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Boyhood

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Richard Linklater firma con Boyhood il suo capolavoro. 12 anni di lavorazione per quello che è il coming-of-age definitivo. In teoria dovrebbe essere il titolo che spazza via tutto e tutti agli Oscar: ma è troppo sottile, troppo sensibile e troppo poco di pancia per piacere all’Academy. Ma non ne ha bisogno: è già nella Storia del cinema.

Il primo colpo al cuore arriva molto presto in Boyhood. Il piccolo Mason si prepara a traslocare assieme alla madre e alla sorella Samantha dalla loro casetta di un piccolo paese del Texas ad Houston. È la casa dove hanno sempre vissuto: Mason ha 6 anni, Samantha ne ha 8. Linklater ce lo sottolinea nel modo più limpido e commovente possibile: mentre ridipingono le pareti di casa prima di andarsene via, Mason cancella le righe con le quali la madre ha marcato sul muro la sua crescita in altezza nel tempo.

Richard Linklater firma il coming-of-age definitivo, quello con cui tutti i piccoli film dello stesso sottogenere dovranno confrontarsi. E sarebbe bello farne un double bill assieme a La vita di Adele: perché lì dove il film di Kechiche era carnale, attaccato ai corpi e pieno di energia,Boyhood si rifa ovviamente alla tradizione dei coming-of-age americani alla David Gordon Green. Quasi i due opposti della stessa medaglia.

Ma il regista scavalca e supera a destra il genere, optando per un approccio semplice, ben poco rarefatto e sognante. Una scelta di “classicità” precisa dovuta al fatto di voler restare coi piedi per terra, sia a livello produttivo che narrativo. Non potrebbe essere altrimenti, vista la rischiosa storia sperimentale che Boyhood ha alle spalle e visti anche tutti i rischi e pericoli che avrebbe potuto incontrare lungo il suo cammino.

12 anni di lavoro, tra riprese (la troupe si ritrovava una volta all’anno) e post-produzione, per raccontare la giovinezza di un bambino che poi diventa adulto. Solo raccontata così la pellicola dovrebbe essere quella che potenzialmente spazza via tutto e tutti ai prossimi Oscar, se questi contassero davvero qualcosa e sapessero registrare il nuovo che c’è attorno (e quindi pure rinnovarsi).

Ritorniamo però alla scena descritta prima. È un momento in cui Linklater svela senza troppi problemi e in modo candido la sua intenzione teorica, che è quella di girare un’opera in cui la componente temporale è davanti a tutto, ed è una scena che con pochissimo riesce a riempire gli occhi di lacrime. Ed è creata con sensibilità sottilissima, come tutti gli altri momenti in cuiBoyhood mostra la sua anima più toccante.

Boyhood non è però un film di “grandi emozioni” di pancia, come quelli che piacciono ai membri dell’Academy. Non può esserlo per forza di cose: ci fosse una scena dove il regista calca la mano sull’emotività, dove sbava con la colonna sonora o dove fa troppi virtuosismi col montaggio avrebbe fallito nel suo intento, e la coerenza interna – in questo caso più che fondamentale! – verrebbe spezzata all’istante.

Per questo Boyhood non è il film che potrebbe per forza convincere l’Academy: paradossalmente troppo poco poetico e comunque non urlato (anche se di urla e litigi ce ne sono, ma capirete vedendo il film). Linklater non narra: registra, oppure anche meglio fotografa. La mancanza di plot a cui qualcuno si è attaccato per evidenziare la poca emotività in circa 3 ore di film è un’idea sciocca, perché di cose innanzitutto ne accadono tantissime. Non c’è però la struttura che ci si aspetta da un film canonico e da un ordinario coming-of-age.

Ci sono le tappe della vita, ci sono momenti cruciali dell’esistenza di Mason raccontati con ellissi che evidenziano la crescita fisica degli attori, e c’è la banale e in fondo splendida quotidianità di ogni giorno. Quotidianità che però a tratti può essere terribile: la sofferenza di due genitori che non si amano più, l’alcolismo dei nuovi compagni della madre che si ripercuote sulla famiglia con violenza, l’ultimo sguardo all’amichetto con cui si è sempre vissuto prima di traslocare (un attimo velocissimo che però personalmente mi ha devastato).

Si può pensare che in fondo Linklater ha già fatto un’operazione simile, soltanto non in un unico film. Ma la trilogia Before, pur nella sua bellissima premessa di fondo, non registra ad esempio la Storia in fieri come fa Boyhood. Qui la Storia scorre davanti ai nostri occhi in diretta come l’abbiamo vissuta: da Bush a Obama, passando per tutto l’armamentario Apple. Sarà pure una bella marchetta, certo… ma quanta tecnologia ci è passata tra le mani in poco più di un decennio, e quanto ha influito sulle nostre vite.

Essendo un coming-of-age ambientato negli States, Boyhood registra quindi anche lo stato di una nazione intera. Non solo a livello di campagne politiche, come appunto quella di Obama, di cui il padre di Mason è un fervente sostenitore. C’è ad esempio un gran bel pezzo di americanaall’interno della pellicola: tutta la scena in cui Mason, per il suo compleanno, va assieme alla sorella, al padre e alla sua nuova compagna a casa degli anziani genitori di lei. I quali gli regalano… una Bibbia personalizzata col suo nome e un fucile che è passato di generazione in generazione.

Se l’operazione ha alla base un’intuizione favolosa, l’esecuzione è altrettanto sopraffina. Bisogna solo togliersi il cappello di fronte ai due direttori della fotografia, Lee Daniel e Shane F. Kelly, per aver regalato alle immagini un look costante e omogeneo in più di 10 anni di riprese. E bisogna togliersi di nuovo il cappello di fronte a Sandra Adair, che col suo montaggio ha fatto un lavoro pazzesco, plasmando il materiale audiovisivo facendo in modo che in 3 ore non si sfiori neanche un attimo di stanca.

Poi infine ci sono loro, gli attori che crescono col film. Sarà stato anche fortunato Linklater a trovare uno come Ellar Coltrane, bravo e fedele all’operazione, ma ha anche avuto intuito. E tra un Ethan Hawke in formissima e una Lorelei Linklater (figlia del regista) che è una vera forza, spicca la sorpresa attoriale assoluta di Boyhood: Patricia Arquette, straordinaria come non l’abbiamo mai vista in quello che è paradossalmente il ruolo più bello e forse importante del film.

Nel suo discorso finale c’è tutto il payoff emotivo che i membri dell’Academy non potranno riconoscere, perché non hanno la sensibilità per riconoscere la potenza devastante di un dialogo così normale, e che fa seriamente sgorgare le lacrime. È la scena più bella del film, e ribadisce ancora una volta il suo discorso sul tempo. Richard Linklater non è un regista furbo che ha preparato Boyhood a tavolino, come qualcuno potrebbe pensare, ma piuttosto un regista gentile. E questo è il suo capolavoro.

