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Difret – Il coraggio per cambiare

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1996. Etiopia. In un villaggio nell’area di Addis Abeba la quattordicenne Hirut viene rapita e violentata da colui che la pretende come sposa nonostante l’opposizione dei genitori di lei. La ragazzina riesce a fuggire impossessandosi di un fucile e uccidendo il suo sequestratore come auto difesa. Tutto però è contro di lei, sia la legge dello stato sia le regole ancestrali delle comunità rurali. Solo Meaza Ashenafi, avvocato e leader dell’associazione Andenet (uno studio legale al femminile che assiste gratuitamente donne che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di difendersi dai soprusi di una società dominata dai maschi) decide di assisterla. La battaglia contro i pregiudizi non sarà facile né indolore.
“Difret” in etiope significa avere coraggio, osare. Il titolo rappresenta con efficacia il senso della vicenda anche sul piano produttivo. Alle origini del film ci sono personaggi reali: la produttrice è la sempre più impegnata sul piano sociale Angelina Jolie e alla regia c’è qualcuno che, seppur residente negli Usa, ha le proprie radici in Etiopia ed è lì che ha preteso (e ottenuto) di andare a girare un’opera che ha vinto al Sundance.
Nella vicenda di Hirut si intrecciano le due tensioni che attraversano, seppur con caratteristiche diverse, più di un Paese del continente africano. Da un lato la progressiva emancipazione delle donne che trova nelle città occasioni per affermarsi e dall’altro un mondo rurale in cui vigono regole imposte dai maschi e la più completa sottomissione della donna all’uomo. Ai tribunali previsti dall’ordinamento statale si sovrappongono le “corti di giustizia” che si riuniscono in un campo sotto un albero e in cui nessuna donna è presente. Hirut ha difeso la propria dignità di essere umano e questo la allontana dalla comunità proiettandola in una realtà aliena, quella della città in cui rumori e stili di vita la disorientano.
Accanto a lei Meaza (a cui è stato assegnato un prestigioso riconoscimento per l’attività svolta) che rivede nella ragazzina la stessa esigenza che provava lei quando aveva la sua età: il bisogno di far compiere all’intera società il passaggio necessario che porti a una trasformazione profonda dei costumi. Il magistrato che rappresenta l’accusa è una perfetta rappresentazione della difficoltà dell’impresa: vive in una realtà che dovrebbe favorirne l’apertura mentale ma resta legato ai pregiudizi maschilisti che gli sono stati inculcati. Ci vuole davvero coraggio per sfidare regole, scritte e non, come ha fatto Meaza Ashenafi riuscendo al contempo a ‘leggere’ una realtà in cui gli happy end non sono poi così happy.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Hirut, ragazza di quattordici anni di un villaggio di Addis Abeba nella metà degli anni Novanta, viene rapita al ritorno da scuola dal suo spasimante, che la violenta subito dopo. Secondo la tradizione, sarà ora obbligata a sposarlo. Hirut sfugge ai suoi carcerieri e nella disperazione con un fucile uccide il suo futuro marito. Scampata per miracolo all’esecuzione estemporanea, viene incarcerata in città, ad Addis Abeba, dove Meaza Ashenafi, fondatrice di un’associazione di donne avvocato al servizio delle donne, tenterà l’impossibile: difenderla in un regolare processo, in nome della legittima difesa.

I premi del pubblico all’ultimo Sundance Film Festival e al 64mo Festival di Berlino sono una cartina al tornasole dell’importanza e al contempo dei limiti di questo lungometraggio etiope, basato su una storia vera, scritto e diretto da Zeresenay Berhane Mehari. L’opera arriva sui nostri schermi promossa e sostenuta da Angelina Jolie, che consente al messaggio una distribuzione altrimenti preclusa, per via di una distanza culturale che vale però la pena affrontare.
Perché ci sono due temi che reggono la vicenda: uno, il più evidente, è il rispetto della donna dove non esiste un’ammissione della sua dignità, nemmeno giuridica.

