Dove Eravamo Rimasti

Dove eravamo rimasti

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Nell’ultimo film di Jonathan Demme ci sono due temi che si intrecciano al centro delle riflessioni del cinema del regista americano: da un parte la musica, dall’altra le dinamiche familiari.
In “Dove eravamo rimasti” abbiamo un ritratto di una donna ribelle (Meryl Streep) che ha rinunciato alla famiglia, all’amore dei figli, pur di rincorrere il sogno di diventare una rockstar. A Demme interessa mettere in scena la realizzazione di un individuo all’interno di dimensioni conformiste. Come già nel precedente “Rachel sta per sposarsi”, dove la protagonista è in conflitto con la sorella, qui abbiamo una donna che di giorno lavora come commessa in un grade negozio di alimentari per ricchi e di notte si scatena con il suo grippo di vecchi rocker sul palco di un locale periferico in California. Chiamata dall’ex marito (Kevin Kline) perché la figlia è stata lasciata dal giovane sposo, compie un viaggio verso una Indianapolis all’interno di un quartiere lussuoso in un casa dove il benessere si tocca con mano, ma anche dove c’è una sottile velo di rancore nei confronti di una madre assente e che ha scelto la musica invece della famiglia (tradizionale).

In un corto circuito diegetico e metacinematografico la figlia di Ricki, Julie, è Mamie Gummer la figlia di Meryl Streep. Se ci mettiamo anche che la sceneggiatrice Diablo Cody – autrice di “Juno” e di “Young Adult” – si è liberamente ispirata alla suocera e alla sua vita di musicista, allora questo travaso di realtà all’interno del tessuto filmico è uno degli aspetti che ha intrigato Demme.

“Dove eravamo rimasti” è soprattutto un omaggio di un autore che ama la musica e ne sono la prova i molti documentari da lui girati, tra cui il più famoso “Stop Making Sense” è un film concerto sui Talkings Heads. Demme compie un ulteriore innesto di realtà nella finzione e costruisce la band The Flash:ad affiancare Meryl Streep nelle sue esibizioni canore dal vivo abbiamo la rock star anni 80 Rick Springfield e Rick Rosas, che è stato bassista di Neil Young e Berni Worrell. Demme si spinge a compiere un’elegia a un mondo musicale del passato e della sua generazione e lo fa con amore, utilizzando come veicolo emotivo per lo spettatore una donna che come dice al matrimonio di uno dei suoi figli, nella sequenza finale, può regalare solo la musica perché lei è una musicista e non possiede niente altro.

“Dove eravamo rimasti” resta fino in fondo una commedia – dolce e amara – ma che tutto sommato ha un lieto fine con una sorta di riappacificazione e riconoscimento della madre come individuo da parte dei figli. Certo, il film può apparire alla ricerca di un lieto fine a tutti i costi, ma quello che rimane impresso è vedere gli anziani che ballano dimenandosi sulle note di brani rock e in contrapposizione con giovani complessati, isterici, conformisti e stereotipati, in un contrasto generazionale dove ne escono a testa alta i primi.

In questo caso sono le madri ribelli che con il loro esempio devono insegnare ancora una volta che la vita è una lotta quotidiana per se stessi e per gli altri. Ricki non cerca redenzione alla fine di una maturità e di una vita vissuta, ma solo essere amata e riconosciuta per quella che è (ed è stata) e non per quella che gli altri vorrebbero che fosse. E il rock diventa la rappresentazione della vitalità di una persona non più giovane e le performance musicali di Ricki and The Flash fanno da contrappunto, in una sorta di montaggio alternato con le sequenze recitate. Una colonna sonora piena di brani di artisti come Tom Petty, Bruce Springsteen, i Rolling Stones e dove la musica diegetica nelle sequenze delle esibizioni del gruppo sono come degli inserti emozionali, dei momenti di pausa tra un confronto e l’altro tra Ricki e la sua famiglia.

Questa differenza è confermata anche dal diverso stile di messa in quadro utilizzato da Demme. Se da un lato, le sequenze recitate sono composte da primi piani in un corretto e lineare campo-contro campo e di totali, in una scelta molto classica, con l’utilizzo della soggettiva di Ricki quando entra nella casa dell’ex marito, quasi a voler definire è lo sguardo della donna il punto di vista del regista; dall’altro lato, le sequenze musicali utilizzano campi medi, dolly, movimenti circolari, primi piani frontali, in un montaggio veloce e sincopato allineato con il ritmo della musica.
Un film in definitiva che è un atto d’amore di un regista verso la musica e una generazione che parla di se stesso, leggero, senza pretese se non quello di emozionare lo spettatore.

Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

 

Ricki Rendazzo (Meryl Streep), nome d’arte di Linda Brummell, è una chitarrista di una banda rock molto affiatata. Ricki non è più giovanissima, anzi è ben avviata oltre la mezza età, ma ha un talento musicale indiscusso ed una grande forza di volontà per non rinunciare alle aspirazioni della sua vita come suonare la chitarra e cantare. Anticonformista (anche se ha votato per ben due volte George Bush e non sorride alla natura gay del suo terzo figlio), abbigliamento metallaro e molto discutibile, Ricki ha abbandonato la sua famiglia ancora giovanissima, per inseguire il suo modo di essere, esprimersi attraverso la musica, frequentare persone con cui si sentisse gratificata. Squattrinata, ma ben convinta di perseguire la strada che ha scelto pur rinunciando ai suoi affetti più cari, i suoi tre figli. Ma un giorno, una telefonata inattesa del suo ex marito Pete (Kevin Kline), la richiama a quei doveri di madre che da tempo sfugge. Sua figlia Julie (Mamie Gummer), caduta in una forma depressiva grave per essere stata lasciata dal marito, ha bisogno della presenza della madre Linda. Ricki, non senza il timore di dover affrontare tutti i fantasmi del passato, si reca ad Indianapolis, a casa dell’ex marito, dove soggiorna anche la figlia. Ed è lì che rimorsi, conflitti, situazioni dolorose e incandescenti si susseguono nel gioco dei confronti e delle inevitabili relazioni famigliari. Diretto da Jonathan Demme e sceneggiato da Diablo Cody, “Dove eravamo rimasti” pur presentando una problematica presa in considerazione da più registi, come quella dell’abbandono famigliare da parte di un coniuge, racconta la storia sviluppando gli spunti narrativi in modo definito e schietto, funzionali alla descrizione delle varie scene in cui si articola la vicenda. Ricki con il suo rimorso che non vuole ammettere a se stessa. Il conflitto tra Ricki e tutta la sua dimenticata famiglia. Il confronto acerrimo con la nuova moglie di Pete, Maureen (Audra McDonald), che cerca invece tutti i modi per comunicare con lei civilmente. Sono tutte situazioni suggellate da emozioni e sfide dolorose, necessarie perché Ricki, protagonista indiscussa di questa famiglia non proprio ideale, possa fare chiarezza sul presente includendo anche il suo passato, riconquistandosi la stima dei suoi tre figli. Alla fine la storia sviluppa in modo coerente e ben articolato l’iter esistenziale di Ricki Rendazzo, che ad un certo punto della sua stravagante vita all’insegna della musica, non può esimersi dalla resa dei conti con un passato che rappresenta affetti importanti. Jonathan Demme anche in quest’ultimo suo lavoro di regia dimostra che il cinema è un linguaggio con le sue regole e le sue convenzioni e con la finalità di raccontare storie. Ed è così che Demme racconta la storia della persa Ricki, della sua famiglia divisa, con la facilità e la naturalezza di un racconto che molto sa di realtà. Il passato bussa sempre alla porta e minaccia il presente. A Ricki il passato non permette di definire il rapporto che ha con Greg (Rick Springfield), anche lui chitarrista della band, che cerca invece di comprenderla ed aiutarla a dissipare le incertezze che l’affliggono. Certo è che con un trio come Demme regista, Diablo Cody sceneggiatrice e Meryl Streep protagonista, il risultato era garantito. Così è stato. “Dove eravamo rimasti” è una commedia audace e autentica nel suo genere in cui il talento indiscusso di una grande diva come Meryl Streep, qui anche eccellente musicista e cantante, ancora una volta ha dato dimostrazione encomiabile di quanto sia stata brava a calarsi nel personaggio per la completa riuscita dell’opera.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Prendendo spunto da quello che sarà il titolo italiano, pare che Jonathan Demme abbia deciso di ripartire esattamente da dove si era fermato. Ritorni a casa, attriti famigliari e questioni in sospeso da risolvere, quindi, che in “Dove Eravamo Rimasti” – “Ricki And The Flash”, in originale – però assumono un sapore assai meno amaro di quanto non lo fossero stati nel drammatico e quasi documentaristico di “Rachel Sta Per Sposarsi”.

