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Babadook

locandina

 

Sono sei anni che è morto il marito di Amelia e sei anni che è nato Samuel, il suo unico figlio, cresciuto senza padre da una madre single in grandi difficoltà economiche e distrutta dallo stress causato dalla sua iperattività. Il bambino non dorme bene, la tiene sveglia, spaventa i compagni, si fa riprendere a scuola, è violento, non ha molti amici per via di un temperamento esagitato e la stessa madre arriva quasi ad odiarlo. Le cose non migliorano quando nella loro vita si materializza un libro di favole diverso dagli altri, molto nero, cupo e spaventoso che viene prontamente messo via dopo la prima lettura ma continua a ripresentarsi fino a che la sua storia di un uomo nero che ti entra dentro fino a condizionarti non comincia lentamente ad avverarsi e intrappola i due nella loro stessa casa.
Che Jennifer Kent non sia una regista come le altre e che il suo The Babadook non sia un film dell’orrore come gli altri è subito evidente dalla prima inquadratura di Amelia che nei suoi sogni dolcemente cade nel letto in cui si sveglierà. L’australiana fonde una conoscenza della paura come raramente abbiamo visto con l’indagine di un carattere femminile sui generis per il cinema. La regista sa bene che l’horror può avere molti fini, che smuovere un profondo senso di instabilità e risvegliare fantasmi di terrore nello spettatore serve a qualcos’altro, è solo la prima parte di un processo che termina altrove. Nonostante sia quindi abile nel terrorizzare in realtà l’obiettivo di questa australiana all’esordio nel lungometraggio è un altro. Il suo film mentre si presenta come una classica storia di famiglie perseguitate rinnega qualsiasi luogo comune della messa in scena horror, non usa mai impennate sonore o anche solo apparizioni improvvise per prediligere un tono cinereo, una fotografia studiata in armonia con l’arredamento della casa (set principale di tutta la storia), in un continuo grigio funereo che solo lentamente lascia emergere il suo uomo nero. Anche la minaccia del titolo è mostrata con l’uso di una inusuale stop motion frenetica (come nei videoclip di Marilyn Manson degli anni ’90) e riferimenti ad un immaginario gotico burtoniano in cui però non c’è nulla d’adorabile.
Figlia diretta dell’Halloween di Carpenter per come inietta nella sua storia di paura una caratterizzazione profonda della propria protagonista, donna vessata da tutte le parti, madre single disperata, sommessamente in cerca di un inconfessabile desiderio amore, abbandonata da tutti e apparentemente destinata alla follia, Jennifer Kent fa uso delle migliori idee del moderno horror americano a basso costo (minimalismo di messa in scena, un luogo unico in cui ambientare gran parte della storia e gioco di montaggio furioso) e delle psicosi mentali nello stile di Aronofsky. Amelia nella sua lotta contro Babadook per salvare il figlio diventa le favole che legge a Samuel, i cartoni che vede in televisione, il lupo travestito da agnello, arriva a bussare alle porte e minacciare di abbatterle.
Le idee attraverso le quali The Babadook colpisce il cerchio delle regole del cinema horror (le fughe, le lotte contro la minaccia, i coltelli e le possessioni) e la botte di un sentimentalismo finalmente non di facciata (in più d’un punto è possibile commuoversi onestamente per la tremenda sete d’amore soppressa) sembrano non finire mai, il suo lungo delirio e la caccia che occupa tutta la seconda parte sono un piacere per gli occhi (basterebbe anche solo lo sguardo nell’ombra quando la vicina bussa alla porta) e, cosa rara, il terrore che infonde è il contrario dell’epidermica tensione degli horror più cretini, una profonda sensazione di disagio nei confronti del nero che respingiamo nell’angolo del nostro cervello per poi ritrovarlo che emerge dalle ombre, dentro gli armadi o sotto i letti. E proprio quando sembra che il film sia pronto alla sua chiusa, quando pare che il delirio di invenzioni e splendore debba terminare The Babadook presenta un finale come non si era mai visto, che getta una luce ancora diversa, paradossalmente conciliante, su tutta la storia per svelarne la natura di favola morale.

