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Acrid

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Fuori e dentro Teheran si incrociano e legano i destini di quattro donne. Soheila è un’infermiera che vive senza intenzioni il matrimonio con marito, ginecologo affermato e infedele cronico, Azar è la segretaria del marito di Soheila, appena assunta e già oggetto delle attenzioni dell’uomo, Simin, insegnante di chimica separata da un marito violento, è l’amante del marito di Azar, ossessionata dalla gelosia e da un compagno che non sopporta più, Mahsa è una studentessa universitaria, allieva di Simin e figlia di Soheila, a cui confessa al telefono il suo giovane amore per un ragazzo che sogna già di sposare. Alle prese con gli uomini dentro un Paese che non vuole cambiare, Soheila, Azar, Simin e Mahsa provano a decidere del proprio destino resistendo, troncando, rilanciando, fuggendo lontano.
Aggiornando il soggetto de Il cerchio di Jafar Panahi e riproponendone la struttura circolare, Acrid mette in schermo un coro di donne nell’Iran contemporaneo. Ma se il cerchio di Panahi perimetrava il campo di azione delle donne, che si muovevano al suo interno e da cui non potevano uscire, la circolarità di Kiarash Asadizadeh assume una valenza positiva, che non esclude ma comprende. Le protagoniste di Acrid si muovono nello stesso campo, si confrontano con mariti, fidanzati, amanti e si ritrovano alla fine nella stessa identica situazione ma ognuna di loro reagisce diversamente e compie un tragitto altro e consapevole. Il raggio di azione dei personaggi non è più limitato e il senso della limitazione non ha un equivalente fisico e concreto. Emancipate dalla presenza di barriere, porte, vetri o grate, che impedivano le protagoniste di Panahi, i personaggi di Asadizadeh si muovono agilmente e con ogni mezzo. Alcune guidano, altre prendono la patente, altre ancora si spostano in autobus o in pullman, seguendo il proprio destino e segmento narrativo, la linea ricurva che compone la circonferenza del film. Opera prima levigata e perfetta, Acrid soffre forse la mancanza di vita. Costruito su una puntuale circolarità, che ad ogni giro si allarga sempre di più superando i confini della città, il film disegna la realtà senza inciderla ma cedendo in alcuni momenti all’autocompiacimento. La sensazione è che al regista piaccia specchiarsi nella propria bravura e nella notevole capacità di realizzare un film all’apparenza semplice e lineare ma in realtà nutrito di sottotesti e rimandi. Acrid, spasmodico nella ricerca formale, ha nondimeno il merito grande di fare il punto sulla condizione della donna in Iran e di segnalare il raggiungimento del diritto di ‘separarsi’ dall’autorità maschile, che al contrario è colta in scacco e in affanno. Le donne di Asadizadeh hanno cognizione di come va il mondo, sanno di essere dentro un cerchio ma hanno deciso di non aspettare quello che le attende, intraprendendo un viaggio di fuga verso l’orizzonte. Tutte le storie contenute si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste che le conducono lontano da dove venivano (Azar e Simin) o le riportano da dove venivano (Soheila e Mahsa). A dimostrazione (parziale) che le restrizioni personali sono più temibili di quelli reali.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Opera prima firmata da Kiarash Asadizadeh, dalle atmosfere che richiamano Una separazione di Asghar Farhadi, Acrid è un ritratto poliedrico dell’essere donna e dell’essere famiglia in Iran. Le donne, così lontane dalla visione occidentale, sono accomunate da un fato comune: il dover lottare per essere se stesse e per una libertà che ancora gli viene negata, mentre le condizioni famigliari appaiono, in maniera quasi inaspettata, così vicine e così drammaticamente identiche alle nostre.

I destini delle quattro donne protagoniste sono legati dal filo invisibile del tradimento: Soheila è un’infermiera e vive con un marito infedele; Azar è la nuova segretaria del marito di Soheila; Simin è un’insegnante di chimica che ha avuto la forza di uscire da un matrimonio violento ed è l’amante del marito di Azar; infine, Mahsa è una studentessa, allieva di Simin e figlia di Soheila, che chiude questo cerchio di vite.
Quattro donne che lottano, scappano e si arrendono, ma cercano in tutti i modi di vivere. Dall’altra parte ci sono quattro uomini infedeli, rappresentazione di un Paese che non vuole cambiare e non vuole essere diverso da quello che è (emblematica la scena iniziale, per mettere in primo piano il rapporto uomo-donna).

L’obiettivo di denuncia del regista arriva chiaro e forte: Asadizadeh ha scelto un argomento che merita sempre l’attenzione degli spettatori ma la sua trattazione semplice, in qualche modo pedagogica, nasconde tra le pieghe il temutissimo “già visto”. Registicamente impeccabile, il film trova il suo punto di forza nell’articolata struttura narrativa: il meccanismo circolare della narrazione permette ai personaggi di essere legati fisicamente ma soprattutto spiritualmente. Il destino delle donne iraniane è il medesimo per ogni generazione e per ogni classe sociale. Dato per certo che tale struttura ha suscitato un grande fascino, la stessa cosa non può dirsi della narrazione nel suo complesso.

