa penserà del mio lavoro? Se mi sta osservando, ovunque egli sia, in che modo mi giudicherà?’. Il copione era talmente pieno d’energia che avevo la sensazione di trovarmi nella giusta direzione. Mi eccitava l’idea dei salti temporali, il poter passare dal 1968 al 1933 e poi di nuovo al 1968 in soli 10 minuti”. Una manciata di minuti, appunto, per narrare i “giovani” guai con la giustizia di Brown e l’avvicinamento alla musica negli anni Quaranta, grazie alla passione del gospel che ascoltava in chiesa. Poi la formazione della prima band, The Famous Flames, le classifiche da scalare, i dischi d’oro, i motivi di Think!, I Feel Good, Papa’s Got a Brand New Bag, Sex Machine, I’ll Go Crazy, It’s a Man’s Man’s Man’s World.

Ecco il trailer italiano dell’atteso “Get on Up”, il biopic di Tate Taylor che racconta la vita avventurosa di James Brown, “The Godfather of Soul”, il “Padrino della musica nera”. L’infanzia di povertà, le imprese artistiche, gli eccessidella vita privata, gli arresti… A interpretare il leggendario soulman c’è Chadwick Boseman, tra i produttori anche Mick Jagger. Il film arriverà nelle sale italiane a novembre.

L’impegno per i diritti civili passa, rabbioso, attraverso la campagna per l’educazione dei bambini poveri e, in pieno movimento Pantere Nere, il manifesto funk, Say It Loud – I’m Black And I’m Proud. Poco prima della morte (25 dicembre 2006) combatterà per salvare dalla lapidazione Amina Lawal, nigeriana condannata a morte per essere rimasta incinta fuori dal matrimonio. “Trovare James Brown nel volto-specchio di un attore odierno, non era semplice” aggiunge il regista. “Quando si è presentato Chadwick Boseman e ha recitato con quel dialetto, quella postura, quella musicalità tipica di Brown, dimostrandosi capace di avere 17 anni un giorno e 60 il successivo, mi son detto: ‘È fatta’. Tant’è vero che l’intera crew si è rivolta a Chad chiamandolo Mr. Brown tutto il tempo”.
L’attore Dan Aykroyd interpreta il booking agent Ben Bart; ha collaborato con Brown in Blues Brothers (1980) di John Landis, assieme a John Belushi (ricordate il sermone del reverendo Cleophus James?) e in Doctor Detroit e Blues Brothers 2000. “Lo avevo già visto esibirsi in diverse occasioni, a partire da quando ero un ragazzino, all’Esquire Show Bar a Montreal. Aveva i suoi problemi e le sue difficoltà come essere umano, ma amava le persone. Le amava sul serio. Credo che questo film rifletta la passione per Brown e il suo amore universale. Lui sarebbe orgoglioso specialmente del tono di spiritualità che mette Chad nel rappresentarlo… La voce, il look, la sinuosa paranoia. James Brown ha saputo toccare la vita di tante persone, mantenendo al tempo stesso una distanza netta. Da vero re”.

Filippo Brunamonti, da “repubblica.it”

 

 

 

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