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

 

 

Che The Babadook sia diretto da una donna non sorprende affatto: vi sfidiamo a trovare un horror così femminile, e ovviamente anche piuttosto intelligente, tra quelli usciti negli ultimi anni (ma potremmo anche allargarci). Forse solo l’australiana Jennifer Kent, perché donna e perché indipendente, poteva portare sullo schermo una storia del genere.

Se vi aspettate un horror tutto basato sullo spavento state pure alla larga da The Babadook. Volete una definizione più convincente? Osiamo ‘dramma intimo a tinte forti’ (più un paio di balzi sulla sedia che non fanno mica male). Perché è piuttosto palese che alla Kent interessino innanzitutto i personaggi e la trama, punto di partenza per l’atmosfera e la tensione strisciante che vuole creare.

Sette anni dopo la morte violenta del marito, Amelia (Essie Davis) non è ancora riuscita a superare il trauma. A complicare le cose c’è il difficile rapporto con il figlio Samuel, bambino irrequieto tormentato da incubi popolati di creature mostruose. La comparsa in casa di un inquietante libro intitolato The Babadook rende Samuel incontrollabile: per lui il mostro che lo perseguita è proprio il protagonista che dà il nome al libro.

“Ho fatto ancora quel sogno” dice Samuel all’inizio del film, e così si ripete per la donna lo stesso rito di ogni sera: controllare sotto il letto e nell’armadio se c’è l’Uomo Nero. Però quando Samuel legge il libro su Mr. Babadook inizia a crederci in modo davvero convinto, provando anche a convincere gli amici e chi gli sta attorno della sua esistenza. Per Amelia è l’inizio di un vero e proprio incubo.

C’è da dire che Amelia si rivela un po’ insofferente verso il figlio sin dalle primissime scene. Non riesce a trattenere qualche scatto di rabbia improvvisa, anche se il comportamento fuori dalle righe del bimbo non aiuta di certo. Ne combina davvero di ogni colori, con le sue armi create in casa, e ne combina tante persino a scuola. Amelia poi, barcamenandosi tra casa e lavoro in un ospizio, fa quel che può.

Il fine di The Babadook è chiaro e limpido sin da subito. Come ogni horror con qualche pretesa che si rispetti, anche il debutto della Kent è una grande metaforona. Tempo fa Amelia era sposata ed era una scrittrice: ogni non ha più un marito e non scrive più. L’elaborazione del lutto è stata lenta, e la solitudine la sta divorando.

The Babadook è praticamente quasi tutto ambientato nella casa dei protagonisti. La casa ha uno stile che richiama direttamente l’espressionismo tedesco, citato più volte a mani basse. Stile fatto di linee e geometrie, e di bianchi e neri, ben di sposa a scale, specchi e interni delle case che devono incutere un senso di angoscia e paura. Diventa quindi un vero e proprio stato mentale (tra l’altro la regista dev’essersi vista di sicuro Passion di De Palma…).

In questo clima molto minimale s’inseriscono le paure dettate dal Babadook. Notate come le scene più graphic, come la prima apparizione dell’Uomo Nero, sono risolte visivamente in un modo molto “infantile”. Come a dire che le paure saranno pure cambiate rispetto a quando eravamo bambini, ma l’Uomo Nero continua a fare paura allo stesso modo, ieri come oggi. Dalle proprie paure non si fugge mai: bisogna solo imparare a controllarle.

Raccontare troppo di più della trama sarebbe un peccato, perché rovinerebbe l’intensità di una storia piuttosto semplice ma raccontata in modo giusto. Una storia bella e intensa, davvero femminile, in cui la regista ha il coraggio di dire una cosa quasi “scandalosa”: la maternità può essere un vero sacrificio. Perché un figlio è anche una “scommessa” che va vinta giorno dopo giorno…

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

«Chiudi gli occhi e lui è con te… Sei già morto, un due tre». È una filastrocca sinistra, riferita al Babadook, ultima incarnazione dell’Uomo Nero. Un essere soprannaturale invocato per errore da una madre mentre legge a suo figlio un inquietante libro, saltato fuori dal nulla da un cassetto della loro casa: è l’inizio di un incubo che pare non aver mai fine. A prima vista, sembra la classica struttura che negli horror prosegue dal primoNightmare di Wes Craven. Ma Babadook non è un horror comune, almeno non nel senso più tradizionale del termine. Ha più i contorni di un thriller psicologico che si muove all’interno del dramma famigliare. Intenso e agghiacciante. Al centro della storia, Amelia e suo figlio Samuel, il cui rapporto non è mai decollato a causa della morte violenta del marito di lei, ucciso in un incidente d’auto mentre portava la moglie all’ospedale la sera in cui le si erano rotte le acque.

