Dio esiste e vive a Bruxelles

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Dio esiste e vive a Bruxelles, dice il film di Jaco van Dormael. Il belga che sorprese quasi venticinque anni fa con la sua opera prima Totò le héros dove un uomo triste e frustrato, di cui rivediamo tutta la vita a partire dall’infanzia sfigata, è tanto convinto di essere stato scambiato alla nascita con un altro, che ha invece vissuto una vita piena di soddisfazioni, da decidersi, ormai vecchi entrambi, a farlo fuori per vendetta. La cifra comico-malinconica sopravvive nel tempo. E si radicalizza.

Dio sarebbe un tipo capriccioso e maligno, un vero infame che provoca sciagure e se ne compiace sadicamente, che con il suo operato non ha fatto altro che generare rabbia e inimicizie. E’ belga, di Bruxelles (formidabile l’attore  Benoit Poelvoorde) e non si è mai sognato di esortare ad amare “il prossimo tuo come te stesso”. Vive in vestaglia, in una casa senza entrata né uscita: cucina, due camere, una lavanderia (che avrà la sua importante funzione) e il suo immenso studio inaccessibile al resto della famiglia. Composta dalla moglie che subisce tutto silenziosa, e dalla figlia Ea di dieci anni che non ne può più della segregazione e delle angherie del padre. E come unico sfogo ha i suoi colloqui con l’immaginetta di JC, che si anima come il crocifisso di Don Camillo, il più celebre figlio di Dio che come tutti sanno è morto giovane.

La bambina manomette l’onnipotente computer del padre inviando a tutti gli esseri umani un sms che annuncia la data della loro morte. Per sottrarre l’immeritato strapotere al padre (“il vecchio perderà così ogni credibilità” le ha detto complice JC), per  –  svelando la finitezza  –  consentire a tutti di usare liberamente la consapevolezza e goderne a pieno, per apprezzare la ricerca della felicità. Per destituire inoltre di ogni senso le rivalità e le guerre tra gli esseri umani. E, trovato un varco di uscita grazie alla lavatrice, si mette in cerca di chi l’aiuti a scrivere un Nuovo-Nuovo Testamento, nonché di sei apostoli supplementari, sempre dietro consiglio del fratello. Il papà ne avrebbe decisi dodici perché gli piace l’hockey, e allora Ea ne cerca altri sei perché la mamma preferisce il baseball che si gioca in diciotto. E parte l’avventura, inquietante ed esilarante a un tempo (vedrete che tipi quelli che Ea va raccogliendo). Un po’ nello spirito dello stravagante svedese Un piccione seduto su un ramo eccetera, ma meno allegoricamente rarefatto, più acido e anche più divertente. Sovreccitato quanto l’altro era impassibile.

La visione molto personale, supportata dall’originale e insistita artificialità degli effetti visivi e da una forte sensibilità musicale che reclama protagonismo, ne fa chiaramente una favola. Una favola piuttosto nera e anche un po’ sentimentale. Tuttavia, e ci si mette anche l’ambientazione con i suoi tenebrosi richiami (involontari, evidentemente) all’attualità, la favola si carica di un messaggio inequivocabile e molto provocatorio. Sia pur parlando sostanzialmente d’amore e non d’altro (magari evocato, questo sì). Contro ogni suggestione fideistica e a sostegno di quei valori (occidentali? Liberaldemocratici? Laici?) che esaltano la libertà dell’individuo. Con tutti gli oneri e le responsabilità inclusi. Tra gli interpreti, tutti davvero notevoli, spicca la presenza genialmente incongrua di una Catherine Deneuve che sembra darsi senza riserve a un’avventura che mortifica il suo divismo.

