Tutto sua madre

locandina

Benedetto da un (doppio) premio alla Quinzaine des Réalisateurs 2013 e soprattutto dal sorprendente successo di botteghino in patria (sette milioni solo nelle prime due settimane), “Tutto sua madre” segna l’esordio alla regia di Guillaume Gallienne, attore della Comédie-Française, che adatta per lo schermo la sua pièce ampiamente autobiografica “Les garçons et Guillaume, à table”.
Terzogenito di una famiglia bene dell’alta borghesia parigina, Guillaume, ragazzino sensibile e fantasioso, vive con innocenza e ingenuità la propria condanna alla “diversità”. Se il padre e i fratelli maggiori, rudi, atletici e virili, rappresentano per lui un modello comportamentale irriproducibile e lontano, Guillaume sembra riuscire a placare la confusione interiore solo nella vicinanza e nell’ammirazione cieca per la madre. Questa donna sofisticata e altera, seducente e glaciale allo stesso tempo, diventa per lui un modello inarrivabile da seguire ed emulare perfino nella camminata, nei gesti, nell’intonazione e nei gusti. Eppure anche lei, celatamente compiaciuta nel trovare in lui la figlia femmina che non ha mai avuto, col suo grido quotidiano “i ragazzi e Guillaume, a tavola” (titolo originale dell’opera) sancisce e acuisce una dolorosa discriminazione che porterà il ragazzo a porsi interrogativi sempre più profondi sulla propria identità, sessuale e non.
Tra brutali collegi maschili e romantiche divagazioni oniriche, sconfortanti imprese sportive e infinite sedute di psicoanalisi, catastrofiche vacanze termali e buffi approcci amorosi, il giovane Guillaume compirà un percorso di formazione che lo porterà, finalmente, a scoprire il proprio “io” interiore (uomo? donna? gay? etero?) e ad affermare la propria individualità contro ogni aspettativa e pregiudizio altrui.
Conservando l’impianto teatrale d’origine, Guillaume Gallienne mette in scena con grazia e sincerità disarmante la propria bizzarra educazione sentimentale. Ma se nel suo caleidoscopico one-man-show prestava corpo e voce a tutti i protagonisti della storia, sullo schermo il quarantenne Gallienne interpreta “solo”, con credibilità e impressionante talento mimetico, le parti di sua madre e di se stesso adolescente. E proprio in questa duplice incarnazione, o meglio nel legame tra i due personaggi, è da rintracciare la chiave di lettura di “Tutto sua madre”.
Innanzitutto perché, con il ritratto di incondizionata devozione per questa donna eccentrica e affascinante, la pellicola innalza una vera e propria dichiarazione d’amore al genere femminile, da parte di un uomo che per lungo tempo ha cercato nelle donne della sua vita un modello cui aspirare, un antidoto alle proprie paure e inadeguatezze.
Ma soprattutto perché attraverso la presenza ingombrante di questa madre irresistibile e mostruosa, capiamo bene le difficoltà di Guillaume nel suo peregrinare tra incertezze e dubbi alla ricerca della propria identità. Prima emulo della madre, poi donna intrappolata in un corpo da uomo, ancora omosessuale in cerca di conferme, infine uomo intento a “rivendicare la propria eterosessualità in una famiglia che lo crede irrimediabilmente gay”: un coming of age inconsueto e faticoso, scandito da disavventure tragicomiche dai risvolti spesso esilaranti, che Gallienne sa raccontare con delicatezza e impagabile umorismo.
Grazie a una sceneggiatura pungente e misurata, che si spinge ben oltre i limiti del politicamente corretto senza mai però scadere nel volgare o nella trivialità, l’autore riesce a sovvertire etichette e convenzioni sociali, rovesciando e smentendo con finezza e acume ogni stereotipo legato alla rappresentazione di gender. La pellicola si chiude infatti con una sorpresa finale inaspettata, forse anche per il protagonista stesso, ma di toccante tenerezza, che richiama alla mente una delle lezioni più felici del recente Woody Allen: “Qualunque amore riusciate a dare o avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia… basta che funzioni”.
Interpretato con vivacità e scritto con grazia ed effervescenza, “Tutto sua madre” è un piccolo gioiello di intelligenza e civiltà, tutto da godere, che meriterebbe un pubblico maturo al punto da saper riconoscere il dolore e la sofferenza dietro alle risate, a volte fragorose, che il film sa regalare.
Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

Siamo di fronte a un gioco. Di ruoli, di sesso, di età. Una commedia irresistibile che vede il suo camaleontico interprete-regista-sceneggiatore passare da un’età all’altra, da un sesso all’altro, da una scenografia all’altra, in un intelligente girotondo alla ricerca di una semplice verità.