Un trauma che condiziona la donna per i successivi sei anni: Samuel cresce ribelle, chiede attenzioni costanti che Amelia non riesce a dargli, perché non vuole. Nel piccolo rivede l’incubo di una notte maledetta che gli ha portato via l’amore della sua vita e l’unica cosa che la tiene legata a lui è il suo senso materno. La sua è una lancinante sofferenza repressa che non ha valvole di sfogo e per questo sviluppa nella donna un’energia negativa dalle potenzialità tragiche, ma ancora sopite. Almeno fino a quando il libro del Babadook viene aperto, liberando, come un vaso di Pandora, le paure più profonde di madre e figlio.

Calato in allucinanti atmosfere oniriche, il film sfrutta con maestria gli espedienti più classici del genere, spaventando senza mai mostrare nulla di esplicito. Uomo Nero compreso, che rimane un’ombra oscura, allegoria del profondo malessere personale di una madre il cui equilibrio psicofisico scricchiola ogni minuto che passa. I tanti applausi della critica internazionale non sono gratuiti: Jennifer Kent, regista e sceneggiatrice, scava a fondo nei tormenti della protagonista partendo da una mitologia ben radicata nell’immaginario horror e mostra come, alla fine di un un tunnel angosciante, si possa anche trovare la luce. A patto di saper convivere con i propri demoni. Perché il Male fa parte di noi: non sempre possiamo vederlo, ma senza dubbio possiamo combatterlo.

Andrea Facchin, da “bestmovie.it”

 

 

Il decennio della crisi ha spinto il cinema dell’orrore a tornare alle narrazioni a circuito chiuso casalingo. Le presenze di Paranormal Activity, i residui di memoria al sangue di Sinister, le insicurezze omicide di Oculus, le possessioni di The Conjuring, le invasioni sociali di La notte del giudizio e le epidemie su base condominiale di[Rec], sono soltanto alcune manifestazioni sintomatiche di un filone che, introiettate le lezioni demoniaco-polanskiane, esorcistico-friedkiniane e mutazionali-cronenberghiane, ha rilanciato forte sulla messa in crisi (appunto) dell’ambiente domestico. In una (post-post) modernità ormai allo stato gassoso, la solidità della casa evapora sotto la spinta del collasso economico e quella della famiglia si dissolve in una nube di incertezze e mancanze. Le porte si aprono ed entrano nuovi vecchi demoni. In Babadook, a sei anni dalla perdita del marito, morto in un incidente mentre la portava in ospedale a partorire, Amelia è spinta al collasso psicologico dalla debuttante Jennifer Kent, penna acuta in sceneggiatura e obiettivo raffinato in regia. La donna somatizza lo stress dovuto a una mancata elaborazione del lutto, a un figlio problematico cresciuto con indosso le catene della colpa, a un cappio finanziario sempre più opprimente e a ritmi lavorativi che non concedono respiro.

Il pretesto, al solito, è un feticcio. Una fiaba del terrore, racchiusa in un volume pop-up ben rilegato e intitolatoMister Babadook. Dopo la prima lettura, l’oggetto diventa invadente, torna dopo essere stato strappato e poi bruciato, bussa alla porta per richiamare il suo spazio. Infine, come da copione demoniaco, si stabilisce nella casa e possiede Amelia sotto gli occhi, increduli, del figlio. Tutto già visto e il Babadook, a prima vista, non sembra distante da qualunque altro boogeyman già mostrato al cinema (e sono tanti). A differenziare la creatura di Babadook dalla massa dei suoi simili, tuttavia, intervengono due aspetti distinti. In primo luogo, è proprio la contemporaneità delle motivazioni viste sopra a saldare l’arcaica dimensione dell’uomo nero all’esposizione odierna alla sua influenza. Tra il Babadook e il suo luogo di proliferazione ci sono spaccati di sociologia familiare, incursioni psicoanalitiche nell’adulta madre e nel fragile bambino, affreschi borghesi e istituzionali (le riunioni delle mogli, i colloqui con la presidenza scolastica e quelli con i servizi sociali), agenti umani i cui reagenti contestuali sono quelli comuni, di oggi, buoni dentro e fuori dal film. Alla regista non interessa tanto il mostro in sé e per sé (sporadici, ma graffianti, sono i momenti di svelamento e terrore puro), quanto l’humus e le ragioni del suo stanziamento: l’unico modo per affrontare il Babadook contemporaneo è conoscere i suoi perché, dunque conviverci e imparare ad addomesticarlo. Sconfiggerlo è impossibile: i suoi “mandanti” sono troppo più grandi di noi.

