Ant-Man

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Proprio quando ci si stava domandando dove altro potesse andare a parare Marvel, con un Age of Ultron che non ha convinto a pieno ed altri tasselli da aggiungere a saghe specifiche, ecco saltar fuori Ant-Man. Il film post-Marvel per eccellenza, quello che più di tutti, ad oggi, ci informa dell’avvenuta contaminazione tra due universi, due modi d’intendere il fantastico al cinema: da un lato, per l’appunto, Marvel; dall’altro Disney.

E viene subito da pensare a titoli come A Bug’s Life, oppure ancora Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. Opere da cui, in qualche misura, bisogna passare se nell’anno Domini 2015 vuoi dare vita a una storia come quella di Ant-Man. Un personaggio che probabilmente più di chiunque altro si presta, a priori, per un’operazione di questo tipo, meno Marvel ma con un tocco Disney inedito. Qualcosa a cui aveva provveduto l’iconica società di Burbank stessa con il suo ultimo lungometraggio, ossia Big Hero 6, riuscito proprio nella misura in cui resta fedele ad una sorta di “tradizione”; più debole laddove certi elementi superoistici divengono centrali.

Il supereroe Marvel “Ant-Man” arriva nei cinema italiani il 12 agosto 2015.
Un esperimento di per sè intrigante, che non fa dell’ironia un elemento forzato bensì lo integra alla base. Ant-Man è meno spettacolarità ma più sostanza (che non significa contenuto, facciamo attenzione). Ci sono passaggi in cui vien voglia di far scivolare la testa verso il vicino di poltrona, quantunque uno sconosciuto, e dirgli: «questa per forza l’ha pensata Wright». Esatto, Edgar Wright, di cui questo film beneficia in termini di humor e forse ancor più di ritmo, per quanto lo stile del cineasta britannico non prenda mai il sopravvento sulla storia. Una storia che vuole Scott Lang (Paul Rudd) eroe sui generis: laurea in ingegneria, ha messo a frutto i suoi studi diventando un ladro, nemmeno troppo astuto se si pensa che il film comincia con lui che ha appena lasciato il carcere.

Finché Lang non incappa, non proprio in maniera fortuita, in questa bizzarra tuta, capace di far rimpicciolire chi la indossa. Ad organizzare il tutto è il dottor Hank Pym (Michael Douglas), che da tempo segue i movimenti di Lang, quest’ultimo uno tutto sommato scaltro ma che, soprattutto, non ha nulla da perdere. Eccetto sua figlia. Quello familiare è proprio uno degli assi su cui si muove il film, tra passaggi di consegna espliciti o meno, responsabilità paterne e affini. L’obiettivo principale resta comunque quello di impedire a Darren Cross (Corey Stoll), ex-discepolo di Pym, di realizzare quel sogno divenuto anni prima realtà per il dottor Pym, il quale, però, ha tenuto nascosta la sua epocale invenzione per paura dell’utilizzo che una qualunque multinazionale avrebbe potuto farne.

Macro e micro si alternano costantemente, perciò, costituendo un leitmotiv che dà adito a tutta una serie di scene, episodi e sequenze spassose ancor prima che visivamente scenografiche. L’amplificarsi dei suoni dell’ambiente circostante una volta divenuti minuscoli, l’apprendistato che porta a prendere dimestichezza con questa inedita condizione; sono tutte fasi che Peyton Reed mette in scena in maniera schematica, ed una volta tanto questo non è affatto un male. Sì perché le trovate che contano, come abbiamo implicitamente accennato, sono per lo più in sede di scrittura, che sia un botta e risposta a livello di dialogo, o la descrizione di un passaggio specifico. Come quello attraverso cui Luis (Michael Peña), l’amico di Scott, descrive la soffiata per il loro primo colpo, in pieno stile Wright, forse un pelo meno incisivo ma comunque incalzante.

Rispetto a buona parte dei film Marvel in circolazione (eccezion fatta forse per The Avengers, che è un altro prodotto in ogni caso), Ant-Man si pone come il più equilibrato, quello che soffre meno certi inutili “allungamenti di brodo” al solo scopo di portare avanti la trama. È proprio in relazione al microcosmo del protagonista che si avvertono i bagliori più disneyiani, nel rapporto che Scott instaura con le formiche, nelle loro svariate classi. Sì classi, neanche fosse un gioco di ruolo strategico, infatti, l’eroe formato mini deve servirsi di ciascun tipo di formica a seconda delle rispettive peculiarità: c’è quella che vola, quella dalla spiccata intelligenza, quella d’assalto etc.