Paolo D’Agostini, da “repubblica.it”

 

Dio “governa” il mondo da un pc, vive in pantofole e vestaglia, e beve birra. Arriva nelle sale cinematografiche italiane il film irriverente di Jaco Van Dormael, distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection. Dio esiste e vive a Bruxelles è la nuova commedia che “beffa” la religione e propone un’immagine diversa e insolita della trinità. Il film ha per protagonista Benoît Poelvoorde nel ruolo di Dio. A dargli del filo da torcere è la figlia di appena dieci anni Ea, interpretata dalla giovane e molto brava Pili Groyne. Divertente, sognatore, furbo. Dio esiste e vive a Bruxelles, presentato alla 47. Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2015, ha diversi riferimenti cinematografici. C’è qualcosa di Ferreri, altro di Fellini ma anche qualche spunto direttamente dai lavori Tarkowskij. D’altronde si sa, i migliori imitano!

Dio esiste e vive a Bruxelles: una commedia che “beffa” la religione e propone un’immagine diversa e insolita della trinità

Dopo il vecchio e il nuovo testamento, tutti pronti al… nuovissimo testamento. Dio, chiuso nel suo appartamento, o meglio nel suo grande studio vuoto, gestisce il destino degli uomini, fin quando la ribella ragazzina si avvicina al computer e con un solo click cambia la sorte dell’umanità. Da un minuto all’altro, tutti ricevono un sms con su scritto data e ora della propria morte. Un solo messaggio ed è subito caos sulla Terra.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Secondo Van Dormael Dio è malvagio e annoiato. Lo mostra come cinico e capriccioso, “onnipotente” nei confronti della figlia e della moglie (Yolande Moreau). Il regista usa i “luoghi comuni” della religione per raccontare una storia di innocenza, infanzia e famiglia. Una storia universale. “Una favola surrealista”, come preferisce definire il film Dormael.

“Io e il co-sceneggiatore Thomas Gunzig volevamo creare una storia religiosa un po’ surrealista, con dei ruoli femminili molto importanti, dato che nei vari testamenti le donne non sono quasi mai presenti – ha commentato il regista nell’incontro con la stampa a Roma –. Non abbiamo voluto parlare di religione, ma di meccanismi di potere, della società, della famiglia. Questo Dio crudele rappresenta l’autorità, l’obbedienza, la paura, la punizione; mentre Ea, la figlia di Dio, dice di non aver paura, ma di essere felici e godersi la propria vita. L’obiettivo, anzi, l’utopia è quella di ridere di tutto con tutti”.

Dio esiste e vive a Bruxelles (qui il trailer)ha per personaggio principale la figlia di Dio, la piccola Ea, che regala alla commedia una dimensione fantastica e per nulla blasfema. Un film capace di fare ridere (e tanto) e discutere. Ea è molto affezionata al fratello maggiore Gesù, nella commedia solo in “statuina”, però a differenza sua sa fare solo piccoli miracoli. E per punire il Padre ha una missione ben precisa da svolgere sulla Terra: reclutare sei nuovi apostoli. Le sue scelte ricadono su una donna senza un braccio e una abbandonata, un maniaco sessuale, un assassino, un impiegato e un bambino. A prestare loro corpo e volto: Catherine Deneuve (che si innamora perdutamente di un gorilla gigante), Francois Damiens, Laura Verlinden, Serge Larivière, Pascal Duquenne e Gaspard Pauwels. “Nei testi apocrifi ci sono apostoli donne, la cui presenza è stata cancellata”, ha aggiunto il regista.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Dodici apostoli come i giocatori di football, diciotto come i giocatori di rugby. Lo sport preferito dalla mamma di Ea. Dio esiste sì, e vive a Bruxelles, ma perché proprio nel capoluogo belga? “Bruxelles è una città grigia, dove spesso piove, dove ci sono gli ingorghi. Abbiamo pensato che fosse buffo renderla la città dove è iniziata la creazione. Poi dei miei amici greci e portoghesi mi hanno detto che è normale aver scelto quella città, in fondo è da lì che vengono tutte le seccature”.