Il secondo scarto di Babadook è tecnico: la Kent agisce in sottrazione di orpelli, artifici ed enfasi retoriche tipiche dell’horror odierno. La sua messa in scena non prevede irruzioni visive o sonore improvvise. La suspense si concentra sul disagio provocato da espedienti stridenti, fastidiosi e appena sussurrati: una surrealista apparizione di scarafaggi da una crepa nel muro; il gracchiare sgradevole, metallico e quasi sofferente del Babadook; l’animazione burtoniana di un mostro mai del tutto svelato. Babadook afferma quanto lo studio formale possa vincere ancora la propria battaglia contro le tonitruanze standardizzate dell’horror. E conferma le potenzialità teoriche di un genere che scava nel mondo in cui viviamo.

Claudio Bartolini, da “nocturno.it”

 

 

Nell’inconscio il desiderio rimosso continua a esistere,
aspettando solo un’occasione per riattivarsi,
e alla fine riesce a inviare alla coscienza,
invece dell’idea rimossa, una formazione sostitutiva,
deformata e irriconoscibile, a cui si legano quelle stesse sensazioni
spiacevoli che il paziente credeva di aver liquidato
per mezzo della rimozione
Seconda conferenza sulla psicanalisi (S. Freud. 1909)
“Babadook” è un film che si porta dietro l’aura di cult a livello mondiale dopo l’uscita a gennaio del 2014 al Sundance. Con un primo passaggio in Italia, grazie al Torino Film Festival, esce finalmente nelle sale: un’attesa ripagata, per uno dei titoli più interessanti degli ultimi anni.
“Babadook” dovrebbe essere un horror e così viene di norma presentato. Infatti alcune scelte sono evidenti archetipi del genere: porte scricchiolanti, l’uomo nero, il bambino disturbato, la casa infestata etc., tutti elementi che fanno credere di essere di fronte a uno dei tanti film da spavento semplice e immediato.
Eppure, punta in tutt’altra direzione e anzi utilizza il genere come grimaldello per scardinare alcuni modelli familiari e per analizzare l’elaborazione del lutto e la gestione dei propri demoni.

In breve, la storia: Amelia (interpretata in maniera eccellente da Essie Davis), una madre vedova, è alle prese con Samuel, il figlio seienne. Il bambino è particolarmente vivace e visto da tutti come disturbato, ossessionato dai mostri. La madre vive apparentemente in maniera controllata la dinamica domestica, costruendo un rapporto amorevole con il figlio.
Un giorno in casa appare un libro inquietante e violento, nel quale si racconta l’arrivo del Babadook, l’uomo nero. Il libro sembra parlare direttamente ad Amelia e Samuel: “Se pronunci una parola o lo stai a osservare, del Babadook non ti puoi più disfare. Se intelligente tu sai essere, e sai il significato del vedere suo, l’amicizia con lui puoi intraprendere, un amico mio e tuo. Mister Babadook si fa chiamare, e questo è il libro dove lo puoi trovare….”.
Inutile dire che il Babadook arriverà per devastare le vite delle sue vittime predestinate.

I segnali che il film voglia parlare d’altro sono disseminati in maniera evidente lungo tutta la durata della pellicola, accennati inizialmente, e via via in crescendo. Il libro stesso diventa la chiave di lettura della narrazione con le sue filastrocche, da quella sopra citata fino a stralci chiarificatori: “Lasciami entrare”…  “Più cerchi di negarlo più io diventerò forte”… “Il babadook cresce sotto la tua pelle”.
Poi la metafora diventa evidente: l’uomo nero è un mostro dell’anima e come tale va affrontato, combattuto e infine accudito.