Voto di Gabriele Capolino: 10

da “cineblog.it”

 

 

 

Boyhood di Richard Linklater è uno dei più grandi e belli esperimenti della storia del cinema. Girato in soli 39 giorni, racconta un arco di tempo lungo 12 anni (dal 2002 al 2013). Ma non è il classico film che salta nel tempo nel giro di un taglio di montaggio, Boyhood il tempo lo vive, lo attraversa, lo filma spalmando su oltre un decennio una semplice ma strepitosa sceneggiatura che registra la storia di un’ordinaria famiglia americana, con le sue gioie, i suoi dolori, i suoi cambiamenti, che sono quelli di migliaia di famiglie americane, e un po’ anche della nostra.

Non una storia vera, non un documentario, ma un film nel pieno senso della parola, scritto a tavolino, rimaneggiato anno dopo anno in base ai cambiamenti della Storia e della Società, per raccontarci però la vita, quella vera, quella reale. Ogni anno Linklater ha dedicato circa tre giorni per girare una sequenza o poco più, riunendo i suoi attori e vedendoli cresciuti, invecchiati. Il tempo passa, non c’è trucco e non c’è inganno, né controfigura o cambio d’attore. Con Boyhood il cinema non è mai stato così vicino alla vita.

Un film strepitoso che però non si dota di toni epici, né patriottici, né moralistici. Boyhood è un film d’apparente banalità a livello di plot, ma di grande sostanza nel modo in cui si esprime sul grande schermo. Un prodotto d’invidiabile omogeneità e freschezza, dove lo sguardo di Linklater rimane miracolosamente immutato negli anni, così come lo stile registico e il ritmo (che non fa affatto pesare le oltre 2 ore e mezza di film). In quei dodici anni c’è tutta la crescita di un bambino che si fa adolescente e tutta l’America di oggi e di ieri (il passaggio da Bush a Obama, il porto d’armi, i problemi d’alcolismo, il bullismo nelle scuole, la caccia al terrorismo, ecc.) .

Boyhood colpisce per la sua genuinità, la sua forza è la semplicità, la purezza di sguardo con cui fa sembrare stra-ordinario l’ordinario. Si ride, ci si spaventa, si entra in empatia con i personaggi, si sperimenta il brivido della vita tramite lo schermo. E Linklater si dimostra così perfetto e geniale da chiudere il suo film nell’attimo giusto, cogliendo o lasciandosi cogliere da quel carpe diem di cui parlano i due ragazzi on screen, con quel mezzo sguardo in macchina di Mason (il protagonista) che tradisce e ribadisce come sia cinema, e non la vita vera, quella che abbiamo visto. Ma ne siamo davvero sicuri?

Anche per questo Boyhood è un vero capolavoro, uno dei film più importanti mai realizzati in oltre un secolo di settima arte.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

Si, Boyhood è proprio quel film di cui tanto avete sentito parlare ultimamente. Il motivo ormai lo sanno un po’ tutti: il film è stato girato nell’arco di 12 anni, col primo ciak effettuato nel lontanissimo 2002, con l’ultima ripresa nell’ottobre 2013, girando circa 10 minuti di pellicola ogni anno per 12 anni. Quindi si, gli attori nel film invecchiano realmente senza trucco o effetti digitali, e soprattutto il ragazzino protagonista – ma anche la sorella cinematografica – crescono davanti ai nostri occhi. L’attore, che allora ovviamente non immaginava in cosa si stava per imbarcare, aveva 6 anni all’inizio e alla fine del film ne ha 18. VERI. Ora il punto è un altro: capire che a parte questo esperimento riuscitissimo, pur essendo fondamentale, Boyhood è un film fantastico a prescindere dalla sua struttura.

Certo, vivere di luce propria sapendo questo è complicato. Moltissimi lo bolleranno come “il film girato in 12 anni”, altri lo paragoneranno troppe volte ad un documentario. Boyhoodperò offre ben altro, su tutto emozioni purissime e fortissime. Non è facile organizzare una ripresa simile, non è per nulla facile dilatare una sceneggiatura in un così vasto arco temporale, soprattutto incerto, non potendo sapere cosa può accadere a anni di distanza al primo ciak. Richard Linklater però ha superato ogni esame e ogni difficoltà, se ma ce ne fossero state. Linklater è un autore con la A maiuscola che ha sempre lavorato con l’unità di tempo. Pensiamo alla trilogia di Before Sunrise -Before Sunset – Before Midnight, in cui ritroviamo la nostra coppia di protagonisti in un punto della loro relazione ogni 9 anni. VERI, anche stavolta. Oppure ricordiamoci i suoi primi lungometraggi, in cui l’azione si svolgeva nell’arco di un giorno, oppure nell’arco di una notte. Linklater lavora col tempo, l’elemento forse più complicato da imbrigliare al cinema, perchè capisce cosa lo scorrere del tempo significa nella vita dell’uomo, e lo vediamo benissimo proprio in Boyhood.

Non è facile realizzare film così profondi e emotivi senza manipolare il pubblico, senza buttare in faccia allo spettatore i sentimenti, senza fare chissà quali complicati ragionamenti e creare chissà quale sequenza magistrale. Con le piccole cose, con i momenti semplici, Linklater ha trovato la chiave giusta. La forza diBoyhood è proprio quella di evitare percorsi troppo spettacolari ottenendo la stessa efficacia emotiva, se non maggiore. Nel film infatti assistiamo alla crescita di un ragazzo, passando soprattutto per il rapporto con i genitori divorziati, attraverso i momenti più semplici e per questo più empatici con gli spettatori. Sono gli anni più importanti, quelli in cui ogni momenti, anche i meno significativi, sono fondamentali nel segnare la formazione di un ragazzo. Nel film però non c’è nessun “big moment” perchè quel conta sono le conseguenze emotive di un momento indimenticabile. Nel film quindi non c’è il primo bacio, non c’è il primo esame superato, non vediamo nemmeno la proclamazione della laurea, ma vediamo il protagonista, la sua famiglia e i suoi amici negli attimi successivi, dopo l’uscita con la prima ragazza, dopo il momento della laurea, momenti che probabilmente in un modo o nell’altro ricordiamo tutti. Ci sono personaggi che arrivano e poi spariscono dalla scena – e questo in altri filmsarebbe un errore narrativo – perchè ovviamente anche noi perdiamo di vista completamente molte delle nostre amicizie dell’infanzia. Altri film avrebbero drammatizzato i momenti importanti, Boyhood invece decide di scavare sulle sensazioni successive, e ricordarci quando da bambini ci portavano a tagliare i capelli e noi non volevamo, cose apparentemente piccole ma fondamentali.