Un film perfetto per alleggerire il clima teso e di paura di queste ultime settimane. Dio esiste e vive a Bruxelles fa riflettere su quanto quello che sta accadendo in queste ore in Europa non abbia a che vedere con le religioni, ma con la stupidità dell’uomo. L’uomo che vuole, brama il controllo e il potere sull’altro, che pensa solo ai valori di mercato e ai rapporti di forza. “La religione viene utilizzata come uno strumento di guerra e a convincere dei ragazzi giovani e con pochi neuroni a farsi esplodere”, ha concluso Van Dormael in conferenza.

Margherita Bordino, da “cinematographe.it”

 

 

Quale Dio è mai questo che vive a Bruxelles? Più che vivere, cova. Odio. È iracondo, malvagio, sadico. Tanto perfido quanto vile. Sembra un demonio. Del quale, però, non ha la seduttività.

Gode solo quando fa del male. Ferocemente dispettoso, chiuso nel suo studio claustrofobico, archivio sterminato con schede di umani da colpire e far soffrire; un computer dove compila, giorno dopo giorno, l’Enciclopedia del Male, il Vocabolario della Tribolazione e della Sfiga. Con principi da applicare inesorabilmente ai destini della gente.

Bruxelles è grigia. Emblema di quel plat pays cantato da Jacques Brel. E il grigiore pare portarsi dietro le brume rotolanti dell’opacità più malefica, della caligine più maligna e patibolare.

Ci sarà scampo per l’umanità? La speranza non è più nel Figlio, scappato da tempo con la sua croce. Neppure nella moglie, silenziosa, passiva, inebetita. Piuttosto nella figlia. Ribelle. Che decide di andare alla ricerca dei “suoi” apostoli pescati nel mondo dei reietti e dei disperati e di restituire agli uomini la felicità perduta scrivendo unNuovissimo Testamento dopo aver violato il computer paterno (strumento principe delle malefatte) ed averlo sabotato.

Non prima di averne estratto i dati sensibili ed aver spedito a ciascun essere umano, via SMS, la propria data di morte in forma di vero e proprio countdown. Scatenando una rivoluzione planetaria ma cambiando, naturalmente in meglio, la qualità della vita di tutti.

Jaco Van Dormael, autore belga di immensa creatività in vari campi dell’arte che raramente si affaccia al cinema (lo ha fatto solo quattro volte, compresa questa, negli ultimi venticinque anni, sempre con risultati incisivi: Toto le héros – Un eroe di fine millennio, 1991;L’ottavo giorno (Le Huitième jour), 1996; Mr. Nobody, 2009), elabora da sempre temi legati al concetto, alla percezione e alla consapevolezza dell’esistenza. Con uno stile che lo conduce lontano dalla realtà pure restandone saldamente ancorato attraverso un linguaggio che privilegia il simbolo, il paradosso, la visione quasi onirica.

Tutti elementi che ritroviamo in questo film baluginante ed elettrico, capace di mescolare follemente sacro e profano, di rileggere i passi del percorso biblico dalla genesi all’esodo elaborando una sorta diimmaginario espanso in un viaggio che qualche volta rasenta il delirio. Senza che, però, i personaggi così nitidi e incisi nei caratteri vengano persi di vista, o, peggio, sopraffatti dall’impeto della composizione visiva.

“Dio” è l’attore Benoît Poelvoorde, segaligno, schiumoso e perverso in una recitazione magnificamente isterica; sua figlia Éa è la giovanissima Pili Groyne, vitale ed espressiva abbastanza da lasciare una traccia benefica sull’orizzonte horror disegnato dal padre e sostituirsi al “fratello” fuggiasco arrivando addirittura a camminare sull’acqua.

Luminosa anche la figura di quella moglie attonita, muta, istupidita e pietrificata ma anche lei destinata al riscatto, interpretata daYolande Moreau. E sono molti i personaggi, per lo più bizzarri, che ruotano attorno al nucleo centrale della disputa divina: tra gli altriCatherine Deneuve in una scena con un gorilla che sembra riecheggiare l’icona del Ciao, maschio di Ferreri, François Damiens,Laura Verlinden, Serge Larivière.