Jennifer Kent, regista e sceneggiatrice australiana all’esordio sul lungometraggio, mette in mostra una sensibilità fuori dal comune, riuscendo a costruire un racconto delicato e sincero, nel quale il fulcro principale è l’elaborazione del lutto e le conseguenti difficoltà relazionali fra una madre e un figlio.
L’apertura è quasi programmatica in tal senso: la scena stilizzata dell’incidente automobilistico in cui muore il marito della protagonista, girata senza elementi superflui: nero e il volto della donna, luci e poi il volto del marito. In voce off il bambino che chiama la madre.
Una sovrapposizione di figure e di senso che sarà pressante in seguito. Sovrapposizione rimarcata in più passaggi, come nella scena in cui Amelia cerca di rilassarsi masturbandosi nel letto e viene interrotta dall’arrivo improvviso del figlio.

Come a sottolineare la sostituzione delle figure familiari e a far crescere la tensione latente della genitorialità e delle difficoltà ad essa legata. Non per nulla in un dialogo potente, dopo l’arrivo di Babadook, Amelia urla al bambino: “A volte voglio semplicemente spaccarti la testa contro un muro, fino a che non salta fuori il cervello”. Una frase terribile, ma che risulta liberatoria perché rappresenta uno degli apici dello sfogo di turbe accumulate e tenute nascoste, represse. Un soffocamento tipico di una società che non accetta le difficoltà dei rapporti familiari e vuole la mamma amorevole e il figlio educato, come rappresentato qui nell’angosciante figura della sorella di Amelia.
L’equilibrio dei rapporti raccontati è in bilico, come è ovvio che sia. E non tutto è semplice come può sembrare: Samuel è così “strano” o è un bambino come gli altri? Amelia deve proteggere il figlio dall’uomo nero? Il Babadook è un essere malvagio da uccidere?
Tutto avrà risposta man mano che il film procede, fino ad arrivare ad un finale tanto preciso da avere del miracoloso. La catarsi, infatti, passa solo attraverso l’accettazione.

Alessandro Viale, da “ondacinema.it”

 

 

Diceva Lovecraft che la paura è l’emozione umana più antica e potente, e che la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.

Prendete una madre sola, stanca, invecchiata prima del tempo, e disperatamente bisognosa d’amore, in un modo che a tratti commuove. Prendete suo figlio Samuel, di sei anni, un bambino iperattivo, violento, troppo fantasioso, in cerca di attenzioni, quasi al limite del tollerabile. Prendete la zolla di oscurità, fatta di sensi di colpa, che madre e figlio si trascinano dietro: è l’ombra del padre, morto in un incidente d’auto lo stesso giorno della nascita di Samuel.
Infine, prendete un libro di fiabe e leggete la storia del Babadook. Mettetevi comodi e aspettate. Presto busserà alla vostra porta. Tre colpi… DOOK! Tre… DOOK! colpi… DOOK! …

Chiudi gli occhi e lui è con te, sei già morto, un due tre.

Riconoscete la paura? Ci appiattisce al livello degli animali, risvegliando i nostri istinti primordiali e mostrandoci la vera essenza di ciò che siamo: prede dell’ignoto.

Prima ancora di approdare al cinema, The Babadook aveva già vinto qualche premio: il BloodGuts UK Horror Award, il Gerardmer Film Festival, il Toronto After Dark Film Festival (tra gli altri, anche per il miglior mostro inventato e il film più spaventoso). Dopo sono arrivati l’Empire Award, il New York Film Critics Circle Award e l’AACTA Award.
Non avrei bisogno di aggiungere altro, ma in qualche modo devo esprimere la mia gratitudine per Jennifer Kent. Trovare al giorno d’oggi un bel horror è difficile. Trovarne uno in grado di trasmetterti questo sentimento ancestrale (la paura) è impossibile.
Eppure la trama è talmente classica da sfiorare i luoghi comuni, l’ambientazione minimalista, il budget basso e per quasi tutto il tempo siamo portati a immaginare un mostro naif, quasi informe, come fossimo bambini: il Babadook è solo un disegno, all’inizio, il disegno di un libro di fiabe. Lo stesso filtro della pellicola è opaco, come se il film fosse tratteggiato a china. Poi il Babadook scivola dentro, strisciando nella casa, nella mente e nello spettatore, accompagnato da suoni disturbanti. Porta con sé il buio e l’epifania della psicosi.