Ma sul serio, quasi in nessun punto si avvertono fasi di stanca, per un film che non racconta chissà quale storia, riuscendoci però in maniera divertente e affabulatoria. Muovendo le proprie premesse cinematografiche dal più classico degli heist-movie, ed arricchendo tale formula con elementi specifici. Restando a bassa quota, perché non si ha mai l’impressione che al protagonista tocchi salvare il pianeta dalla sua distruzione; prediligendo anche in questo il “micro” della vicenda più personale, senza cedere ad exploit epici di sorta. Ant-Man propone un’alternativa (così come a suo modo aveva già fatto, e bene, I guardiani della galassia), magari non inattaccabile, ma senz’altro accattivante, di un diverso tipo d’intrattenimento. Meno esplosivo e luccicante ma non per questo meno azzeccato. Senza negarsi e negarci certi momenti, perché… è chiaro… si tratta pur sempre, e fieramente, di un film Marvel, sebbene sotto forma di commedia.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Uno dei principali problemi dei tanti, forse troppi cinecomic di questi anni (e, temo, di quelli che verranno) è il fatto di prendersi quasi sempre dannatamente sul serio. Un altro, lo strapotere di un ipercinetismo fracassone e demolitorio che, purtroppo, finisce con lo schiacciare linee narrative, personaggi e psicologie. Ant-Man, che porta al cinema un personaggio minore ma per nulla da sottovalutare, aggira questi due grossi ostacoli con l’agilità che gli è propria, e rappresenta una necessaria boccata d’aria fresca per chi non ha pregiudiziali ideologiche contro i film targati Marvel o DC, ma è andato vicino al rifiuto per indigestione o è stanco degli integralismi da fanboy dei vari Comic-Con.
Già da solo, il personaggio di Ant-Man – con il suo potere paradossale, e il suo indugiare in quello spazio solitamente invisibile che spazia dal piccolo all’infinitamente piccolo – aveva in sé il potenziale necessario per operare in maniera iconoclasta all’interno del Marvelverse (e una scena in particolare, che racconta di un’incursione in un magazzino degli Avengers, lo dimostra alla perfezione), ma c’è da dire che l’esecuzione conferma queste le premesse.

Con tutto il rispetto per Peyton Reed – che in carriera ha firmato cose anche dignitose come Abbasso l’amore o Yes Man, ma che non è certo un autore o un regista con un segno particolarmente riconoscibile – Ant-Man porta ancora addosso, ben riconoscibile, il marchio di quell’Edgar Wright che aveva scritto il primo copione con l’amico Joe Cornish e che avrebbe dovuto dirigere il film prima di rompere con la Marvel per “divergenze creative”. È stato lo stesso Reed, infatti a confessare come idee come quella di partire da un heist movie, di fare del rapporto tra Hank Pym e Scott Lang uno di stampo mentore/discepolo, e quella di avere come teatro dello scontro finale con il villain una cameretta per bambini con tanto di trenino giocattolo (tre delle cose migliori del film, quindi) siano state di Wright e Cornish. Adam McKey e Paul Rudd, autori di successive riscritture, hanno aggiunto sicuramente quel gusto americano, più grossolano e meno anarchico, che è risultato più gradito alla Marvel, concentrandosi poi, con successo, sulla caratterizzazione ironica e antieroica dello Scott interpretato con efficacia dallo stesso Rudd.
Certo, rimane il rimpianto di quel che avrebbe potuto fare Wright se fosse rimasto in capo al progetto, ma non per questo c’è da attaccare aprioristicamente un film che si dimostra capace di divertire, divertirsi e prendersi in giro, smontando la prosopopea con la quale i cinecomic (perfino quelli di Whedon) presentano sé stessi.