Già, Ferreri. Sono citabili, per affinità, anche Fellini, Tarkovskij, il surrealismo e ogni possibile orizzonte visionario. In un racconto che a tratti sembrerebbe andare un po’ a ruota libera ma che in realtà si allinea su un progetto ben determinato e sviluppato, con gli esiti di una fruizione molto piacevole. Fino alla conclusione “psichedelica” che chiama a raccolta perfino il Cantico dei cantici. Il funerale è lontano. Si vede la luce. È l’apoteosi.

Claudio Trionfera, da “panorama.it”

 

 

Lo abbiamo immaginato tutti un po’ come uno di noi, il Creatore. Credenti o non credenti, sognatori o cinici, è bello non sentirsi troppo soli nel cosmo, immaginare unaconsapevolezza e una volontà superiore che tutto osserva e abbraccia, benché evidentemente impossibilitata ad agire per rimediare alle umane miserie. Poco importa che Dio alla fine sia “un balordo come noi”, come nella canzone cheJoan Osborne cantava alla metà degli anni ’90.

Dio esiste e vive a Bruxelles: un'immagine del film di Jaco Van Dormael

Jaco van Dormael e il suo co-sceneggiatore Thomas Gunzig, però, si spingono oltre: non solo immaginano Dio come un tipo qualsiasi, tappato nel suo appartamento di Bruxelles e diviso tra il pc, il divano e le partite di hockey in TV, ma lo ritrae come un essere spregevole, che ha creato l’umanità per potersi divertire a vederla soffrire. Non assiste impotente a tragedie, guerre e genocidi, ma le provoca e le incoraggia; nei ritagli di tempo, inventa leggi perverse grazie alle quali rendere frustrante anche la vita dei più fortunati: la fila accanto al supermercato è sempre più veloce della tua, la fetta di pane farcita cadrà sempre dalla parte della marmellata, e via sacramentando.

Se Dio avesse una figlia

Dio esiste e vive a Bruxelles: Benoit Poelvoorde in un'immagine del film di Jaco Van Dormael

E’ da questo Dio meschino che van Dormael parte per raccontare una storia surreale, eppure genuina e toccante. O meglio, parte da sua figlia. Perché Gesù, che dopo la sua fuga dall’opprimente appartamento dei genitori ha assunto la forma di una statuina che ogni tanto la mamma spolvera tristemente, ha una sorella minore di dieci anni di nome Ea, una bambina che forse non sa ancora fare miracoli incredibili e che non riesce a piangere nonostante i maltrattamenti subiti dal padre, ma certamente è convinta di poter fare meglio di lui. E così la piccola Ea, consigliata dal fratello, che le suggerisce di andare nel mondo per trovare sei apostoli (dodici non bastano, devono essere diciotto in tutto, come i giocatori di una squadra di baseball, sport amato dalla madre silenziosa e oppressa di Ea e JC) prepara un brillante piano di evasione. Ma prima, per liberare gli inermi esseri umani dal loro giogo di paure e incertezze, Ea invia dal computer paterno a tutti gli abitanti del pianeta un SMS con un’informazione sensibile e preziosa: il numero di anni, giorni, ore che ci restano da vivere. Per mettere le cose in prospettiva e per insegnarci che il Paradiso, nonostante tutto, è in Terra, ora.

Non c’è intento femminista alla base della scelta di van Dormael e Gunzig di fare di donne amabili ed empatiche – Ea e sua madre – il motore del suo “nuovo nuovo testamento” (il titolo originale del film è Le tout nouveau testament), in competizione con una divinità maschile distruttiva e furibonda: c’è la voglia di guardare sotto una nuova luce storie, miti e tradizioni elaborate dalla società patriarcale, che in fondo è praticamente la stessa cosa. C’è la voglia di partire da queste originali premesse per raccontare una fiaba che parli di noi e del nostro tempo, dei nostri desideri e dei nostri limiti. Spostando il fulcro del nuovo vangelo dalla divinità incarnata all’umanità imperfetta.