L’almodovariano titolo italiano, Tutto sua madre, inganna parecchio o comunque è meno significativo dell’originale Les Garçons e Guillaume, à table!, evocativa chiamata di mamma a tavola.
Lo stupefacente talento istrionico di Guillaume Gallienne se la canta e se la suona nel doppio ruolo di sé stesso e di sua madre. Tratto dall’omonima pièce teatrale andata in scena con grande successo in Francia, il film, presentato all’ultimo Festival di Cannes nella sezione “Quinzaine des réalisateurs” , racconta la vera storia di Guillaume e del legame speciale con sua mamma. Fin da piccolo, il protagonista rimase colpito da quel modo di chiamare i figli a tavola: “I maschi e Guillaume!”. Proprio quella congiunzione, quell’ “e” , lo ha marchiato come un “diverso” facendogli credere che, per restare unico agli occhi di una madre straordinaria anche se non tenera e distinguersi da quella “massa anonima” di maschi, non doveva diventare uno di loro.
Ed eccoci al film, Guillaume è un ragazzo che ama sua madre in maniera totalizzante tanto da confondersi con lei. Ne imita i gesti, la voce, e ne replica i modi autoritari. Lontanissimo dal padre e dai fratelli, Guillaume inizia ad avere dubbi sulla sua sessualità. Sempre più vicino a essere una ragazza, nei comportamenti e nella sensibilità, da solo nella sua stanza imita la principessa Sissi e l’Arciduchessa Sofia di Baviera. Il protagonista viene considerato sempre più come un “diverso” da tutti: la sua famiglia imbarazzata lo manda in un collegio maschile dove diviene oggetto di derisione da parte dei maschi. Scoprirà a sua spese, tra le disavventure in una SPA in Baviera, le visite per il militare, sedute di psicanalisi e colloqui con ufficiali medici, la sua vera identità. Una volta che l’avrà capita, troverà anche il suo posto sul palcoscenico di un teatro e della vita.
Guillaume è un ragazzo cresciuto nel mito di una madre ingombrante che ha proiettato su di lui il desiderio di avere una figlia femmina. L’attore francese mette in scena (il film significativamente si apre e si chiude su un palcoscenico teatrale) una commedia autobiografica sulla sua personalissima ricerca d’identità rivivendo il suo difficile percorso (interiore ed esteriore). Ed ecco il viaggio compiuto dal protagonista in cerca di sé stesso fra luoghi e persone che ne hanno condizionato le scelte. Fino ad arrivare alla scoperta della sua (inconsapevole) eterosessualità e dell’amore vero.
Cinematograficamente debitore dell’Edipo relitto di Woody Allen (episodio inserito nel film collettivo New York Stories del 1989), il film presenta una figura materna meno incombente affettivamente di quella ‘alleniana’ ma ugualmente ingombrante, una donna dal tratto mascolino e dal piglio risoluto che riversa sul figlio un eccessivo affetto facendogli pesare il fardello delle sue carenze. E così in quella che lui stesso definisce “ostinazione” a essere prima una donna, poi un omosessuale, e corrispondere a ciò che ci si aspetta da lui, il protagonista vive situazioni delicate, imbarazzanti, a volte irresistibili.
Membro della Comédie Française, Gallienne in teatro ha interpretato tutti i ruoli mentre nel film riserva per sé quello del protagonista e di sua madre facendo da assoluto mattatore di una ricerca comica e un po’ surreale. Ballerina andalusa di sevillana, Principessa Sissi, Arciduchessa Sofia, tante sono le identità femminili rese alla perfezione dal trasformismo dell’attore.
Vero “coming out al contrario” da cui emerge a sorpresa “un’epifania di normalità”, che in fondo altro non è che la verità personale del protagonista, il film è la storia soggettiva di un artista alla ricerca di quelle emozioni che, a suo stesso dire, lo hanno plasmato, ma è anche un vero inno alle donne.
Sottile e raffinato eppure sfrontato e senza peli sulla lingua, il film procede in un crescendo di situazioni comiche e talvolta esilaranti. Una pellicola diversa e originale, che riesce a toccare il delicato tema dell’identità sessuale con una grazia incomparabile, come solo in terra d’Oltralpe sanno fare.
Elena Bartoni, da “voto10.it”

Guillaume Gallienne porta al cinema la sua pièce teatrale Les Garçons et Guillaume, à table!, che diventa un film dove l’autore interpreta sé stesso e sua madre, raccontando la storia della sua vita: la storia di Guillaume che trova la sua identità nonostante i condizionamenti imposti dalla famiglia, e soprattutto dall’ingombrante madre, per un esilarante quanto toccante coming out al contrario.
