Banana

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Continuare a sperare: questo è il mantra ossessivo che ritorna durante l’arco dell’intero film. Ma la speranza, in questo caso, non comporta semplicemente il rimettersi a un destino che si spera sarà benevolo, bensì implica impegno, perseveranza, e, lo aggiunge lo scrivente, il disinteressamento.

Jublin costruisce una storia ambientata in un mondo di quasi adolescenti, in quel periodo della vita che dovrebbe essere il più radioso, proprio per andare a individuare quando e come i sogni s’infrangono, le speranze si fiaccono, lo stupore e la meraviglia lasciano il posto al disincanto.

Il piccolo Banana, un ragazzino di undici o dodici anni, è un accanito sostenitore della filosofia brasiliana, di quel modo di concepire la vita in maniera gioiosa, dinamica, fantasiosa, di contro a una rassegnazione ‘catenacciara’, che pare prendere sempre il sopravvento. Il suo amore per Jessica, una compagna di classe che cerca in tutti i modi di aiutare nel vano tentativo di aumentarne il rendimento scolastico, è di una purezza che sconcerta, commuove, convoca ad un impegno infinito, nonostante le insuperabili difficoltà.

Banana vuole essere felice, non è disposto a scendere a compromessi, cerca di andare a  prendersi le cose belle della vita là dove si trovano, e se per ciò dovesse superare le prove più difficili non si tirerebbe certo indietro. Insomma, è una persona speciale, una risorsa d’energia per il fiacco ambiente che lo circonda, l’antidoto all’abbrutimento generale, al livellamento emotivo dilagante.

Jublin tratteggia dei bei personaggi, forse non tutti riusciti allo stesso modo, ma nel complesso credibili, e dimostra una buona capacità registica, donando un ritmo che mantiene sempre viva l’attenzione dello spettatore, e i toni che spesso e volentieri acquistano una dimensione favolistica trascinano piacevolmente durante l’arco degli ottanta minuti di visione.

Particolarmente riuscito è il personaggio della professoressa Colonna (anche se la sua durezza assume a tratti connotati macchiettistici), interpretato da Anna Bonaiuto, integerrima, nichilista, ma che riesce, grazie alla perseveranza di Banana, a riacquistare un filo di speranza.

L’operazione nel complesso pare dunque riuscita, il film è gradevole, ben girato, mai retorico, efficace nel tentativo di instillare nello spettatore, anch’esso disincantato, quell’anelito si speranza che fa ancora vibrare e credere che al mondo, come spesso ripete Banana, “non tutti fanno schifo”.

Luca Biscontini, da “taxidrivers.it”

 

 

Film come Banana in Italia, semplicemente, non se ne fanno. Vale a dire lungometraggi in cui i ragazzi sono protagonisti e vengono trattati con la medesima complessità e sfaccettatura degli adulti, non come figli ma come coetanei, non come esseri umani cretini ma come esseri umani diversi (un filo più idealisti e ingenui, ma solo di una sfumatura), non tutti per bene ma all’occorrenza anche bastardi, piccini e meschini senza salvezza come il resto dell’umanità. L’ultimo che si ricordi valevole una menzione è l’iperbolico L’uomo fiammifero, datato 2009.

Mentre all’estero questo tipo di cinema è abbastanza florido (lo sa solo chi frequenta il Festival di Giffoni o la sezione Alice nella città del Festival di Roma), da noi non ne esiste una vera tradizione, solo sporadiche incursioni che, anche nei casi migliori, non ricevono il credito che meritano. Bananaperò non è sorprendente solo per la sua natura ma soprattutto per la sua fattura. Scritto con una fluidità, una serietà e un rispetto della materia trattata che impressionano, vanta anche una consapevolezza della vera lingua parlata dai ragazzi (non i termini gergali e di moda ma l’atteggiamento, gli insulti, le insicurezze e le arroganze) che rischiara tutto il racconto di plausibilità.

Protagonista del film è per l’appunto Banana, ragazzino di circa 15 anni con i piedi a banana che lo stesso non si arrende e, ad ogni partita, invece di rimanere in porta tenta la grande azione personale, inevitabilmente fallimentare. Alla stessa maniera senza demordere e senza curarsi dell’assurdità del suo progetto, lui cicciotto, bruttino e un po’ sfigato (ma dotato di un ottimismo devastante), aspira a conquistare una ragazza, più grande, più bella e molto più smaliziata di lui. Quando capisce che probabilmente verrà bocciata decide di aiutarla contro ogni logica, anche se lui stesso è il primo ad aver bisogno d’aiuto per non essere bocciato (gli incubi che ha in materia sono straordinari). Intorno a Banana si muovono i compagni (un casting finalmente fatto bene, ragazzi con facce vere e che recitano!), una famiglia, una sorella e una professoressa di italiano lontanissimi dal piccolo mondo gentile e quieto delle storie con ragazzi cui siamo abituati.

