Dheepan – Una nuova vita

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A giudicare dai primi minuti di Dheepan, Jacques Audiard ha deciso di buttarsi sulworld cinema. Quello che, soprattutto nei festival, ha un’appeal sociale e ‘di denuncia’, in cui il dibattito post-visione non fa mai male. Siamo in Sri Lanka, dove vengono bruciati dei cadaveri. Il protagonista della nostra storia è sopravvissuto a una guerra e ha una ferita alla gamba.

Il suo nome è quello che dà il titolo al film, Dheepan, ed è un soldato dell’esercito delle Tigri che combatte per la liberazione dei Tamil. La Guerra Civile però la stanno perdendo, così l’uomo decide di scappare in Francia, portando con sé una donna e una bambina che non conosce. I tre si fingono una famiglia. Viene loro concessa una casa in una banlieue, e Dheepan inizia a lavorare come custode del vicinato.

Yalini, ovvero sua ‘moglie’, finisce invece a lavorare come badante per un uomo disabile in uno degli edifici. La donna si accorge ben presto che l’appartamento è utilizzato come punto di ritrovo di una gang, capitanata da Brahim, che in realtà la prende in simpatia. Illayaal, la ‘figlia’ della coppia, a scuola finisce in una classe per bimbi immigrati. Tutto inizia a girare per il verso giusto: ma la guerra scoppia anche nelle banlieue

Cinema sociale, quindi? Sì, ma non troppo, e fortunatamente molto poco canonizzato. Se i primi minuti, con Dheepan addirittura venditore ambulante, possono lasciare presagire chissà che normalizzazione del cinema di Audiard, basta poco per capire che stiamo guardando un suo film a tutti gli effetti. Basta anche pensare al concetto di ‘famiglia per necessità’, in cui gli outsider si trovano per cause di forza maggiore a darsi una mano e finiscono per creare un nucleo ex novo.

Dheepan è dei tre quello più convinto delle scelte che ha fatto, e il più volenteroso a volersi integrare. Yalini vuole invece andare in Inghilterra da una cugina, e vive molto male l’idea di restare in Francia. Illayaal prova a fare amicizia con qualche compagna di scuola, ma non sa ancora quanto è duro persino il mondo dei bambini delle banlieue. È anche vero che è lei la prima a imparare il francese, mentre Yalini ha estreme difficoltà.

L’integrazione è sin da subito l’aspetto principale secondo Dheepan per iniziare la sua nuova vita. Lo preoccupa molto il fatto che, quando i Francesi fanno battute e ridono, lui si sforzi anche solo a dover sorridere: “Capisco le loro parole, ma non mi fanno ridere”, confessa a Yalini. La quale, rispondendogli che gli manca forse semplicemente un po’ di senso dell’umorismo, sorride per la prima volta da tanto, troppo tempo.

Non ci sono vittime in Dheepan, ma persone che agiscono di conseguenza rispetto all’ambiente in cui vivono. Prima possono cadere, poi non solo hanno la forza di rialzarsi, ma hanno soprattutto la capacità di osservare, ‘studiare’ la situazione, imparare. Proprio come faceva Malik ne Il Profeta. Ovviamente qui c’è una ‘famiglia’ che richiama quella creatasi in Un sapore di ruggine e ossa, e il discorso rispetto a quel film non cambia: impareranno a proteggersi e andare avanti assieme.

Dheepan è quindi il world cinema che trascende, si fa narrazione mai spicciola, moralizzante o ‘educatrice’, sposa anche il genere e non si limita a mostrare versioni preconfezionate di una fetta di mondo. C’è il trauma della violenza e c’è la tematica centrale dell’immigrazione, ma questi concetti vengono utilizzati da Audiard per mostrarci personaggi autentici, sempre più complessi di come li avevamo conosciuti all’inizio, e per i quali in fondo non si può non tifare.

Il cinema di Audiard non è sempliciotto ma neanche distaccato, ed è la carta vincente di una narrazione già molto sicura, tenuta per le briglie, con alcuni lampi che bruciano. Anthonythasan Jesuthasan interpreta il protagonista nel modo più convincente possibile: non potrebbe essere altrimenti, visto che la trama è in parte ispirata alla sua storia vera. Un finale con postilla potrebbe far storcere il naso, ma è forse davvero difficile chiedere di più a un tipo di film del genere.