Lo si dice esplicitamente, in Ant-Man: mentre gli Avengers salvano la Terra distruggendo intere città, qui la scala è ridotta, perfino microscopica, e non poteva essere altrimenti. Ma piccolo, e chi si occupa di fisica della materia lo sa benissimo, non vuol dire irrilevante, tutt’altro. E se allora Ant-Man altro non è che la storia di padri che devono riconquistare le loro figlie, tornare a essere eroi ai loro occhi, è perché troppo spesso – nella vita come nel cinema – ci si dimentica che per salvare la situazione macro è necessario mettere in sicurezza prima quella micro: anche se a volte può sembrare ridicolo, dall’esterno. È ancora una volta la scena del confronto finale tra Ant-Man e il Calabrone (villain monodimensionale e pretestuoso, di certo non di matrice wrightiana) a confermarlo: tanto violenti sembrano gli scontri tra i due visti in ottica mini, quanto ironica e paradossale è la scena vista dall’esterno, da una prospettiva normale.

Prospettive ribaltate, sberleffi iconoclasti e ironia diffusa sono i tre pilastri su cui si basa un film che, finalmente, riporta il cinecomic alla dimensione dell’intrattenimento puro e leggero, che abbatte a colpi di ironia e sarcasmo la pesante retorica supereroica degli ultimi anni, che agli scoppi delle bombe e dei palazzi preferisce quelli di risate (Michael Peña, in questo contesto, meriterebbe un monumento) e ha il coraggio di farsi bandiera di quell’autoironia che per noi e per il cinema è in fondo la più importante e efficace delle ancore di salvezza a disposizione.
Ant-Man (di)mostra infatti che il re è nudo, e svela il cinecomic per quello che è davvero anche quando tenta di darsi delle arie: e cioè anche, e per fortuna, qualcosa di cretino, di quella cretineria che il film con Rudd abbraccia felicemente e senza vergogna. Anche in questo modo, alla fine, il mondo è salvo, e con lui lo spettatore; salvo e migliore, quel tipo di mondo che ricompatta i legami, perdona gli errori e accetta con serenità una famiglia allargata con un animale domestico non esattamente tradizionale anch’esso.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Da quando i Marvel Studios di Kevin Feige hanno preso in mano gli eroi della Casa Editrice a fumetti, gliAvengers di Stan Lee sono assurti al rango di icone pop: ma tutti sanno che tra i fumetti d’origine e i film c’è qualche differenza. A partire dalla composizione del gruppo originario: perché se nel blockbuster di Whedon il nucleo è composto dalla santa trinità (ovvero Captain America, Iron Man e Thor) più Hulk, Hawkeye e Vedova Nera, sulla carta i tre capoccia erano affiancati da Hulk, Wasp e Ant-Man, l’uomo formica. Sì, proprio lui: l’eroe destinato a chiudere la Fase Due del planning Marvel è addirittura uno dei primissimi Vendicatori. L’esigenza di mettere uno sconosciuto al centro di un film nasce dal bisogno della Marvel stessa di esportare su grande schermo nuovi eroi che possano affiancarsi, anche e soprattutto nel successo, a quelli classici. E attenzione, non è affatto un male. Perché se Cap e compagnia, con le loro origini, i loro comprimari e le loro avventure straconosciute oggi sembrano addirittura inflazionati, l’aria fresca che viene da eroi “di seconda fascia” non può che far bene a un cinema in continua asfissia che trova le storie pescando a piene mani nella mitologia fumettistica. E Ant-Man cade a fagiolo.

Scott Lang (Paul Rudd) è un ex ladruncolo dalla vita mediocre la cui esistenza viene stravolta quando si troverà ad aiutare il Dr. Hank Pym (Michael Douglas) a proteggere la tecnologia di Ant-Man, una tuta che permette di rimpicciolirsi e al contempo di accrescere la propria forza fisica in maniera direttamente proporzionale, appunto, a quella delle formiche, con le quali può comunicare attraverso un casco “traduttore/comunicatore”. Insieme a loro, anche Evangeline Lilly, che dà il volto alla figlia di Pym e alla defunta Janet Van Dyne, Hope;Darren Cross, ex allievo del dottore e intenzionato a rubare il progetto Ant-Man grazie a un altro costume, quello di Yellowjacket (Calabrone), evoluzione di quello di Pym; e Maggie, ex moglie di Lang. Quello che a prima vista stupisce del film, diretto dallo yes-men Peyton Reed, è come il soggetto sia riuscito a rendere coerente la storia mentre stravolgeva alle basi l’Ant-Man del fumetto: l’Uomo Formica originale era sì Hank Pym, ma Yellowjacket era l’evoluzione del suo costume indossato da lui stesso nel corso di una fortissima crisi depressiva; e Scott Lang era sì un mediocre divorziato, ma non ha avuto il costume dall’originale Ant-Man e neanche una storia con Hope Van Dyne, che nel fumetto… neanche esiste! Sì, perché l’unica Van Dyne lì è Janet, moglie di Hank Pym e addirittura alter ego della co-fondatrice dei Vendicatori di cui si parlava all’inizio, Wasp (Vespa).