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Me, my mother and I
Dopo essere stata una pièce teatrale di successo, scritta, realizzata e interpretata dallo stesso Guillaume Gallienne, ora Les Garçons et Guillaume, à table! diventa un film. Premiato a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, accolto trionfalmente in patria con incassi stratosferici, arriva in Italia con il titolo furbo di Tutto sua madre, che richiama suggestioni almodovariane, evidentemente non così efficace e riassuntivo del senso della storia come l’originale, ma in fondo piuttosto azzeccato; capita davvero di peggio. In realtà stavolta non si tratta solamente dell’ultimo “grande successo e campione d’incassi in Francia” , dicitura che oramai accompagna quasi sempre l’uscita delle commedie d’oltralpe che arrivano da noi sulla scia di incassi clamorosi in patria: i francesi amano e vanno vedere i loro film, e non solo per il sostegno produttivo e distributivo a livello di leggi di cui il cinema francese gode in patria, ma anche perché innegabilmente sono sempre prodotti sopra la media, anche quando non eccelsi dal punto di vista artistico, comunque vantano sempre una confezione produttiva che non ha nulla da invidiare ai modelli del cinema americano. In questo caso, come dicevamo, tanto entusiasmo ed esaltazione risultano davvero più che giustificati visto l’esito di questi straordinari 85 minuti di film.
A teatro Gallienne interpretava tutti i ruoli in scena in un vero e proprio one man show. Al cinema oltre a interpretare sé stesso, tiene per sé soltanto il personaggio fondamentale della madre, che interpreta magistralmente in uno sdoppiamento che riflette quello di personalità del protagonista che è alla base della storia, un’autobiografia tanto dolorosa quanto a tratti esilarante . Di che genere di film stiamo parlando? L’argomento del film è per stessa ammissione dell’autore proprio “il genere, il mio genere, su cui tutti si sono sentiti in diritto di farsi tante domande e io per primo. Un coming out al contrario che è molto di più che un’epifania di normalità”. La storia di Guillaume, che impara ad accettare la sua eterosessualità in una famiglia che lo ha sempre decretato omosessuale. Guillaume che riesce a trovare la sua identità e a diventare sé stesso, dopo aver cercato in tutti i modi di essere sua madre, sua zia, sua nonna, la principessa Sissi, tutte le donne del mondo. Guillaume racconta se stesso e la sua storia, e di come è riuscito a trasformare la sua sensibilità in espressione artistica diventando un attore: è da solo sul palco come teatro, ma qui al cinema i suoi ricordi prendono vita insieme ai riflessi della su vita.
In crisi d’identità sin dalla nascita, tra un padre che lo vuole virile come i fratelli, e la madre a cui in fondo non dispiace di avere per casa la bambina mancata che evidentemente tanto desiderava, Guillaume passa dalla solitudine della sua camera da letto ai rigidi collegi maschili francesi o quelli più liberal in Inghilterra, “il paese dove al disagio si accompagna l’incoraggiamento”, sempre più disorientato tra i lettini dei vari analisti e i maldestri tentativi di diventare l’omosessuale che non è ma che tutti hanno deciso che sia; ripercorre i riflessi di una vita vissuta nel fraintendimento alla ricerca di una sua identità, sempre seguito e ossessionato dall’ombra della madre che si materializza in ogni momento, che commenta, giudica, assolve e condiziona la sua esistenza. L’ingombrante e idolatrata madre, elegante e cinicamente annoiata signora dell’alta borghesia parigina, che trasferisce nel figlio non solo le sue frustrazioni e insoddisfazioni, ma anche la paura che lui possa infine amare un’altra donna oltre a lei, nel più classico dei condizionamenti famigliari, già di per se racchiuso nell’inconsapevole quanto lapidaria frase del titolo “I ragazzi…e Guillaume, a tavola!”. Perché i ragazzi sono i ragazzi, e Guillaume no. E per restare unico agli occhi della madre e distinguersi da quella massa anonima che erano in maschi, Guillaume sente che non può assolutamente diventare uno di loro, e deve essere diverso dai fratelli. Fa di tutto per diventare una donna, e il primo modello da imitare è naturalmente la madre, si appropria di lei come di tutti le donne che lo circondano: non è effemminato, è femminile, è una donna, è la madre, è la nonna, è tutte le donne. Quando la sua natura emerge, i dubbi e la confusione prendono ilo sopravvento, il disorientamento è grande, come la sua incrollabile ostinazione nel voler essere una donna, e quando crescendo capisce di non poterlo essere, allora tenta di diventare almeno un omosessuale, ma non potendo essere neanche quello arriva a rinfacciarsi di essere “talmente gay da essere diventato lesbica”.
