Ameluk

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Con Ameluk, arguta commedia sui pregiudizi etnici e religiosi, Mimmo Mancini esordisce dietro la macchina da presa per portare in scena con dissacrante ironia i paradossi dell’integrazione sociale, di cui il mondo d’oggi, ed in particolare l’Italia,  fatica ancora ad essere protagonista.

Alla base del punto di vista presentato, una domanda universale che tuttavia non riceverà mai una risposta definitiva: ha ancora senso identificare le persone in base alla religione o al Paese di provenienza? In un’ Italia il cui maggior vanto è il tricolore piatto di spaghetti pomodoro e basilico, deve arrivare un film intelligente a ricordare che la ricetta del simbolo culinario patriottico per eccellenza deriva dall’incontro tra Cina, Sud America e India?

Un tema caldo, che arriva al cinema in un momento storico calzante quanto rischioso, in cui le paure per gli integralismi ideologici nascenti favoriscono il trincerarsi dietro alle “sicurezze” illusorie  della razza e del credo religioso.

Ameluk, al contrario, si pone l’obiettivo di abbattere le barriere dell’ignoranza, suggerendo sottilmente e con umorismo come la violenza che tanto temiamo derivi spesso e volentieri dalla non accettazione e dalla frustrazione che il pregiudizio impone sulla vita di persone che cercano solo di vivere la propria vita in un Paese che sperano essere più accogliente di quello di provenienza.

A Mariotto è venerdì Santo. Il piccolo paese della Puglia è pronto per l’annuale Via Crucis ma, proprio quando la processione sta per cominciare, l’interprete di Gesù, il parrucchiere Michele (Paolo Sassanelli), si siede sulla corona di spine, rendendosi indisponibile a ricoprire il ruolo. Con pochi minuti a disposizione per trovare un degno sostituto, la scelta ricade sul buon Jusuf, detto Ameluk (Mehdi Mahdloo Torkman), il tecnico delle luci musulmano, gestore in paese di un Internet Point e sempre pronto a dare una mano al proprio prossimo. L’evento finisce per sconvolgere l’opinione pubblica, che si ritrova spaccata tra sostenitori del ragazzo e bigotti che vedono nel fatto un vero e proprio sacrilegio, finendo per attribuire ad Ameluk la causa di tutti i mali della comunità.

Contemporaneamente, l’ondata di razzismo viene prontamente cavalcata dal viscido Mezzasoma (Mimmo Mancini), candidato Sindaco alle imminenti elezioni locali e determinato a servirsi di Ameluk per raggiungere il suo scopo…riuscirà il buon Ameluk, alle prese con un Paese in rivolta e rimasto privo del sostegno familiare,  a ristabilire la pace a Mariotto?

Mancini sceglie un soggetto intelligente ed originale per parlare della pochezza che si nasconde dietro ogni forma di discriminazione: la scrittura, tuttavia, mostra alcune carenze che non permettono alla pellicola di decollare come avrebbe potuto. Stessa intermittenza per quanto riguarda le prestazioni degli attori: si passa dall’eccellenza (su tutti lo stesso Mancini, strepitoso nel ruolo del politico cinico e immorale) a performance meno brillanti (il protagonista non sembra sufficientemente dentro alla parte) che tendono ad impoverire il risultato finale, lasciando allo spettatore la sensazione che si sarebbe potuto ottenere molto di più da questo film, a cui va dato però l’indubbio merito di aver portato sul grande schermo una bella storia che, come recita il sottotitolo, “potrebbe essere vera”. La speranza è che, dopo la visione, gli italiani saranno un po’ più propensi ad interrogarsi sulle proprie convinzioni perché se è vero che, come Ameluk ben sintetizza, è facile dire che “arabo, giordano, marocchino o turco so’ tutti uguali”, sarebbe ora di fare un passo avanti e realizzare che lo siamo tutti.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

Ameluk, opera prima di Mimmo Mancini, è ambientato nel piccolo paese di Mariotto, una frazione di Bitonto, nella Puglia centrale. A ridosso delle elezioni, la cittadina è divisa, come tutta l’Italia d’altronde, tra una sinistra anglofila e inconsistente, e una destra nazionalista e altrettanto inconsistente.
Spicca, inoltre, una terza fazione idealista e critica nei confronti di entrambi gli schieramenti: folle, tollerante, ingenua, complottista, avveniristica e chi più ne ha più ne metta.
In pratica l’incarnazione di tutti quelli che non si riconoscono in nessuna delle due fazioni.

