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45 anni

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Andrew Haigh firma con 45 Years un film a suo modo speculare rispetto al precedente Weekend. Lì c’erano due ragazzi gay, giovani e in cerca di una realizzazione (anche sociale), che s’incontravano una sera e dopo un fine settimana di passione e amore erano costretti a dirsi addio per sempre.

Qui invece abbiamo una coppia sposata, con lui e lei già ben realizzati nella vita, che dopo 45 anni provano a tenere la relazione di matrimonio salda dopo uno scossone mica da poco. Buona notizia: 45 Years è tanto profondo, sottile ed emotivamente devastante quanto Weekend, e sarebbe bello vederli di seguito per confermare il filo rosso e vedere nel secondo una bella limatura nello stile, peraltro già ben oliato.

Kate sta finendo i preparativi per l’anniversario di questi 45 anni di matrimonio con Geoff. Una mattina l’uomo riceve però una lettera che lo scaraventa nel passato: il corpo della sua ex-ragazza, Katia, è stato trovato nelle Alpi Svizzere. Intatto, dopo 50 anni da un incidente. La notizia non sconvolge solo Geoff, ma anche la stessa Kate, che non riesce a darsi pace all’idea che il marito sia tornato con la testa indietro di ben 50 anni, direttamente al suo primo amore.

Diviso dal passare del giorni, dal martedì che poi porterà al sabato della festa – che diventa man mano sempre più un traguardo pesante come un macigno -, 45 Yearsè la conferma dell’abilità di Haigh di descrivere le emozioni quotidiane. Da quelle più piccole, fatte di gesti inaspettati, a quelle più che grandi che ti travolgono come una valanga, come la notizia che ricevono infatti Geoff e Kate.

Dal momento in cui vengono a sapere del ritrovamento del corpo di Katia, i due provano in un primo momento ad andare avanti, tra sconcerto e imbarazzo nel parlare di una cosa del genere. Presto però diventa qualcosa che bisogna affrontare, anche perché Geoff comincia a dare segni piuttosto preoccupanti. Il fantasma di Katia diventa sempre più ingombrante e onnipresente: d’altronde dal momento in cui entra nella vita della coppia si torna a ripensare a ieri e a ciò che è stato…

45 Years è per forza un film sul tempo. Non solo sui ricordi, onnipresenti e spesso cercati (Kate deve ad esempio comporre per la festa una playlist musicale fatta di canzoni che ha in comune col marito), ma anche sulla percezione del tempo passato. Kate e Geoff dopotutto sono messi improvvisamente di fronte a quello che nessuno vorrebbe pensare: aver perso qualcosa o persino di aver fallito o addirittura di non aver capito nulla per un lungo periodo di tempo.

Haigh gira con una sicurezza da maestro, e si dimostra ancora una volta molto intelligente persino nella composizione delle inquadrature. C’è una scena che ha per protagoniste delle diapositive e che, nella sua semplicità, mette i brividi per davvero. Per non parlare del sonoro che riesce a rendere “pesante” persino il sottile scroscìo del vento, e che nella scena appena citata ci ricollega in modo brillante ai titoli di testa.

Il regista si concentra praticamente tutto il tempo solo sui due protagonisti, soprattutto su Kate, interpretata da una Charlotte Rampling che diventa il personaggio e regala primi piani, compreso il finale, da brividi. Così facendo fa passare in secondo piano la sua credibile e forte descrizione dell’Inghilterra settentrionale, quella del Norfolk, in cui si discute ancora di Thatcher e si è ormai adagiata a vivere nel proprio grigiore e nella propria lentezza.

Ma non è mica un ritratto pesante e ostentato, anzi, così come non è ostentato lo studio dei personaggi. Solo in questo modo Haigh raggiunge l’obiettivo di farci vivere la problematica di questa coppia: perché in fondo sta parlando di cose universali. Così come Weekend non parlava mica solo al pubblico queer, 45 Yearsscavalca la ‘critica al matrimonio’ e parla a tutti i noi, dei nostri rimpianti e delle modalità con cui li nascondiamo, anche attraverso la (non) comunicazione.