Ciò detto bisogna dare atto al regista Reed e agli sceneggiatori Edgar Wright e Joe Cornish di aver fatto un ottimo lavoro. Ant-Man è un film riuscito e, nonostante i toni siano più leggeri e ironici rispetto agli altri film Marvel, sa essere divertente e appassionante. Il punto di maggior forza, comunque, rimangono gli effetti speciali che fanno di Ant-Man un’incredibile evoluzione di quanto già realizzato in passato con Radiazioni BX: distruzione uomo (The Incredible Shrinking Man, 1957) e Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi (Honey, I Shrunk the Kids, 1989). Sequenze come il combattimento finale tra Ant-Man e Yellowjacket nella sala giochi della figlia di Lang, la prima esperienza di Lang con indosso la tuta e il viaggio molecolare fuori dallo spazio-tempo, sono momenti di grande spettacolarità. E occhio a dove mettete i piedi d’ora in poi.

Gianlorenzo Franzi, da “nocturno.it”

 

 

Ultima arrivata delle pellicole dell’universo Marvel che sta allegramente colonizzando il cinema americano, Ant-Man è però un oggetto un po’ a se stante e in un certo senso una scommessa, un po’ come lo era stato I guardiani della Galassia, blockbuster a sorpresa e pedana di lancio per lo status da star di Chris Pratt confermato poi da Jurassic World. Ant-man non è uno dei principali eroi di casa Marvel e i suoi poteri (tutti “tecnologici”, e legati agli studi di Hank Pym su speciali particelle in grado di portare la materia a livello subatomico) risultano meno spettacolari e forse un po’ esotici (la comunicazione con varie specie di formiche che fungono da squadra di supporto al minisupereroe: vuoi mettere a confronto con il martello di Thor o la furia verde di Hulk?) per il pubblico non troppo ferrato sui fumetti. Una sfida, quindi, in confronto a progetti più oliati: ma una di quelle che la Marvel, astutamente, ha affrontato abbracciando fino in fondo la “diversità” e il formato “mini” di questa storia e uscendone tutto sommato vincente. Sintomatica, da questo punto di vista, la battaglia finale, che ironicamente sceglie come sfondo non l’ennesima distruzione planetaria o per lo meno cittadina, ma la camera da letto di una bambina.
Anche se quasi certamente non bisserà il successo al botteghino di altri blockbuster Marvel, infatti, Ant-Man è un piacevolissimo e leggero intrattenimento che assomiglia più a uno di quei classici film di rapina alla Italian Job (di recente rimessi in auge da un altro successo a sopresa, Now you see me) magari un po’ “dopato” dai superpoteri del protagonista, più che al classico film di supereroi. Giocando con la mitologia del personaggio, gli autori (tra cui si conta anche il protagonista Paul Rudd, ottimo e sensibile interprete di tanto cinema indipendente e commedie di Judd Apatow) mettono al centro della storia Scott Lang, genio dell’ingegneria informatica finito in galera per un colpo alla Robin Hood e desideroso di recuperare un rapporto con la figlia. Hank Pym (il primo Ant-Man dei fumetti) funge qui invece da mentore, ma si ritrova anche lui con un difficile rapporto padre-figlia, legato ad uno dei punti più misteriosi della back story esplorata dalla pellicola.
La parte centrale del film (che parte forse un po’ lento per mettere poi bene in tavola le sue carte emotive prima che di plot) è quella più divertente, tra l’addestramento dell’eroe riluttante ad opera di Pym e di sua figlia, Hope, arrabbiata e aggressiva quanto basta, e la preparazione di un colpo, degno di Mission: Impossible (anche questo genialmente citato). Questo coinvolge, oltre alle formiche (bellissime, divertenti e addirittura emotive le scene che le riguardano), anche la scalcinata squadra di amici di Scott. Una menzione a parte merita Michael Peña (Luis), che con le sue storielle strampalate e piene di parentesi contribuisce alla dimensione allegramente anarchica della storia.
Se c’è un punto di debolezza, forse, è il cattivo dai piani tutto sommato modesti, che per la maggior parte del tempo gigioneggia e non assurge mai, nonostante le intenzioni, a vera minaccia. Tuttavia, l’intelligente collocazione di Ant-Man come piccolo ma fondamentale tassello nella fase 2 della Marvel (testimoniata da una divertente sequenza che coinvolge Falcon e da una delle due imperdibili scene dopo i titoli di coda) dà alla storia una dignità ulteriore che, insieme alle due ore di autentico divertimento, garantisce al minisupereroe un posto nel cuore degli spettatori.