Voto: 8

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Non è certo cosa da poco proporre uno sguardo diverso, non necessariamente austero o da cinéma vérité per raccontare l’immigrazione nel vecchio continente. A tentare una nuova strada è Jacques Audiard, colto mescolatore di generi cinematografici e tra i talenti maggiori del cinema francese contemporaneo. Con Dheepan, presentato in concorso a Cannes 2015, il regista di Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa mescola infatti melodramma e gangster movie, il realismo e la sua edulcorazione, per proporre una lettura post-neorealista di una storia di esodo e desiderio d’integrazione. Protagonista – il Dheepan (Jesuthasan Antonythasan) del titolo – è un uomo in fuga dallo Sri Lanka con una donna, Yalini (Kalieaswari Srinivasan) e una bambina al seguito. Tra i tre non c’è alcun legame di sangue, ma il fatto di fingersi una famiglia faciliterà il loro ingresso in Francia. Anche nella desolata periferia francese in cui finisce alloggiato, il neonato nucleo familiare dovrà confrontarsi però con una insospettabile (almeno per loro) guerra intestina, che non si fa scrupolo alcuno di provocare vittime civili.

Audiard fa partire il suo film in medias res, salta in blocco l’obbligo calligrafico della presentazione dei personaggi, per mostrarceli già intenti a mentire pur di salpare verso altri lidi e abbandonare una patria tormentata dalla guerra civile. Dheepan, è un uomo faber (ha un notevole talento nell’aggiustare oggetti e motori) ma anche un guerriero, la necessità di adattarsi nel suo nuovo mondo lo rende però mite e accondiscendente. La sua giovane “finta” moglie, vorrebbe che le cose fossero più semplici, rapide e indolori, ma si ritrova a prendersi cura di una figlia novenne e di un marito non scelto né desiderato.
A questo si aggiunga poi il fatto che nel caseggiato di periferia in cui Dheepan e famiglia si trasferiscono, e del quale lui diviene il custode, si agitano i fermenti di una guerra intestina tra bande rivali, non poi così dissimile né meno violenta del conflitto in corso in Sri Lanka, del quale i nostri tre protagonisti serbano ben netta memoria e indossano invisibili cicatrici interiori.

La situazione è dunque potenzialmente esplosiva, ma prima di accendere la miccia, Audiard si concentra, con la cura che lo caratterizza, sui suoi personaggi per proporre un’epopea dell’immigrazione tutta sbilanciata dal punto di vista del nuovo venuto. L’autore si concentra dunque sulle difficoltà linguistiche e di comprensione dell’altro, sugli scontri con i nativi, sui fraintendimenti culturali, esibendo però un accorato desiderio di reciproca comprensione, che apre il film ad un barlume di speranza, quando non di tenerezza.
Questo avviene anche perché ogni tensione è puntualmente smorzata da interventi provvidenziali del regista-maieuta, che blocca sul nascere sia l’erotismo soggiacente al rapporto tra Dheepan e Yalini, che il delicato rapporto affettivo, ancora tutto da costruire all’interno dei componenti della neo famiglia, tralasciando poi di spiegare (siamo d’altronde completamente calati nel punto di vista del nuovo venuto) quali siano le ragioni della guerra tra gang di periferia. Così anche l’amicizia tra Yalini e il giovane figlio dell’uomo di cui diviene la badante – un detenuto appena uscito di prigione – risulta ambigua e inquietante, ma non esplode mai in un conflitto né personale né socio-razziale. L’autore accende diverse micce, fa partire numerose tragedie intime e sociali, ma solo una alla fine esploderà realmente.

Quello di Audiard in Dheepan è infatti soprattutto un affondo sul tema dell’incontro; quali ne siano gli sviluppi e se questi diverranno mai oggetto di un articolo di cronaca nera, a lui poco importa, quel che conta sono le ansie di integrazione, i desideri di fuga e autoaffermazione dei tre personaggi, specie quelli femminili. È proprio Dheepan infatti, tra i tre, il più reticente a mostrare i propri sentimenti, e pertanto anche il più problematico e potenzialmente pericoloso dei reagenti inseritisi in una società francese già di suo nient’affatto pacificata. Audiard si concede inoltre numerose esplosioni liriche, oniriche e ancestrali, pensiamo ad esempio al reiterato ritorno dell’immagine dell’elefante nella giungla, padre putativo e spirito guida, virtuale reincarnazione di quel dio ghanesha che Yalini prega con fervore. Perché all’autore non interessa certo fare un altro film europeo sul cinema dell’immigrazione, il suo modello è ben più epico e lirico, e quindi in qualche modo storicamente più evoluto, postumo rispetto ad una società, come quella europea che su questo tema non cessa di rivelare posizioni retrograde e persino anacronistiche.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