I momenti d’intimità e i dialoghi verosimili sono da sempre gli strumenti con i quali Haigh ci porta dentro alle sue storie in un nanosecondo senza che manco ce ne rendiamo conto, come succede tra l’altro nell’ottimo Looking, la serie tv HBO di cui è produttore esecutivo e regista di diversi episodi. Pazzesco pensare che un regista abbia una sensibilità tale da poter passare da una coppia anziana e borghese del Norfolk a un gruppo di amici gay di San Francisco con la stessa naturalezza e intensità.

E ogni decisione, ogni dettaglio e ogni battito di cuore sono esposti nella maniera più gentile e sottile possibili: vi sarete detti che sarà ben strano festeggiare un anniversario a 45 anni e non a 40 o 50, no? Davvero: è nato un autore di cui seguire ogni passo, al cinema quanto in tv, è un’esperienza forte, e che ogni volta sa scioglierci il cuore senza ricattarci mai. Tra Michael Haneke e Mike Leigh c’è Andrew Haigh.

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”
Kate e Geoff Mercer sono sposati da quarantacinque anni e sabato festeggeranno il loro anniversario. I preparativi fervono e Kate è occupata in città con l’organizzazione del rinfresco. A casa intanto Geoff riceve una lettera destinata a cambiare la loro routine e la loro relazione, fino a quel momento dolce e imperturbabile. La lettera comunica a Mr. Mercer il ritrovamento del corpo della ex compagna, conservato per cinquant’anni dai ghiacciai delle Alpi svizzere. Era il 1962, l’anno in cui Geoff si era promesso a un’altra, un’altra donna poi inghiottita dalla montagna durante un’escursione. Comprensibilmente scioccato, Geoff rassicura Kate sul suo stato d’animo e prova a voltare pagina. Ma qualcosa nel profondo si agita e dal passato riemerge, compromettendo una serenità a lungo coltivata. Stretta in un abbraccio e in un lento nel giorno del loro anniversario, Kate prova a capire se il loro è (stato) vero amore o fumo negli occhi.
Lo diceva François Truffaut per la (bella) bocca di Fanny Ardant, “le canzoni d’amore sono stupide, più sono stupide e più sono vere”. E “cosa dicono?”, chiedeva Gérard Depardieu alla signora accanto, già cosa dicono, ecco una domanda che la protagonista di 45 Years non si è mai posta, limitandosi ad accennare “Smoke Gets in Your Eyes” dietro al suo cane e dentro l’incostante clima inglese. Il brano musicale scritto da Otto Harbach, è l’idea melodica del dramma senile di Andrew Haigh. È l’aria che apre e chiude 45 Years, svolgendo probabilmente l’atto finale di una coppia che nel modo della canzone mette in dubbio il proprio amore, il proprio amore cieco. Meglio, accecato è quello di Kate per Geoff, il pianeta intorno al quale si compie la sua rotazione, quegli incessanti spostamenti in macchina che accompagnano il marito, lo recuperano e lo riconducono a casa, accecante come fumo negli occhi, quello di Geoff che ha dissimulato per quarantacinque anni un sentimento mai estinto per una donna perduta tragicamente tanto tempo prima. Quel sentimento travolgente e inalterato, per opera del cuore e del ghiaccio, Geoff lo ha sostituito e poi dosato dentro una vita ordinaria, una prospettiva orizzontale che non prevede (più) i crepacci ma non può scongiurare (nemmeno) le crepe. Impeccabilmente messo in scena, scritto e interpretato, 45 Years trova la sua verticalità in un passato fuori campo e lungo la scala che conduce alla