Il respiro delle donne
Paradossalmente il film è anche e soprattutto una grande dichiarazione d’amore alle donne, da parte di un uomo che proprio per il suo voler essere come loro, da loro si è lasciato sedurre, affascinare, ne ha esplorato tutte le sfumature….”la più grande differenza delle donne sta nel modo in cui respirano….”. E in particolare è una dichiarazione d’amore incondizionata alla madre, sublimazione di tutto il genere femminile: “…è grazie a lei che ho imparato ad amare le donne, che ho imparato il portamento, l’eleganza, lo humour…”. Grazie a lei ha imparato a capire le donne, ad amarle, e quindi ha potuto innamorarsi della donna che finalmente lo libera dalla crisi d’identità che lo ha accompagnato dalla nascita. Un film pressoché perfetto, un mix molto equilibrato tra umorismo a tratti debordante e toccante esplorazione di una dimensione più intima, uno straordinario one man show dove Gallienne è sempre credibile, e incredibilmente mai fuori dalle righe (per lo meno nella versione originale, lieve timore per quella doppiata) come bambino, come uomo, come donna, come omo e come eterosessuale. La difficoltà di mantenere l’equilibro tra l’ironia e la profonda riflessione sui danni di una presenza materna ingombrante nonché di un condizionamento famigliare violento quanto inconsapevole, fanno di questo film un piccolo miracolo di scrittura e recitazione: troppo facile visto il tema delicato sarebbe stato scivolare nel macchiettistico, nel superficiale o nello scontato. Guillaume Gallienne, in uno stato di grazia che solo l’intimo e profondo legame con la storia raccontata può dare, non esce ma i dal registro giusto, neanche per un momento, regalandoci un’opera di grande ricchezza emotiva oltre che di comicità.
voto 7,5
Alessandro Antinori, da “movieplayer.it”

Non c’è nulla di più francese che essere Guillaume Gallienne. Questa considerazione sgorga spontanea dalla visione di Les Garcons et Guillaume, à table (Tutto sua madre), perchè l’opera prima dell’attore, regista e sceneggiatore membro della Comédie Francais è la quintessenza della settima arte alla maniera d’Oltralpe, costruita come una sofisticata e umoristica dissertazione sulle stranezze e le nevrosi dell’uomo di oggi. Ispirato a fatti realmente succedutisi nella vita del suo autore, il film di Gallienne è apologia ed esorcismo del rapporto tra un figlio confuso da terremoti ormonali e suggestioni storico-letterarie e una figura materna abnorme, assoluta. Membro poco accetto di una famiglia lacerata tra un’ingombrante strapotere femminile e le aspettative maschiliste di padre e fratelli sessualmente ortodossi, il giovane Guillaume viaggia attraverso un’adolescenza e una giovinezza comicamente tormentate, in cui matura la convinzione di essere una ragazza nonostante l’apparenza indichi in tutt’altra direzione. Tra siparietti teatrali ispirati ai fasti della corte asburgica e una teoria inconcludente di sedute su lettini di specialisti, Guillaume lotta per trovare la chiave di volta della sua identità e collocarsi nel mondo. Con una penna vivace e intelligente, Gallienne tesse una partitura drammatica condita di ironia e spirito di provocazione: il suo racconto politically uncorrect parte da un assunto semplice – la convinzione, indotta nello spettatore, che il suo Guillaume sia un omosessuale in cerca di accettazione – per poi approdare, attraverso la disamina di un rapporto madre-figlio deviato da una malcelata, chioccia possessività della prima nei confronti del secondo, a una verità inaspettata, che sembra stupire innanzitutto il protagonista. Cavalcando la comicità parossistica del “travesti”, Gallienne confezione un film sorprendente, rivelatorio, la cui vena surrealista rende più piacevole e digeribile la scoperta di quanto sia opinabile la natura dell’essere umano. Che la forza del film sia nel suo carattere autobiografico o meno, si assiste, in questa spassosa rilettura del classico romanzo di formazione, allo scardinamento di tanti clichè del costume sessuale occidentale e del modo di affrontarlo al cinema: una realtà che premia Gallienne come artista, oltre che come buon analista di se stesso.