Impossibile dire se Banana sia un film appassionante per i coetanei dei protagonisti, di certo è una delle commedie italiane migliori degli ultimi tempi. Non si salva da alcune trappole sentimentali eccessive e non è in grado di riservare ai diversi adulti del film il medesimo trattamento rispettoso che tocca ai ragazzi (le storie della professoressa e della sorella di Banana non funzionano quanto quella principale). Lo stesso la grana dell’umorismo che contamina il film è delle migliori (poco piegato sulle gag, molto sull’intreccio e capace di ridere dell’amaro) e in certi casi personaggi dipinti anche solo con un tratto minuscolo sembrano memorabili (il compagno fissato con il sesso).

Andrea Jublin dirige, scrive e interpreta (nel ruolo di Gianni, l’insegnante di teatro), forse insiste un po’ troppo sull’idea centrale, cioè sulla “filosofia del Brasile” di Banana, e chiude il film con una quantità di melassa che non dovrebbe essere accettabile per un’opera che fino a quel punto è stata così equilibrata, ma è indubbio che abbia girato un esordio di cui c’era bisogno e a cui è impossibile non voler bene. Addirittura azzecca perfettamente anche il fermoimmagine di chiusura (che dopo I 400 colpi è un topos dei film con ragazzi protagonisti difficilissimo da centrare per bene).

Su YouTube si trova (in due parti) il cortometraggio del 2008 di Andrea Jublin intitolato Il supplente, finito anche nella cinquina per il Miglior cortometraggio agli Oscar. Si trovano i medesimi pregi diBanana (casting, scrittura, uso dell’umorismo, recitazione) e un po’ più dei medesimi difetti (eccesso di melassa e difficoltà nel finire con il medesimo equilibrio dell’inizio) e vale una visione.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Che poi la felicità non è stare in difesa, per la felicità ci vuole coraggio e allora si deve uscire dalla porta e andarsela a prendere. Si sta fermi ad aspettare qualcosa, per non farsi male, per non esporsi o solo per quella tremenda paura che ci blocca, quella che non fa vivere, ma solo respirare. Alcuni invece scelgono di scendere in attacco e non importa se il tiro non è perfetto, non importa se il pallone va fuori, si improvvisa come quasi sempre nella vita. E allora la felicità è questa: è scendere in campo e correre contro l’avversario. La felicità è quello che scegliamo di prenderci a spalle dritte senza l’ansia che il pallone vada fuori e se questo accade si rinizia con un bel sorriso sulla faccia, cercando quei cinque minuti di gloria che riempiono una vita.

Giovanni , che tutti chiamano Banana, ha quattordici anni e il piede storto. Nella partite di calcio con i     compagni, come nella vita, decide di uscire in attacco e provare a fare gol. Si ispira alla filosofia del calcio brasiliano, squadra che il ragazzino porta nel cuore. Tra le mura della scuola, quelle di casa e un piccolo campo inizia la ricerca della felicità di Giovanni che porta avanti ogni giorno senza mai arrendersi.

Il film di Andrea Jublin è quella perla grezza che spicca nel mucchio. Una storia semplice, raccontata in modo ancora più semplice, pochi artifizi quindi vanno ad intralciare la pellicola che piace proprio per questo suo carattere. Qualcuno diceva: è il concetto che conta, la meccanica non mi interessa. Guardando Banana la meccanica non interessa davvero e di concetto, in questi 83 minuti, c’è ne è tanto.

Per non parlare della recitazione del giovanissimo Marco Todisco che convince sin dall’incipit. Una commedia che nell’immobilismo sociale odierno alza la testa e lo fa con un buon umore che dona speranza. Si esce con la voglia di essere felici o almeno di provarci, si esce con quella tenacia che Giovanni ha nell’indossare ogni giorno la maglia del brasile, come fosse un’etichetta a ricordagli il suo scopo. Nella vita si sceglie spesso di restare indifesa, foRse si dovrebbe davvero correre per provare a fare gol.