soffitta e alle emozioni raggelate di Geoff. Per saperne di più, per sapere di più di quei silenzi e della donna che li ispira, Kate dovrà scalare quella stessa montagna e arrivare in fondo alla sua relazione e alla settimana, che cadenza coi suoi giorni il film. Sotto l’apparenza del reale, Andrew Haigh impegna una drammaturgia precisa che accumula e analizza tutti gli agenti che pregiudicheranno l’organismo solido che la coppia fino a quel momento è stata.45 Years incrina una solidità durata e raccontata per tutti gli anni del titolo, una stabilità che ha bandito l’effimero e si rifugia in un libro di Kierkegaard o in una fuga di Bach. Il regista britannico si spinge dentro l’autunno di una coppia il cui legame si rivela un’impostura e ci rivela l’anima oscura di un uomo e di una donna. Di Kate e di Geoff che di loro non hanno conservato nemmeno una fotografia. A rimandargli l’immagine sono gli amici, che (ri)ordinano pazienti la loro ‘recita’ su un cartellone. Charlotte Rampling e Tom Courtenay, la cui impareggiabile tecnica drammatica ‘suona’ tutta la scala delle emozioni, sono gli interpreti disorientati e smarriti di un legame che sfuma il buon umore nell’ossessione, in un lento e in ‘quella’ loro canzone, che Kate ascolta adesso per la prima volta. Prima di tirare indietro mano e cuore, perché lafiamma d’amore si è spenta lasciando solo fumo negli occhi.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Kate e Geoff, una coppia di pensionati middle class senza figli, vivono in una confortevole casa nella campagna inglese non lontano da una tranquilla cittadina di provincia e sono vicini ai festeggiamenti per i 45 anni di matrimonio, quando a Geoff viene recapitata una lettera in cui gli si dice che in un ghiacciaio svizzero è tornato alla luce, intatto, il cadavere del suo primo grande amore. Questo pretestuoso punto di partenza, che servì già per un vecchio film di Fred Zinnemann, muove in Kate sotterranee insicurezze e postume gelosie, e costringe la coppia a fare i conti con i 45 anni di vita in comune, anzi non la coppia, piuttosto la sola Kate. I dubbi che vengono alla coscienza di Kate, il malessere che l’ha invasa si risolvono alla fine, quando Geoff fa il suo discorso alla festa per l’anniversario e le dichiara pubblicamente il suo lungo, immutato amore.
Seguiamo per lievi notazioni, con momenti più intensi, i pensieri di Kate, Andrew Haigh, il regista, mostra con pudore e rispetto i sentimenti di una donna che ha puntato tutto sul suo rapporto con un uomo, l’uomo della sua vita, il suo unico amore. Non più di questo c’è nel film, notevole però anche per la descrizione di un ambiente che gli italiani non sanno descrivere da tempo, forse perché morto definitivamente in fondo a un immenso ghiacciaio, e per l’analisi di sentimenti, che idem come sopra… E viene nostalgia per il cinema di Zurlini, Lattuada, Comencini, ma anche di Franco Brusati e di Fabio Carpi. Insomma quei nostri registi che non si vergognavano di una sensibilità definita allora “da borghesi”. Ma viene anche nostalgia – e questo il regista lo ha calcolato – per anni più aperti di quelli che Kate e Geoff vivono oggi, e per i ruoli che i due ottimi protagonisti, Tom Courtenay e Charlotte Rampling, hanno interpretato in gioventù, esprimendovi con buona sensibilità “politica”, soprattutto Courtenay, un disagio e una speranza generazionali.