Quello di Audiard è – ed è sempre stato – un cinema ferocemente carnale.
Ancora una volta siamo di fronte a un cineasta che condensa, accumula, affastella tensioni narrative portandole al punto di massima trazione. Come un filo teso su cui si reggono, precari, rapporti umani, affetti e desideri di riconoscimento. Bisogna sentirsi vivi, pensare al presente, oscillare tra le voragini del mondo.
La forza del suo cinema non risiede tanto nei soggetti che racconta, ma nella visceralità della messa in scena, in quel senso di potenza che emerge da ogni stacco di montaggio. La sua è un’immagine che vibra, scuote, palpita, grondante com’è di tensione e violenza: la violenza emotiva di chi si ritrova costretto a combattere contro se stesso e i demoni della propria storia. L’autore è interessato all’energia vitale, dinamica e debordante dei suoi protagonisti, al sangue come ricettacolo esistenziale. Non stacca mai lo sguardo dalle sue figure, ansioso com’è di pedinarle, esplorarle, tanto che la macchina da presa diviene il loro cuore pulsante. La loro stessa vita. Intercettata una bestialità primigenia, Audiard la identifica subito col nostro atavico, irredimibile istinto di sopravvivenza. Allo stesso modo, il regista de Il Profeta, continua a essere tenacemente legato agli universi che racconta, al loro portato etico e morale: non è solo un abile costruttore di forme filmiche ma uno straordinario affabulatore che, nel sudore e nella carne, nella ruggine e nelle ossa, ritrova tutto il fascino del racconto filmico più classico. Dalle opere di Audiard affiora sempre un anomalo nitore narrativo, una trasparenza che non ha paura di farsi parabola: quando mette in scena una storia, il resto del mondo scompare e sussiste unicamente il microcosmo che racconta.

Non fa eccezione Dheepan, Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, film a tre voci, quella di un padre, di una madre e di una figlia improvvisati. Il padre è paradigma stesso dell’antieroe secondo Audiard: egli è il sopravvissuto che non vuole cambiare il mondo ma brama ardentemente una tranquillità, una pace che non sono iscritte nel suo dna. Nell’esistenza precedente era una tigre tamil, soldato di un gruppo nazionalista che combatteva per l’indipendenza dello Sri Lanka. Lacerato dagli orrori della guerra civile che ha devastato il proprio paese, Dheepan fugge assieme a una donna e una bambina. Per facilitare il loro ingresso in Europa, i tre si fingono una famiglia, con tutti i problemi relazionali che questo comporta. Vengono inviati nella periferia parigina dove la situazione è mite e tranquilla solo in apparenza: tra loschi giri di armi e droga, scoppierà una vera e propria guerriglia urbana.

Sempre pronto a cambiare punto di vista, il film si focalizza sull’aggregazione di questa (non) famiglia, sulle innumerevoli difficoltà di comunicazione, sulle neoidentità che, da sole, potrebbero rendere possibile una nuova vita. La macchina da presa non può e non vuole staccarsi dai personaggi, cerca di essere in loro ancora prima che su di loro. Al regista non importa nulla della Francia vista dagli esuli, né del tema abusatissimo dell’immigrazione, gli interessano invece le relazioni umane, le distanze e i progressivi accostamenti dei suoi protagonisti. Personaggi in grado di fuggire dalle coordinate del genere, dai facili schematismi che potrebbero attutire la loro complessità.
Tutto Dheepan si focalizza sull’inveramento di una bugia, quella famigliare e, interessato com’è alla percezione alterata del mondo, allestisce una vera e propria fenomenologia della visione. Per Dheepan il delirio è sempre dietro l’angolo, come a rappresentare il momento inevitabile di un crollo. Tutta l’ultima parte del film assume i connotati dell’incubo allucinatorio che offusca lo sguardo del protagonista: dalla guerra civile alla guerriglia urbana, Dheepan sembra abitato, dominato, invasato dalla guerra. Quella violenza che si porta dentro (sebbene lui “sia un uomo buono”) guasta ogni visione, umilia ogni placido, sereno desiderio di quotidianità e, infine, trasforma il mondo intero in un impetuoso campo di battaglia dove farsi giustizia da soli.
Dheepan ritorna soldato e il suo gesto cieco e omicida lo porta verso una lenta, inevitabile deriva. Il mondo crolla sotto i suoi piedi, non rimane altro che la propria capacità di sussistenza. E’ come cadere in un letargo della ragione, un lungo sonno da cui sarà impossibile risvegliarsi. Ritorna un po’ alla mente la figura del reduce che porta la guerra perfino tra le mura domestiche (per un gioco di visioni recenti pensiamo subito a Man Down di Dito Montiel, in cui la guerra genera un mondo alternativo e malato dove il nemico è la propria stessa moglie). Il conflitto non è nello Sri Lanka, ma ci insegue dappertutto, cambiando aspetto, pelle e geografie, presentandosi ogni volta con un volto differente.