“Certo non si può mica essere felici del tutto. Però, forse, basta esserlo di qualcosa. Che poi quel qualcosa illumina tutto il resto e siamo salvi”.

Alessandra Balla, da “filmforlife.org”

 

Giovanni ha 14 anni ed è innamorato di Jessica, compagna di classe in odore di bocciatura. Nel ruolo di portiere della squadretta della scuola si è guadagnato il soprannome di Banana, per quel destro incapace di tirare in porta e forse anche per la mania di indossare dentro e fuori dal campetto la maglia gialloverde del Brasile. Perché per Banana la vita va vissuta “alla brasiliana”, ovvero con coraggio, determinazione, volontà di rischiare. Peccato che Banana si muova nell’Italia di oggi, in cui tutti hanno paura di sognare: compresi i genitori del ragazzo, che ormai non comunicano più, e la sorella Emma, bilaureata disposta a rinunciare ad un futuro di ricercatrice e all’uomo che ama, e che lei definisce un “fallito bipolare” perché lui non ci sta ad abbandonare i suoi principi.

Anche gli insegnanti di Banana sono rinunciatari e depressi, in primis una prof di italiano, la temutissima Colonna, che è anche la depositaria del futuro accademico di Jessica, cui Banana tiene al punto da offrirsi come volontario per un ciclo intensivo di ripetizioni. Come il ragazzo invisibile di Salvatores, Banana è un supereroe all’italiana, pronto a combattere contro ostacoli insuperabili perché da grandi poteri (nel suo caso di coerenza etica) derivano grandi responsabilità.
Banana è il lungometraggio di esordio del quarantenne Andrea Jublin, reduce dalla nomination agli Oscar per il suo corto Il supplente, anch’esso ambientato nel mondo della scuola. È una commedia dolorosissima, un excursus amaro e tragicomico nell’Italia di oggi, con punte di cattiveria degne della tradizione monicelliana ma con una forma filmica più debitrice del cinema per ragazzi d’oltralpe. L’originalità profonda di Banana sta, fra le altre cose, nel dipingere una contemporaneità in cui gli uomini sono irriducibilmente romantici e le donne involontariamente ridotte ad un cinismo che non fa parte della loro natura, ma è il risultato devastante del condizionamento socioeconomico e subculturale dell’Italia di oggi.
Nel panorama cinematografico italiano contemporaneo Banana è davvero un’anomalia, e questa è la sua forza, anche se, per un racconto che mette al centro la purezza d’animo del protagonista e la sua visione candida (nel senso di Candide) del mondo, certi dialoghi e certe svolte narrative denotano un tocco di furbizia che l’intervento di un produttore accorto avrebbe dovuto smorzare. Anche la confezione apparentemente naif è contraddetta dal team di professionalità affermate che affianca Jublin nella sua veste di regista e sceneggiatore: Gherardo Gossi alla fotografia, Esmeralda Calabria al montaggio, Nicola Piovani alle musiche, Ginevra Elkann e Luigi Musini alla produzione.
Quel che allontana Banana dal sospetto di “conventicola”, come direbbe Virzì, è lo spirito profondamente e genuinamente anarchico di Jublin, già evidente ne Il supplente, che lo rende mina vagante e scheggia impazzita. Dunque anche certi dialoghi da corso di sceneggiatura rivelano sprazzi di genuina crudeltà, ai congiuntivi appiattiti “ad arte” si alternano espressioni colloquiali esilaranti, ai sermoni edificanti sui buoni sentimenti fanno da correttivo le acidissime viperate della Colonna, interpretata da una Anna Bonaiuto che giganteggia su un film in cui tutti gli interpreti sono capaci (e ben guidati dal regista): fra gli altri spiccano Beatrice Modica nel ruolo di Jessica, bella di periferia senza speranza e senza redenzione, e lo stesso Jublin nel ruolo di Gianni, il grande amore di Emma, deviante irriducibile dalla fisicità ingombrante che sarebbe piaciuta a Lucien Freud.
“Ma tu ce la fai a continuare?” è la domanda che si pongono i personaggi di Banana. E intendono: a continuare in questa Italia qui, che ammazza le speranze e qualunque traccia di “filosofia brasiliana”. Auguriamo a Jublin di continuare a sgomitare nel nostro cinema ristretto e autocensorio tirando fuori sempre di più la sua verve iconoclastica, e lasciandosi bacchettare, quando serve, da un produttore che lo tenga al di qua di qualsiasi tentazione di autocompiacimento.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Questo è un post breve su un film piccolo. Un film che è uscito in dieci sale. Per vederlo ho dovuto affrontare un viaggio da casa mia all’UCI Cinema della Bicocca. Arrivarci con i mezzi pubblici e a piedi, causa macchina rotta, è un’impresa biblica in una landa desolata nota come Mordor Sesto San Giovanni. Il piccolo film è lì, nascosto tra film enormi, in una delle diciotto sale dell’UCI. Che va benissimo, eh: io amo sia i multiplex che i cinema piccoli. Ma quel film piccolo, nascosto tra Sherlock che fa Turing e Tim Burton che non fa Tim Burton, va visto.