È il pudore la qualità più evidente e più simpatica di questo film, che mostra in filigrana, certamente oltre le intenzioni del regista, anche i confini di una cultura, di una società, di una visione dell’uomo, di un’Inghilterra pacifica, benestante, che ha da pensare solo ai sentimenti ma lo fa come sottovetro, come in apnea, come in agonia. Il regista non voleva certamente questo, gli bastavano i buoni sentimenti della buona gente comune, ma la magia del cinema sta anche in questo: che ci sono film che dicono più di quanto non vogliano grazie a quel che la macchina da presa mostra e registra. Questo piccolo film è più istruttivo, in definitiva, di quanto non volesse il suo regista. Ma è probabile che i due attori, non fosse che per la vita che hanno vissuto e le rughe che essa gli lasciato, ne abbiano avuto il sospetto.

Goffredo Fofi, da “internazionale.it”

 

 

Andrew Haigh torna ad osservare le tracce del sentimento amoroso, ma la tenerezza giovanile di “Weekend” è solo un residuo senile nel breve racconto di David Constantine da cui è tratto “45 years“. Sullo sfondo della campagna britannica fotografata da Lol Crawley, Kate (Charlotte Rampling) e Geoff (Tom Courtenay) programmano la festa per i 45 anni del loro matrimonio senza che il pensiero per i preparativi modifichi i tempi rituali del quotidiano. Solamente un enigmatico segno dal passato renderà evidente l’incrinatura di una superficie apparentemente sempre uguale a se stessa. Il corpo congelato di Katya, una vecchia fiamma di Geoff, viene ritrovato cinquanta anni dopo una fatale caduta sulle alpi svizzere. La lettera è una testimonianza che Haigh lascia sospesa, una rivelazione inquietante che in qualche modo agisce ancora sulla vita della coppia impostando l’atmosfera di tutto il film, interamente concepito sulla distanza raggelata tra l’ambiente e i corpi dei suoi attori, figure nel paesaggio come ne “L’australiano”di Skolimowski o in “Images” di Altman, dove in questo caso il soprannaturale viene sostituito da un’astrazione del tempo che orienta il realismo degli ambienti e di alcune scelte, come l’utilizzo di musica e suoni esclusivamente diegetici, in una direzione sottilmente espressionista. Kate e Geoff sembrano già morti, ibernati come il cadavere di Katya, in una relazione spenta e senza più forza emotiva che rivela alcuni attimi di tenerezza come momenti di consapevolezza della propria estinzione; il tentativo fallito di fare l’amore o il pianto di Geoff durante le celebrazioni dell’anniversario, vengono rappresentati come osservazione sulla propria fragilità rispetto all’inesorabilità terrifica del tempo. Haigh dimostra grande capacità di controllo nella scultura temporale delle sequenze, tra tutte, quella dove Kate suona il piano da sola in una perturbante relazione con il vuoto più che con la passione interpretativa, segno di quella sovrapposizione tra morte e natura che attraversa tutto il film nella reinvenzione di luoghi e spazi che per tono e colore sembrano assimilarsi a quelli di uno sguardo metafisico svuotato da qualsiasi tensione salvifica. Se allora il registra britannico sembra sovrapporre distanza e vicinanza a queste due figure crepuscolari, con un rigore quasi luterano che per accumulo, diventa improvvisamente impudico, il suo sguardo non ha mai la freddezza di un’osservazione chirurgica grazie anche al coraggio con cui libera da questa gabbia emotiva e personale, sedimentata nel tempo della memoria, le splendide interpretazioni della Rampling e di Courtenay, entrambi capaci, insieme alle intuizioni visive dello stesso Haigh, di generare uno scarto improvviso e di aprire l’abisso con un cambiamento di tono, un movimento impercettibile, uno sguardo nel vuoto.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Manca meno di una settimana al “grande giorno” di Kate e Geoff che si apprestano a festeggiare 45 anni di matrimonio. Una cifra anomala per una celebrazione che, in qualche modo, risarcisce la coppia da quella mancata, in precedenza, per le condizioni di salute di Geoffrey.

Ispirandosi ad un racconto di David Constantine, In Another Country, Andrew Haigh ci porta nella quiete brumosa della campagna inglese dove moglie e marito conducono una vita di serena quotidianità, scandita da quei gesti reiterati negli anni che, nel tempo, diventano intesa, tacita consonanza, amoroso affiatamento quasi a congiungere, in una cosa sola e indivisibile, l’esistenza di uno e dell’altra.

Mentre Kate è indaffarata nei preparativi della festa, Geoff riceve una lettera che lo informa del ritrovamento di Katya, la sua fidanzata di cinquant’anni fa, caduta in un crepaccio durante un’escursione in Svizzera e il cui corpo è stato ora ritrovato, intatto, nel ghiaccio. Una notizia che deflagra in modo tanto potente quanto silenzioso all’interno di un rapporto che, come un gigante dai piedi di argilla, prende dolorosamente coscienza della propria fragilità. Kate, già a conoscenza dell’antico amore del marito e della sua tragica scomparsa, credeva che esso fosse solo un’ombra appartenente al passato, un episodio di gioventù archiviato nella memoria ma l’arrivo di quella lettera, in realtà, rimette in discussione una vita intera fatta di scelte, di decisioni e di piccole, ma fondanti, omissioni. Non è come un segreto che sconvolge ma, al contrario, è un fatto noto che viene alla luce con tutto il suo carico di importanza, addirittura, vitale. Ed è uno svelamento ancor più devastante perché in luogo di un mistero – che può far, naturalmente, paura – è invece ciò che è conosciuto a mettere in discussione, e in pericolo, una relazione di indubbia solidità.

