È arrivata mia figlia

 

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Ci hanno fatto credere di essere unici, ci hanno sempre detto “gli italiani quando parlano mimano con tutto il corpo ogni singola parola, sono inimitabili”. Ci hanno trasformati in fumetti finiti in vademecum ad uso e consumo dei turisti che devono sopravvivere alle nostre mille smorfie. Ma, ora, tutti questi manuali dovranno essere corretti: non hanno tenuto conto della meravigliosa Regina Casé e della sua Val.

Val è la domestica di Sandra e Carlos, è la tata di Fabinho, è il riferimento per tutto il personale di casa. Val si occupa della villa, della cucina e della crescita del bambino nonostante abbia a sua volta una figlia, Jessica, che ha affidato ai parenti dieci anni orsono. E Val da oggi dovrà arginare una interminabile serie di piccole catastrofi provocate proprio da Jessica. La ragazza, infatti, oramai è grande e, in attesa dell’esame di ammissione all’università, ha deciso di trasferirsi dalla madre. Quello che la giovane non sa è che Val viva con la famiglia per cui lavora, dettaglio che sarà foriero di un bel po’ di disastri.

Gli equivoci inizieranno subito, ancor prima di raggiungere “casa”. La ragazza, un po’ per ingenuità e un po’ spavalderia, si rifiuterà di comprendere e adattarsi alla situazione e, in poco tempo, riuscirà a snervare donna Sandra, a provocare gli uomini della famiglia, a mettere nei guai la madre costringendola a scegliere chi e cosa proteggere. Nessun dramma però, il pubblico in sala si ritroverà a ridere e tifare per Val mentre cerca di non strozzare Jessica che se ne infischia delle regole e mangia un gelato “non suo” o fa il bagno nella piscina dei “padroni”.

Photo: courtesy of BIM Distribuzione

È ARRIVATA MIA FIGLIA! è una commedia agrodolce, gentile, ben fatta. È una di quelle opere che non ti aspetti, per la provenienza, per il cast, per la stupefacente ironia. La storia è ambientata a San Paolo ed è dedicata a un paradosso tutto brasiliano: molte donne, infatti, affidano ai parenti la propria prole per accudire – a pagamento – a quella degli altri. Protagonista è una favolosa Regina Casé che, solo a posteriori, scopriamo essere un’attrice (teatrale) molto nota in patria. E dietro la macchina da presa c’è Anna Muylaert, autrice di serie TV di successo, qui anche sceneggiatrice.

La regista porta sullo schermo le contraddizioni della propria società, tangibili soprattutto in una città come San Paolo (metropoli ricca di convenzioni dal forte retaggio coloniale), e ironizza sul ricambio generazionale, sul recupero del rapporto madre-figlio, sulla rottura degli schemi. Ne esce una fotografia reale in cui la risata è amara ma non senza speranza.

È ARRIVATA MIA FIGLIA! è un’opera semplice e frizzante. E’ una commedia efficace grazie ad una protagonista con una mimica e un linguaggio del corpo da applausi a scena aperta. È un delizioso piccolo film da vedere.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