Elisa Lorenzini, da “cinema4stelle.it”

Carino delizioso, un amore, attento e delicato, tanto divertente e intelligente…
All’uscita del cinema era un tripudio di complimenti. Per i presenti la visione di questo film è stata un vero inno alla gioia. Tutti sono stati presi in contropiede dalla trama e dalla presenza scenica del protagonista, Guillaume Gallienne e, in effetti, da un attore che esce dall’Académie française non potevamo attenderci altro! Dopo il trionfo a Cannes 2013 e un successo stellare al botteghino di casa propria, la storia di Guillaume sta per arrivare nei nostri cinema e vi garantisco sia tanto divertente quanto incroyable.
Guillaume nasce in una famiglia borghese, frequenta le migliori scuole, vive in un ambiente aperto, in cui tutti vogliono dimostrare di essere comprensivi. Sin da piccolo, fratelli e familiari si impegnano a sottolineare quanto lui sia diverso, e la presenza di una madre di carattere, che induce soggezione, porta il giovane da un lato ad assecondare le voci e dall’altro a provare una vera e propria adorazione per quella figura femminile tanto forte.
La trama di “Tutto sua Madre” è davvero particolare. Definita da alcuni come un coming out al contrario, in effetti, è bizzarra e soprattutto ci fa rendere conto di come possa accadere tutto e il contrario di tutto. Ma facciamo un passo indietro. Dicevamo che Guillaume sin da piccolo è considerato diverso, genitori e fratelli vivono nella convinzione che sia gay. Troppa attenzione ai particolari, pessime performance sportive e quell’adorazione per la madre sono ritenuti inequivocabili segni delle inclinazioni del giovane. Anche il ragazzo alla fine si convince e inizia un percorso di crescita e esplorazione della sua (omo)sessualità. A un certo punto però qualcosa non gli quadra e… le cose si complicano non poco!
Il film nasce dalla volontà di portare su grande schermo una storia scritta per il teatro, dove lo stesso Guillaume porta in scena da oltre un decennio questo spettacolo e in cui interpreta tutte le figure che popolano la narrazione. Al cinema, invece, gli è concesso concentrarsi sui due grandi protagonisti: sé stesso e la madre. E il risultato è di un’eccellenza sopraffina. Perché alla fine assistiamo a un’irresistibile commedia, a un vero dramma da vivere, se ci mettiamo nei panni di un già molto confuso adolescente, e a un grande tributo, un vero ringraziamento, a chi ci ha cresciuto, a quella famiglia che farà anche milioni di errori ma che ci ama e supporta sempre, con le migliori intenzioni.
“Tutto sua Madre” porta in luce, oltre al problema dell’identità sessuale, dell’essere adolescenti, e delle dinamiche familiari, anche – anzi, soprattutto – messaggi positivi. La commedia funziona grazie ad un eroe che è stoico, subisce ma non molla, e alla fine vince tutto. Guillaume oggi è forte e realizzato e un po’ è merito di quello spettacolo (a metà tra l’esorcismo e il tributo) che da quindici anni lo fa salire su un palco indossando i panni di sua madre.
Qualunque sia la realtà, di fatto questo film riesce ad essere profondo, delicato, drammatico, reale, divertente e a distinguersi dal marasma di altre pellicole. Insomma, merita un bell’applauso.
da “masedomani.com”

Il ragazzo che (non) volle essere donna: uno, bino e strepitoso Guillaume Gallienne
Volle, sempre volle, fortissimamente volle prima essere una donna, poi un omosessuale, corrispondendo alle altrui aspettative, ma chi è davvero Guillaume? Risponde Guillaume stesso, ovvero Guillaume Gallienne, attore (due ruoli, pure la madre), sceneggiatore e regista di Tutto sua madre, titolo nostrano del pluripremiato francese Les Garçons et Guillaume, à table!.
Divertissement su identità e inclinazioni sessuali? Non solo. Autobiografia mascherata d’artista? Non proprio. Commedia tinta di tragedia? Non tanto. Discorso di genere? No. Tutto sua madre è un travolgente ribaltamento di parole, opere e omissioni, dismissione di maschere goffmaniane accarezzate e lungamente indossate e, infine, elogio della libertà, contro il conformismo, anche quello al contrario del “gay è bello”, se non “gay è meglio”.