Il film è un racconto sulla crescita molto intimo e veritiero, è un viaggio, per nulla metaforico, nella vita di ognuno di noi. I protagonisti sono persone normali che incontriamo per strada, o potemmo essere noi: facciamo tante cose e ci sembra che il tempo non passi mai, non ci accorgiamo che tutto cambia sotto i nostri occhi, eBoyhood queste cose le cattura magicamente. E paradossalmente, il film è destinato più agli adulti che non ai ragazzi, perchè sono gli adulti, soprattutto i genitori, a cogliere di più il mutamento delle situazioni quotidiane, a ricordare gli eventi essenziali, ad avere visto i propri figli diventare adolescenti quando solo il giorno prima erano bambini. Linklater non è certo un mago, ma un uomo che ha capito la potenza vera del cinema. Scorrendo la sua carriera ci accorgiamo di quanti film cult ci ha regalato, e questo non perchè abbia scoperto il senso della vita, ma semplicemente perchè ha capito come raccontare la vita attraverso il cinema. Certo, l’esperienza di vedere un attore crescere davanti ai nostri è gratificante – anche se per altri può risultare addirittura spaventosa – ma come detto Boyhood è soprattutto un film intriso di energia e amore per la vita, un’esperienza che ti prende per mano e ti accompagna lungo un percorso che tutti noi ogni giorno compiamo, un mosaico fatto di tanti piccoli tasselli, molti dei quali ancora deve essere trovati in quel viaggio incredibile che è la vita.

Emanuele D’Aniello, da “bastardiperlagloria.it”

 

La personale ossessione di Richard Linklater è anche il tema fondamentale del cinema: il tempo.
Tarkovskij si definiva “scultore del tempo”, Hitchcock sosteneva che un film è la vita senza le sue parti noiose. Per entrambi filmare significava modellare il tempo attraverso lo scalpello delle immagini.
D’altra parte, in qualunque forma appaia, sarà comunque un’immagine illusoria, come l’ombra nella caverna. Il tempo continuerà a sgusciare via, oltre le immagini.
In Boyhood avviene però qualcosa di inedito. Qui è il tempo a modellare il cinema. Linklater sottomette il processo di lavorazione del film a una lunga decantazione, affidando l’evoluzione dei propri personaggi al potere trasfigurante degli anni. Più che un percorso di maturazione, gli interessa filmare ciò che avviene al suo quartetto di attori (sua figlia Lorelei e il giovane Ellar Coltrane, Patricia Arquette ed Ethan Hawke) tra il 2002 e il 2014. Come il tempo agisce sui loro corpi e sulle loro personalità.
Così le metamorfosi di Ellar e Lorelei, il progressivo disfacimento della Arquette e le rughe crescenti sul volto di Hawke sono più importanti dei deboli snodi del racconto che, di fatto, si biforca continuamente tra la vicenda dei personaggi e la vita degli attori.
Ecco un film in linea retta, potenzialmente infinito, pieno di aperte parentesi dove entrare e seguire altre piste (che cosa è accaduto all’Arquette in tutti questi anni? Perché il personaggio di Lorelei diventa da un certo punto in poi così marginale?). Ed ecco un filmaker, Linklater, contemporaneamente dietro la mdp e fuoricampo, a scrutare la sua evoluzione di uomo e regista.
Non si tratta dell’opera di un pioniere. In ambito documentario si era già visto qualcosa di simile e l’esperimento sembra piuttosto guardare all’alba della settima arte, all’esperienza fantasmatica dei primi film muti in bianco e nero, dove le figure umane hanno apparenza spettrale. Jean Cocteau una volta ha detto che “il cinema è la morte al lavoro sul corpo degli attori”. La frase si attaglia bene a Boyhood, che è come una fotografia lasciata a mollo nel tempo (e il personaggio principale questo fa o ambisce a fare: il fotografo) perché ne rilevi il ritratto.
Ma non c’è immagine che tenga. Né case né passioni che possano durare. Le cose passano inesorabili e lievi, come nel gioco (i salti in avanti nella storia vengono sottolineati ogni volta dall’apparizione di una nuova specie videoludica, dal Gameboy alla Wii).
Si può prendere coscienza “poi” (le lacrime della Arquette) o ricordare ogni tanto (la musica folk e rock). Oppure fare come Ellar alla fine del film: chiudere l’obiettivo e spalancare gli occhi sul mondo.
Il tempo si ferma quando si ricomincia a vivere.

di Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

a sfida e un’impresa: con Boyhood il regista Richard Linklater si è superato, nel suo continuo osservare il rapporto tra realtà e finzione. Se nei suoi cartoni animati Waking Life e A scanner Darkly le interminabili riflessioni sull’esistenza sembravano un (verboso) pretesto per un divertissment intellettuale e per una sofisticheria tecnica (con attori “trasformati in figure animate”), e se nella trilogia iniziata con Prima dell’alba e finita con la storia della coppia rivista ogni a volta a dieci anni circa di distanza era una buona imitazione della vita ma sempre nell’ambito di una “normalità” cinematografica (oggi si parla di sequel, ma le saghe ci sono sempre state), con Boyhood l’operazione ha del vertiginoso. La storia segue i personaggi in dodici anni, sempre con gli stessi attori di cui vediamo il crescere o l’invecchiare: Linklater ce l’ha fatta concentrando la storia in dodici giornate nell’arco dei dodici anni, e quindi potendo lavorare per pochi giorni all’anno. Appunto per dodici anni: sfidando così, più che il cinema, il tempo e la vita stessa. Così vediamo il piccolo Mason, sempre interpretato da Ellar Coltrane, che all’inizio ha 6 e alla fine 18 anni; e nelle sue continue, piccole ma poi sempre più evidenti trasformazioni, vediamo un bambino che diventa adolescente e poi giovane. Stesso discorso per la sorella Samanta (interpretata dalla figlia del regista, Lorelei Linklater); e, in modo meno sconvolgente (quanti attori “sembrano” invecchiare, grazie al trucco: in questo caso invece è tutto naturale), per i genitori separati, ovvero Patricia Arquette ed Ethan Hawke, già complice di Linklater nella citata trilogia. Di cui rivediamo alcuni temi e umori: due persone che si amano ma non sanno più stare insieme, il disagio dei figli separati dal padre, i sensi di colpa dei genitori per i propri errori.
Dal punto di vista strettamente narrativo, infatti, la storia raccontata non è particolarmente originale: vediamo due bambini piccoli, tristi per la lontananza dal padre che lavora in Alaska dopo la separazione dalla moglie con cui litigavano spesso. Poi lui torna, ma loro cambiano città: primo di tanti spostamenti, in cui i due bambini continuano a cambiare casa, scuola, amicizie in balia delle insicurezze e scelte sbagliate (come ammette lei stessa alla fine) della madre. Che proverà a ripartire con altri due mariti, che si riveleranno ubriaconi e violenti e avranno un pessimo rapporto con i suoi figli. I quali, una volta diventati grandi, saranno spinti a prendere la loro strada, salvo poi piangere amaramente, lei, per essere ormai sola e invecchiata. Ma c’è spazio per una serenità da famiglie allargate (il felice secondo matrimonio del marito lo vede far tesoro dei propri errori e ripartire con moglie e un terzo figlio, e rasserenarsi con l’ex moglie), mentre i figli crescendo vivono le tensioni (il rapporto con i patrigni, il bullismo a scuola), i primi amori, le prime delusioni e sofferenze. Con l’assolutismo di chi, al contrario dei “grandi” pieni di compromessi, vuole che tutto sia chiaro, certo, per sempre.
Se un certo entusiasmo della critica sembra forse esagerato per una storia che, al netto della trovata di costruzione di partenza, non ha particolari momenti di novità (e può mettere alla prova la pazienza il dilatare la vicenda per quasi tre ore di film), e se quella costruzione può sembrare un’impresa anche al limite dell’impudenza (la sceneggiatura era precisa fin dall’inizio: ma se, per disgrazia, fosse successo qualcosa a uno degli attori, la vita avrebbe fatto irruzione tragicamente dentro la storia?), non si può negare un brivido a vedere vita e cinema sovrapporsi in questo modo, sul volto di Mason e Samantha (e per lei si aggiunge inquietudine proprio perché è la figlia del regista…). Ma quel che alla fine salva l’operazione da un che di costruito, è la profonda conoscenza del cuore umano (che pure dava risultati forse più emozionanti, complessivamente, in Prima dell’alba e in Before Midnight). Non solo per la tenerezza che suscitano le confusioni personali di questi genitori scoppiati e infelici e di questi ragazzi confusi e a rischio di perdersi nei meandri dell’adolescenza. Ma perché, nel finale, con il candore e lo spaesamento continuo che contraddistingue il suo personaggio – grazie a un giovane attore che fa breccia nello spettatore con i suoi sorrisi disarmanti – di una serietà notevole per i suoi 18 anni («credevo che con Sheena fosse una storia vera»), Mason inchioda il padre e noi tutti con una semplice domanda. Di fronte a tutta questa confusione, nel film e nella vita, «qual è il punto?». Come si fa a non intenerirsi per un giovane che squaderna la sua necessità più profonda, il senso di quel che ha vissuto; e pure per quel povero genitore che non sa rispondere? Quel che sembra un film sulla confusione del vivere, si eleva con uno scatto d’ali a qualcosa di più di una fotografia dell’esistente. Come conferma la battuta finale di una ragazza che potrebbe essere qualcosa di bello nella sua vita: non “cogli l’attimo”, come tutti ti dicono, ma l’attimo ti coglie ora. Che grande intuizione.