Si chiama Banana e l’ha scritto e diretto Andrea Jublin.
Qualche anno fa, Andrea Jublin ha scritto e diretto questo corto (la prima partequi, e qui la seconda https://www.youtube.com/watch?v=D4X9EBHuctQ). Che è stato nominato all’Oscar. ALL’OSCAR.
Uno dice: dopo un corto così e una nomination ALL’OSCAR, gli faranno fare un film in fretta e furia, e giustamente. Invece no.
Il fatto che Andrea Jublin sia riuscito a fare un film solo oggi la dice lunga sulle fatiche produttive del cinema italiano. Anche perché ora che il film è uscito (in dieci copie: e questo la dice lunga sulle fatiche distributive del cinema italiano) la promessa di quella nomination è stata mantenuta.

Banana è un piccolo film che fin dalla prima scena si pone un problema grosso: come si fa a essere felici, oggi? Felici: non “contenti”, distinzione tragica che separa questo ragazzino soprannominato Banana, bruttino, grassottello e dolorosamente incapace di giocare a pallone (l’ottimo Marco Todisco) dal resto del suo mondo. Un mondo di adulti “contenti” nel senso letterale della parola. Accontentàti. O meglio: rassegnati, sconfitti, disperati. Dalla sorella archeologa (Camilla Filippi), sospesa tra ambizioni frustrate, un fidanzato superficiale e un possibile futuro ancora più superficiale, alla cupa, feroce, esilarante professoressa Colonna (Anna Bonaiuto), uno di quei personaggi che un autore usa per dire cose vere, orribili e divertentissime. Dai genitori di Banana, ormai incapaci di comunicare, alle amiche feroci e buzzurre di Jessica. E a Jessica, compagna di classe tamarra e rovinosamente ignorante. Banana vuole aiutarla a non restare bocciata per l’ennesima volta. Così, ragiona lui, potranno ancora restare in classe insieme. Perché lui è innamorato di lei.

Banana è ingenuo, quindi coraggioso. Patetico, quindi tragico. Continuamente sconfitto e umiliato, quindi mai rassegnato.
Banana è l’unico che lotta.
Lotta per una sua personalissima idea di felicità, assoluta, confusa, disordinata e nata sconfitta, come sono le idee che hai a dodici anni. Eppure limpida, senza compromessi. Con un’unica speranza: che “non faccia tutto schifo”, il mantra di tutti gli altri personaggi e una triste realizzazione dell’adolescenza. Quando capisci che sì, un sacco di cose fanno e faranno schifo, e ti ci devi abituare. In American Beauty, Kevin Spacey (cito a memoria) parla della figlia adolescente e dice: “vorrei dirle che tutto passerà, ma non voglio mentirle.”

Neanche Banana mente. Anzi, la vita non fa che prenderlo a sberle, metaforiche e letterali. Ma lui non molla. E, nel suo piccolo, diventa un esempio.
Chi non molla e resta se stesso, alla fine, riesce a cambiare un pochino anche gli altri. Un sacco di cose fanno schifo, ma se iniziamo noi a fare meno schifo, magari qualcun altro ci seguirà. E ci sarà qualche sconfitta in meno, un po’ di schifo in meno.
Andrea Jublin non ha mollato e alla fine ci ha dato un film pieno di sconfitte ma pieno di speranza. Un film che non rassicura, ma dà forza. Basta una maglietta del Brasile e la voglia di raccontarsi – e raccontare – meglio. Magari facendosi da solo la telecronaca, mentre un ragazzino bruttino e grassottello si toglie i guanti da portiere, esce dalla porta, scarta gli avversari uno dopo l’altro, entra in area, tira e…

Roberto Gagnor, da “ilpost.it”

 

 