Essie Davis (è Amelia, la repressa madre di Samuel) ha regalato un’interpretazione già pluripremiata, che di premi ne meriterebbe altri. Davanti a noi c’è una donna che trema, e oscilla, e che in ogni istante sembra sul punto di cadere; e se questo avverrà, causerà un effetto domino irreversibile, e noi sappiamo già che in quel baratro non c’è salvezza. Noah Wiseman è Samuel, ha sette anni e dopo il corto The Gift e un episodio di Funny or Die Presents è stato scoperto da Nikk Barrett, il casting director, nella classe di recitazione della sua scuola elementare. Noah è perfettamente in grado di farti provare per Samuel odio profondo e intenso amore, e quando ci riesci a sette anni secondo me meriti di essere tenuto d’occhio.
Arriviamo a Jennifer Kent. Non soffermiamoci sul fatto che sia donna (come se non sapessimo che le donne hanno incubi propri e sono perfettamente in grado di realizzarli da sole), ma sul fatto che questa sia la sua prima opera. In realtà Babadook nasce da un corto di nome Monster, che la stesse regista girò nel 2005 (questo è il link per vederlo, ma vi sconsiglio di farlo prima del film).

Babadook, l’Uomo Nero. In serbo la parola che lo designa è “babaroga”, ma in questo caso il titolo nasce da un anagramma: “A bad book”. Jennifer Kent ci impacchetta un horror coi f iocchi, sicuramente il migliore dell’anno. Ve lo dico da appassionata del genere, che di uscite non se ne lascia sfuggire nessuna. Dopo tanti indegni remake, splatter di cui avremmo volentieri fatto a meno e piccoli brividi, arriva un film che fa provare nuove forme d’inquietudine (giungono echi dai tempi di Jack Nicholson e Shining), un film che non prende in giro il pubblico con effetti sonori ad hoc e facili spaventi, con un finale che può essere odiato o amato, ma non lascia indifferenti. Un film, insomma, che fa finalmente paura. Ha persino una morale: quando non puoi sfuggire all’oscurità, impara ad affrontarla.
E dopo, nutrila.

Lavinia Petti, da “fuoriposto.com”

 

La bestia nel cuore

Amelia è rimasta sola, a tirare avanti e a crescere il piccolo Samuel. Sei anni fa l’amatissimo marito è morto in un incidente mentre la portava in ospedale a partorire. Samuel è ossessionato dagli “uomini neri”, i mostri che abitano nello stanzino, che si nascondono sotto il letto, ogni babau esistente che possa minacciarlo. Si arma, per combattere quel Male che si annida intorno a lui, con buffe armi artigianali, con ingegnose trappole elementari. Con le sue notti piene di incubi tiene sempre sveglia la madre, sempre più stanca ed esaurita.

Samuel scopre una nuova, inquietante presenza, in un libro misteriosamente apparso in casa, il Babadook. L’entità poco alla volta si insinua nella loro già infelice vita. Esasperata, sempre più sola, incapace di conservare il suo lavoro, pressata dal Sistema, Amelia scivola in uno stato in cui non riesce più a scindere realtà e fantasie, fino a che la razionalità sembra soccombere in entrambi. È il Babadook un’invenzione del piccino, è un’evocazione della madre, è davvero una presenza maligna? Molto ben descritta è la graduale degenerazione dei rapporti fra madre e figlioletto, nella discesa in un mondo di ombre in cui esistono solamente loro due, perché l’esterno non li può capire, anzi li respinge. Ben disegnata la figura inquietante del Babadook, pochi tratti elementari e pochi effetti speciali per una creatura del buio davvero originale. Poco altro si può dire per non togliere il piacere della visione di un film che catalogare come horror è riduttivo, una vera sorpresa anche per il substrato analitico che contiene. Che origine ha quel nero che dilaga nell’animo, nella casa, nella vita, nella terribile solitudine di Amelia, nell’ingenuo e totale amore di Sam? Gran prova perEssie Davis, attrice già vista nella bella serie The Slap, dal cui volto traspaiono stanchezza, malinconia, solitudine, la fatica immensa del suo solitario ruolo, un personaggio che sarebbe piaciuto a Polanski. Splendidamente scelto il piccolo Noah Wieseman, che riesce a essere tenerissimo e inquietante, odioso e adorabile. I bellissimi disegni del libro pop up sono di Alex Juhasz. Scrive e dirige Jennifer Kent, esordiente australiana, che amplia un suo corto del 2005, Monster, ambientando la storia quasi interamente all’interno della casa di famiglia, con toni della fotografia (di Raden Ladczuk) spenti, come spento è il pallore sempre più accentuato della donna, che fa spiccare ancora più il nero del mostro, il rosso del sangue. Pochissimi effetti, però sia visivi che sonori, ribadiamo, perché Babadook inquieta in ben altro modo, e ci riesce benissimo.