Il secondo tema, a ben vedere ancora più disturbante, è il percorso in salita di una civilizzazione della coscienza, contro tradizioni avvertite come più legittime rispetto alla stessa legge. La battaglia di Meaza non è solo in nome delle donne, ma anche dell’applicazione effettiva della legge, quando questa rappresenterebbe un orizzonte di evoluzione per una società. Perché la legge in teoria difenderebbe Hirut, ma nella pratica nè i tutori dell’ordine nè il ministero di giustizia se la sentono di contraddire la tribale radicata convenzione. E se la stessa Hirut e la sua famiglia inizialmente paiono rassegnati a quest’ultima, è il loro dolore incelabile che mette a tacere i facili alibi di chi preferisce lo status quo.

Ecco che Difret (che in amarico significa anche “coraggio”) nel contesto di un Festival non raccoglie apprezzamenti estetici, perché non potrebbe: la messa in scena è elementare e da fiction, mentre la volontà di celebrare lo sforzo di Meaza si muove nel solco degli schemi narrativi internazionali di questo tipo di storia. Eppure, in quello stesso contesto, è la voce del pubblico che ne sottolinea l’importanza. Facile immaginare perché: il problema in sè sconvolge le coscienze di una società di diritto come quella occidentale, ma anche nella nostra vita sarebbe ingenuo pensare che il contrasto tra legge e istinto sia un capitolo chiuso. E Difretfinisce per svegliare anche noi, che parafrasando un vecchio film di Silvio Soldini viviamo nell’aria non più troppo serena dell’Ovest: i diritti dell’uomo vanno difesi nella loro applicazione, perché sono una conquista giornaliera, e tutt’altro che un’innata propensione.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

Con Difret l’esordiente etiope Zeresenay Berhane Mehari dirige un’opera di impegno civile, modellata sui classici statunitensi di qualche decennio fa, che affianca al vigore divulgativo un occhio sempre attento al ritmo e alla fruibilità.
Tenacia e trasformazione tra due mondi
In un villaggio nei dintorni di Addis Abeba, la quattordicenne Hirut viene rapita e violentata dall’uomo che ha deciso di prenderla in moglie. La ragazzina, in un tentativo di fuga, uccide il suo rapitore, e viene così incriminata: a difenderla, l’avvocato Meaza Ashenafi dell’associazione ANDENET, che assiste donne in difficoltà. Ma nel villaggio di Hirut, in cui la pratica del rapimento a scopo di matrimonio è molto comune, tutti sono contro di lei… [sinossi]
Dopo il premio del pubblico al Sundance, e la presentazione nella sezione Panorama della scorsa Berlinale, l’esordio nel lungometraggio dell’etiope Zeresenay Berhane Mehari arriva nelle nostre sale. Lo fa col traino del nome di Angelina Jolie, che ha deciso di entrare nel progetto, come produttrice esecutiva, quando il film era in fase di post-produzione; e con una serie di altri sponsor eccellenti, che ne hanno lodato il valore divulgativo, tra i quali va ricordato il segretario di stato americano, John Kerry, e l’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, Navy Pillay. Mehari, etiope di nazionalità ma dalla formazione cinematografica statunitense, ha scelto per questo esordio un evento e una data emblematici: Difret, infatti, si ispira a un fatto di cronaca avvenuto nel 1996, un accadimento che, con la sua risonanza mediatica, mise in crisi la pratica della Telefa, il rapimento a scopo di matrimonio tradizionalmente praticato in molte zone dell’Etiopia. Il 1996 è inoltre l’anno in cui lo stesso regista si trasferì negli USA per studiare cinema, lasciando un paese che, in quasi un ventennio, si sarebbe trasformato in profondità; nelle strutture giuridiche come in quelle sociali.