Laura Cotta Ramosino, da “sentieridelcinema.it”

 

 

 

Poteva essere un enorme disastro e invece è un piccolo miracolo.

Coccolato ufficialmente per 8 anni da Edgar Wright e Joe Cornish (ufficiosamente sono 11) come loro debutto sui generis dentro il superhero movie hollywoodiano, l’ultimo film della Fase 2 del MCU Ant-Man è stato affidato, come sapete, a pochi giorni dall’inizio delle riprese a un uomo lontano da un set di un lungo… da ben otto anni: Mr. Peyton Reed, regista dalla filmografia molto meno cool di Wright.

Dunque ricapitoliamo: escono dal progetto per divergenze creative con Kevin Feige i due inglesi che hanno convinto Kevin Feige a PRODURRE Ant-Man e inserirlo dentro il MCU dopo aver scelto l’albo del fumetto nato nel 1962 dal trio Stan Lee (straniante cameo)-Larry Lieber–Jack Kirby su cui modellare il film (MARVEL Premiere #47: To Steal an Ant-Man) e subentra all’improvviso, a 41 giorni dall’inizio delle riprese stabilite per il 18 agosto 2014, un regista che manca su un set cinematografico da otto anni, ovvero da Yes Man con Jim Carrey, dopo che il king of comedy Adam MacKay(saga Anchorman) e Ant-Man stesso (Paul Rudd) sono stati chiamati dalla Marvel per aggiustare il famigerato script di Wright-Cornish.

Ripetiamo: poteva essere un disastro.
Invece è una grande commedia fantascientifica con enorme cuore e massiccia sensibilità.
Siamo dalle parti dell’heist movie (chi fa la missione e chi ti segue a distanza come nei Mission: Impossible) e della commedia fantastica allorquando un ladro alla Robin Hood (Scott Lang ovvero Paul Rudd) viene introdotto nella magione vittoriana di uno scienziato forse pazzo che non aveva da giovane una grande simpatia per Howard Stark (Hank Pym ovvero Michael Douglas) e non ha una grande simpatia da vecchio per gli Avengers.
In passato Michael Douglas strinse un patto mefistofelico con Charlie Sheen nel capolavoro degli anni ’80 Wall Street. Qui lo vediamo in forma smagliante (e con qualche trucco cgi che lo ringiovanisce in un flashback come per l’Arnold Schwarzenegger di Terminator Genisys) stringere un patto tra gentiluomini con il ladro perbene Paul Rudd il quale, da padre separato, vuole tornare l’eroe di sua figlia.
Douglas e Rudd funzionano benissimo. Gran coppia.
E’ come assistere all’incontro tra un falco rapace e una volpe sorridente.

Forse ci sarà un montaggio sull’addestramento del possibile nuovo supereroe e forse potrebbe scattare l’amore tra il ladruncolo e la figlia del boss (Evangeline Lilly: meglio qui che ne Lo Hobbit) mentre il nostro Paul Rudd ha un amico sempre sorridente che fa morire dalle risate quando si lancia in racconti deliranti & prolissi (Michael Peña: è nata una stella della commedia dopo tanti drammi per il fratello messicano di Mark Ruffalo; non vediamo l’ora di vederlo come Poncherello nel film tratto dai Chips).
Gli effetti speciali? Ottimi.
Ant-Man contiene tre mondi da visualizzare: quello dove il supereroe è in miniatura e tutto diventa gigantesco (dai topi allo scarico della vasca da bagno alla superficie di un disco in vinile), quello dove il supereroe suo malgrado deve reclutare una buffa squadra di criminali per portare a termine il piano di Hank Pym e quello del quantum realm ovvero una realtà subatomica dove tutto diventa così piccolo che lo spazio assume l’identità di un costante passaggio dimensionale da un universo all’altro (il finale terrificante del romanzo Tre Millimetri al Giorno di Richard Matheson da cui Jack Arnold trasse nel 1957 Radioni Bx: Distruzione Uomo).
Tutte le sequenze nel quantum realm sono le più belle del film sia da un punto di vista visivo che emotivo (c’è qualcosa che riguarda Hank Pym).
Difetti? Un villain forse troppo scialbo perché ricalcato con pigrizia su Aldrich Killian di Iron Man 3.
Ant-Man non è fantastico e rockettaro come Guardiani della Galassia.
Ma è un divertente film Marvel che funziona, ha cuore, intrattiene e introduce un personaggio che potrebbe portare qualche novità, e risentimento, dentro una certa squadra di supereroi.
Mai sottovalutare le formiche.