Il cinema brasiliano a volta regala dei piccoli gioielli, peccato che spesso non arrivino a essere distribuiti nel nostro Paese. Fortunato è il caso di questo E’ arrivata mia figlia!, che approda nelle sale italiane anche trainato dagli importanti riconoscimenti ottenuti in campo internazionale. Quarto lungometraggio della regista Anna Muylaert (classe 1964), il film ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria assegnato alle due attrici protagoniste al Sundance Film Festival e ha vinto il premio del pubblico nella sezione ‘Panorama’ all’ultimo Festival di Berlino.
Un film sociale, cosi può essere definito E’ arrivata mia figlia!, una commedia sul sistema di regole sociali che ancora oggi è alla base della cultura brasiliana.
La storia è quella di Val, una governante a tempo pieno presso una facoltosa famiglia di San Paolo. La donna indossa un’impeccabile divisa bianca, cucina, serve a tavola, pulisce la grande villa con piscina e si prende cura con amore del figlio dei padroni di casa fin da quando era piccolo. Val ha cresciuto praticamente il ragazzo mentre ha affidato sua figlia Jessica alle cure e all’educazione di alcuni parenti nel nord del Brasile. Val ha sacrificato la sua vita al ruolo di governante e ora sta per riabbracciare la figlia dopo più di dieci anni. La ragazza infatti arriva in città per fare i test di ammissione alla facoltà di architettura (gli stessi test cui deve sottoporsi il figlio dei padroni di Val). Ma l’arrivo della giovane nella casa di Donna Barbara porta scompiglio nelle rigide regole di comportamento. Jessica è una giovane donna sicura di sé, fuori dagli schemi e incline al pensiero critico: la sua presenza porterà la madre a porsi una serie di domande cruciali sulla vita che ha condotto finora.
Porte, finestre, corridoi, luoghi vietati, rigidi confini, linee di demarcazione, il film della Muylaert si svolge su uno schema scenico quasi geometrico (quasi si trattasse di un palcoscenico teatrale) e poggia su una struttura drammatica quasi algebrica.
Tutto è codificato nel microcosmo in cui ha luogo la storia: gli spazi interdetti alla servitù (e in questo senso la porta della cucina è una vera linea di confine), le parole concesse alla governante (poche e solo dopo aver ottenuto il permesso), nessun dialogo alla pari insomma, nessuna concessione. Ma un ciclone che indossa le vesti di una giovane studentessa porterà un vento impetuoso capace di abbattere confini e barriere. Jessica vede il mondo con altri occhi rispetto alla madre, usa il corpo e le parole in maniera diversa. La ragazza chiacchiera in soggiorno con il padrone di casa, parla di libri e di architettura, non ha paura di esprimere il suo punto di vista, si rifiuta di dormire su un materasso a terra nella misera stanzetta della madre, chiede (e ottiene) di dormire nella bella stanza degli ospiti, pranza in salone con il padrone di casa (e mangia il gelato dalla scatola di proprietà esclusiva del figlio, mentre per la servitù esiste un altro gelato), fa il bagno in piscina.
Lo scossone provocato dalla ragazza ha un effetto-terremoto sulla vera protagonista, Val. La donna spalanca gli occhi sul mondo e sulla sua vita, quella che si apre davanti alla donna è una vera epifania.
Il ‘paradosso sociale’ fortemente presente in Brasile (e vero motore del film secondo la regista che ha iniziato a pensare alla sceneggiatura vent’anni fa, in concomitanza con la nascita del suo primo figlio) è quello dell’educazione dei figli che spesso vengono affidati alle cure di bambinaie, le quali a loro volta sono donne che devono affidare i propri figli a qualcun altro per potersi occupare di quelli dei loro datori di lavoro. Il personaggio di Val è un chiaro esempio di questo paradosso.
Cinematograficamente perfetto, il film è ambientato quasi totalmente tra le mura della bella villa della famiglia di San Paolo dove si gioca con inquadrature che letteralmente tagliano lo spazio domestico (il salone padronale del quale viene mostrata solo una piccola fetta attraverso lo sguardo della domestica dalla cucina) arrivando al climax attraverso una serie di conflitti innescati da una ragazza piena di forza di volontà, capace di opporsi alle vecchie convenzioni sociali separatiste, quasi un simbolo del Brasile moderno.
Fotografia di un Paese ancora pieno di contraddizioni e contrasti, ma che sta faticosamente percorrendo la strada comune a tanti Stati emergenti, il film, leggero e ironico quando basta, approda a un finale positivo e pacificante, opera della mano sensibile di una regista intelligente e talentuosa.
Merito da condividere certamente con la straordinaria protagonista, Regina Casé, attrice che vanta un lungo curriculum di esperienze televisive, teatrali e cinematografiche e che con questa pellicola trova probabilmente il ruolo della sua consacrazione.
Giocando con il titolo italiano del film, sarà sufficiente sostituire l’esclamativo con un interrogativo per arrivare a un giudizio sintetico. E’ arrivata mia figlia?… E per fortuna!