Altre ferite da curare, dunque, e altra redenzione, ma nella commedia sceneggiata da Diablo Cody, la faccenda spetta a una Meryl Streep rockettara fallita, in passato colpevole di aver abbandonato matrimonio e figli per potersi concedere al massimo sulla scena musicale. L’inaspettato divorzio della figlia e il suo tentato suicidio tuttavia diventano, per lei, una nuova possibilità per rimettere apposto le cose, o se non altro per riprendere contatto con quel ruolo, da tempo messo in ghiaccio e mai cancellabile, di madre. Temi considerevoli, ma toni leggeri, insomma, motivo per cui Demme non ripropone la camera a mano della sua ultima uscita e si affida ad una regia più convenzionale possibile che ben si adatta ad una storia molto convenzionale anch’essa. Tolto il piacere di rivedere la Streep cantare, in un ruolo peraltro inedito della sua carriera, e duettare a colpi di lineamenti e di somiglianze con Mamie Gummer (figlia sul set così come nella vita reale) a “Dove Eravamo Rimasti” infatti non rimane null’altro, se non, magari, un paio di scenette frizzanti di famiglia sboccata e scoppiata a cui potersi aggrappare per produrre le uniche risate spontanee. Mancano le intuizioni adatte per fare breccia, manca quella dose di follia con cui si sarebbe potuto accendere un primo spaccato evidentemente tiepido, disposto ad far fuoco e a bruciare, eppure trattenuto da un equilibrio sinceramente inspiegabile convogliato in un finale buonista e commovente.

Già perché non ci vuole poi molto a comprendere che “Dove Eravamo Rimasti” non abbia alcuna pretesa se non quella minima di svagare lo spettatore, non ci vuole molto a intuire quanto appoggi fiducia sulla sua protagonista e sul suo carattere squilibrato, proprio come non ci vuole poi molto a immaginare quanto la trama e il suo epilogo siano oltre che marginali, prevedibili e scontati. E allora tanto valeva non porre alcun freno, evitare quei periodi drammatici per alimentari gli scontri e consecutivi riavvicinamenti, buttarsi a capofitto in quella pazzia reperibile in ogni famiglia, e ancor di più in quelle allargate, consacrando lo stesso, come fa, il ruolo eterno e insindacabile di madre, ma in un modo che seppur non rasenta l’originalità, quantomeno fa rima con spasso e coinvolgimento.

Le stesse parole che farebbero il successo di qualsiasi concerto rock, ma con cui Demme fatica a trovare accordo nella sua esibizione: altalenando il ritmo di una pellicola che sinceramente avremmo visto meglio lontano dalle sue mani, o da quelle discontinue della Cody autrice. Questo, fermo restando che, nonostante la poca brillantezza generica sparsa, l’interpretazione della Streep resti assolutamente degna di nota e impossibile da scalfire o da contestare.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

 

L’ultima volta ci aveva lasciati con un capolavoro, Jonathan Demme, un omaggio straordinario al potere catartico del cinema, inteso come sogno e liberazione. Era il 2013 e il Festival di Roma annoverava tra i suoi film Fear of Falling (divenuto in seguito A Master Builder), dramma ibseniano reinventato e traslato da un regista che, arrivato alla soglia dei 70 anni, non cessa di portare avanti una carriera anarchica e incontenibile, refrattaria ad ogni catalogazione.
Non sorprende allora che dopo i documentari su Jimmy Carter, Neil Young ed Enzo Avitabile, dopo la delicata emotività di Rachel sta per sposarsi e l’onirismo di A Master Builder, ci sia posto infine per una storia più canonica e impostata, un racconto di redenzione familiare che scorre come un treno lungo binari solidi e convenzionali. Nasce allora Dove eravamo rimasti, in cui Demme si confronta con la brillantezza da manuale della scrittura di Diablo Cody e vi porta una Meryl Streep al meglio del suo istrionismo.