Antonio Autieri, da “sentieridelcinema.it”

 

 

Il film segue la vita del giovane Mason, dagli otto anni, quando frequenta la scuola elementare, fino ai vent’anni, quando entra al college, raccontando il rapporto con i genitori divorziati e il rapporto conflittuale con la sorella Samantha, seguendo anche i cambiamenti culturali e politici degli anni.
Girato a partire dal 2002, Boyhood racconta infanzia e adolescenza di Mason (Ellar Coltrane) seguendolo nella crescita per 12 anni. La storia è semplice, lineare, senza colpi di scena, una storia di formazione nell’America periferica, che si tiene il più vicino possibile alla normalità, al quotidiano evitando situazioni come il primo bacio, la prima volta o la cerimonia di conferimento del diploma, aggirando dunque abilmente tutti quei momenti che visti sullo schermo sarebbero potuti apparire falsi, stereotipati.

Veniamo così a conoscere le persone e gli eventi che hanno segnato la vita di Mason: la sorella (Lorelei Linklater) leggermente più grande di lui, la madre (Patricia Arquette) che non ha ancora finito di studiare, il padre (Ethan Hawke) affetto dalla sindrome di Peter Pan ma che non perde occasione per trascorrere tempo con lui, il difficile rapporto con ben due patrigni, entrambi inclini all’alcolismo, il nonno che gli tramanda il fucile di famiglia, la nonna che gli regala una Bibbia personalizzata.

Nel frattempo la Storia va avanti, scandita da avvenimenti (la battaglia di Falluja, le polemiche sul governo Bush – ricordando così indirettamente l’11 settembre -, la campagna elettorale di Obama) concessi a piccole dosi per aiutare la scansione temporale della vicenda che hanno il pregio sia di inquadrarla temporalmente sia di lasciarla sufficentemente libera da assumere valore universale, atemporale.

Allo stesso modo si evolvono la tecnologia – come testimoniano le principali innovazini di casa Apple o le diverse console videoludiche che si susseguono – e la musica, soffusa, il più delle volte diegetica, mai invasiva – cosa non scontata: chi non si farebbe prendere la mano? – che passa dai Coldplay agli Arcade Fire, da Gotye ai Daft Punk, aiutando a definire l’anno senza mai essere preponderante o condurre la scena, come “Yellow” dei Coldplay in apertura interrotta prima del ritornello.

La narrazione procede fluida, senza essere spezzata in blocchi temporali, attraverso discorsi fatti la mattina che sembrano essere la conseguenza di avvenimenti della sera precedente e si rivelano invece successivi di anni. Inizialmente la storia sembra essere corale ma, proseguendo, l’attenzione si sposta progressivamente concentrandosi sui ragazzi, in particolare su Mason. In tutto ciò l’uso del dialogo è calcolatissimo e segue la cresita dei due ragazzi, rendendoli molto più silenziosi e introversi nella parte centrale, per reintrodurre gradualmente l’uso della parola quando avranno raggiunto la loro identità.

Ma cosa rende Boyhood un film così nuovo e speciale? Il cambiamento fisico riscontrabile nei personaggi che crescono veramente sotto i nostri occhi. Non c’è trucco, non c’è inganno, solo la magia del cinema che ci permettere di seguire i 12 anni del loro sviluppo condensati in poco meno di 3 ore, dando vita ad un progetto davvero enorme condotto con tatto e maestria.

Enrico Cehovin, da “storiadeifilm.it”

 

 