Gli attori, vincitori del premio Miglior Cast di attori emergenti all’ottavo Festival di Roma, non deludono le aspettative ma non sono supportati da un’ottima sceneggiatura. In questo caso in particolare le parole dovevano pesare ed anche molto, dal momento che si parla di denuncia sociale. La sceneggiatura ha dei frequenti alti e bassi di qualità e trova il suo punto di non ritorno in una serie di sequenze in cui le sovrapposizioni vocali e le urla non danno la giusta importanza ad argomenti tanto delicati. Spesso, se troppo urlato e forzatamente ripetuto, il messaggio non tocca il cuore dello spettatore.

Acrid vuole rappresentare una società che modifica i suoi rapporti interpersonali ma che, alla fine, nella violenza e nell’assenza di libertà, rimane sempre la stessa. La parola “acrid” vuol dire acre, aspro, quel sapore e quel sentimento che le donne iraniane (e non solo) non dovrebbero più accostare alle parole sentimenti e matrimonio. Il film è in sala dall’undici giugno, distribuito daImagica.

Matteo Illiano, da “darksidecinema.it”

 

 

Teheran, oggi. Soheila (medico) lavora in una clinica per bambini malati, e ogni sera torna a casa da un marito (Jalal – ginecologo) che ha il vizio del tradimento e l’abitudine di assumere nel suo studio solo segretarie nubili. L’ultima impiegata in ordine cronologico è Azar che, pur di ottenere quel lavoro, nasconde al medico di essere sposata, con Koshro. Tra Azar eKoshro a casa è un inferno e non si attende altro che il divorzio, ma mentre Azar continua solo a lamentarsi, Koshro frequenta Simin, donna divorziata che insegna chimica all’università e ha una sorella in crisi con il marito. Tra gli studenti di Simin, infine, c’è Masha, una esile e giovane studentessa fin troppo presa dalla relazione con il suo ragazzo. Storie di donne (cinque) alle prese con altrettanti uomini in una società che le rende sempre più invisibili, inclini alla rassegnazione ed educate a subire.

Il percorso circolare del dolore
Acrid ovvero agre, aspro, il sapore amaro di un’unione (quella tra uomo e donna) che finisce – con il passare degli anni – quasi sempre in lancinanti silenzi o furibondi litigi; questo un po’ in ogni società, a Oriente così come a Occidente. Ma qui, sotto la luce dei riflettori, centrale nella disamina filmica e ai fini della narrazione c’è un argomento da sempre molto caro alla cinematografia iraniana, ovvero lo stato di disagio delle donne in una società dittatoriale, e la loro subordinazione pratica e psicologica a un mondo in cui il maschilismo sembra ancora farla da padrone assoluto. Eppure, nascoste e mimetizzate dietro i loro veli, dentro le case o i luoghi di lavoro, le donne dell’esordiente iraniano Kiarash Asadizadeh sono tutte donne che lottano: contro la mancanza di voce (Soheila), contro il loro stato di umiliazione (Azar), contro le loro stesse scelte (Simin, sua sorella, Masha) e infine (tutte insieme) contro la loro invisibilità. Un film che richiama alla mente la materia di parecchie opere del conterraneo Jafar Panahi, insistendo sulla circolarità del dolore, la struttura concentrica di quel male che come un boomerang tende a tornare proprio lì da dove s’è generato. Asadizadeh mette a segno un buon film (asciutto, elegante e lineare nelle scelte registiche) che gestisce con apprezzabile fluidità il passaggio da un volto all’altro, da una storia all’altra senza perdere di vista il fil rouge di una sofferenza (nello sguardo femminile) dettata non tanto dall’estemporaneità delle vicende (la frizione dei rapporti e il caos di vite che traballano) quanto dal velo di insensibilità che tou court ricopre la figura della donna nella società iraniana contemporanea. Separazioni (tema già ottimamente analizzato da Farhadi nella sua opera Orso d’oro a Berlino, Una Separazione) e tradimenti diventano in questo stato di cose fardelli insostenibili, situazioni insidiose che sottendono sempre quel senso di prevaricazione sociale dell’uomo che sembra a oggi ancora incrollabile. Una convincente opera prima che tende forse a essere (in qualche frangente) troppo radicale nella messa in scena della tematica portante, ma che ci pone (ancora una volta) di fronte alla questione di un malessere societario che sembra oramai esser diventato cronico, e che si rigenera (inalterato) di generazione in generazione senza soluzione di continuità. Il messaggio, in ogni caso, non è in alcun modo fraintendibile: l’Iran di oggi (come continua a sottolineare compatta la stragrande maggioranze delle opere iraniane) non è un paese per donne. E chissà se mai lo sarà.

Dall’Iran un’opera che, al pari di molte altre ‘conterranee’, si fa apprezzare per la lucidità e la partecipazione con cui mette in campo il proprio essere, narrando ancora una volta limiti e difficoltà della ‘vita di donna’ in Iran. Vincitore del premio per i migliori attori ed attrici emergenti, il film di Kiarash Asadizadeh pur possedendo le piccole imperfezioni associabili a un’opera prima, mantiene una sua poesia e un insolito candore nel metter in scena la circolarità del dolore.

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

 

 

 

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