Francesco Alò, da “badtaste.it”

Lo scassinatore Scott Lang accetta un ultimo colpo, ma dentro la cassaforte anziché soldi trova una strana tuta. Quando la indossa attiva un meccanismo di miniaturizzazione che lo trasforma in un minuscolo guerriero. Contattato dal creatore della tuta, lo scienziato Hank Pym, Scott si troverà di fronte alla difficile decisione di diventare Ant-Man e salvare il mondo da un pericolo mortale.
La più volte annunciata Fase 2 dell’epopea cinematografica Marvel arriva al suo momento chiave. Perché nonostante la sua natura minore, o meglio minuscola, all’interno dell’universo della Casa delle Idee, Ant-Man è destinato a incarnare un ruolo cruciale. Quello della diversità, del supereroismo come riscatto, definitivamente riconquistato da quei nerd che l’hanno generato, sulla scia dei Guardiani della Galassia che sono già cult generazionale. Perché se il supereroe con superproblemi è il marchio di fabbrica della Marvel, pochi possono competere con la mancanza di glamour di un ex galeotto divorziato e miniaturizzato a cavallo di una formica. La scommessa più audace di un pantheon disincantato, capace di prendersi gioco dei dogmi di un rituale che non nasconde ult(ron)eriori sorprese. Propositi che conferiscono a Ant-Man una responsabilità che l’opera di Peyton Reed dimostra chiaramente di non poter gestire appieno. In primis per la sua natura ibrida e irrisolta: in origine progetto pluriennale di Edgar Wright (L’alba dei morti dementi, Scott Pilgrim vs the World), destinato a sconvolgere il canone tra mille aspettative, si è trasformato, a causa di divergenze creative, in quello di Peyton Reed.
I “se” e i “ma” si sprecano in ogni dove, attribuendo, come da usuale folklore pro-perdenti, a Wright ogni intuizione e al suo erede ogni malefatta, ma la verità sulla paternità dell’uno e dell’altro resta un mistero. Quel che è oggettivo è l’accento posto sul lato comico della sceneggiatura (a cui nella riscrittura ha messo mano lo stesso Paul Rudd), al servizio di un Paul Rudd post-Judd Apatow (Questi sono i 40) e di un Michael Pena così esilarante da rischiare di oscurare il protagonista.
Nell’animo genuinamente infantile di Ant-Man – La Cucaracha in apertura, a prefigurare Speedy Gonzales come uno dei principali riferimenti sotterranei, o l’incredibile epilogo pixariano nella cameretta di una bambina tra trenini giganti e insetti di dimensioni garroniane – vive il ridimensionamento necessario di un filone il cui gigantismo rischia di stimolare la bulimia del pubblico, ma di arrestarne ben presto la digestione. Sono infatti proprio le infiltrazioni nello script del franchise Avengers – emblema con l’ultimo Avengers: Age of Ultron del vuoto (e insieme dell’horror vacui) che caratterizza il calo narrativo marveliano – a sconvolgere struttura e intenti di Ant-Man, così come gli stereotipi arrugginiti sul percorso di apprendimento e consapevolezza dell’eroe recalcitrante. L’effetto ossimorico che deriva da questi contrasti non fa che accentuare la sensazione di un progetto che non ha goduto della necessaria libertà per spiccare il volo e per far decollare la Fase 2 di una Marvel incapace di resettare i suoi già obsoleti e ingombranti campioni di incassi. Ant-Man funziona nella sua irriducibile singolarità, nella sua anarchica impossibilità di adattarsi a schemi consueti. La volontà di imporre comunque questi ultimi non pare un buon viatico per la nuova ondata Marvel, ma i segnali forniti da alcuni elementi del film di Reed inducono a confidare ancora nelle Idee della relativa Casa.

Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

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