Haigh ricostruisce il teorema intimo di un matrimonio con delicata raffinatezza. L’impianto visivo, asciutto e nel contempo denso di particolari, ci restituisce nelle immagini tutta la profondità di un rapporto che si esprime anche nella condivisione dello spazio. Kate e Geoff, infatti, lo occupano. Non sono semplicemente “lì” ma all’interno di un’ inquadratura essi materializzano, nell’intesa di un semplice gesto o di uno sguardo fugace, una simbiosi che si fa quasi tangibile. A pochi giorni da un traguardo importante l’inattesa “entrata in scena” di Katya sembra polverizzare ogni certezza. Il fantasma di quell’amore che Kate voleva credere svanito tra le nebbie del tempo è, invece, più che mai presente e forse, come la protagonista stessa dice: “E’ sempre stato qui, dietro di noi”.

Il regista inglese (autore anche della sceneggiatura) racconta questo dramma scegliendo di sottrarre, demandando ad un silenzio carico di significato il compito di esprimere lo sgomento di Geoff e lo strazio di Kate. È soprattutto quest’ultima, infatti, a dover affrontare lo spettro di un passato che non le appartiene ma del quale, inevitabilmente, fa parte e che ha condizionato, fatalmente, il suo presente. In quel crepaccio sembrano allora essere precipitati anche i 45 anni di vita con il suo compagno e, con essi, la sicurezza di un sentimento, la robustezza di un legame che, ora, non sembra più così raro e prezioso.

Non è semplice parlare del non detto, pronunciare un dolore silenzioso e se Haigh è riuscito a raccontarne la profonda afflizione, Charlotte Rampling e Tom Courtnenay con quell’intensità propria dei grandi attori (per questi ruoli vincitori ex aequo dell’Orso d’argento al Festival di Berlino 2015) hanno saputo esprimere il dramma matrimoniale con straordinario realismo. Si toccano corde profonde nella vicenda di Geoff e Kate la cui storia d’amore si fa paradigmatica di un’idea, platonicamente intesa, dell’amore stesso la cui “conoscenza” spesso non appartiene alla sua “coscienza” ma viene sublimata, dall’illusione umana, in qualcosa d’altro, sovente distante dalla realtà.

“Quando urla, come la voce, – scriveva Flaubert – il cuore diventa rauco” e anche se qui non vi è grido alcuno, se ne sente, nitidamente, il suono mentre nel finale, sulle note di “Smoke Gets In Your Eyes” dei Platters, un semplice gesto di Kate manda in frantumi una vita.

Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

 