Nella periferia parigina la violenza assume forme più sottocutanee e silenziose, ma non per questo meno insidiose. Il giustiziere Dheepan crea linee di confine, scandisce la sua neutralità e, un momento dopo, si sente di nuovo in pericolo. I mobili cadono dal cielo, la gente spara per strada, tutto il mondo (il suo mondo) è di nuovo pronto a esplodere. Il tentativo forsennato di Dheepan di proteggere una famiglia che non vuole perdere di nuovo, si trasforma in una strenua difesa del proprio territorio: il soldato traccia linee di confine, ipotizza una nuova frontiera, cerca di salvare la propria casa.
Le due voci che lo circondano, lamoglie Yalini e la piccola Illayaan, orfana di guerra, rimangono il suo unico contatto con la realtà. Eppure cercano in tutti i modi di sfuggirgli. Per loro sussiste ancora il gentile miraggio di un mondo differente. Forse una “nuova vita” può esistere ancora, come suggerisce il beffardo sottotitolo italiano, ma Dheepan è ormai in preda alle metastasi di un virus che lo ha già annientato.
Rimane il personaggio emblematico del vecchio silenzioso cui fa da badante Yalini. Egli è immobile, assente, lontano anni luce da tutto e tutti, come caduto in una catalessi quotidiana. Il suo sguardo perso, smarrito, proiettato verso un al di là sconosciuto, non è forse speculare a quello di Dheepan, giustiziere involontario di un mondo che ha smarrito la sua ragione?

Eppure, tra le dissolvenze emerge l’immagine di un elefante nella giungla, lo spirito guida della propria patria perduta, la rappresentazione visiva del dio Ghanesha. Gli dei tacciono, la voce della natura ormai è andata perduta. Ma Yalini, molto più forte di quanto potrebbe sembrare, continua imperterrita a pregare, credendo ancora che possano esistere uomini buoni.

Samuele Sestieri, da “pointblank.it”

 

 

In Sri Lanka si ammassano corpi. Per fuggire dalla guerra civile, un ex combattente (Antonythasan Jesuthasan), una donna (Kalieaswari Srinivasan) e una bambina di 9 anni (Claudine Vinasithamby) diventano “una famiglia” in fretta e furia, senza essersi mai visti prima. E’ l’unico modo per provare a fuggire. E raggiungono Parigi, dove vengono sistemati in un agglomerato di una banlieu malfamata. L’uomo, Dheepan, inizia a lavorare come tuttofare nei vari palazzoni: fa le pulizie, ripara le cose. La donna, Yalini, accetta di prendersi cura di un anziano ammalato. La bimba, Illayaal, non senza qualche difficoltà, prova ad integrarsi nella “classe speciale” della scuola di quartiere. E giorno dopo giorno, i tre quasi si convincono di essere diventati una famiglia. Una vera famiglia. Ma i loschi traffici che giorno e notte vengono gestiti dentro e fuori quei palazzi finiranno per minacciare la loro illusione.