Elena Bartoni, da “voto10.it”

 

 

 

Da più di dieci anni, Val (la magnifica Regina Casé) è domestica nella grande casa di una famiglia benestante. Placida, accondiscendente, conosce a menadito le esigenze della cortese e fredda Barbara, le medicine da somministrare al sommesso Carlos, le parole e l’affetto da consegnare all’adolescente Fabinho, che si rifugia tra le sue braccia più spesso che in quelle della sua vera madre. Val sa quali sono le regole, le sa “fin dalla nascita”, e le rispetta nei silenti automatismi quotidiani. Ma un giorno, arriva una notizia inaspettata e magica: sua figlia Jessica, con cui non parla da tempo e che non vede da un decennio, quella figlia quasi estranea, verrà a stare con lei a San Paolo per poi provare a entrare in una prestigiosa facoltà di architettura. Jessica, ormai una giovane donna dallo sguardo fermo e splendente, puntualmente cozza contro l’ordine prestabilito della casa dei ”padroni”, dove Val deve ospitarla. Commette infrazioni inaudite: mangiare il gelato di Fabinho, rispondere a tono, sedersi alla loro tavola, fare il bagno nella loro piscina. E mentre cresce il malcontento di Barbara, la povera Val si trova a fare i conti con l’implosione di una gerarchia domestica fino a quel momento ciecamente accettata, come parte di un meccanismo conseguente a una selezione naturale di cui la presenza della figlia, libera, indipendente, sicura di sé, fa emergere le falle.

È arrivata mia figlia!, vincitore del Premio del Pubblico a Berlino e di quello della Giuria al Sundance, commedia umana tutta racchiusa all’interno delle quattro, asettiche mura della villa, è opera misurata e controllatissima, con una mano di regia abile a gestire gli spazi (si veda la scena del risveglio mattutino e della reazione da parte di Val prima verso Jessica e poi verso Fabinho) e una sceneggiatura pacata, ironica e lucida, che ben illumina senza ridondanze le meschinità della borghesia e lo spaccato popolare.

Una rivalsa, quella narrata in È arrivata mia figlia!, prima che di classe di identità, un atto di dignità gioiosa e liberatoria, un accogliere felice la possibilità di essere giusti anche quando non ci s’incastra nelle istituzioni regolamentate della società (non a caso l’elemento del set di tazzine bianche e nere diventa quasi un leitmovit). Un film bello, dal finale gioioso, dal respiro di serena rinascita.

Fiaba Di Martino, da “farefilm.it”

Sono pochi i film provenienti dal Brasile e, più in generale, dal continente sudamericano, che riescono a passare attraverso le strettissime maglie delle nostre griglie distributive e quindi non può che farci piacere quando questo accade, magari grazie ai premi vinti a qualche festival. Dopo il cileno Gloria di un paio di anni fa, tocca ora a E’ arrivata mia figlia!, vincitore al Sundance del premio speciale della Giuria assegnato alle due protagoniste Regina Casé eCamila Màrdila e del premio del pubblico nella sezione Panorama, all’ultima edizione della Berlinale.