Non politically correct con i tempi che corrono, ma esistenzialmente – e vitalmente – ineccepibile, con una sceneggiatura di derivazione teatrale che non ne sbaglia una, e frulla Wes Anderson e Ferreri, nonché Almodovar e tanti altri con il sorriso sulle labbra, la mente e il cuore. Applausi, e tanti, per Galienne, attore metamorfico, spirito libero e confessore confesso: una tavola imbandita di verità.
di Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Guillaume ama sua madre sopra ogni cosa e fino a confondersi con lei, replicandone i gesti, imitandone la voce, ribadendone il potere. Inviso al padre e ai fratelli, prepotenti e virili, Guillaume si convince di essere una ragazza nella solitudine della sua stanza, dove gli vengono in soccorso la principessa Sissi e l’Arciduchessa Sofia di Baviera. Cresciuto da ‘diverso’ e rifugiato in un mondo immaginario, Guillaume parla come una ragazza, si veste come una ragazza, è delicato come una ragazza, balla la sevillana come una ragazza. Motivo di imbarazzo per quella famiglia bon chic bon genre (good style, good class) che vive e si annoia in un ‘area’ compresa tra Parigi e Versailles, Guillaume viene allontanato e costretto in collegi maschili, dove scopre a sue spese di essere un ragazzo. Vittima di un fraintendimento crudele e di una valutazione familiare irrazionale, che lo crescono femmina e lo qualificano omosessuale, Guillaume si abbandona confuso e umiliato sui lettini di analisti, psichiatri e ufficiali medici. Alla ricerca della sua identità e della sua voce, troverà il suo posto a tavola e sul palcoscenico del mondo.
Guillaume calca la scena e drammatizza la vita. Ha quattordici anni, ha trent’anni, è Sissi, è l’Arciduchessa Sofia, è sua madre, è una perfetta ballerina andalusa, è la nonna, è ogni donna che osserva e di cui ammira il respiro sempre diverso e incomparabile. Guillaume può essere tutti ma non è ancora. Cresciuto nel mito della madre, che disorienta la sua identità e orienta le sue relazioni fin dal primo scambio di battute, il protagonista non corrisponde i criteri di virilità del padre e il desiderio di avere una figlia della madre. Ma Guillaume è un bravo figlio e prova ad accontentare le due parti, precipitando in un conflitto interiore e identitario. Aspettative e condizionamenti segnano allora la vita dell’attore francese, che scrive, dirige e interpreta una commedia autobiografica sulla ricerca dell’identità nel cuore femminile della Spagna di Almodóvar, negli arredi preziosi dell’Inghilterra di Ivory o nella potenzialità drammatica della romantica Sissi. Perché la vita di Guillaume è una messa in scena da svolgere sul palcoscenico e fissare in un film che mette in sordina gli orrori della predazione familiare. Declamare i capitoli della propria vita diventa il modo migliore di sopravvivere a un percorso nevrotico e al legame parossistico con la madre.
Alla maniera del narratore proustiano (“Alla ricerca del tempo perduto”), Guillaume compirà una recherche risalendo il tempo, scovando i personaggi reali dietro a quelli immaginati, incontrando infine la sua Albertine e scoprendo con lei la possibilità di un amore diverso. Prolungamento naturale della sua pièce autobiografica, Les Garçons et Guillaume, à Table (in Italia Tutto sua madre) debutta al cinema sublimando sullo schermo le tribolazioni infantili di Guillaume Gallienne, attore, sceneggiatore e regista, che mette in arte le conseguenze profonde della patologia materna (il senso di colpa per non sapere riconoscere i propri desideri). Ma ancora, l’opera prima di Gallienne è una straordinaria dichiarazione d’amore alla propria madre, origine della sua vocazione di attore.
Membro della Comédie Française, Guillaume Gallienne ha interpretato a teatro tutti i ruoli, limitandosi sullo schermo a impersonare il suo e quello del genitore, la cui voce interiore non smette di tormentarlo durante il faticoso affrancamento dai condizionamenti famigliari. Meno solerte e prorompente nell’affetto della yiddish mame di Woody Allen (Edipo relitto), più ingombrante e ‘rigida’ della madre di Norman Bates (Psyco), la mamma di Guillaume non è evidentemente in grado di rispondere empaticamente al figlio che diventa oggetto per compensare le proprie carenze strutturali tra una sigaretta messa in posa e i capelli messi in piega. Attore, nella realtà e nella finzione, Guillaume Gallienne ha trasformato i dolori dell’infanzia in carburante artistico, maturando una consapevolezza del proprio corpo e di sé che lo rende adatto a interpretare tutte le età della (sua) vita. Bambino, adolescente, adulto, Gallienne è sempre credibile dentro un one-man show autobiografico profondo e sottile. Il suo viso e il suo corpo creano l’illusione, stimolando le analisi degli psicanalisti e facendo la felicità dello spettatore, qualsiasi spettatore che abbia tratto ispirazione, forza, talento e nevrosi dalla propria madre, totale, nera, isterica, istrionica, indiscutibile, terribile, (im)perfetta, pacificata, efficiente, sensibile, affettuosa che sia.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Premiato a Cannes e trascinato da incassi stellari in patria, arriva anche in Italia la fatica biografica di Guillaume Gallienne, Tutto sua Madre
Accolto da recensioni entusiastiche all’ultimo Festival di Cannes, vincitore dell’ART Cinema Award e del Prix de la SACD nella selezione “Quinzaine des réalisateurs”, del Valois d’or et Prix du public al Festival du film francophone d’Angoulème 2013 e del Prix Michel d’ Ornanno al Festival de Deauville 2013, trascinato da incassi monster in patria, con oltre 7 milioni di euro incassati in 2 settimane di programmazione, Les Garcons et Guillaume, a table! di Guillaume Gallienne prepara finalmente l’uscita anche in Italia, con il titolo meno incisivo ma comunque ‘azzeccato’ Tutto sua Madre.