Tempus Fugit
Girato a intermittenza durante un periodo lungo dodici anni, il nuovo film di Richard Linklater colpisce innanzitutto grazie alla sua capacità di trasformarsi in una sorta di capsula del tempo cinematografica che sembra conservare i momenti più preziosi (e anche alcuni di quelli meno significativi) nella vita di Mason Jr. (Ellar Coltrane). La semplicissima struttura del film, una narrazione lineare fatta di brevi sequenze organizzate cronologicamente, segue l’evoluzione dei suoi personaggi dal punto di vista non sono intellettuale, ma anche strettamente biologico, conferendo alla pellicola un enorme impatto emotivo. La famiglia di Mason, le cui vicissitudini attraversano la recente storia degli Stati Uniti, e in particolare quella dello stato del Texas, diviene conoscente, vicina di casa, perfino amica dello spettatore. Se ne segue la traiettoria individuale e collettiva mentre passo passo si rivivono le controversie scaturite dalla guerra in Iraq, l’entusiasmo per l’elezione di Barak Obama, lo scandalo dei mercenari Blackwater, e altri eventi di carattere geopolitico che proiettano la loro ombra sulle vite di questi piccoli, ordinari personaggi. A tratti Boyhood può ricordare l’interesse per la politica delle saghe familiari viscontiane come Il gattopardo (1963) o La caduta degli dei(1969), o l’ampio respiro de La meglio gioventù, ma il film di Linklater si concentra principalmente sull’umanità dei suoi protagonisti, sulle piccole emozioni, sui fallimenti e sui successi, sulle mete prefisse e sui traguardi raggiunti. L’effetto di questa compressione cronologica è duplice: da un lato si ha la sensazione che i segmenti del film siano cristallizzati, come insetti nella resina, ed incapsulino un momento storico, una pagina di diario, e anche uno stadio nella carriera del regista. Dall’altro lato, l’estrema dinamicità di questa accelerazione temporale ci colpisce per l’inesorabilità del passo con cui procede, nel modo in cui ogni nuova ruga sul volto dei personaggi si fa testimone della celebre locuzione virgiliana.
Boyhood è un film fondamentalmente senza trama, che non procede secondo le strutture drammatiche convenzionali proprio perché non è imitazione della vita, ma vita stessa. In questo, si tratta di un film sovversivo, nel senso che sconvolge le regole alle quali siamo abituati e di cui, come spettatori, siamo complici. La sospensione dell’incredulità, contratto che sottoscriviamo ogni qualvolta entriamo al cinema, non è più necessaria, in quanto oggetti e persone invecchiano sullo schermo come hanno fatto nella vita reale. L’effetto è talmente efficace che si fa perfino straniante, al punto che si cerca ogni appiglio per restare ancorati alla realtà cronologica che si dipana libera da ogni costrizione narrativa. In esso si osserva anche il processo di maturazione di Linklater, che simultaneamente sviluppa numerosi altri progetti quali School of Rock (2003), Before Sunset (2004), Bad News Bears (2005), Fast Food Nation (2006), A Scanner Darkly(2006), Me and Orson Welles (2008), Bernie (2011), e Before Midnight (2013). Sicuramente l’umanesimo di Linklater è il comune denominatore di molte di queste pellicole, ed emerge in special modo della trilogia “Before”, che con Boyhood condivide anche numerose cifre stilistiche quali la conversazione fra sue personaggi seguita da una carrellata frontale, oppure quella che si sviluppa in automobile, memore di tanto cinema di Abbas Kiarostami. L’aspetto sperimentale di questo tour de force si rende visibile nelle poche occasioni in cui una inquadratura non riesce perfettamente, in cui la luce non bacia gli attori in modo uniforme, nelle increspature di una sceneggiatura tutto sommato ripetitiva e un po’ banale; ma sono queste imperfezioni che rivelano la complessità del macchinario, altrimenti nascoste in giunture quasi invisibili, che rispecchiano appunto quell’umanesimo, quella particolare attenzione e amore per i personaggi che è soggetto artistico e imperativo morale del cinema di Linklater. Il regista texano, grazie all’affetto paziente che dimostra nei confronti del nostro mondo e della nostra inalienabile finitezza, raggiunge con questo film la sua summa poetica, confermando di essere, senza alcun dubbio, una delle maggiori voci del cinema americano contemporaneo.

Alberto Zambenedetti
Voto: 9
da “spietati.it”
COMMENTI

Linklater sabota una base del racconto di formazione, l’artificio dell’ellissi temporale. Egli oggettivizza il “fatto” della crescita: la storia non va avanti invecchiando manualmente il protagonista, questi semplicemente diventa grande. La verità della crescita smonta la finzione della retorica narrativa: si può passare fluidamente per il film con bambino, il college movie, la famiglia anomala, la storia d’amore e il coming of age, perché i segnali di genere sono già sfiduciati dall’evoluzione del corpo del protagonista. Il genere è la crescita. E non serve una trama perché crescere è la trama: così, gradualmente, lo sviluppo di Mason permette di osservare anche il mutamento di chi c’è intorno, dei loro gusci esteriori e delle relazioni tessute. Questa “semplice” trovata conduce ad esiti estremi, mostra le perdite e le rimanenze degli altri, chi sparisce e chi resta, ma soprattutto le gradazioni delle vie di mezzo: per tutti la litigiosa complicità tra Mason e Samantha bambini che, nella festa del diploma, si trasforma in un timido gesto d’intesa da parte di lei. La relazione si è evoluta naturalmente, nel tempo. E quel nel, lo spazio in cui le cose cambiano, è la sostanza di questo film. Boyhood corteggia figure del cinema commerciale americano (per esempio, la Mamma della Arquette) mentre le smentisce con lieve ironia: non a caso la battuta finale di Mason sulla sorella, «She’s pregnant», è solo uno scherzo. Così come, in un ulteriore svuotamento del genere, Mason nella fotografia non trova uno sguardo sul mondo, alla fine lo sta ancora cercando. Lo scambio finale padre/figlio («What’s the point?», «Of what?»), diegeticamente inattendibile (un padre, a confronto col figlio, esercita una dialettica per consolarlo), in realtà offre un decisivo percorso di senso: l’evento viene superato dalla sua percezione, o meglio dall’impressione che è sempre soggettiva, non importa che succeda qualcosa ma importa sentire qualcosa. La vita dunque come somma di momenti, continui alter ego dei frame della pellicola, che si riducono a uno solo: rovesciando la mitologia tradizionale del Tempo, qui è l’attimo che ci coglie, e l’attimo è sempre lo stesso. Il tempo della vita di Mason si apre come una fisarmonica ma, quando il momento “accade”, questa si richiude e gli estremi si toccano: gli attimi coincidono, il tempo è uno e definitivo. Per questo la cinepresa di Linklater inquadra tutto con il medesimo rispetto: Sheena, amore di gioventù che finisce, non viene giudicato ma mostrato con sguardo pudico, come parte del tutto che è un passato/presente in divenire. Ma Boyhood è più impalpabile e sfuggente di così, meno definito e più sfrangiato: non è vero che il regista non sapeva dove parare all’inizio, dodici anni fa, anzi ha subito aderito alle oscillazioni di Mason, seguito i bordi sbeccati dell’adolescenza, valorizzato le sue impurità. Linklater interroga il tempo e ottiene in cambio un filo logico e coerente: il film prende forma e deborda, evade il formato pensato (120 minuti: 10 minuti l’anno x 12) perché la storia del crescere, per quanto diretta, è autonoma e non accetta recinti. In questo flusso, la fanciullezza come metonimia della vita si imprime: ovvero fa impressione, viene restituita nella sua parzialità, dall’angolo di visione particolare di Mason che è sottile e inafferrabile come quello di noi tutti. «What’s the point? I sure as shit don’t know» (Dad/Ethan Hawke).