Opera anche questa al femminile, diretta da Anna Muylaert, regista di successo in patria e interpretata da una delle attrici più affermate del suo paese, è una commedia sulle differenze sociali che dettano rigide norme di comportamento, accettate come immutabili leggi di natura dalle persone di una certa età. Val è una governante tuttofare, a servizio di una facoltosa famiglia di San Paolo. Viene dal Nordest, regione bellissima ma altrettanto povera del paese, dove ha lasciato alle cure del padre e della sua nuova compagna una figlia piccola. Per i suoi datori di lavoro Val è preziosissima, cucina, fa la spesa, pulisce ma soprattutto ne alleva  – come fosse suo – il figlio, oggi adolescente. Affidabile e rispettosa all’estremo delle divisioni di ruoli e di competenze, Val è una donna d’altri tempi, che mai si sognerebbe di valicare le secolari linee di demarcazione tra padroni e servitù (problema che non si pone quando si tratta del piccolo di casa, su cui riversa l’affetto che come madre non ha potuto dare alla propria figlia). Le persone per cui lavora tendono a darla per scontata e la snobbissima padrona di casa le dichiara un affetto non disgiunto da un certo disprezzo. Quando in questo consolidato equilibrio irrompe senza complessi di inferiorità la giovane figlia che Val non vede da anni, venuta a tentare l’esame di amissione per la stessa prestigiosa università per cui si presenta il figlio dei ricchi, le cose cambiano velocemente per tutti.

E’ arrivata mia figlia! si appoggia quasi interamente sulle sapienti spalle di Regina Casé, credibilissima e irresistibile nel ruolo di questa mamma goffa ed espansiva come una bambina, che grazie alla figlia Jessica con la sua totale mancanza di complessi di inferiorità scopre che i ruoli possono anche cambiare e che non è mai troppo tardi per recuperare il rapporto con la persona a cui ha dato vita, nonostante tutti i risentimenti e le incomprensioni che le hanno separate.

E’ una storia narrata con umorismo e tenerezza, interpretata con gusto da attori molto bravi, anche se non tutti gli elementi risultano equilibrati: troppo insistita la “cotta” dell’apatico padrone di casa per una ragazza che non ha in fondo nulla di straordinario se non il coraggio di far sentire la propria voce, un po’ forzato il “colpo di scena” che precede il finale in cui tutti i nodi della trama vengono risolti un po’ frettolosamente. Ma pur con tutti i suoi difetti è sicuramente un feel good movie ricco di momenti divertenti, comprensibile e apprezzabile anche in paesi in cui le differenze di ruoli non sono così codificate. In fondo non è sicuramente peculiarità del Brasile quella di appropriarsi delle vite dei propri collaboratori senza interessarsi minimamente ai loro sentimenti e al vissuto che ne precede l’ingresso nel proprio mondo dorato: siamo sicuri che non occorra andare troppo lontano per trovare decine di esempi di infaticabili colf, considerate né più né meno che come utili complementi di arredo.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

Val lavora come cameriera a tempo pieno nella villa di una famiglia bene di San Paolo. Sono più di dieci anni che non vede la figlia Jessica, che ha affidato ad una parente nel Nord del paese. Un giorno, però, la ragazza si presenta in città per l’esame di ammissione alla facoltà di architettura. Il suo ingresso nella casa di Donna Barbara, del marito e del figlio, suo coetaneo, sovverte ogni regola non scritta di comportamento e mette sua madre di fronte alle domande che non si è mai posta.
“A che ora torna?” si chiede il titolo originale e a pronunciare la fatidica domanda, che tradisce l’attesa e l’affetto, è Fabinho, il signorino di ceto superiore, che interroga la domestica sul rientro della madre, ma è anche la figlia della domestica, in una catena di ritardi e deleghe che è il vero e proprio fenomeno sociale (non solo brasiliano) contro il quale punta il dito il film della Muylaert. Donne che assumono bambinaie per crescere i propri figli al loro posto, mentre le stesse bambinaie sono costrette a far crescere i propri figli a qualcun altro e così via, in un circolo che mescola vizio e necessità e fa sì che a farne le spese siano democraticamente i figli di tutti e la loro educazione sentimentale.
Jessica non è, però, una sventurata d’altri tempi, non si presenta con il bagaglio di tacite conoscenze su cosa è concesso o meno a quelli come lei; non è figlia di sua madre, in questo senso, perché quella continuità si è interrotta troppo presto. Jessica è stata fortunata negli studi, ha trovato chi l’ha iniziata al pensiero critico, per lei la porta della cucina non è una linea di demarcazione scritta nei geni: è una porta come un’altra e, magari, nei disegni dei suoi futuri progetti, la toglierà del tutto. In termini cinematografici, Jessica è portatrice di un altro sguardo e di un altro uso del corpo nello spazio. Il suo avvento non ha la forza sovvertitrice del misterioso ospite del teorema pasoliniano, il film non ha certo le stesse ambizioni poetiche, ma destruttura comunque, gesto dopo gesto, stanza dopo stanza, un codice separatista che si basa sul patto tra chi pretende e chi lascia che ciò avvenga.
Costruito come un percorso in tempo quasi reale, È arrivata mia figlia non è la storia della rivoluzione di Jessica, ma quella di Val, della sua coraggiosa epifania: è la sua presa di coscienza sulla possibilità di interrompere la catena degli errori che commuove profondamente, perché viene dal personaggio più interno al meccanismo, quello per cui, seppur sbagliata, esisteva una “natura delle cose”. Regina Case, interprete di lunga esperienza teatrale, televisiva e cinematografica, rischia d’incontrare qui il ruolo della vita e lo onora con una performance perfetta, nei tempi comici e nei toccanti momenti del retroscena (evidentemente la sua ribalta).
Pur non allargandosi oltre il testo dichiarato, il film di Anna Muylaert è un buon esempio di un cinema per tutti che non deve per forza scendere a compromessi sul tema né sul suo impianto ritmico.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