Cosa accadrebbe se, a causa di un imprevisto, l’attore che sfila per le strade come Gesù durante la Via Crucis fosse interpretato da un Mussulmano?
Quanto la religione è un simbolo più che un modo di vivere?

In questa polveriera pronta a esplodere, Mimmo Mancini e Carlo Dellonte riescono a sviluppare una storia divertente, profonda e drammatica al contempo; dove i personaggi sono a volte esasperati e a volte estremamente credibili, ma volontariamente; come commedia comanda.

Ameluk (che probabilmente è una variante di Mammalucco) forse non è uno spaccato dell’Italia contemporanea (manca la componente imprenditoriale), ma è certamente un’analisi lucida della gamma di emozioni che vivono tutti gli italiani (immigrati e autoctoni) quando si parla di integrazione, di religione e di diritti e doveri.

Certo è che Ameluk è un film che non fa sconti a nessuno di coloro che vivono la religione come una bandiera da sventolare e le persone come esseri da convertire quasi interpretassero Dio come un giocatore di Risiko che vuole conquistare a tutti i costi il mondo, Kamčatka inclusa per poi dire, subito dopo, che Dio è uno solo. Gioca a Risiko da solo?

Non fa sconti a quelle persone che vedi a un incrocio gridarsi in faccia: “C’è stato un incidente” ma intendendo dire, invece, che è colpa dell’altro guidatore.
Edoardo Montanari, da “cinemamente.com”

 

 

Mimmo Mancini, attore pugliese, memorabile sul grande schermo per la sua interpretazione di “Carrarmato,” nel cult La capa gira (1999) di Alessandro Piva, esordisce dietro la macchina da presa con la commedia Ameluk. Una “commedia comica” (se le si riconosce da un lato l’aspirazione verso la “commedia all’ italiana” nel voler riflettere i cambiamenti del costume, dall’altro il ricorso alla farsa e al corpo comico – su tutti le performances dello stesso Mancini, e di Dante Marmone – quale strumento privilegiato di coinvolgimento spettatoriale) che va ad inserirsi nel filone di una nuova comicità meridionalista d’autore, al fianco per esempio di Una piccola impresa meridionale di Papaleo, piuttosto che di mero stampo commerciale, quali le operazioni di remake Nord Vs Sud e men che meno il parossismo Zaloniano.
Una commedia che nell’articolarsi sulla questione quanto mai urgente e umanamente complessa dell’immigrazione e dell’integrazione multiculturale, riesce non solo a mantenere pulizia nella resa goliardica, ma addirittura non nasconde un più ampio respiro esistenziale, scegliendo di far convergere la discriminazione razziale con la figurazione cristologica. La parodia citazionista a latere del film, menziona il colossal di Mel Gibsson, The Passion of the Christ , lasciando tuttavia all’eterogeneità del grande pubblico la possibilità di recuperare alla memoria un piccolo gioiello del cinema italiano, quale è La Passione (2010) del compianto regista Carlo Mazzacurati, film che con Ameluk ha in comune, almeno l’intenzione, di demistificare l’attualità. In entrambi i casi, le storie sono ambientate e sviluppate all’interno di microcosmi paesani, ove l’allestimento della via crucis del Venerdì Santo costituisce per le forze politiche locali ostentazione e ricatto di propaganda, e dove la “sacralità umana”, già ampiamente soffocata dal meccanicismo del rituale e dall’ambizione profana, resta sempre il bersaglio privilegiato delle più disparate invettive e strumentalizzazioni. Ancora, in entrambi i casi, proprio a causa di un’ eccessiva immedesimazione nel ruolo di Cristo, sfoggiato dai megalomani interpreti designati alla parte, la trama conduce, letteralmente dai margini della comunità sociale al centro della scena, teatrale e pubblica, un protagonista che possa, oggi come oggi, bene squarciare l’ipocrisia e l’amoralità, che ammantano il sentire comune, specialmente quando innestati su un’atavica grettezza intellettuale; in questo caso: un Cristo di finzione, realmente mussulmano.