Giuliana Molteni, da “moviesushi.it”

 

 

Amelia è una giovane madre vedova che vive con il figlio Samuel in una bella casa di un quartiere tranquillo. Il bambino è sveglio e vivace, molto simile al papà e, come tutti i bimbi, non vuole addormentarsi senza la favola della buona notte. Sam è esattamente com’eravamo noi durante l’infanzia: è affascinato dalle creature misteriose ma ha paura dell’uomo nero che, a suo dire, si nasconderebbe nell’armadio e parlerebbe con lui quando Amelia non vede.

La cosa non stupisce nessuno sino a quando Sam sviluppa una vera e propria ossessione per questo fantasma e per il libro “The Babadook”. Un volume dalla scintillante copertina rossa, evidentemente per piccoli lettori, che Amelia non ricorda né di aver acquistato né di aver ricevuto in regalo. A questo punto la donna deve risolvere il problema alla radice. Il risultato è una lunga serie di notti insonni che le provocano inevitabili allucinazioni. E… il mistero, le paure, i demoni personali, i luoghi comuni da qui in poi s’impossessano della scena conquistando lo spettatore.

BABADOOK ha fatto parlare molto di sé ancor prima di raggiungere le sale cinematografiche. Inizialmente perché è un esordio nel lungometraggio attento e accattivante; poi perché è un film dell’orrore (genere molto particolare) diretto da una donna (!) che tratta tematiche femminili e delicatissime come la maternità, il rapporto madre-figlio, l’elaborazione del lutto e la colpa. Da ultimo perché pare aver toccato la sensibilità di molti e, nonostante non grondi sangue, è stato vietato ai minori sviluppando l’ennesima polemica. Per fortuna che l’ultima parola è del pubblico e il suo giudizio ha il miracoloso potere di spengere in un soffio qualsiasi chiacchiericcio.

La pellicola piace a tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani, e i motivi sono più di uno. Non è un horror con mostri e possessioni demoniache che scuotano il nostro rapporto con al-di-là e/o la religione. Dà voce alle comuni angosce, a quelle dei bimbi e a quelle degli adulti che, guardando un figlio, devono decidere se assecondarlo o essere inflessibili. E usa una prospettiva insolitamente femminile per mostrare il lato umano e debole di una madre, i suoi disagi, i sensi di colpa e i conflitti con sé stessa e con il figlio.

L’elemento più dirompente è sicuramente l’esplorazione della forza dell’amore viscerale, l’elaborazione del dolore e la presa di coscienza del ruolo che la paura ha nelle nostre vite. Ciò che colpisce è come l’opera riesca a mescolare i generi. Carica lo spettatore di tensione e inquietudine dopo di che si svela per quello che è: un’intensa e drammatica storia ancorata al reale molto più di quanto si voglia ammettere.

L’autrice dimostra un’attenzione e un’audacia fuori dal comune che giustifica ogni premio e menzione ricevuta. La fotografia è magnifica e funzionale. La protagonista è da applausi. Girato in poco più di una stanza, con effetti minimal, BABADOOK fa riflettere e anima la conversazione. Impossibile quindi non consigliare a tutti la visione. I cultori di film drammatici andranno in visibilio e i curiosi potranno infine percorrere le vie dell’orrore uscendone trionfanti. Solo i puristi, dipendenti dalle scene raggelanti, potrebbero rimanere delusi ma… c’est la vie!

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

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