Emanuele Di Nicola
Voto: 10
da “spietati.it”
Anche le parti noiose
Se ogni film è anche il documentario della sua lavorazione, a Boyhood il concetto si applica in modo smaccato e cristallino, quasi straniante. Girato in 45 giorni disseminati nell’arco di poco più di 11 anni, il film-manifesto di Linklater non nasconde bensì esplicita e trasforma in narrazione le modalità pratiche con cui è stato realizzato: l’esigenza di radunare il cast per una manciata di giorni ogni anno, lo script “inesistente” perché lavorato in divenire, in gruppo, di segmento in segmento; l’imprevedibile effetto speciale fisiologico della crescita di Ellar Coltrane alias Mason Jr. (e di Lorelei Linklater, la figlia del regista nel ruolo di sorella maggiore); lo scomparire e riaffiorare di figure marginali della trama, a seconda della disponibilità dell’interprete più che dell’economia narrativa, come in una reiterata, permanente reunion del cast (a distanza di 3, 5, 10 anni: si veda a questo proposito la ricomparsa del messicano Ernesto, manovale incoraggiato dal personaggio di Patricia Arquette a proseguire gli studi, che fa capolino in modo incongruo nel finale, come proprietario di un ristorante, apostrofando il resto del cast con “ehi, ragazzi”, come se non fosse passato un lustro). Boyhood è un documentario sulla lavorazione diBoyhood: quella di un film intimo e personalissimo per Linklater, girato nel suo Texas, con sua figlia come protagonista, con la sua splendida auto che diventa il mezzo adorato da babbo Ethan Hawke. Un film girato tra amici, in squadra, con modalità estranee a qualsiasi produzione commerciale, con un manipolo di sodali/coautori che lavorano senza contratto (non è possibile firmare contratti cinematografici della durata di più di 7 anni, in America), che prestano il proprio corpo alla sutura impietosa del montaggio e al suo effetto “fast forward” sui loro volti. Un film in cui Linklater insegue il suo ideale di vita inscenata e filmata, di parti noiose che non vanno tagliate perché non è la sua macchina da presa a lavorare sugli oggetti inquadrati, ma l’esatto contrario: regista privo di sguardo, ma pieno di idee, persegue una trasparenza che in Boyhood risalta in modo sconcertante, così come la sua concezione di cinema partecipato, firmato a molteplici mani dai corpi che lo abitano, quasi espropriato dal possesso del regista (la leggenda vuole che Linklater e Ethan Hawke avessero stretto un accordo per cui, in caso di prematura morte del primo, il secondo avrebbe portato a termine le riprese). Ma Boyhood è anche un documentario sulla lavorazione della trilogia di Before Sunrise/Sunset/Midnight, un corollario espanso di quel primo tentativo di imprimere il tempo sullo schermo, 12 ore per volta, in quasi due decenni. Boyhood è il documentario che Linklater gira su se stesso e su tutta la sua opera, l’auto-omaggio a un modo di fare cinema estraneo sia al cinema commerciale sia a quello d’autore, in quella zona franca che da sempre il regista texano abita con sicumera. Un film in cui 11 anni e 3 mesi di lavorazione sublimano nell’effetto evanescente di una scrittura non scritta, di una regia che non dirige ma si lascia “spostare” avanti, di anno in anno, dal mero incedere fisiologico della cronologia (e suona paradossale ma non troppo che il film, in gara alla Berlinale 2014, abbia conquistato proprio l’Orso per il migliore regista): un documentario su come non girare un film.

Ilaria Feole
Voto: 7

da “spietati.it”
Mason (8 anni) vive con sua madre Olivia e la sorella Samantha di poco più grande ma senza il padre Mason sr., da anni separato ma rimasto comunque vicino ai ragazzi. Nonostante la madre abbia la tendenza a trovare nuovi mariti non eccezionali e costringa i figli a traslocare spesso, cambiare scuola e amicizie, lo stesso i due mantengono un rapporto forte con il padre e con lei nonostante tutto, passando 12 anni della loro vita assieme fino al momento di passare al college e di lasciare la famiglia.
Boyhood è molto più di un period movie sugli ultimi 12 anni degli Stati Uniti ed è molto più di un romanzo di formazione. È addirittura molto più di un particolare esperimento cinematografico (realizzare un lungometraggio lungo più di una decade, riunendo ogni anno il cast per girare alcune scene e vederli così invecchiare realmente), è un grandissimo affresco sull’essere ragazzi americani oggi, partendo dalle radici, dalla formazione individuale, un racconto fondato quasi tutto sul concetto di famiglia, non tanto come nucleo ma come elemento centrale nella “boyhood”, l’età tra gli 8 e i 20 anni. C’è un paese intero e il suo spirito per come è vivo oggi nella storia per nulla clamorosa di Mason.
In questo senso l’ultimo film di Richard Linklater non è diverso da La conquista del West, è l’epica di un popolo letta attraverso una famiglia e uno sguardo non-epico, molto disilluso e un po’ depresso (nonostante si rida tanto e ci si commuova molto di gioia). Non sono stati 12 anni fantastici probabilmente, lo stesso però Linklater non riprende un giorno di pioggia e limita i momenti duri a pochi casi isolati (come del resto pochi sono gli attimi di vera esaltazione), concentrandosi su quegli istanti di ordinario svolgimento in cui i sentimenti sono visibili, come se una luce passasse attraverso le persone e svelasse inesorabilmente quello che sentono.
Nonostante sia facile paragonare questo film all’altro progetto “seriale” del regista, paradossalmente Boyhood lavora su altre componenti rispetto a quelle con cui da 20 anni (e sempre insieme a Ethan Hawke) sta raccontando la storia di Jesse e Celine con Prima dell’alba (1994), Prima del tramonto (2004) e Before midnight (2013). Quella trilogia non solo vede i protagonisti invecchiare ma anche gli spettatori e si propone di cercare un parallelo tra chi guarda e l’oggetto guardato superando il concetto di cinema generazionale per come lo conosciamo. Inoltre il racconto di una vita intera in quel caso passa attravero piccoli attimi significativi, come una sineddoche: quelle poche ore ogni dieci anni che realmente contano e tirano le somme di quanto successo fino a quel momento, aprendo nuove porte verso il futuro.
Questo esperimento narrativo invece riprende l’opposto, non vuole cristallizzare intorno a dei protagonisti un sentimento immutabile nel tempo ma celebrare il cambiamento. Il suo racconto passa attraverso momenti in linea di massima ordinari o eventi poco importanti, quel che conta è il passare del tempo, cambiare realmente (non usando del trucco o un altro attore più adulto), per realizzare il sogno del cinema portato all’estremo: mostrare la vita umana mentre si svolge senza rinunciare alla forza comunicativa di un corpo vero che invecchia.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

Un film si aggirava nei pensieri degli appassionati di cinema. Un film che Richard Linklater ha iniziato a girare nel 2002 e finito nell’ottobre del 2013. Un film che si intitola ora Boyhood e segue la crescita di un ragazzo dai 6 anni fino all’inizio del college. I 12 anni della scuola pubblica americana, della vita a casa con i genitori. Molto semplice: la vita di un bambino che diventa ragazzo e di quelli che gli stanno intorno.