In fuga dalle responsabilità familiari in nome di una vita da rock star, Ricki Rendazzo è un personaggio che si inscrive in una lunga tradizione di eroi hollywoodiani, figure borderline in cerca di quella seconda occasione che possa ricucire lo strappo del tessuto familiare. Del resto non cercava nulla di diverso Kym di Rachel sta per sposarsi, ex adolescente tossica con il fantasma del fratellino morto sulle spalle, ma l’intimismo e la delicatezza del film precedente non sono certo nelle corde di Diablo Cody. L’autrice di Juno infatti trova in Ricki l’occasione ideale per confrontarsi con la tradizione a modo suo, rispettandone tutte le convenzioni in un percorso che non lesina brillantezza e umorismo ma non corre neanche alcun rischio. Tutto scorre come deve, tra frecciatine facili al perbenismo borghese ed exploit femministi incollati un po’ a forza, ma grazie al talento di Demme e ad un cast che gira alla grande Dove eravamo rimasti è un film capace di trasformare questa prevedibilità in forza, in una classicità hollywoodiana nella quale ogni elemento trova il suo posto, per quanto convenzionale.

Consapevole di questa situazione, Demme gioca infatti di passione e mestiere, mettendo in campo il suo amore per la musica e il grande talento che ha nella gestione degli spazi e nella direzione degli attori. Fenomenale ad esempio come riesca a imbastire la cena a più voci in cui Ricki rincontra dopo anni i suoi figli maschi, oppure l’arrivo di lei nella casa borghese della sua ex-famiglia. Non per niente tra i momenti più belli del film c’è poi la serata passata in casa da Ricki, marito e figlia, figure ormai lontane ma nonostante tutto alla ricerca di una loro intimità, quella stessa che la Kym di Anne Hathaway rincorreva con la sorella e il padre.

Affianco a tutto questo e a lunghe sessioni di musica suonata realmente sul set, Demme trae il meglio da un cast di cui Meryl Streep è solo la manifestazione più evidente; l’attrice indossa il suo personaggio come un guanto ed evita ogni rischio di overacting, ma comunque attorno a sé ha un tris d’assi formato da Kevin Kline, Rick Springfield e Mamie Gummer. Quest’ultima in particolare, figlia della Streep dentro e fuori dal film, suscita le emozioni più intense, mentre Ricki attraversa tutto il film senza svelare mai tutta sé stessa.
Del resto il meglio della scrittura di Cody forse sta proprio nella sua volontà di non dire tutto, di illustrare personaggi coinvolti in crisi lunghe decenni senza dare allo spettatore tutte le indicazioni per orientarsi. Conosciamo poco o nulla del passato familiare di Ricki, il suo orientamento politico e il disagio per l’omosessualità del figlio ce la rendono anche più lontana, e nonostante questo seguirne la parabola è un piacere, nella sana sospensione del giudizio di un film che ci invita a conoscere senza giudicare.

Matteo Berardini, da “pointblank.it”

 

 

 

Questa volta Meryl Streep abbraccia una chitarra elettrica, si aggira per alcuni locali sgangherati – come lei, dopotutto – dei sobborghi di Los Angeles – siamo a San Fernando Valley -, è sempre vestita di nero, da vera rockstar, pure l’acconciatura e il trucco richiamano certe tendenze hippie anni 70, e di giorno lavora alla cassa di un supermarket. Si trova però costretta, suo malgrado, ad affrontare vecchie questioni di famiglia e riflettere sui molti errori fatti quando da Indianapolis riceve una telefonata di aiuto per la figlia Julie – abbandonata, ha tentato il suicidio -, curiosamente interpretata da Mamie Gummer, nella vita la vera figlia dell’attrice. Riuscirà, la chitarrista âgée, a dipanare i complessi squilibri familiari con il suo amore di mamma ritrovato e una commossa lacrima, adottando le parole di Bruce Springsteen mentre, nel finale, canta commossa My Love Will Not Let You Down, una delle tante canzoni del film cui la Streep volentieri si sottopone.