Guardando il film di Mehari, in effetti, si colgono in modo abbastanza chiaro i connotati della formazione del regista, l’influenza dei drammi processuali americani e delle loro modalità rappresentative, con una progressione drammatica che tiene alta la tensione, seguendo la battaglia sempre più solitaria della donna avvocato protagonista. La messa in scena, nella sua essenzialità, cattura l’occhio con stile e sicurezza; a partire dalla secca sequenza del rapimento e dell’omicidio, passando per le peregrinazioni della giovane protagonista, accompagnata dal caparbio avvocato, tra posti di polizia, abitazioni e orfanotrofi, per terminare nelle concitate fasi del processo. A colpire, nell’estetica del film, è anche l’uso del 35mm, con la profondità di campo che il regista conferisce agli esterni; in particolare, funziona il contrasto (cuore tematico del film) tra campagna e città, che diviene nella storia contrasto tra due visioni del mondo antitetiche. Un uso, in chiave espressiva, della scenografia, che certo dà forza al contesto sociale e umano rappresentato.
Al di là del suo incedere concitato, in un racconto che segue il ritmo convulso di un caso che avrebbe iniziato a trasformare (in modo allora inimmaginabile) il volto della giustizia etiope, di Difret colpisce il motivo centrale: due donne, di generazioni diverse, unite dalla resistenza a una giurisdizione di fatto, parallela a quella ufficiale, che nel paese esercita ancora la sua forza normativa. Si legge, in controluce, il motivo della tensione tra la società tribale, con le sue regole non scritte ma da sempre accettate e condivise, e la modernità che avanza, figlia di una società urbanizzata e sempre più modellata sui connotati occidentali. Il film coglie, nel periodo rappresentato, il momento di una precaria convivenza tra questi due modelli socio-culturali; convivenza tanto fragile da essere messa definitivamente in crisi da un caso come quello di Hirut.

Sul volto della giovane protagonista (l’ottima esordiente Tizita Hagere) si coglie tutto il peso di questa trasformazione in atto, in una dialettica irrisolta tutta giocata sul corpo (e nell’anima) di Hirut. La regia coglie abilmente, in particolare, il peso di un’appartenenza scissa, lo status di apolide de facto che caratterizza la ragazza: impossibilitata a tornare al suo villaggio, dove il consiglio tribale ne ha decretato l’esilio (e, in fondo, confusamente desiderosa di allontanarsene già da prima del rapimento); ma aliena nella metropoli, che la frastorna con luci, rumori e caos, e la spinge a una fuga fatalmente priva di meta. Un personaggio senza radici che diviene emblema di un paese in trasformazione, più problematico e interessante di quello (maggiormente schematico, dalla scrittura più classica) dell’avvocato che la guida, una comunque efficace Meron Getnet.
La sceneggiatura rivela comunque un ottimo equilibrio, nell’evitare uno sguardo giudicante o manicheo, finanche sui membri di quel consiglio tribale che perpetuano pratiche e norme millenarie; pratiche che hanno comunque contribuito a costruire, e cementare, un senso di comunità impossibile da rintracciare nel contesto urbano. Nei rituali della vita del villaggio, capace di condannare a morte e uccidere, ma incapace di lasciar andare via un ospite (sia pure un “nemico”) senza offrirgli del cibo, si coglie anche la sottile nostalgia per un universo al tramonto, contrapposto alla burocrazia un po’ ottusa (e più cinica) delle procure e delle aule di tribunale.
Proprio per questo equilibrio nel racconto, e per una fruibilità, figlia della formazione del regista, che lo accosta a certo cinema statunitense di impegno civile, Difret si fa anche perdonare qualche scelta di montaggio non proprio ottimale (ne è un esempio la prima fuga della protagonista), risultando opera ricca di vigore e sincera. Una genuinità capace anche di culminare in un finale intelligente, che al coinvolgimento emotivo non dimentica di affiancare il necessario elemento della credibilità.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