Lo vediamo crescere con la madre single grintosa, una sorella di un paio di anni più grande, un padre che lo ha avuto giovane, ha fatto i suoi errori, ma ci prova: a fare musica e non rassegnarsi, e a trovare la forza di essere più responsabile. Uno spaccato di vita che si nutre di quell’immaginario americano che ormai ci è più vicino del nostro, con le famiglie che lottano, coppie che non funzionano e che hanno il diritto di riprovarci, di una seconda possibilità, l’America che ha sognato con Obama e quella che stampa in rosso le parole di Gesù sulla Bibbia, per non sbagliare, quella che studia nei community college dopo anni persi, perché ci crede ancora, e quella che passa di generazione in generazione un fucile dell’800 come fosse l’anima identitaria intorno a cui ruota la famiglia. L’America rurale, dei pick up e delle birre in lattina.

C’è tutto il regista, liberal cresciuto nel conservatore Texas, che ha diretto, poche settimane ogni anno, un film molto personale. Quello di Linklater è sempre più un cinema che non si chiude negli steccati generazionali, con la maturità di chi riesce a parlare a tutti, sperimenta vie diverse, ma alla ricerca della semplicità, riuscendo a costruire una storia che dimostra la straordinaria potenza del cinema nel nutrirsi della verosimiglianza per arrivare alla verità.

La forza della musica si impone con la naturalezza di un timido accompagnamento e non, come spesso accade in questi casi, con la prepotenza posticcia di una compilation anno per anno. La società intorno va avanti, tanti fatti accadono, ma in un’età come quella della crescita sono flash, immagini sullo sfondo, entrano relativamente nelle vite di questi ragazzi, impegnati in ben altro. Linklater ci risparmia poi tante tappe già viste in questo genere di film, evita il didascalico della prima volta o del primo bacio, fonde con armonia quanto non viene mostrato e quello che viene detto, con la pellicola che non fa pesare il peso tecnologico dei 12 anni di riprese.

Gli anni per i ragazzi trasformano il corpo come nessun make up saprebbe riproporre, mentre agli adulti allargano i fianchi, aumentano le rughe. Due percorsi paralleli così ben amalgamati da rendere Boyhood un film imperdibile per i genitori, non solo per i ragazzi; per proiettarsi nel passato di adolescenti insofferenti alle preoccupazioni dei genitori, ma anche per mettersi nei panni di chi si preoccupa.

Dopo la Before Trilogy che ha accompagnato la crescita di tanti insieme a Céline e Jesse, ora scopriamo idealmente come Jesse è cresciuto. Sì perché il giovane Mason, interpretato con grande sensibilità da Ellar Coltrane, potrebbe essere tranquillamente l’aspirante scrittore diPrima dell’alba, di cui scopriamo la formazione e la crescita, prima di prendere quel treno per Vienna.

Boyhood è una semplice preghiera laica fatta di piccoli momenti di vita minuta, piena di umanità, che ci invita a credere nella libertà di essere se stessi, diversi, unici. Un film sul diritto di sbagliare e di imparare dai propri errori, genuinamente pregno dei valori e le contraddizioni su cui sono fondati gli Stati Uniti d’America.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

“Dove va il presente quando diventa passato, e dov’è il passato?”
(Wittgenstein)
12 years

Doveva chiamarsi proprio così l’ultimo film di Richard Linklater, il regista texano con il gusto dellasteadycam. Poi, l’assonanza con il coevo “12 Years A Slave” lo ha portato a preferire “Boyhood”, ma non si potrebbe parlare di questo film senza tenere conto di quei 12 years. Innanzitutto, dodici anni di lavorazione.
Il progetto che Linklater idealizza già negli anni 90 è dei più ambiziosi, e finanche dei più rischiosi. Perché richiede un cast e una crew di collaboratori che dovranno restare tali sino a un futuro remoto e senza la certezza del nero su bianco del vincolo contrattuale, ma in forza della più volatile fiducia reciproca. E ancora abbisogna di un produttore che creda fideisticamente alla concretezza del progetto. Una volta di più, esige un lavoro di post-produzione minuzioso e devoto per omogeneizzare il dispiegarsi dell’arco temporale in ununicum: il pericolo patchwork è più vicino che dietro l’angolo.

Dall’idea si passa alla realizzazione e nel 2002 Linklater comincia a girare. Così sino al 2012, lavorando sul set per qualche giorno ogni anno, in modo da apporre un pezzetto di vita per volta su pellicola – ebbene sì, il regista sceglie la celluloide per quella coerenza visuale che la continua evoluzione tecnologica del digitale non poteva dargli. Dopo un lungo casting ha scelto il protagonista ideale, è Ellar Coltrane, che allora ha sei anni e arriverà a compierne diciotto alla fine delle riprese; e insieme a lui ci sono Ethan Hawke, Patricia Arquette e Lorelei Linklater (figlia di Richard, allora novenne).
Nel 2013, “Boyhood” ha vinto l’Orso d’Argento a Berlino e, se pur compimento di una ricerca  narrativa cominciata con “Slacker”, passando per la (verbosissima) trilogia sulla coppia Hawke-Delpy, questo film ha un che di miracoloso e irripetibile. Sebbene possano essere considerati sulla stessa lunghezza d’onda il documentario-reality “Up” di Michael Apted, che segue la vita di quattordici bambini attraverso una serie ininterrotta di interviste fino al raggiungimento dell’età adulta, e il lavoro portato avanti da François Truffautcon il ciclo di Doinel; in “Boyhood”, diversamente da quanto mai fatto prima, si rende cinematografica latemporalità e si sostanzia un ossimoro, arrestare il movimento.

L’essere è il tempo e il tempo è l’essere

Proprio il concetto di temporalità è il fulcro attorno al quale ruota da-tutta-una-vita la poetica di Linklater, e che qui assume una valenza immaginifica e archetipa. A essere racchiusi nel minutaggio di una pellicola corposa (2 ore e 45 minuti) non sono soltanto i cambiamenti fisici, più vistosi nei bambini che incedono verso l’adolescenza anziché negli adulti, né la progressione tecnologica o socio-politica [1] ma oltremodo l’evoluzione dei protagonisti in coda al fluire del tempo. Dal papà Mason che, dapprima marito e padre indisciplinato e giovanilista, tutto GTO e vita sregolata, evolve in genitore affettuoso e dialogante sino a conformarsi al modello di uomo borghese (addio GTO, benvenuto minivan). Esattamente quell’uomo che Olivia, dodici anni prima, avrebbe desiderato e che, se soltanto fosse stata più paziente – come avrà da dire l’ex-marito – probabilmente avrebbe fatto suo. E invece Olivia si ritrova da sola e confusa a sopportare il peso della responsabilità genitoriale. Il suo “tempo interiore” è l’incontro e scontro del dovere con la nostalgia, di quel momento in cui poteva anche leggere un libro e che è ormai incasellato nella sezione dei ricordi, protagonisti effimeri del flusso di coscienza à-la Virginia Woolf e di un tempo in cui il solo presente è il passato. Gli anni scorrono ed è diversa la donna che sta per diventare, premurosa a tal punto da far cambiare destino a un operaio senza troppe pretese. Mason jr e Samantha sono, invece, i figli che al seguito della mamma cambieranno casa e “patrigno” con la stessa frequenza e il passare degli anni seguirà la loro crescita esperienziale.