Ameluk , come recita lo slogan di lancio, racconta una sorta di fiaba moderna “che potrebbe, tuttavia, essere vera!”, in quanto ad essere realistica non è tanto la mostruosità etica ed estetica dei personaggi – attanti, funzionali al risum movere (il politicante arrogante e villano, lo stravagante militante comunista, il carabiniere inetto, la pettegola maldicente, ecc…) che potrebbero far gridare all’abuso dello stereotipo, in particolare per la gestualità esasperata, quanto l’ auto-confessione di un sostrato antropologico, che ancora nella provincia e ancora più nella frazione di provincia, persevera inesorabilmente a fomentare chiusura, isolamento e utilitarismo, nella convinzione di bastare a se stessi, isola autarchica, indisponente alle metamorfosi del tempo (esilarante la tracotanza di pensare che le news pilotate dal magazine locale possano frastornare l’Ansa e che a separare il piccolo borgo dall’universo mediatico ci sia di mezzo solo il vicino Comune di appartenenza). Mariotto, frazione rurale del Comune di Bitonto, nella diegesi del film, porta già inscritti da un lato i segni della multiculturalità socio-economica – il venditore di kebab in piazza – dall’altro dell’integrazione comunitaria, in quanto il protagonista, Jusuf ( Mehdi Mahdloo Torkaman), è Giordano di origine, ma sposato con una italiana, amico e collega fidato di molti suoi compaesani, soprattutto padroneggia un italiano perfetto… ed è proprio qui che, come si suol dire, casca l’asino! Infatti non è nei pregiudizi e nei principi urlati ai quattro venti che si disputa la battaglia del riconoscimento e del rispetto di una identità ibrida, ma in quella zona grigia secolare e quieta che è la lingua stessa, che è corrispondenza geo-storica, che è dissimulazione discriminante. Mancini lo sa bene, tanto da titolare il film con una storpiatura lessicale, significante già di per sé l’espropriazione dell’alterità etnica, che passa attraverso la corruzione linguistica. L’uso di nomi propri come profili semantici e l’impiego dominante del dialetto sono fondamentali tanto ad attivare il meccanismo comico, quanto ad esplicitare l’atto perfomativo razziale. Emblematico è che Jusuf, ancor prima di venire marchiato e deriso da tutti come Ameluk (appellativo che deriverebbe presumibilmente da “Mammelucco”, ovvero genericamente i mercenari egiziani sotto l’impero Ottomano) perché tanto, ai fini dello spregio “arabo, giordano, marocchino o turco so’ tutti uguali” , insomma prima dello sprezzo pubblico, tra le mura domestiche Jusuf è chiamato con familiarità “Giuseppe” dal nonno acquisito, ad indicare questa volta senza cattiveria, come l’accoglienza, non riesca a prescindere dal primordiale rifiuto del diverso da sé. E lo stesso valga per il fondamentalismo da tavola, Jusuf non beve vino e non mangia salsiccia, pertanto l’oltraggio è già servito, e poi risolto, prima che in piazza, in chiesa, in Tv e ancora altrove, tra quei bisogni viscerali che nell’immaginario comune costituiscono intramontabilmente la meridionalità e che ancora nel XXI sec. il grande schermo stenta a trattenere, nonostante le buone intenzioni.

Carmen Albergo, da “pointblank.it”

 

 

Ci sono piccoli film che aspettano anni nel congelatore prima di essere distribuiti. Si dà il caso che alcuni di essi – non troppo spesso a essere onesti – siano anche dei discreti film. Ameluk è uno di questi. È una commedia sui vizi e costumi della provincia italiana e sulla discriminazione religiosa. Siamo nel paesino pugliese di Mariotto, dove si sta consumando una piccola battaglia politica senza esclusione di colpi: le elezioni del sindaco. Il più agguerrito di tutti è Mezzasoma, politicante di destra fanfarone e pronto a tutto pur di diventare il primo cittadino. La sua campagna è incentrata a tutelare le tradizioni del sud contro i comunisti e gli extracomunitari. Ecco così che il suo nemico numero uno diventa il mussulmano Jusuf, che pure ha cittadinanza italiana ed è sposato con Maria. Il ragazzo una sera durante la processione del paese si trova costretto a interpretare Cristo: è la scintilla che fa scoppiare il caos. A Mariotto arrivano giornalisti e televisioni per raccontare questo Cristo mussulmano e la sinistra pensa proprio a lui come candidato ideale per battere Mezzasoma.