Etiopia, 1996. A sole tre ore da Addis Abeba, Hirut (Tizita Hagere), una sveglia ragazzina di quattordici anni, mentre sta tornando a casa da scuola viene aggredita e rapita da un gruppo di uomini a cavallo. Uno di loro, Tadele, la stupra, in cerca di una gravidanza che la obblighi a sposarlo. Hirut, però, riesce a scappare, ma con un fucile uccide il suo aguzzino. Inizia così una lotta contro lo stato e le leggi guidata da Meaza Ashenafi (Meron Getnet), una giovane donna avvocato e leader dell’associazione ANDENET, dove viene offerta assistenza legale gratuita a tutti coloro che non possono permettersela. Difret – Il coraggio per cambiare è un film ispirato a fatti realmente accaduti e qui ne ripercorre, attraverso la storia di Hirut, le fasi salienti di una cronaca che ha cambiato le usanze e le tradizioni, quella del rapimento a scopo di matrimonio, in favore della dignità umana e della libertà. Presentato al Sundance Film Festival 2014 e prodotto da Angelina Jolie – che compare inizialmente in un esplicito messaggio promozionale – Difret mette in luce tutti i limiti e le differenze che ci sono tra i villaggi e la città, dove soprattutto la donna viene vista in maniera opposta. Sottomessa e sfruttata da una parte, pronta a combattere e libera di farlo dall’altra. In una pagina storica per l’Etiopia, gran parte del merito va attribuito proprio a Meaza Ashenafi, che nel 2003 è stata insignita del Premio Nobel Africano (The Hunger Projects Prize) per il suo impegno a difesa dei diritti delle donne in Etiopia. E questo film ne è una testimonianza. Meaza Ashenafi infatti ha messo tutta se stessa per dimostrare la legittima difesa con cui aveva agito Hirut, una ragazza che, a sua volta, con dignità e coraggio ha saputo lottare per quello che era giusto. Il film mostra i limiti delle convenzioni sociali e la complessità di un Paese che ancora oggi deve lottare per la parità dei diritti tra uomo e donna, ma grazie a coloro che non si arrendono è sulla giusta strada per riuscirci. Difret, quindi, dopo i primi venti minuti da cardiopalma, cala leggermente il ritmo a favore di una maggior chiarezza nei dialoghi e nella storia, che viene raccontata diligentemente e non urlata. Perché Hirut, Meaza e le donne meritano rispetto e la loro lotta per la dignità umana più è silenziosa, più fa rumore e viene ricordata. Ma soprattutto porta con sé il cambiamento.

Martina Farci, da “cinema4stelle.it”

 

 

Contro la tradizione
Nonostante la rapida evoluzione tecnologica che ha investito una parte del nostro mondo, soprattutto quello occidentale, e la maggior diffusione di informazioni ed accesso ad esse, ogni angolo del nostro pianeta continua a mantenere almeno parte delle sue caratteristiche culturali e sociali. Parliamo di abitudini quotidiane, ma anche rituali e tradizioni più profondamente radicati che all’occhio straniero non possono che apparire come perversioni e che solo negli ultimo anni si stanno in parte superando.
È per esempio il caso del telafi.
Il ratto di Hirut
Si tratta della pratica del rapimento a scopo di matrimonio, abitudine comune del piccolo paese a tre ore da Addis Abeba in cui è ambientata la storia diDifret, film dell’etiope Zeresenay Mehari vincitore del Sundance e presentato nella sezione Panorama di Berlino 2014.
È la storia della quattordicenne Hirut, rapita da tre uomini a cavallo di ritorno da scuola e stuprata prima di riuscire a scappare. Una fuga che diventa dramma perché la ragazza riesce ad impossessarsi di uno dei fucili degli uomini e spara, uccidendolo, il futuro marito.
L’avvocato Meaza Ashenafi arriva dalla città per difendere la ragazza, sostenendo la legittima difesa e scontrandosi con i paradossi di un sistema legale che riconosce la pratica del rapimento a scopo di matrimonio, costringendola ad immergersi in una battaglia per i diritti civili che ha segnato una svolta storica per l’Etiopia, facendo nascere e sviluppare la stessa organizzazione di cui l’avvocato fa parte.
20 anni come secoli
Quella di Difret è infatti una storia vera, ambientata in un 1996 che per i nostri presupposti culturali appare lontano secoli. Un 1996 che è anche la vigilia del trasferimento del regista Zeresenay Mehari in USA per studiare cinema all’Università del Sud della California e che assume significati ancor più importanti per lui. Nonostante la formazione americana, però, il regista ha preteso che la storia fosse scritta, prodotta e realizzata nel suo paese d’origine, affinché potesse parlare al suo popolo.
Ciò che è certo è che riesce a trasmettere anche a noi il suo messaggio, il senso di una battaglia che rappresenta un punto di svolta e cambiamento per un paese. E non ci riesce solo perché la sua cifra stilistica, certamente influenzata dai suoi studi, è vicina a quella occidentale, ma perché la riesce a rendere Difret un film articolato eppure diretto allo stesso tempo, non un freddo resoconto di un caso reale denso di tecnicismi legali, ma toccante racconto che emoziona e colpisce con forza ed eleganza.