Banana hai rotto il cazzo” sentenziano. Si, hai rotto il cazzo, ai compagni di scuola, ai professori, ai genitori, alla sorella, all’ex di lei. Hai rotto il cazzo con questa storia della felicità, con questa ricerca del bello e del giusto – che a volte non sono la stessa cosa, e a volte lo sono – in ogni incontro, sguardo. Hai rotto il cazzo a tutti ma non a noi. Come potresti, piccolo, ciccione e sfigato come sei? Come potresti rompere il cazzo a noi che tra la mancanza di cinema e la presenza di calcio abbiamo scelto il secondo, pensando, scrivendo e leggendo di pallone per un mese intero, per un mondiale intero, il tuo? E come potresti, alla fine, rompere il cazzo a chi ha sognato il sogno mostruosamente proibito di Garcia Ignazio Barroso detto “U Carcamagnu”, a chi con indosso un’insostituibile maglia blu ripeteva la filastrocca che è un mantra che ti fa viaggiare indietro fino ad un’epoca e ad un calcio non tuoi – Didi, Vavá, Pelé, Zagalo.

 

Di Banana (personaggio) e Banana (film) rimane questo: la piccola, intima follia che a volte, nei momenti più sbagliati – che a volte sono quelli più giusti e volte no –, si impadronisce di entrambi e li porta a fare cose che non possono tornare, con Banana che dribbla mezza squadra partendo dalla propria porta e sbaglia il tiro decisivo, con Emma che lascia il fratello e la famiglia e l’ex e tutto quello che è per un ragazzo che non ama. Banana e Bananasono così, pieni di errori, sono la paura del portiere prima del calcio di rigore. Gli altri hanno rotto il cazzo, non loro, gli amici inesistenti, il tempo che passa e sembra non passare mai, gli amori traditi e quelli mai raggiunti.

 

Sono dei periferici Peanuts Banana e Banana, perché sotto sotto se ne fregano dei ragazzi troppo piccoli e troppo vuoti per capire e sentire e guardano con risate e rabbia ad un mondo che non dovrebbe appartenergli, quello degli adulti. C’è un limbo, c’è un’inversione di generazioni, c’è un male nell’aria che respirano ragazzi e adulti, ma solo alcuni ragazzi, alcuni adulti, quelli capaci di sentire che c’è qualcosa, qualunque cosa, oltre a quello che, semplicemente, già c’è. Quindi si tormentano, e lo fanno brandendo e maledicendo ciò che solo significa, il tempo. E così la madre di Banana pensa alla strana moto che aveva il marito e a quando lei non aveva le mutande, e Gianni mostra ad Emma una lettera per un amore che sperava sbocciasse e si rinnovasse di anno in anno, di età in età. Altri ancora ci arrivano a spasmi, a salti, a sentire lo scorrere di quel tempo che uccide e ucciderà sempre i suoi figli, Jessica che sa che l’amore di Banana non la salverà da una vita arida, il padre di Banana che per un attimoguarda per la prima volta la foto della sua strana moto e poi distoglie lo sguardo per tornare solo a vedere. Ma lo sappiamo, solo alcuni sono brasiliani, e poi loro non sono riusciti nemmeno a vincere in casa…

 

Andrea Jublin inscatola tutto questo in un piccolo film che è, soltanto, un piccolo film. Fatto di cose minute, passeggere, maneggevoli. Ma Jublin lo fa in un modo che svela tutto quello che c’è dietro, che va dritto verso quello che vede alla fine del sentiero. C’è una Roma stradaiola che da Centocelle scende al Quadraro, c’è un coro di interpreti che puntella di dolore e passato mai visto questo mondo (Camilla Filippi, Anna Bonaiuto, Giselda Volodi, Gianfelice Imparato, Giorgio Colangeli), ci sono scelte dirette, chiare, semplici – non tutto finisce bene, e questo è già, davvero, tanto. E poi c’è Jublin stesso nella parte di Gianni, in quella che sembra l’altra vita del supplenteche gli fece avere una nomination all’Oscar per il miglior cortometraggio. E ci sono ancora quelle parole pronunciate a metà di quei piccoli, soltanto piccoli, quindici minuti: “Scusate ragazzi. La nostalgia. E’ che io sto sempre solo con gli adulti, e li vedo così delusi, così spaventati, così lontani dal loro posto e pensano così male della loro vita. E anche io, e non è colpa di nessuno. E io come faccio a crescere? Come faccio ad esser meglio di così? E perché quando alzo la testa e ho un pensiero che mi piace, intero, perché può esser solo un pensiero da ragazzino?”.

Luigi Coluccio, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

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