Tratto da una piece teatrale di successo, che Gallienne ha scritto e interpretato per un decennio, il film non è altro che l’incredibile storia di un ragazzo eterosessuale che la sua famiglia ha sempre etichettato come omosessuale. La sua storia, vista attraverso gli occhi di un adolescente tutt’altro che certo della propria sessualità e quelli dell’adorata madre, pressante, sferzante, cinica e oppressiva, ‘colpevole’ di aver sempre ‘marchiato’ quel figlio ‘diverso’, tanto da avvisarlo della cena con una frase che possiamo definire una pietra tombale: ‘Guillaume e i ragazzi, a tavola!‘.
Per i ragazzi, è evidente, si parla dei fratelli di Guillaume, così diversi da lui, sfacciatamente mascolini e per questo da sempre distanti, tanto da meritare una ‘disintizione’ di genere. Fratelli distanti da un bambino che si è sempre sentito ‘bambina’, una figlia, arrivando così a venerare quella madre annoiata, elegante, snob, perennemente infastidita e più che probabilmente ‘felice’ di avere una piccola femminuccia per casa. Anche se geneticamente uomo. Senza mai abbandonare le quinte del teatro in cui tutto ciò ha preso vita Guillaume Gallienne ‘racconta’ la propria accettazione, ma non in quanto omosessuale, bensì come eterosessuale inconsapevole di esserlo. Un controsenso che prende piede nel corso di 85 minuti frizzanti, a tratti estremamente esilaranti e mai volgari, da lui, Gallienne, semplicemente fagocitati. Perché l’attore, nonché regista, sceneggiatore e produttore, veste letteralmente anche i panni di quella donna che gli ha cambiato e segnato la vita. Sua madre.
Una donna esplosiva, cinicamente divertente, venerata e soprattutto imitata, nei movimenti, nella voce, nella postura, nel vestire. Un’adolescenza segnata dall’ingombrante presenza di colei che lo ha messo al mondo, che qui entra ed esce dalla scena a proprio piacimento e senza preavviso alcuno, consigliando e indirizzando il povero Guillaume, per anni vittima di bullismo e a lungo quasi impossibilitato ad uscire da quell’ossessione femminile. Fino a quando quella mamma per decenni da lui posizionata sul piedistallo più alto non dovrà suo malgrado fare spazio ad un’altra figura femminile, riuscita finalmente nell’impresa di spodestarla.
Un percorso tra Generi senza mai abbandonare il genere della commedia, qui en travesti e innegabilmente spiazzante nella sua evoluzione. Perché Tutto sua Madre porta in sala una storia curiosa e a prima vista poco credibile, ovvero quella di un ragazzo palesemente effeminato, per anni ‘convinto’ di essere una donna, innamorato della Principessa Sissi, del travestitismo e dell’arciduchessa Sofia, sfottuto e deriso perché gay, totalmente antisportivo, chiamato con nomi ‘femminili’ persino in famiglia eppure eterosessuale. Malgrado tutto, perché innamorato dell’Universo femminile e delle donne, qui omaggiate in un lungo e divertito affresco in tutte le loro sfaccettature. Una ‘verità’ che farà storcere più di qualche bocca anche in ambito glbtq, vista la scarsa credibilità di un così oscillante ‘cambio’ di Genere, eppure trattato con grazia da Guillaume, consapevole del rischio e dell’assurdità tanto dall’affrontarla con coraggio in un finale liberatorio tra se’ e se’, tra lui e sua madre, smascherata dopo decenni di immedesimazione e 85 minuti di macchiettistica rappresentazione. “Sei così gay che sei diventato lesbica“, si rinfaccia ad un certo punto Gallienne, provando così ad anticipare una delle possibili reazioni alla sua astrusa storia, senza mai abbandonare quella serenità a lungo cullata ma per troppo tempo mai neanche lontanamente sfiorata. Tra tentativi di approccio omosex, amori gay non corrisposti e umiliazioni omofobe, fino alla scoperta di una verità inimmaginabile. Che fa rima con amore e soprattutto eterosessualità. E idolatria del genere femminile. Per merito di una madre a cui Gallienne deve tutto, dubbi esistenziali compresi. Pressanti e chiamati ad una complessa digestione anche da parte dello spettatore, a dir poco facilitato da uno script solo a prima vista leggero, ma in realtà ricco di piani intermedi, diretto con maestria dal suo ‘creatore’ e in grado di suscitare dibattito all’interno di un tema, quello della sessualità, qui riproposto in chiave ironica. Come solo le commedie francesi, ormai da tanto, troppo tempo, riescono a fare con tanta brillante creatività.