Storia di due donne
L’aspetto processuale che riguarda il caso di Hirut è però soltanto una solida base su cui poggia il film. Su di esso si ricamano le storie di due ugualmente forti, nonostante la differenza d’età che le separa: la piccola, coraggiosa Hirut e la forte e decisa Meaza Ashenafi che si dedica a lei.
Abilissime entrambe le interpreti Tizita Hagere e Meron Getnet, che ne dipingono le figure, efficace il modo in cui le loro storie si intrecciano e vengono messe in scena dal regista, senza eccedere in pietismi, mettendole sotto i riflettori nei momenti giusti della storia. Ne è esempio lampante l’intenso primo piano dell’avvocato nel pronunciare il sup discorso al processo, con sguardo fiero e sicuro in camera, per parlare agli spettatori di tutto il mondo.

Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

 

Meaza Ashenafi è una donna avvocato che ad Addis Abeba ha messo su una rete di sostegno per donne e bambine con la necessita di ricevere assistenza legale gratuita; ogni giorno combatte con il sistema patriarcale Etiope e con le contraddizioni della giustizia del suo paese. Difret si apre con un caso di violenza domestica, è un espediente che serve a Zeresenay Berhane Mehari per mostrarci il coraggio di Meaza, in prima linea per difendere i diritti della donna che sporge denuncia, fino a filmarla sul luogo di lavoro del marito, mentre lo affronta frontalmente in mezzo ad un mondo di uomini. Il caso rimarrà narrativamente irrisolto, come molti dei salti che Difret contiene, inceppi e difetti del racconto che ci sono sembrati in realtà vitalissimi perchè legati a quello spaesamento che colloca Meaza in un luogo di mezzo, tra appartenenza alla propria terra e rifiuto delle tradizioni peggiori, diventate una scusa per ogni forma di abuso. Hirut, interpretata da una splendida Tizita Hagere, è una studentessa di 14 anni, vive in un villaggio fuori dalla capitale ed è la seconda di tre sorelle. Il suo destino presto sembrerà sovrapporsi a quello della sorella maggiore di cui sentiamo parlare e che è rimasta vittima di una tradizione nota come “Telefa”, il sequestro di una ragazza come rituale che conduce al matrimonio forzato. Un giorno qualsiasi, all’uscita da scuola, Hirut si separa dai suoi compagni correndo felice verso il campo vicino, sarà circondata da un gruppo di uomini a cavallo che la strapperanno dalla terra per segregarla in un magazzino isolato, dove la ragazza verrà stuprata dall’uomo che presumibilmente otterrà il diritto di sposarla. In un momento di distrazione degli uomini Hirut riuscirà a scappare imbracciando un fucile, con il quale, durante un inseguimento, ucciderà l’uomo che l’ha violentata. Condotta in prigione e in attesa di essere condannata a morte, la ragazza incontrerà Meaza che si assumerà l’impegno di difenderla in sede processuale. Ispirato ad un caso accaduto nel 1996, Difret alterna immagini di tradizione poetica essenziale, alla vicinanza ai corpi e ai volti della tradizione tribale, basta pensare a tutte le sequenze del processo, dove Zeresenay Berhane Mehari sceglie la forma di un cinema “diretto” per restituire le origini di un sentire collettivo. La stessa sequenza dell’arrivo di Meaza nel cantiere dove lavora il marito della donna abusata, ha una funzione molto simile a quelle del processo; con una drammatizzazione essenziale e ridotta all’osso, che favorisce il racconto e la dialettica popolare. Passano quindi in secondo piano certe cesure ex abrupto, interruzioni improvvise e una certa ingenuità poetica, proprio perché risulta assente quel livello di artisticità forzata, applicata e quindi esportabile, che a volte affligge alcune produzioni approntate per i festival. Difret ha una forza spontanea e diretta, e Zeresenay Berhane Mehari sembra interessato maggiormente ai volti dei suoi personaggi che alla ricerca di un’immagine levigata; basta pensare a quella gioia popolare, ingenua e allo stesso tempo musicale che attraversa il popolo quando Hirut vince il processo. Questo stare tra due mondi di cui si parlava, torna nella splendida sequenza conclusiva dove la ragazza, protetta fino a quel momento in un istituto per ragazzi abbandonati, scende dalla macchina di Meaza per tornare alle sue radici, uno scollamento bellissimo, dove semplicemente Tizita Hagere è inquadrata di spalle in mezzo alla folla, un ritorno verso la propria “barca” anche se questa sta affondando.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Hirut ha solo quattordici anni quando all’uscita di scuola viene rapita da Tadele e la sua banda. È solo una delle tante ragazzine etiopi che vengono prese con la forza e obbligate a diventare spose giovanissime. Ma Hirut è diversa, è una ragazzina difficile. E dopo essere stata stuprata riesce a scappare e ad uccidere il suo futuro sposo. Ma al peggio non c’è mai fine. Infatti da questo momento inizierà una lunghissima e sofferente lotta contro le tradizioni più antiche e radicate del suo villaggio. A prendersi carico di lei sarà Meaza Ashenafi, una giovane donna avvocato che si  batte per difendere i diritti delle donne e dei più bisognosi. Meaza farà di tutto per difendere Hirut e per far rispettare sopra ogni cosa, sopra la legge delle tradizioni popolari, la legge ufficiale del Paese. A costo di mettere a repentaglio il futuro della sua associazione.