Duro, spigoloso e spietato dramma di caratteri, l’inglese 45 anni di Andrew Haigh è un racconto borghese d’interni e ipocrisie, con al centro due magnifici interpreti, Charlotte Rampling e Tom Courtenay, entrambi premiati alla 65esima edizione della Berlinale.
Smoke Gets in Your Eyes
Kate è alle prese con i preparativi per l’anniversario dei quarantacinque anni di matrimonio con suo marito Geoff, quando si ritrova a vedere sotto una nuova luce tutto il suo passato. Geoff ha infatti ricevuto una lettera in cui gli annunciano che è stato appena ritrovato il corpo della sua ragazza di un tempo, vittima di un incidente cinquanta anni prima. Di fronte allo shock del marito, Kate verrà pian piano a scoprire meglio quanto fosse stretto il rapporto di lui con questa enigmatica figura, chiamata non a caso Katya. [sinossi]
Due attori, una casa, un anniversario di matrimonio da celebrare, una lettera che apre uno squarcio sul passato. Parte da poche ma esatte fondamenta l’inglese Andrew Haigh in 45 anni (all’attivo, come regista, i due lungometraggi Greek Pete e Weekend e la serie TV Looking) e, a partire da queste, costruisce tassello dopo tassello un serrato confronto quasi-thriller tra due character.
Marito e moglie, lui all’apparenza più fragile, lei più forte. Lui – interpretato da Tom Courtenay – con un passato vissuto insieme a una misteriosa ragazza a proposito della quale, in seguito a una lettera ricevuta sul suo conto, comincia a fare alla moglie una serie di rivelazioni sempre più inquietanti. Lei – interpretata da Charlotte Rampling – che proprio mentre si appresta a celebrare i quarantacinque anni di matrimonio, scopre forse di non essere stata il grande amore del marito.
Detto questo, 45 anni – in concorso alla 65esima edizione della Berlinale – non ha nulla di sentimentale o di patetico. È al contrario molto trattenuto, costruito su dettagli, su frasi dette a mezza bocca, su di un propalarsi di ipocrisia borghese che ammanta le vite dei protagonisti e che pian piano, di fronte ad ogni nuova rivelazione, li avvolge in una sorta di abbraccio mortale, dal quale è impossibile liberarsi.

Haigh gestisce tutto questo con notevole polso cinematografico, lavorando per l’appunto sulla sottrazione e sul non visto, sul fuori campo e sulla sospensione ellittica, per poi affondare il colpo con alcuni laceranti long take (uno circa a metà e l’altro nel finale) a stringere sui volti e sui corpi segnati dei due attori protagonisti. La Rampling e Tom Courtenay si dimostrano perfettamente in grado di reggere la scena dall’inizio alla fine, regalando al regista ogni possibile sfumatura necessaria ed è stato inevitabile che vincessero entrambi l’Orso d’Argento a Berlino come migliori interpreti.
In particolare, se il parlare biascicato e balbettante di Courtenay conquista per il modo in cui gestisce man mano le sue rivelazioni, a restare più di ogni altra cosa nella memoria è lo sguardo sempre più fragile e indifeso della Rampling che, di fronte al palesamento del passato, si lascia pian piano sgomentare dal vuoto.

Film governato da un’essenza fantasmatica e impalpabile quanto minacciosa (assenza più acuta presenza, avrebbe detto Attilio Bertolucci), 45 anni rinverdisce la tradizione altrimenti seriamente appannata (ad eccezione di alcuni contributi di Mike Leigh, come ad esempio Another Year) del cinema inglese “da camera”.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

Giunti alla soglia del 45° anno di matrimonio Kate e Geoff si trovano inaspettatamente a dover tirare le somme del loro rapporto e della loro vita insieme.

Trascorsa nella tranquillità della campagna inglese, la vita di Kate (Charlotte Rampling) e Geoff (Tom Courtenay) è fatta di routine, di ascoltare vecchia musica, di portare a passeggio il cane. Ma la notizia del ritrovamento del cadavere di uno dei primi amori di Geoff, scomparsa 50 anni prima in un incidente in montagna in Svizzera, porta lui, e lei di conseguenza, a riflettere sul come sarebbe stato trascorrere la vita con la compagna perduta se quel tragico incidente non avesse spezzato la relazione. Il tutto a una settimana di distanza dal 45º anniversario di matrimonio e con la festa connessa da organizzare.
A sorprendere non è certo l’originalità della storia, bensì la capacità che ha la gestione del racconto di mantenere sempre viva l’attenzione grazie a una tensione di fondo in continua ascesa generata dal rimpianto di una vita non vissuta che s’insinua in una relazione consolidata, stabile ma non consumata, e porta entrambe le parti a fare ragionamenti che non avrebbero voluto e dovuto fare. Stupisce un ritratto così lucido e maturo sul viale del tramonto della vita di coppia fatto da un regista relativamente giovane che ha perfettamente chiara la situazione che vuole descrivere e le sensazioni e i ragionamenti che vuole suscitare; Andrew Haigh lo fa con una regia controllata che alterna il distacco alla vicinanza attraverso un uso sapiente dei piani senza mai essere troppo invasivo nell’intimità (anche sessuale) della coppia e restando sempre alla giusta distanza. Una consapevolezza fatta di dettagli importanti impliciti e mai sottolineati allo spettatore, come l’assenza di un figlio, e tutti i drammi e le conseguenze inevitabilmente connesse, mancanza che, forse, ha portato la coppia a ripiegare su un cane. La scelta dell’ambiente, naturale e pacifico, e la scelta degli attori britannici, placidi e pacati, sono un contributo fondamentale a stabilire il clima di tranquillità in cui si sviluppa la vicenda, senza gli eccessi emotivi a cui ci ha abituati il cinema americano; se poi quei due attori sono uno sperduto e spaesato Tom Courtenay e una algida e determinata Charlotte Rampling l’opera non può che guadagnarci.