Il regista Jacques Audiard

Jacques Audiard torna in concorso a Cannes (dove vince la sua prima Palma d’Oro) tre anni dopo Un sapore di ruggine e ossa e lo fa con un film che sembra voler rileggere gli elementi fondanti dei suoi due lavori precedenti, Il profeta e, appunto, Un sapore di ruggine e ossa: da una parte la storia d’integrazione – che nel Profeta era quella di un giovane uomo chiamato alla “trasformazione” per poter sopravvivere in un carcere, qui è quella di tre persone che fuggono da una guerra per finirne in un’altra -, dall’altra l’interesse nel provare a sviluppare una love story partendo da un’angolazione differente, da premesse anomale. Il film funziona, e bene, su entrambi i livelli: Audiard non smette di manipolare il suo cinema, come sempre alternando pedinamenti ad astrazioni, tenerezze e brutalità. Una scena caotica per catturare quel momento carico di paure e speranza prima di salire a bordo della barca che li porta via da quella terra insanguinata, e subito dopo lucine fluorescenti che illuminano a intermittenza il buio di un futuro ancora da costruire, delineare, per poi trasfocare sul volto di Dheepan intento a vendere cerchietti luminosi e ammennicoli vari per le strade di Parigi: Audiard è questo, lo è sempre stato, cineasta a cui non serve molto per far comprendere allo spettatore un ambiente, una situazione (ci basta scorgere di sfuggita le “vedette” sul tetto del palazzo per capire quello che accade lì intorno) e che, allo stesso tempo, ama indugiare, insistere su altri dettagli, atmosfere, per fuggire dal naturalismo di un racconto e condurlo verso altri lidi.

“Integrazione”, dicevamo: Audiard sembra voler portare in superficie proprio questo ragionamento, che dal lavoro sulle immagini si trasferisce nella profondità della storia. La vera chiave di Dheepan – l’attore protagonista è stato realmente, tra i 16 e i 19 anni, membro della LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam) – è allora quella di voler capire che cosa succede quando il migrante, il rifugiato politico, chiunque insomma è costretto ad abbandonare la propria terra, si ritrova a dover affrontare non solo una trasformazione sul piano sociale, esteriore, “artificiosa”, ma anche più intima, nascosta, domestica, “naturalista”. E’ dentro le quattro mura di un appartamento fatiscente che quella di Dheepan riesce a farsi davvero “famiglia”, a integrarsi, al netto di un contesto nuovamente ostile. Che giocoforza riporta in superficie il passato da cui si era fuggiti. Per fuggire di nuovo, e ritrovarsi ancor più famiglia di prima.

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Discusso vincitore della Palma d’Oro alla passata edizione del Festival di Cannes, arriva nelle sale cinematografiche italianeDheepan- Una nuova vita, per la regia diJacques Audiard (già trionfatore al Festival francese nel 2010 con Il Profeta, titolare del prestigioso Grand Prix). Un’opera ispirata in parte alle Lettere persiane di Montesquieu, manifesto della satira illuminista degli usi e costumi francesi, ma prettamente centrata, un po’ come lo era stato già Il Profeta, sulla trasformazione di un uomo nel corso del suo travagliato percorso di vita. Un uomo che diventa famiglia innanzitutto per necessità, accorgendosi in seguito di non potere rimanere indifferente alla “beffa” che il destino ha architettato per la sua salvezza, progressivo motore di una realizzazione molto più profonda.

Una Palma d’Oro un po’ più dinamica di quella dello scorso anno (lo statico ed evocativo Winter SleepIl Regno d’Inverno) che ha diviso critica e pubblico più per la disponibilità di opere forse (o sicuramente) più immediatamente fruibili e godibili in Selezione Ufficiale, ma non per questo non meritevole di apprezzamento, fosse solo per la capacità di unire alla denuncia (quella della sanguinosa Guerra Civile in Sri-Lanka) l’ispirazione per parlare di un concetto di salvezza molto più ampio e sottile, sullo sfondo delle differenze interculturali che-  anche se spesso lo dimentichiamo – rappresentano una difficoltà per entrambe le parti in causa.

Dheepan premiazione Cannes
La premiazione di Cannes 2015

Dheepan (Anthonythasan Jesuthasan) è un ex guerriero Tamil, determinato a fuggire da un Paese ormai allo sbando; unico espediente per poterlo fare, assumere l’identità di una famiglia uccisa durante il conflitto, con la complicità di una donna ed una bambina, alle quali è legato solo ed esclusivamente dalla necessità. Costituito l’apparente nucleo familiare, i tre raggiungono Parigi, scoprendo però che pure nellebanlieu della Ville Lumière è in corso una guerra, forse solo più subdola…