La grande attrice americana, maga del trasformismo filmico, non si trova più questa volta sull’isoletta greca di Mamma mia, dove intonava le orecchiabili melodie degli Abba: all’età di 66 anni si getta a capofitto, con molta testardaggine e un uso accorto delle corde e dell’estensione vocali, nel personaggio di Ricki Rendazzo, musicista rockettara di mediocre successo e di non eccelsa cultura, dalle idee piuttosto limitate, insensibile ormai ai richiami dell’amore e della passione – infatti, sbeffeggia più volte in pubblico l’altro chitarrista della band innamorato di lei (vera rockstar australiana, Rick Springfield) -, logorata dalla vita e dagli anni, protagonista pressoché assoluta dell’ultimo film di Jonathan DemmeDove eravamo rimasti – al cinema dal 10 settembre – che ieri sera ha aperto il Festival del Film di Locarno nella consueta e pienissima Piazza Grande.

Si tratta di una godibile e abbastanza prevedibile commedia familiare con qualche risvolto drammatico, sceneggiata però da Diablo Cody – l’autrice di Juno e Young Adult – di cui si percepiscono lo stile e soprattutto la sincera adesione a questo tipo di personaggi femminili. Demme – prossimo presidente di Giuria della sezione Orizzonti della Mostra di Venezia – ha realizzato il film, come ha più volte affermato, “per portare sullo schermo una Meryl come non abbiamo mai visto prima, in un personaggio ancora una volta estremo, autentica donna del XXI secolo”. Ma di donne  lei ne ha incontrati di migliori, nella sua inimitabile carriera. Questa volta è combattuta tra il miraggio di un impossibile successo nell’ambiente del rock ‘n’ roll, che l’ha condotta ad abbandonare i tre figli e l’indulgente e bolso ex-marito (Kevin Kline), e le nuove responsabilità precipitate su di lei. Che la porteranno a conquistare l’ultima audience nel luogo che meno ci si aspetta: il matrimonio del figlio. Con scatenata danza generale sui titoli di coda.
Luca Pellegrini, da “cinematografo.it”

 

 

Una rocker non l’aveva mai fatta. Meryl Streep colleziona da decenni trionfi critici e ruoli molto diversi uno dall’altro, ma quello della leader di un gruppo rock arrivata ormai alla terza età è anche per lei qualcosa di inedito. Al massimo aveva fatto un musical vacanziero come Mamma Mia. Merito di Diablo Cody, una delle giovani sceneggiatrici dirompenti degli ultimi anni a Hollywood. Lanciata nel 2008 dall’oscar per Juno, ha poi avuto difficoltà a replicarne il successo.

In Young Adult aveva raccontato di una trentasettenne che torna nel paesino natìo sconfitta dai fallimenti della sua vita nella metropoli. Ripropone una struttura simile in questo Dove eravamo rimasti diretto da Jonathan Demme, anche se questa volta è una sessantenne a tornare all’ovile. Si impegna con tutte le sue forze per fare la responsabile, per una volta, per risollevare la figlia trascurata che è stata appena mollata dal marito. Anche la disastrata Rickiha subito tanti fallimenti, da quando molti anni prima aveva preferito le montagne russe di una carriera come musicista alla quotidianità di un marito – un reddivivo Kevin Kline – e dei tre figli. Ad aggiungere metasignificati il fatto che la figlia di Ricki è interpretata da Mamie Gummer, la vera figlia della Streep.

Dove eravamo rimasti fa parte di un piccolo filone di racconti sulla terza età; di una presa di consapevolezza, pur lenta e incerta, da parte dei grandi soloni di Hollywood di come il pubblico delle sale sia costituito anche da gente anziana, che vuole rivedere sullo schermo personaggi più simili a loro. E in questo sotto genere Meryl Streep è la diva incontrastata. Si permette il lusso di essere una credibile sex symbol, lei cresciuta come attrice intellettuale ai limiti del bruttino stagionato. È proprio lei ha reggere totalmente il film, con il suo trucco fuori moda, gli stivali mal lucidati, l’ostinazione di chi ha avuto successo (forse) tempo fa, insieme alla sua band, the Flash, ma ora si trova a suonare per un pugno di casi umani a Tarzana, nella Valley fuori Los Angeles. Una di quelle band che suonano cover non sai se per mancanza di repertorio o perché quel repertorio non lo conosce nessuno.