Dio esiste e vive a Bruxelles: la giovane Pili Groyne in una scena del film di Jaco Van Dormael

La musica interiore

Dio esiste e vive a Bruxelles: una scena con François Damiens

Perché, se le pedine principali della “azione” rocambolesca di Dio esiste e vive a Bruxelles sono i tre membri della bislacca triade divina, i veri protagonisti sono i sei neo-apostoli, ovvero un campionario simbolico ma evocativo di umanità. Sperduti nel mondo, soli, un po’ patetici e fuori posto, i sei “magnifici perdenti”, come li chiama il loro creatore (van Dormael, non il Dio infame e irresistibile di Benoît Poelvoorde) sono trasfigurati dal segreto della propria morte e dall’incontro con Ea in persone a contatto con la propria autentica essenza, perché non c’è più paura, non ci sono più scuse, c’è solo un ridicolo lasso di tempo che si consuma inesorabilmente e, inaspettatamente, la libertà di essere felici. La felicità ha l’aspetto bizzarro di un incontro in una sala di doppiaggio di film porno con la ragazza tedesca che ci ha trasformato in erotomani da piccoli, perché ricompone un conflitto insanato con il mistero di quella bellezza e di quello sguardo enigmatico. O nell’idillio con l’uomo che ti ha sparato nella protesi al braccio: lui non è più un assassino in potenza, e tu sei di nuovo completa. O in qualcosa di persino più normale, come un viaggio in barca in capo al mondo o una relazione amorosa con un gorilla, che ci può dare tutto il calore e l’attenzione che il nostro ricco e distratto marito ci nega.

Dio esiste e vive a Bruxelles: in secondo piano, Catherine Deneuve in una curiosa scena del film di Jaco Van Dormael

Ma a mostrare la ricchezza di questi sei improbabili apostoli è anche lamusica. Uno dei poteri di Ea è infatti la capacità di ascoltare la musica dell’anima delle persone che incontra: e questo è il pretesto per selezionare, accanto agli ottimi brani composti da An Pierlé per il film, una piccola collezione di classici immortali che accompagnano le storie dei singoli personaggi e il cui effetto è sorprendente. Rievocando infatti le nostre personali, storiche associazioni con quei motivi celebri – per quanto ci riguarda, ad esempio, l’Aquarium dal Carnevale degli animali di Saint-Saëns ci riporta dritti al Festival di Cannes, ma siamo certi che tutti hanno emozioni e ricordi che riaffiorano ascoltando le note dolenti del quartetto schubertiano La morte e la fanciulla, o le liriche celeberrime di La mer di Charles Trenet – quelle melodie ci aprono uno scorcio inedito e affascinante sui reietti di Dio esiste e vive a Bruxelles ma soprattutto su tutte le persone che abbiamo giudicato superficialmente, sottovalutato, condannato. E questo è forse il messaggio più bello di un film che di cose importanti da dire ne ha molte, e lo sa fare divertendo.

Alessia Starace, da “movieplayer.it”

 

 

Vivrai con dolore

Perché 12 apostoli? Perché 12 sono i giocatori in campo per l’hockey. E perché non 18 come nel baseball, come piacerebbe alla moglie di Dio, donna ammutolita dalla soggezione nei confronti del “marito-padrone”, intenta solo a ricamare e a fare la polvere nella loro squallida casa di Bruxelles? Già, perché nell’ultimo film diJaco van Dormael, regista belga dai pochi film ma di culto, Dio esiste e abita proprio lì insieme alla figlioletta di 10 anni, vessata pure lei, dopo che il figlio se ne è andato, probabilmente esasperato, a fare la fine che sappiamo.