Con Dheepan, Jacques Audiard sceglie un linguaggio tanto semplice quanto ricco di suggestioni per far calare lo spettatore nei panni dell’immigrato, costretto a farsi accogliere da una terra che spesso, purtroppo, non è molto più civile di quella appena abbandonata. Il punto di vista si stringe e si allarga, alternando sapientemente lo sguardo soggettivo dei protagonisti (numerose le riprese strettissime, atte a cogliere e sottolineare espressioni e sentimenti spesso confusi e contraddittori) con una visione esterna, più ampia e meno direttiva, in cui spesso è difficile interpretare le complesse dinamiche alla base di ciò che si vede, destinate a dipanarsi e a rivelarsi completamente solo nel finale. La “guerra” parigina, se da una parte ricorda ai protagonisti (e agli spettatori) che nessun luogo è sicuro, dall’altra eleva il concetto di “unità” ad unico vero espediente per salvarsi da una realtà ostile e che costringe le persone a cambiare anche se, qualche volta, in meglio.

Le figure femminili della finta moglie Yalini (Kalieaswari Srinivasan) e della finta figlia Illayaal (Claudine Vinasithamby) rappresentano, nell’economia della sceneggiatura, la cartina tornasole della trasformazione di Dheepan che, spinto dall’umano desiderio di calore ed affetto, abbandonerà prima le armi materiali e poi quelle emotive, smettendo di combattere per farsi vincere dall’unica forza per la quale valga la pena soccombere: quella dell’amore. Un epilogo scritto solo in parte in copione, che affiora prettamente dal relazionarsi quotidiano dei protagonisti attraverso sguardi e gesti, nel modo più realistico e meno ipocrita possibile.

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Yalini in una scena del film

Lungi dal proporre un lieto fine forzato e mieloso, Dheepan è quindi un film profondamente radicato al reale, il cui merito è principalmente aver raccontato la complessità ed umanità dei sentimenti attraverso gli occhi stupiti e confusi di una famiglia che non credeva di essersi scelta.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

Morte, guerra e distruzione adombrano uno Sri Lanka messo in ginocchio dalla guerra civile: alle famiglie non rimane che scappare, ma non è così facile ottenere falsi passaporti quando si è da soli. Per questo Dheepan, un ex soldato, decide di portare con sé una famiglia nuova creata solo grazie ad un pezzo di carta con nomi e date di nascita falsi, che attestano il suo stato di matrimonio con una donna che in realtà non ha mai conosciuto e la custodia di una bambina di nove anni su cui ha a malapena posato lo sguardo. Dheepan, Yalini e la piccola Illayaal si trovano così ad affrontare una nuova vita in Francia costretti a prendere le misure di una famiglia vera pur non conoscendosi, cercando un ritmo fatto di piccoli lavori, scuola, pace e lontananza da quegli spari e quelle bombe che nella prima parte rimangono solo sugli schermi di un vecchio televisore. Jacques Audiard si avventura tramite i suoi personaggi nelle banlieue francesi, che a noi italiani non sembrano così dissimili da quelle raccontate in Gomorra: palazzi altissimi sormontati da ragazzini che comunicano a fischi, si atteggiano a bulli, controllano una situazione più grande di loro che molto presto finisce per sfuggirgli di mano.

Uno splendido lavoro sugli attori ed un’attenzione ai dettagli confermano il grande talento di Jacques Audiard.

Il lavoro più interessante di Jacques Audiard è sicuramente quello fatto sugli attori: i tre personaggi principali, interpretati tutti da non professionisti, sono incredibilmente convincenti e riescono a riportare sullo schermo con un’efficace e determinata delicatezza tutti gli orrori della guerra che hanno abbandonato e che si riaffaccia davanti a loro involontariamente. Negli occhi di Antonythasan Jesuthasan c’è tutto il senso di smarrimento diDheepan, la determinazione della fuga e la voglia di rifarsi una vita onesta e tranquilla, vanificata dalla situazione di cui suo malgrado si ritrova protagonista all’interno delle banlieue. Gli adulti, in quei palazzoni, quasi non esistono e quando ci sono assistono impotenti a ciò che li circonda, in altre stanze e con la mente in altri luoghi, passivi ed ormai rassegnati: l’unico a prendere il controllo è proprio Dheepan, con negli occhi il terrore di una guerra che sembra rincorrerlo anche quando cambia continente, e smette di pesargli addosso solo grazie ad una famiglia che ha scelto per caso e finisce per diventare la sua salvezza. A Kalieaswari Srinivasan viene caricato sulle spalle un personaggio fatto di speranze e di sogni, tenue fino alle battute finali, una perfetta controparte che riesce a trovare un equilibrio grazie anche all’intelligenza registica di Jacques Audiard. Il regista infatti, dopo aver portato a Cannes in concorso Rust and Bone, scende ancora più a fondo nel raccontare la storia degli ultimi, con uno stile meno rigoroso dei suoi lavori precedenti ma più istintivo, meno controllato: il risultato sembra avere una sua coerenza all’interno della narrazione, divisa nella prima parte di adattamento e nella seconda più drammatica di guerriglia tra i palazzi, che risulta comunque omogenea e coinvolge lo spettatore all’interno di tutta la vicenda.