La regista e sceneggiatrice Anna Muylaert, con il prezioso contributo di una delle attrici più popolari del Brasile, Regina Casé, ha realizzato un grazioso, delicato e umanamente profondo film sulla società.

Val è una domestica premurosa e solerte, dall’esistenza serena e genuina; vive a San Paolo, ha una cameretta all’interno della grande villa dei suoi datori di lavoro, Barbara (Karine Teles) e Carlos (Lourenco Mutarelli); sono tanti anni che lavora per loro, badando alla casa, cucinando, e crescendo il loro figlio, oramai adolescente, Fabinho (Michel Joelsas), come se fosse il suo.
Ma Val ha anche una figlia, Jessica, lasciata all’educazione del padre e di Sandra, una parente, in un paese nel nord del Brasile; sono dieci anni che Val non riesce a prendersi del tempo per sé e andare, così, a trovare la figlia, ma le ha sempre mandato i soldi perché non le mancasse nulla.

Un bel giorno Val riceve la telefonata dell’amatissima figlia, che le annuncia una visita a San Paolo, per provare il test di ammissione in una prestigiosa Università. Barbara e Carlos, che nutrono un affetto onesto, ma distaccato – ognuno ha il suo posto nella scala sociale – per Val, accettano di ospitare la figlia della loro governante/cameriera/babysitter.

Jessica (Camila Mardila) è una vispa, intelligente e intraprendente ragazza, convinta delle sue aspirazioni, ma è anche una figlia cresciuta da altri e, per questo, nutre quel tanto che basta di risentimento nei confronti di sua madre.
L’arrivo di Jessica, che non ha riguardo per le regole di casa – regole ferree cui Val si è sempre sottoposta secondo la natura del suo rapporto contrattuale – scuote l’armonia domestica tra datori di lavoro e personale di servizio. La presenza liberale di Jessica mette in evidenza una miriade di modi in cui Val sarebbe emarginata senza rendersene conto.

E’ arrivata mia figlia gode di una sceneggiatura costruita ingegnosamente con lucida precisione e colorato umorismo; al di là di legami familiari, il film indaga temi quali la correttezza, la deferenza del personale di servizio, i rapporti di lavoro nella complessa questione del privilegio e la divisione tra le classi.
Jessica sconvolge lo status quo di tutto, mette ogni cosa in discussione, da Fabinho a Val, passando per i due padroni di casa.
L’approccio semplice da parte della regista, l’apporto passionale e intimo di Regina Casè unito all’ottima interpretazione da parte di tutti, rendono E’ arrivata mia figlia un film profondamente radicato nei sentimenti, una storia calorosa dall’ampio respiro universale.

Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

 

Val è più che una semplice governante. È colei che ha accudito il figlio dei suoi datori di lavoro da che questo è nato, tanto che il ragazzo, oramai diciottenne, vede in lei il suo punto di riferimento. Val vive nella lussuosa villa del dottor Carlos e di donna Barbara, facoltosi coniugi che però la ospitano nella dépendance. Non c’è da scandalizzarsi: si usa così, ovvero le distanze con i dipendenti vanno sempre mantenute.

In È arrivata mia figlia! Anna Muylaert non cerca lo scontro ideologico, non apertamente almeno. La sua è in fondo una fotografia della realtà, su cui l’impressione è che non calchi troppo la mano. Piacciano o meno sono queste le dinamiche di chi offre vitto e alloggio a quella che un tempo veniva definita, non per forza con spregio, la servitù. Una realtà che Val accetta di buon grado, grata a chi le ha dato fiducia e lavoro pur delegandole praticamente l’organizzazione della casa. Ma soprattutto la crescita di un figlio, che è poi la vera “critica” che la regista pone.

Non a caso, dopo averci iniziato ai meccanismi della vicenda, dopo aver insomma delineato i ruoli dei vari personaggi (tutti all’altezza, c’è da dire), la Muylaert inserisce l’elemento che si abbatte come una bomba a idrogeno sulla storia, ovvero la figlia di Val, Jessica. Venuta da una zona più povera del Brasile, approda a San Paolo perché lì intende studiare architettura. I rapporti con la madre non sono idilliaci poiché quest’ultima si è trasferita dove vive tutt’ora quando Jessica era ancora piccola, “fuga” che la giovane non ha ancora perdonato alla madre.

Tuttavia ogni cosa viene messa in discussione dacché Jessica irrompe in quel mondo fatto di codici, di cose che si fanno e non si fanno. La sua permanenza nella villa di donna Barbara viene vissuta più come chi si sente ospite gradito anziché una temporanea alternativa al fatto che Val non sa dove altro mandare la figlia. È in questo frangente che emergono i conflitti che si trascinano fino alla fine del film, e che intendono farci riflettere. Jessica è una scheggia impazzita: siede alla stessa tavola dei padroni di casa, si rivolge a loro senza alcuna ossequiosità, fa il bagno in piscina. Tutte cose proibite, impensabili per una come Val, che conosce da sempre entro quali confini ci si deve muovere.

Ma Jessica? Lei ha dalla sua l’età, in particolar modo l’incoscienza che porta in dote, oltre che la totale ignoranza circa le dinamiche di un contesto lavorativo così attaccato a certe etichette. In tal senso la regista si destreggia con intelligenza, senza tradire alcuna antipatia o facile isteria nei confronti della cosiddetta classe agiata; seguendo il film con attenzione noi stessi non ci scandalizziamo del fatto che esiste una scatola di gelato per le badanti ed una per i padroni, né in fondo colpisce che donna Barbara a fatica contenga lo sdegno per il regalo di compleanno fattole da Val, per quanto apprezzi sinceramente il pensiero.

È un po’ uno spaccato, ci pare di capire, di quel Brasile che oggi, almeno relativamente ad una parte della popolazione, sta conoscendo un benessere da cosiddetto Paese emergente. Impossibile probabilmente evitare il ricorso al dualismo ricco/povero, che qui è più che altro ricchezza/povertà, perché in fondo la divisione in quelle zone è netta. Ogni tentativo di mostrare il contrario avrebbe tradito una certa disonestà, fattispecie da cui la Muylaert prende le distanze, spostando altrove i suoi veri sentimenti.