In una certa misura 45 years può essere associato a Tourist perché in entrambi i casi abbiamo una causa apparentemente insignificante che scatena conseguenze catastrofiche; esattamente come per il film svedese l’attimo d’esitazione e smarrimento del marito porta l’instabilità nella coppia anche qui i ricordi repressi chiusi in soffitta, che si insinuano nella casa e nella relazione dagli spifferi della botola, finiscono per abbattersi sulla coppia come una valanga.

Solido e consapevole 45 Years è un film completo che potrebbe ambire a qualsiasi premio alla 65a Berlinale.

Enrico Cehovin, da “storiadeifilm.it”

 

Quanto può pesare il passato nel condizionare il presente e futuro di una coppia di lunga data, che fra alti e bassi si appresta ormai a festeggiare i 45 anni insieme? Un evento apparentemente morto e sepolto sotto una spessa coltre di ghiaccio può essere l’inaspettato pretesto per rimettere in discussione una vita intera, fatta di scelte che, in quanto tali, avrebbero potuto essere diverse?
45 anni, per la regia e sceneggiatura diAndrew Haigh (Weekend), sta per arrivare nelle sale cinematografiche italiane dopo aver incantato pubblico e critica alla 65esima edizione del Festival di Berlino; merito di una messa in scena elegante e coinvolgente ma soprattutto delle prestazioni attoriali dei due protagonisti,Charlotte Rampling e Tom Courtenay che, grazie alla loro toccante immedesimazione nei rispettivi personaggi, si sono aggiudicati l’ambito Orso d’Argento. Un riconoscimento più che meritato, soprattutto dal momento che 45 anni è un film prettamente basato sul non detto e il non dimenticato, in cui a possedere la maggior carica di eloquenza sono i sospiri e gli sguardi smarriti dei protagonisti, alle prese con una sfida del tutto inattesa e sopraggiunta in un momento della vita in cui forse non vale più la pena di rimettere in discussione tutto.

Kate e Geoff conducono una vita serena e tranquilla nella campagna inglese e sono impegnati nei preperativi per festeggiare i 45 anni di matrimonio. A pochi giorni dall’evento, però, Geoff riceve una lettera nella quale viene informato del ritrovamento del corpo della sua ex fidanzata Katya, rimasta vittima di un incidente su un ghiacciaio 30 anni prima, durante un’escursione. Cosa ancora più sconvolgente, il corpo della ragazza si è conservato intatto grazie all’azione del gelo, un beffardo scherzo del destino che sembra voler obbligare la coppia a catapultarsi in un passato indesiderato in cui Geoff amava un’altra donna, custode di un intimo e sconcertante segreto inesorabilmente destinato a turbare l’equilibrio dei due coniugi.