Dio è un cinquantenne tabagista e beone, sempre in vestaglia sporca, calzini e ciabatte. É un collerico, violento, vendicativo, annoiato, perfido, maligno e via con tutti i peggiori aggettivi che possano venire in mente, che passa il suo eterno tempo a tormentare l’umanità, creata al solo fine di divertirsi vessandola in continuazione. Cosa che Dio fa con impegno sadico, inventando sfighe fantasiose (altro che Murphy) e regole assurde che emana attraverso il suo obsoleto computer, unico accesso esterno da un appartamento senza uscite. Quando la piccina Ea, esasperata dall’ennesima punizione a cinghiate, decide di fuggire, riesce a inviare a tutta la “mailing list” del papà, cioè tutta l’umanità, un messaggio con la data del proprio decesso, con un effetto dirompente. Libera da quella spada di Damocle, sapendo finalmente se aspettano minuti o anni di vita, gli esseri umani si scatenano, ribellandosi a ogni regola precedentemente subita. Ea, insieme a un barbone, si mette a cercare altri sei umani, le cui schede aveva estratto a caso dall’archivio del padre, per farne i propri altri sei discepoli, con i quali vuole scrivere il Nuovo, Nuovo Testamento (che è anche il titolo originale) e incontra un gruppo di casi umani molto particolari. Il padre nel frattempo la insegue inferocito, finendo vittima di una sorta di Legge del Taglione. Dio nella religione cattolica è stato raffigurato in molti modi, mediamente i bambini ne hanno un’immagine che lo fa somigliare a una specie di bonario Babbo Natale. Fa quindi il suo bell’effetto vederlo dipinto come un vecchiaccio disgustoso e cattivo come quello incarnato alla perfezione da un istrionico Benoît Poelvoorde. La piccola Ea ha la tenera morbidezza infantile di Pili Groye; Yolande Moreau(Senza tetto né legge, Louise Michel) presta la sua faccia stramba al personaggio dell’attonita moglie eCatherine Deneuve trova più calore umano in un gorilla che negli uomini. Restare a guardare i titoli di coda fino alla fine. Si ride meno del previsto, meno di quanto prometta il trailer, ma si ride ugualmente spesso, e amaro, perché l’accento è posto non tanto sulla demolizione del mito divino (sappiamo bene dalla Bibbia che dio non è mai stato una personcina amabile), quanto sulla solitudine e infelicità della razza umana, oppressa e rovinata dalla coscienza di essere mortale, del vivere in attesa di morire, dopo un minuto o cento anni, non importa, succederà. Ben diverso sarebbe se fosse libera dalla soggezione verso qualunque minaccia imposta da un autorità superiore attraverso obblighi, punizioni, paure. Van Dormael racconta con il suo solito stile, autenticamente surrealista, ricco di metafore e simboli, con humor e buffe invenzioni visive, a tratti molto poetiche (il balletto della mano, la musica interiore), come gli è congeniale. Anche se la galleria di infelici “freaks” che mette in scena non è certo originale e così la prima parte del film, dall’umorismo più facile, risulta la più divertente (in generale le parti dedicate a dio sono le più spassose). Ma quel ritratto di un dio prigioniero quanto noi di un “mondo” assurdo resterà impressa, con tutte le sue implicazioni. Se è questo il modello del quale siamo stati fatti a immagine e somiglianza…. Inevitabile la riflessione a margine, che siamo fortunati a vivere in una società nella quale si può, da credenti o no, farsi liberamente beffe del dio proprio o di altri, senza rischiare di vedersi arrivare alla porta qualche kamikaze.
Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”