Il film di Mehari si presenta come un reportage su ciò che avviene in Etiopia e in molti altri, fin troppo numerosi, Paesi del mondo. Le tecniche utilizzate per le riprese, con la camera in continuo movimento, ci avvicinano ad una realtà che conosciamo solo per sentito dire. L’abilità del regista etiope sta nel presentare agli occhi dello spettatore delle immagini pregne di significato e di valore artistico, senza però cadere nell’eccesso. Infatti il ritmo del film è ottimamente bilanciato tra momenti di azione, in cui l’azione è intesa come susseguirsi di fatti e non come forzata messa in scena di momenti cruciali (che sono davvero brevi e utili al solo ed unico scopo di dire che quel qualcosa è successo), e momenti più silenti in cui le immagini riprese e le musiche accompagnano per mano lo spettatore alla scena successiva. Niente è casuale nel film di Mehari, che si cimenta in una pellicola dai contenuti davvero ostili. Figlio di una terra in cui la tradizione antica è ancora molto forte, Mehari ha voluto dar voce alla battaglia messa in atto da Meaza Ashenafi nel 1996, che ha difeso la giovane Hirut Assefa dall’accusa di omicidio. Ha voluto cercar di spiegare cosa succede quando vecchio e nuovo si scontrano all’interno di una stessa società, all’interno di una stessa “tribù”. Perché non si tratta solo della contaminazione occidentale che arriva con le sue potenti leggi in un Paese che vive tranquillamente con le sue. Si tratta della lotta interiore che inizia ad avvenire in giovani anime che si trovano legate alle antiche usanze, ma che si sentono desiderose di allontanarsene. La forza della legge antica, ci mostra Mehari, riesce ad essere talmente persuasiva da far credere a chi se ne voglia discostare di star sbagliando a desiderare qualcosa di più e di diverso. E allora nasce in chi guarda questa riflessione: fino a che punto noi occidentali, noi “uomini moderni” possiamo comprendere e giudicare una realtà che ha funzionato e continua a funzionare perché i suoi stessi fondatori desiderano che sia così?

Una pellicola fresca e brillante, in continuo movimento. Un lavoro davvero ben fatto, come non se ne vedevano da tempo.

Mehari ha conosciuto Meaza nel 2005. Da quel momento passeranno 3 anni duranti i quali il regista farà ricerche per scrivere Difret. Nel 2008, finita la sceneggiatura, la crisi economica fa saltare un finanziatore che si era fatto avanti, e Mehari si trova bloccato. Da quel momento si faranno avanti altre proposte da parte di produttori occidentali interessati a fare una versione inglese del film. Il regista rifiuta, ed inizia a cercare i fondi nelle ONG. Nel 2009 incontra la dottoressa Mehret Mandefro, presidente dell’associazione Truth Aid. Grazie al supporto di questa associazione possono iniziare le riprese. In seguito contribuiranno alla produzione l’artista etiope Julie Mehretu e l’artista australiana Jessica Rankin. Le conoscenze in campo portano alla decisione dell’attrice americana Angelina Jolie di aiutare la realizzazione del film.

Giulia Maistrello, da “persinsala.it”

 

 

Era il 1996 quando la storia di violenza, morte, dolore e esilio della piccola Hirut finiva per cambiare le sorti dell’Etiopia, per stravolgerne le taciute leggi interne diventando simbolo e baluardo di una nuova conquista di libertà.