L’idea alla base di 45 anni proviene da un racconto di David Constantine, In Another Country. Il regista desiderava cogliere lo struggimento di una relazione che comincia a vacillare proprio quando è ormai vicina al traguardo ed i protagonisti vivono la rassicurante certezza di terminare i propri giorni insieme. Ma la crisi non ha età, e per quanto ci si ostini a pensare che i turbamenti emotivi facciano parte della gioventù, in realtà non si smette mai di porsi domande, rovinando spesso il presente per aver voluto sapere troppo del passato.
Già in Weekend Andrew Haigh si era interessato all’esplorazione dell’intimità tra due persone, fatta di infinite complessità; in 45 anni l’accento è posto sui rischi che comporta rivelarsi l’uno all’altra ed essere troppo sinceri. Inoltre, anche se una certa ritrosia nell’aprirsi emotivamente sembra essere tipica del popolo inglese, perfetto background per raccontare una storia di sentimenti repressi e nascosti, il film  nasce per sottolineare la difficoltà che in generale tutti noi incontriamo nell’esprimere ciò che proviamo, sia per la difficoltà a razionalizzarlo, sia per la paura di non essere accettati per quello che siamo o abbiamo scelto di essere.

Ecco allora consumarsi sotto gli occhi dello spettatore un dramma interiore, subdolo ed inaffrontabile, in cui la paura di Kate di perdere ciò che fino a quel momento ha costruito compete e vince contro il desiderio di sentirsi dire la completa verità dall’uomo che ha sposato ed amato per trent’anni. Geoff, dal canto suo, obbligato a seppellire sotto il ghiaccio e gli anni un amore perduto, ha ricostruito se stesso dandosi nuovi obiettivi, cercando di non tormentarsi e rovinarsi la vita con i rimpianti e nascondendo le verità profonde di quel legame finito tragicamente un po’ a se stesso e un po’ alla moglie, vittima, semplicemente, dell’essere venuta “dopo”.

Sullo sfondo di una sceneggiatura minimalista quanto basta a far parlare la recitazione sublime dei protagonisti, sui quali spicca la struggente e cedevole compostezza di Tom Courtenay, 45 anni lascia in sospeso, sulle soavi note dei Platters, la domanda alla quale nessuno vorrebbe mai rispondere: sarà (stato) vero amore o solo “fumo negli occhi”? L’importante, sembra voler rispondere fra le righe il regista, è aver vissuto quel tanto di felicità sufficiente a sentirsi grati per ciò che la vita ci ha donato.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

45 Years, il film del regista inglese Andrew Haigh, che ha chiuso la seconda giornata di concorso della Berlinale è un capolavoro silenzioso. Charlotte Rampling e Tom Courtenay, Kate e Geoff, sono sposati da quarantacinque anni. Si amano e si prendono cura l’uno dell’altra con tenerezza. Ma arriva una lettera, con un messaggio dal passato, che cambia tutto. All’improvviso. Rampling e Courtenay danno a un soggetto semplice e poco spettacolare un tocco di magia. E la storia diventa emozionante. Il tema dell’età è ormai una delle costanti del Festival di Berlino dove negli ultimi anni sono state mostrate pellicole di coppie anziane che si lasciano, si amano, o cominciano a raccontare una vita. La cosa interessante è l’età dei registi. Sempre molto più giovani.
Come nel caso di Haigh, che ha appena quarant’anni. Il suo caso poi è ancora più interessante. Nel cinema di lingua inglese si è fatto un nome con pellicole indipendenti sul tema dell’omosessualità, come il debutto che parla di prostituzione maschile e soprattutto Weekend, che gli ha dato la notorietà, una storia d’amore tra due uomini. Proprio lui ha saputo raccontare con toccante maestria la storia di un matrimonio improvvisamente messo sottosopra e l’amore di due anziani nella campagna inglese. Quella lettera comunica a Geoff del corpo ritrovato sotto i ghiacci della sua prima fidanzata, morta durante una gita sulle alpi svizzere cinquant’anni prima. L’effetto macchina del tempo raramente fa bene a una coppia. Anche da anziani. L’esperienza, nella crisi, non è vero che aiuta l’amore. La grandezza dei due attori è nella loro fragilità, nel saper raccontare la crisi, e la via del ritorno, senza avventure visuali o scorciatoie narrative. Come per il vino pregiato, anche l’arte cinematografica ha bisogno di tempo per schiudere le nuances più squisite. A Charlotte Ramoling e Tom Courtneay riesce proprio questo: dipingere sullo schermo un’appassionante paesaggio dell’anima. Bravo Haigh a dirigerli così discretamente.
Simone Porrovecchio, da “cinematografo.it”

 

 

 

 

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