Ogni scelta della vita di Ricki è stata un tentativo di avvicinarsi alla musica, ogni messaggio che ha cercato di comunicare agli altri è passato per le parole di una canzone e per le corde di una chitarra. Adesso fa la cassiera in un supermercato biossessionato, ma poco le importa. Ha bisogno della scossa del richiamo della famiglia per riuscire a comunicare tutto l’amore che ha dentro. ll suo viaggio nell’Indiana scorre lungo binari molto comuni nel cinema di redenzione. La delusione che provoca la visione di un film così autorevolmente portato avanti risiede proprio nel suo essere quello che vorresti che fosse: puoi anticipare la scena successiva senza alzare il sopracciglio. Intendiamoci, potrebbe anche essere la sua fortuna maggiore, specie al botteghino.

Anche la carica eversiva della protagonista è confezionata al punto giusto, scapigliatura compresa. La collisione fra i due mondi – tra l’altro rappresentati in maniera schematica fino al manicheismo – viene liquidata con due battute e una schitarrata. Poi se parliamo di Bruce Springsteen cantato dalla Streep finiamo anche per sorridere e goderci lo spettacolo. Ma il film graffia poco e il crepuscolo di uno stile di vita viene solo lasciato sullo sfondo, buono per farci sorridere vedendo dei musicisti stagionati costretti a strimpellare Lady Gaga per interessare un pubblico annoiato.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

Rick è la front woman di una band rock che entusiasma un non foltissimo pubblico di appassionati. Non è più giovanissima e ha lasciato da molti anni il marito e i tre figli per inseguire il suo sogno musicale. La brusca rottura del matrimonio della figlia Julie la spinge a ‘tornare a casa’cioè a raggiungere l’ex marito che vive con la nuova compagna in una lussuosa villa. L’incontro con l’ormai cresciuta prole avrà luci ed ombre.
Sicuramente Jonathan Demme sarà rimasto affascinato dallo script di Diablo Cody (ricordate Juno?) per la possibilità che gli forniva di tornare a tradurre la musica in immagini. Lo aveva fatto in passato con i Talking Head e con Neil Young perché non riprovarci ancora mutando però il livello di lettura passando dal documentario alla fiction? Da grande regista qual è deve avere anche intuito immediatamente che la storia di base era di quelle già viste innumerevoli volte sul grande schermo: un genitore che ha lasciato la famiglia ed è costretto dalle circostanze a farvi ritorno portandosi dietro tutte i propri buoni diritti ma anche una montagna di sensi di colpa. Ma Demme sapeva che anche i copioni più deja vu, se hanno dentro un fondo di verità, possono funzionare se affidati a un’interprete che sappia fare emergere quella verità. L’ha trovata in Meryl Streep e anche qui si potrebbe cadere nel risaputo perché si sono sprecati fiumi di parole nel corso dei decenni per dire quanto è brava Meryl Streep e si finisce con il doverlo ripetere per l’ennesima volta. Perché la Streep che suona e canta davvero non si limita a questo tipo di performance passando dal country dell’altmaniano Radio America al rock carico di energia della sua band, ma fa molto di più. Offre a questa madre tutto il carico degli anni e dei sentimenti provati, le regala sensi di colpa ma anche di orgoglio, insinua nei suoi gesti quella che altri pensano sia volgarità e che per lei non è un atteggiamento ma un modo di essere. Demme le consente anche di lavorare su un piano che mescola finzione e realtà ponendola di fronte al tormentato personaggio di Julie che è interpretato da Mamie Gummer che è figlia di Meryl e ha seguito le sue orme.
In tutto questo Demme non dimentica la propria dimensione ‘politica’ e non si lascia alle spalle film come Philadelphia o documentari come The Agronomist o Man from Plains. Porta così sullo schermo una Rick che ha votato due volte per George W. Bush, che non pronuncia neppure il nome di Obama e che di fronte al figlio gay non ha un atteggiamento iniziale di comprensione. Rick sta dall’altra parte rispetto a ciò che pensa Demme ma questo non impedisce di fare emergere passo dopo passo, ruga dopo ruga, un senso di umanità profonda in cui errori e capacità di riconoscerli finiscono con il coesistere. Perché come diceva Giorgio Gaber (per rimanere sempre in ambito musicale) “L’uomo è quasi sempre meglio rispetto alla propria ideologia”.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Nel film “Dove eravamo rimasti” (nelle sale dal 10 settembre) diretto da Jonathan Demme (ben venti candidature Oscar) e sceneggiato da Diablo Cody (vincitrice dell’Oscar per “Juno”), Meryl Streep dà vita ad un personaggio decisamente difficile, interpretando con estrema naturalezza Ricki Rendazzo, una chitarrista rock che insegue il successo dopo aver rinunciato ad una vita di agi e benessere, che aveva abbandonato come Linda Brummel, moglie di Pete (Kevin Kline, amico e collega storico) e madre di tre figli. Ma proprio per stare vicino ad una di essi, Julie (interpretato da Mamie Gummer sua figlia anche nella realtà), ed aiutarla a superare la sua crisi personale lascerà la casa di Los Angeles e il bar rockettaro dall’aspetto vecchio e trasandato dove si esibisce e dove la sua carriera non era mai decollata come lei aveva sperato, per tornare nella lussuosa casa dell’Indiana piena di comfort e di foto di famiglia.