“Tratto da una storia che potrebbe essere vera” recita la didascalia a inizio film. E infatti i riferimenti all’attualità politica e mediatica del nostro Paese ci sono tutti e sono anche un po’ rischiosi. Il film di Mimmo Mancini – che interpreta Mezzasoma – sfiora infatti il bozzettismo e il discorso a tesi, ma ha l’umiltà di sfumare nella leggerezza. Mancini non inventa nulla però intrattiene dando un bel ritmo a questa sua commedia che ricorda un po’ il cinema grottesco di Germi e un po’ le atmosfere esotiche del cinema made in Bollywood (con la fotografia che abbraccia cromatismi giallo arancioni). Costato 650.000 euro Ameluk non può essere probabilmente il punto di riferimento per il cinema indipendente, ma merita un suo pubblico e una onesta considerazione. Anche perché rispetto a certi canoni della commedia all’italiana d’autore evita cinismo e furbizia. Con tutte le sue ingenuità sembra provenire per fortuna da un’altra epoca (forse gli anni Cinquanta di Camillo Mastrocinque?) e da altre latitudini.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

Jusuf, immigrato giordano a Bitonto, lavora in un Internet point e ha sposato la bella locale, Maria, da cui ha avuto un figlio. Ma i rapporti con la consorte sono tesi e Jusuf si attira le antipatie di Mezzasoma, politico presuntuoso e razzista con un debole per Maria. Quando arriva il momento di mettere in scena la Via Crucis il parrucchiere Michele, che ha il ruolo di Gesù, è costretto ad abbandonare la scena, e il parroco Don Nicola chiama proprio Jusuf a sostituire l’infortunato. Peccato che l’uomo sia musulmano e che la comunità bitontina reagisca con orrore a questa scelta “blasfema”. Iniziano così i guai per l’immigrato, fino a quel momento ben inserito nel contesto multietnico locale che comprende anche una sorella e un cognato gestori di un ristorantino arabo e un accademico ebreo con la passione per i congiuntivi.
Mimmo Mancini, attore e autore di cortometraggi al suo debutto alla regia e alla sceneggiatura di un lungometraggio di finzione, ricrea con gusto un microcosmo in cui politica locale, relazioni famigliari e diatribe religiose si incrociano quotidianamente, condividendo spazi comuni limitati. La sua descrizione comica della politica locale, che coinvolge tre candidati sindaci (uno dei quali somiglia a Richard Gere, parla anglo-bitontino e fa campagna elettorale con un poster alla Pretty Woman) e l’animatore di un centro sociale, è divertente anche se molto virata sulle corde del grottesco, in modo non dissimile da Arance e martello di Zoro, e con la stessa propensione all’esagerazione e alle lungaggini.
Una durata più breve e uno sfrondamento delle scene comiche gioverebbero alla riuscita finale di questo “melodramma di paese” ricco di interpretazioni gustose, fra cui primeggia proprio quella di Mancini nei panni del cinico e untuoso Mezzasoma.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Si possono raccontare in 98 minuti, paradossalmente parlando, tutte le paure che attanagliano il nostro periodo storico non spostandosi mai dalla Puglia? Questo è quello che Mimmo Mancini, regista e co-sceneggiatore insieme a Carlo Dellonte del film Ameluk, cerca di fare nella curatissima, pungente e mai scontata commedia in uscita il 9 Aprile 2015, una scommessa ambiziosa e coraggiosissima a partire già dalla colorazione di un tono giallo che ricorda delle vecchie cartoline sbiadite, ai personaggi caratterizzati perfettamente, sia cromaticamente che caratterialmente degni di una vignetta di Andrea Pazienza (citando testualmente il Regista).

Il film gioca molto sul concetto di destabilizzazione, cosa succederebbe in un paesino minuscolo lontanissimo dal mondo, in questo caso Mariotto in Puglia, se la routine dovesse venire meno ? Un infinità di situazioni paradossali. La collettività, intesa come insieme di persone che ricopre un proprio ruolo e che quindi ha un proprio compito, viene meno, e questo soprattutto per colpa della mancata comunicazione tra individui e della paura e lo smarrimento che quest’ ultima può portare in un collettivo, se si mettono i propri interessi davanti quelli della comunità, soprattutto quando un avvenimento fuori dal normale sconvolge quelle abitudini che sono una sicurezza e un conforto quasi necessario. Una pellicola attualissima che mette in evidenza l’ importanza di mettere la persona davanti ad un credo religioso o ideale politico, il tutto condito da dialoghi e siparietti piacevolissimi che creano diatribe tra i personaggi che vorremmo durassero molto di più ma che sono ben bilanciate e amalgamate nella storia. Un film che non ha paura di puntare il dito sul potere della comunicazione, volutamente sopra le righe ma che non sfocia mai ne sul banale ne sulla volgarità fine a se stessa, una piccola chicca.

Alberto Lupocattivo, da “darumaview.it”

 

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