Nella maternità in primis, quell’ambizione non assecondata per il tutt’altro che illegittimo desiderio di benessere minimo, sia proprio che della prole. Ma a quale costo? La domanda risuona incalzante per buona parte del film, fornendo un’implicita risposta che non è moralismo da quattro soldi; solo la risposta, per l’appunto, di una donna che, in quel tempo e a quelle condizioni, ritiene di dover agire in un determinato modo anziché in un altro. Un epilogo edificante che, alla luce della diffusa sensibilità di oggi, può sembrare anche un po’ favolistico, lo concediamo. Specie perché la struttura è piuttosto calcolata, geometrica nel suo tirare le fila del discorso. Tuttavia rimane quell’onestà di fondo che chi scrive tende sempre ad apprezzare, a prescindere dal fatto che convenga con le conclusioni. E quando un film è onesto, o quantomeno ci prova, è sempre un traguardo.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Val (Regina Case) è una donna che mostra la sua forza immensa nel dolore delle numerose rinunce. L’impossibilità di crescere sua figlia Jessica (Camila Márdila), affidata a dei parenti nel nord del Brasile, è La rinuncia che nasce speculare alla necessità di essere economicamente indipendente. Assunta come domestica nella villa di Doña Bárbara (Karine Teles) e Don Carlos (Lourenço Mutarelli) a San Paolo, incarna nella minuzia dei suoi gesti quel candore arcaico di custode dell’oikos e mater familias. Cresce con affetto il figlio dei padroni, Fabinho (Michel Joelsas), dispensando consigli ed attenzioni in una sospensione educazionale imposta dal rispetto della marcata definizione dei ruoli all’interno del microcosmo domestico. In un paese dove la sperequazione sociale ha le dimensioni di un buco nero, la sensibilità della regista Anna Muylaert ci fa immergere in uno spazio intimo ed inconfessato, dove il confronto generazionale si scontra con un impianto di radicata matrice classista, goffamente celato da una modernizzazione ancora conservatrice e dunque intatto. Col beneplacito liberal-borghese che ondeggia nell’acqua chiara della grande piscina, Val non vi si immerge, possiede le chiavi di ogni porta che non osa aprire senza consenso, cenno o ordine dell’aliena famiglia emotivamente imbalsamata. Un nucleo fragile in cui la comunicazione tra un padre depresso, una madre assente e un figlio dimenticato passa attraverso la rarefazione di uno schermo, riacquistando significato nell’articolazione di Val, che ascolta e si pronuncia come ambasciatrice di un’umanità dimenticata. La reciprocità non ha scampo nella triade di rapporti univoci, e il dramma personale che la protagonista tampona nelle ore di libertà, fatte di piccoli locali illuminati al neon e chiacchiericci pomeridiani, è taciuto, o meglio inascoltato.

Ma dopo dieci anni di lungo silenzio, Jessica si riaffaccia nella vita di Val, pronta a stravolgerne le regole: consapevole, intelligente, ambiziosa e mossa da una curiosità spiazzante si spinge al di là di ogni confine, senza vincoli né ossequi, sotto lo sguardo attonito di una madre che imparando a conoscere sua figlia, libera se stessa da un atavico senso di colpa. Il cinema di Anna Muylaert torna a farci innamorare della sua leggerezza disordinata che tocca le corde più fragili dell’universo femminile, le cui voci raccontano di un paese in fase di rinascita. Tornano gli esseri umani alle prese con le proprie dipendenze (È proibido fumar) presunte o geneticamente radicate, quelle creature di cui la regista brasiliana, vincitrice del Premio del Pubblico alla Berlinale e del Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival, attraversa i corpi per mezzo di una scrittura accessibile e allo stesso tempo aspramente critica, mostrandone le ferite più profonde. Il riscatto, i mutamenti sociali, le nuove politiche di inclusione delle masse popolari emarginate, sono le tematiche intrecciate dal filo conduttore della figura della madre, della sua impossibilità di crescere i propri figli e del dovere/necessità di crescere quegli degli altri. Nonostante quel dominio delle apparenze e di un buonsenso posticcio all’interno della família emancipata solo dal sentimento, la necessità di educare e amare senza riserve, irrompe pieno di vita. Incondizionatamente.

Silvia Pellegrino, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

 

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