Cosa fareste se conosceste in anticipo il countdown della vostra dipartita? Perchè “Dio è un bastardo e tratta male moglie e figlia” ci dice l’universo artificiale di Jaco Van Dormael, giocato dentro un prologo esilarante (in voice over) che riporta allo stupore dell’infanzia e alla Amélie Poulain di Jean-Pierre Jeunet. Ma il dio iracondo di Benoît Poelvoorde non vive nell’elettrizzante Parigi, bensì in una Bruxelles grigia e maligna: dove con cinismo passa le sue giornate davanti al computer a decidere i destini dell’umanità, tanto perfido quanto vile nel godere del male assoluto perpetrato contro i deboli, i bambini, gli ’sfigati’ unti dal Signore. Una situazione belligerante a cui però si ribellerà la figlia Ea, per cambiare le carte in tavola e riscrivere il vangelo tra motti e citazioni iconoclaste (come il gorilla in Max amore mio di Nagisa Oshima), sentenze e personaggi così bizzarri eppure efficaci da esplodere sullo schermo. Sei nuovi ’apostoli’ che frequentano locali a luci rosse, hanno braccia di porcellana e un passato da serial killer, sono insoddisfatti dell’amore o di una vita che rasenta l’avarizia. Uomini e donne filtrati attraverso un linguaggio che privilegia il paradosso, l’anticonformismo, la visione quasi onirica che possieda come folgorante cambio di prospettiva la materializzazione dell’incubo peggiore di tutti: la data della nostra morte.
Cinque anni dopo Mr. Nobodi (dove l’esistenza era invece frutto di casualità e di scelte ’terrene’), il regista belga mescola genialmente sacro e profano in uno strabordante assunto biblico che dalla Genesi all’Esodo rilegge un immaginario espanso, in chiave grottesca e post-moderna. Un vero e proprio Nuovo Testamento frutto della verve incontenibile di Van Dormael, teso ad osservare un mondo ’umano’ in cattività che abbia tutti i connotati e gli strumenti per divenire un oggetto di culto. Per una commedia freak – ora visionaria, ora solo kitsch – messa in scena con una consapevolezza mai castrante, perché esclusa da ogni possibilità di riferimento diretto alla religione cattolica. Qui Dio è un’icona, un surreale triste misantropo, che la macchina comico-immaginifica conduce lontano dalla realtà pure restando saldamente ancorata ad un’epoca in cui il fanatismo sociale (vedi l’Isis) sancisce ’santi’ o ’peccatori’. E dall’irriverenza sulle sacre scritture, Dio esiste e vive a Bruxelles si apre sui territori inaspettati dell’amore e dell’altruismo per colorare il mondo di nuova speranza; all’interno di un’avventura moralmente (ri)formativa fatta di fulminanti intermezzi, incursioni nel fantastico, sospensioni oniriche, fino a disegnare un percorso umano punteggiato labilmente dal calvario. Nondimeno, l’imprevedibità di Poelvoorde e Pili Groyne (Ea) sanno muovere il riso e il pianto, anche quando il loro viaggio in una Terra ’sconosciuta’ incapperà nella disputa divina per il controllo del comando spirituale. Inutile allora muovere critiche alla stravaganza del risultato, a una sceneggiatura dagli scenari estremi che non si accontenta di giocare con la forma ma inneggia ad un credo femminista tutt’altro che privo di senso. Arrivando addirittura a citare Fellini, Terry Gilliam ed un cinema letterario che chiama a raccolta perfino il Cantico dei cantici.
Bagnato da un’ironia molesta e un pò naif, sono la tenerezza e il candore inDio esiste e vive a Bruxelles a smorzare le cariche eversive delle battute iniziali per finire col battere una strada più ordinaria e meno burbera sull’identità satirica del film. Una fruizione dei toni molto piacevole che non dimentica le impervie strade che conducono una bambina verso la crescita, tanto vitale ed espressiva da opporsi al padreterno quanto forte nel solcare un’arcobaleno luminoso sull’orizzonte horror degli eventi. Un caos teologico in cui Van Dormael conferma di stare a pieno agio, come un funambolo in perfetto equilibrio, regalando qua e là provocazioni irresistibili senza mai compromettere l’intento e l’ambizione. Il suo è uno sguardo che in un modo o nell’altro rivela una visione ’giocosa’ delle cose, dove far uscire l’anima anarchica di una cineasta che ama il colpo a effetto, le scelte musicali invadenti, l’ingenuità degli adulti, la saggezza dell’infanzia, un paesaggio colorato e stralunato tipicamente umanistico. E se il traguardo tecnico è notevole, lo è ancor di più la sua chiave allegorica rivolta a un clamoroso atto di fede: abbandonare le sedicenti certezze nonché i preconcetti velleitari sul Bene e sul Male, per mutare il proprio destino e affidare agli uomini la responsabilità diretta della propria felicità. Una manna dal cielo di straordinario coraggio.
Francesco Bruni, da “pointblank.it”
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