E’ così che Linklater, come se avesse scolpito Heidegger nell’oggetto filmico, mostra che l’individuo non si realizza in sé stesso, ma ha un piede puntato nel domani, è un progetto, qualcosa che ha da compiersi attraverso lo scorrere del tempo. Ancora, cosa succede quando quel qualcosa si è compiuto? E’ la domanda implicita e senza possibilità di soluzione che ci pone Olivia, tra le lacrime, quando Mason è pronto a lasciare casa.
“Boyhood” non racconta  quindi una storia, ma la madre di tutte le storie: la vita. Quella che ci scorre addosso, quella che il tempo si porta dietro, quella fatta di istanti di cui non ci accorgiamo. Infine “Boyhood” è un film sull’inesorabilità del tempo, su ciò che scandisce fuggevolezza e non-ritorno[2]. Non è però un film per pessimisti, perché a persistere nella durata, sembra dirci nel finale, è la Bellezza immutata e immutabile.

[1] Il film è anche una testimonianza visuale dei cambiamenti della società occidentale. Dall’evoluzione tecnologica dei videogame alla diversificazione della musica di anno in anno (Britney Spears e Lady Gaga,Coldplay, Black Keys, Arcade Fire etc). Infine, i mutamenti politici sono evidenti, da Bush alla guerra in Afghanistan fino a Obama.
[2] Su questo difficilissimo tema, raggiunge l’apice del bello e terribile il finale di “Six Feet Under”, che potete rivedere qui.

Francesca D’Ettorre, da “ondacinema.it”

 

Voglio solo combattere come chiunque altro, intona un verso della canzone, colonna sonora del film Boyhood, in uscita il 23 ottobre in Italia. La storia di chiunque, la storia di una vita: speciale, ma uguale a quella di tutti, è quello che rende questo film unico. Oltre ai 12 anni di lavorazione, distribuiti in 39 giorni, che hanno seguito la crescita di Mason (Ellar Coltrane) e degli altri personaggi.

Difficile raccontare la trama di un film che non ne ha. Gli eventi si susseguono nella vita dei personaggi: matrimoni, divorzi, scuole, lavori, trasferimenti, ma nulla di grandioso avviene, se non lo svolgersi della quotidianità. Ed è probabilmente la più grande verità sulla vita, quello che ci ricorderemo alla fine del nostro viaggio: quel compleanno a casa dei nonni, quando mi regalarono una bibbia e impugnai un fucile per la prima volta, quel cd dei Beatles, la gita al lago con mio padre, la collezione di frecce, l’odore dell’erba della mia prima casa.

Tutto cambia, tutto scorre, nell’universo di Mason, tra i diversi trasferimenti e matrimoni dei genitori, interpretati dal fedele Ethan Hawke e da Patricia Arquette. E se la sorella (la figlia del regista, Lorelei Linklater), resta un poco sullo sfondo, i personaggi del padre e della madre sono ben caratterizzati nel tempo: il padre ideale, che parla di sesso ai propri figli, che li rende partecipi delle proprie passioni, che li spinge a dialogare con lui. La madre, dedita ai propri figli, ma che si ritrova in matrimoni disastrosi e che con coraggio porta avanti la propria vita professionale. Uno degli elementi mutevoli nella vita di Mason, sarà proprio il rapporto con la madre che, a differenza del legame paterno, darà una scansione ai momenti della sua vita. I suoi occhi saranno sempre rivolti a lei in modo silenzioso e comprensivo e la guarderanno in quel modo particolare all’occorrenza di una svolta, quasi a segnare l’inizio di un nuovo capitolo nella narrazione.

Richard Linklater è stato molto attento nel collezionare momenti in cui lo spettatore può riconoscersi, attraverso avvenimenti topici: dal libro di Harry Potter, alla canzone di Britney Spears, dalle elezioni di Obama a Facebook. I riferimenti, oltre ad essere nella narrazione, sono anche musicali: attraverso il padre, grande appassionato di musica, il regista ripercorre una storia di vita, che è quindi fatta anche di canzoni. Così passiamo da Yellow dei Coldplay a Deep blue degli Arcade Fire, attraverso un omaggio particolare ai Beatles : la compilation regalata dal padre a Mason, The Black Album  e la lettera hanno, infatti, un’origine nella realtà: Ethan Hawke li aveva preparati per Maya, la sua figlia maggiore.

«Tutto quello che si vede nel film ha un legame con la realtà», ha raccontato Richard Linklater a TIME . «Ho voluto che funzionasse allo stesso modo per la musica. Volevo ottenere un effetto del tipo “quella canzone l’ho sentita alla radio in macchina quando mi ero appena lasciato con la mia ragazza, e mi ha fatto pensare che sarebbe andato tutto bene”» (l’esempio si riferisce a Hero, dei Family of the Year).Quello che interessa a Linklater, spiega, è che qualcuno abbia un’esperienza emozionale con le canzoni e non che rimangano suoni di cui nessuno possa avere opinioni.
Dopo due ore e 40 e la trasformazione dei personaggi, lo spettatore sembra essersi affezionato a loro, come alla fine di una serie televisiva di otto stagioni, ma l’effetto da La Vie d’Adèle  (2013, Abdellatif Kechiche) risulta meno radicale e documentaristico. In fondo, il regista, ci aveva già abituato alla poesia del tempo che passa, con la trilogia della storia d’amore tra Jesse e Celine: Before Sunrise nel 1995, Before Sunset, nel 2004 e Before Midnight nel 2013.

La pellicola, che ha vinto l’orso d’argento per il miglior regista al 64esimo festival di Berlino, sembra essere un regalo sul carpe diem invertito. Ci hanno insegnato a cogliere l’attimo, ma alla fine ogni momento sta cogliendo noi, anche se rimaniamo fermi. Illuminante l’ultimo discorso della madre al figlio in partenza per l’università: credeva di avere tanto tempo e invece, matrimonio, figli, lavoro, il tempo che passa e alla fine è tutto qui, credeva ci fosse di più…sulle parole di Patricia Arquette, all’improvviso, sembra essere lo stesso regista che ci parla della sua opera, come a rassicurarci e allo stesso tempo informarci, del fatto che un film così particolare, alla fine, è solo questo: semplicemente, la vita.

Un film da vedere perché rimane impossibile guardarlo restando indifferenti al proprio viaggio: per un attimo sembra di essere catapultati in uno di quei vecchi filmini di compleanno, ma oltre alla nostalgia, resta un senso di pace.
Io l’ho guardato il giorno del mio compleanno, in un cinema vuoto di Parigi e ho soffiato 13 volte le candeline con Mason; ma se non vi basta come motivazione, qui troverete 20 motivi, più validi dei miei, per andare a vedereBoyhood.

Chiara Ciampa, da “cinemacritico.it”

 

 

 

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