Dopo aver portato a Cannes nel 2012 Rust and bone il cineasta francese Jacques Audiard presenta quest’anno in competizione Dheepan, un film sui generis sulla condizione degli immigrati all’interno delle banlieue francesi che stupisce per direzione degli attori e consapevolezza registica. Un tema interessante affrontato con gran classe, che tuttavia non coinvolge come i precedenti lavori del regista pur rimanendo un ottimo prodotto.

Serena Catalano, da “everyeye.it”

 

 

La conoscenza del diverso è tutta questione di punti di vista. In un periodo in cui l’immigrazione si pone come una nuova occasione per misurare la capacità dell’occidente di mettersi nei panni di chi rischia tutto per cambiare vita, il cinema sta cercando di fare la sua parte. Ispirandosi al primo grande esempio letterario di capovolgimento di punto di vista, le “Lettere persiane” diMontesquieu, Jacques Audiard racconta in Dheepan una turbolenta periferia parigina attraverso gli occhi di tre persone in fuga dalla guerra civile in Sri Lanka.

Dheepan è un combattente delle Tigri Tamil che, dopo la sconfitta del suo battaglione, emigra verso la Francia. Per farlo con maggiori speranze di ottenere lo status di rifugiato unisce le forze con una donna, nel ruolo della moglie, e una bambina come figlia. Alle spalle si lascia solo la cenere della pira funeraria dei suoi compagni morti. Inizia a lavorare nei dintorni di Parigi comeportiere e tuttofare in una cité, enclave di palazzoni in mano a gruppi criminali. Uno scenario non diverso rispetto al suo paese, uno stato nello stato, in cui regna un oligopolio della violenza. La polizia non si fa vedere e quando la presunta moglie inizia a lavorare come cuoca e donna delle pulizie a casa di un boss della zona, la situazione diventerà esplosiva.

Regolamenti di conti, spari in pieno giorno, rischiano di interrompere la quiete del processo iniziato da Dheepan; quello del superamento di una vita segnata fin da ragazzino dalla violenza. Il rischio è di riattivare una ritualità nascosta, che i canti di guerra lo portino di nuovo verso territori nascosti nel suo subconscio, portandolo a regolare a colpi di pistola le vicende della sua vita.

Per interpretare questo rifugiato Audiard ha scelto un non professionista, nel campo della recitazione, ma ex professionista in quello della guerra di indipendenza Tamil. Lui, che ama lanciare volti nuovi come Tahar Rahim in Il profeta, si affida a Anthonythasan Jesuthasan, ragazzo soldato fino all’età di 19 anni, rifugiatosi poi in Francia. Un personaggio eclettico, che ha iniziato a scrivere da ragazzo, durante la militanza, pubblicando poi in europa alcuni libri pieni di riferimenti autobiografici.

In Dheepan le difficoltà di comprensione di abitudini di vita diverse dalle proprie occupa solo pochi minuti, anche divertenti, lasciando poi spazio all’inevitabile elemento di rottura della tranquillità domestica, facendo tornare la violenza nelle vite della famiglia per caso.

Audiard prosegue il suo racconto delle marginalità, sociali o emotive, realizzando un film minore, svolto con la consueta abilità, anche se l’urgenza di raccontare questa storia sembra più che altro tematica. Affascinato da una cultura da scoprire sembra preoccupato di rispettarne le peculiarità, finendo per rappresentare dei simboli più che dei personaggi in carne ed ossa. Anestetizza il suo grande talento di narratore, sembra volerli proteggere, portandoli docilmente verso una conclusione all’insegna di quella speranza che nella vita hanno solo sognato.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

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