La relazione madre-figlia è, appunto, al centro della storia ed il realismo di questo rapporto aggiunge intensità al film: se è vero che il frutto non cade mai lontano dall’albero, uno dei motivi principali per capire la distanza tra loro è perché Linda/Ricki e Julie sono simili, sempre propense al litigio e, pertanto, entrambe vivono la loro verità senza scusarsi mai. Purtroppo la relazione affettiva non è meno difficile con gli altri due figli: Adam (Nick Westrate) che, spiazzandola, le confessa crudamente di essere gay e Josh (l’astro nascente Sebastian Stan) che la sera prima del suo matrimonio non sa ancora cosa prova per sua madre, rispetta la sua scelta e pensa che sia giusto che sia presente, ma di fatto per lui è come se fosse un’amica di famiglia.

Nonostante tutto ciò, il ritorno a casa offre a Ricki l’opportunità di riscattarsi e cercare di aggiustare tutto da dove erano rimasti, appunto; i sensi di colpa l’hanno sempre bloccata, i suoi figli sono stati cresciuti da Maureen (Audra Mc Donald) perfetta seconda moglie di Pete e madre adottiva meravigliosa, e quindi ha paura di uscire da se stessa, ma all’improvviso non è più Ricki la persona problematica in famiglia: può aiutare finalmente la figlia e affermare, grazie alla sua esperienza, che tutto andrà benissimo. E il finale del film sarà divertente e, in un certo senso, commovente.
Ricki, dicevamo, è la cantante di una band cover, The Flash (da qui il titolo originale “Ricki and the Flash”), e per impersonarla la Streep, già ottima cantante, si è esercitata per mesi a studiare la chitarra acustica e quella elettrica; la affianca Greg (il leggendario Rick Springfield, musicista eccezionale famoso per i suoi pezzi anni ’80), che si rivela un ottimo attore capace di recitare accanto ad un’attrice del suo calibro. Greg è il leader del gruppo, ama suonare insieme a lei (ed è qui che il loro legame va oltre perché condividono la passione per la musica) ed aspira fortemente a diventare il compagno di Ricki nella vita , pretende soltanto che lei entri nel rapporto completamente, ma questo è difficile per lei che, invece, tende a scappare, come era fuggita dalla sua famiglia “tremendamente carina”, perfetta ed impacchettata col fiocco, come quelle della pubblicità, perchè teme di non farcela a sostenere il peso di un rapporto nuovo e sincero.

Ogni nota musicale in questo film è vera e si può ascoltare solo musica dal vivo, cosa che raramente accade nei film musicali, di solito in playback. I brani eseguiti non solo sono brani tipici di cover band, e quindi noti a tutti, ma anche brani che tematicamente risuonano nella storia: si va da “Get the party started” di Pink, “Bad Romance” di Lady Gaga e “My love will not let you down” di Bruce Springsteen, fino al bellissimo pezzo originale “Cold one” che si sente ben quattro volte in scene importanti del film, in particolare nella scena finale del matrimonio, quando Ricki and The Flash lo suonano e cantano alla grande.

Pregevole ed impeccabile il look da rocker di Meryl creato dalla costumista Ann Roth (Oscar per “Il paziente inglese”), dalla truccatrice Bernadette Mazur e dalla capo reparto acconciature Alan Dangerio.

Bella anche la fotografia di Declain Queen: l’aereo che porta Ricki da Los Angeles nell’Indiana, con la sua scia bianca nel cielo azzurro, resta negli occhi e nel cuore. Davvero.

Rosa De Luca, da “fermataspettacolo.it”

 

 

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