Il giovane regista etiope Zeresenay Berhane Mehari, figlio di un lungo percorso di studi e lavoro negli Stati Uniti, porta in scena con Difret, suo primo lungometraggio, una scottante pagina di storia del suo Paese d’origine: una storia che parla di primordiali consuetudini e diritti strangolati. Secondo alcuni dati, infatti, la Telefa, pratica che prevede il rapimento e lo stupro a scopo di matrimonio, ha mietuto nel tempo moltissime vittime: ad oggi oltre il 40% delle adolescenti etiopi. Ragazzine indifese costrette dall’antico potere delle tradizioni popolari ad una vita e ad una famiglia non scelte.

Il regista, coraggiosamente, come le due protagoniste della vicenda che porta sugli schermi, decide di urlare la storia di questa adolescente per dare speranza al proprio Paese, per conferire una solida e perpetua eco alla voglia di rinnovamento che in parte lo sta attraversando. E nonostante le difficoltà, economiche e non solo, con cui ha dovuto battersi (basti pensare che il primo incontro con Meaza risale al 2005), Mehari è riuscito in ultimo nel suo intento: a scrivere, produrre e girare la pellicola in Etiopia e a renderla fruibile proprio e soprattutto da coloro che convivono con questa realtà.

D’altronde Difret in amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, significa proprio “coraggio”.

E coraggio è ciò che ha mosso, in primis, il piccolo cuore gonfio di paura della piccola Hirut; è il coraggio che le ha dato la forza di imbracciare il fucile, di scappare, di sparare anche e non, o non solo almeno, ad un uomo ma ad un tumulo di tradizioni aggressive, figlie di un consolidato assetto patriarcale, che nel tempo ha finito per creare un netto divario tra uomini e donne. Un divario a cui, non senza paura e difficoltà, Hirut ha detto “NO!” difendendo, tra ferite e solitudini, il suo diritto a scegliere.

Accompagnata e sostenuta dalla giovane avvocatessa Meaza Ashenafi, portavoce tramite l’associazione ANDENET dei diritti delle donne e dei dimenticati, Hirut diventerà simbolo di cambiamento ma solo a distanza di tempo.

Prima verrà chiusa, privata delle cure necessarie, in una cella presso una stazione di polizia; poi grazie alla tenacia di Meaza, che empaticamente rivede nella ragazzina il suo stesso bisogno di cambiamento, verrà trasferita nella capitale in un centro d’accoglienza per giovani ragazze orfane.

Privata del nucleo familiare, delle cure materne e paterne, delle corse nei prati con la sorella più piccola e disorientata dal rumore e dal caos della città e da uno stile di vita così lontano dal suo, Hirut sembra soccombere emotivamente alla tragedia di cui è vittima. Nonostante questo, non può tornare a casa. Il consiglio tradizionale popolare, raccoltosi come di consuetudine in un campo sotto un albero e formato da soli uomini, ha ormai deliberato l’esilio forzato della piccola Hirut. Colpevole di omicidio, la ragazzina non potrà mai più far ritorno.

La storia di Hirut e la battaglia giudiziaria di Meaza, nella realtà come nel film, viaggiano in continuazione su un doppio binario: da una parte c’è il mondo rurale, di cui è nativa Hirut, con le sue tradizioni e la quantomai ovvia sottomissione della donna all’uomo, dall’altra lo Stato, con le sue leggi sulla carta e i contemporanei legami con i vari microcosmi culturali radicati nel territorio.

Nonostante le difficoltà, Meaza riuscirà infine a conquistare la libertà di Hirut. Riuscirà infine a far riconoscere da un tribunale istituzionale la non colpevolezza della ragazzina, vittima e non carnefice. Riuscirà, per la prima volta, ad erigere un muro fra le istituzioni e le tradizioni popolari.

Elegante e diretto allo stesso tempo, il film d’esordio del regista etiope non manca di commuovere creando un semplice ma forte legame tra le due protagoniste e lo spettatore, ma evita di tendere la mano a sterili e quantomai facili pietismi.

Buona l’interpretazione delle due attrici, efficaci nei loro ruoli.

Dalila Lensi, da “taxidrivers.it”

 

 

 

 

 

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