da “cineblog.it”

Dopo anni di onorata carriera come attore al cinema e a teatro, dove ha ottenuto ottimi successi con la prestigiosa Comédie Française, Guillaume Gallienne esordisce alla regia cinematografica raccontando una storia sentita, intima, l’adattamento del proprio spettacolo teatrale “Les Garçons, et Guillaume, à table”. C’è molto di autobiografico in Tutto sua madre – normalizzante traduzione del più descrittivo titolo originale- che ci racconta di tre figli ben diversi.
Guillaume è un ragazzo che cresce con due fratelli belli, sportivi, muscolosi, simboli di mascolinità, mentre lui si ritrova a sognare le grandi donne della sua vita, in prima battuta la madre, immaginandosi nei panni di una nobildonna del ‘700 in un sontuoso palazzo o divertendosi a imitarne la voce ingannando il sempre più perplesso padre, arcigno e preoccupato per l’educazione troppo femminile del figlio.
La chiave della messa in scena di Gallienne è molto particolare, sincopata, unisce momenti con lui sul palco di un teatro intento a recitare il suo monologo a continui cambi di luogo, senza preoccuparsi del rispetto cronologico o della verosimiglianza. Ecco, una delle forze dirompenti di questo film è anche la credibilità di una vicenda in fondo inverosimile, di come un 41enne riesca a farci coinvolgere interpretando un ragazzo, oltre che la madre, in maniera esilarante, auto ironica, ma piena di pudore.
Il giovane Guillaume durante le estati, invece di andare a fare sport con i fratelli, va in giro per l’Europa: impara a ballare alla sivigliana sulle note di Julio Iglesias in Spagna, in un collegio inglese prende il tè con famiglie eleganti innamorandosi dello sportivo Jeremy, mentre in Germania si fa massaggiare da improbabili artisti della mano pesante.
Tutto sua madre è un racconto sulla ricerca dell’identità, su quella fase spiazzante ed esplorativa che è l’adolescenza, sulle apparenze che spesso ci ingannano e ci portano a trovare delle risposte semplici a domande complesse. Crescere vuol dire anche affrontare le proprie paure, sottoporsi a una serie di prove di iniziazione che ci sembrano terribili come domare un cavallo. Un inno alla femminilità, un atto d’amore verso le donne, senza la rabbia anarchica post franchista di Almodovar. Come dice Guillaume nel film “la più grande differenza delle donne è il loro respiro, che fa battere il mio cuore all’unisono”.
Non è un’educazione sessuale, ma un’educazione sentimentale in pieno stile, che spinge una zia a dire al protagonista che “tutto inizia quando ti innamori: se è una donna sei etero, se è un uomo sei omosessuale”. Semplice, no? Tutto è messinscena. La vita lo è, a maggior ragione il teatro. La sfida è cogliere le sfumature che li distinguono, perché ognuno ha qualcosa di unico e troppo facilmente finisce invece incasellato in una categoria, ma per fortuna si può essere talmente “omosessuali da diventare lesbiche”.
Uno sforzo di comprensione che dura un film intero, che ci diverte con tenerezza e a tratti con un umorismo demenziale, ma che alla fine ci spiazza con un ultimo sentito passaggio sul palco, senza maschera, con l’intimità sofferta di chi dopo imprevisti e incomprensioni ha il diritto all’applauso finale, a un mazzo di rose. La crescita, infatti, passa anche per il superamento dell’amore assoluto di una madre per un figlio, che si libera di un legame paralizzante regalandole in cambio, come pegno d’amore, la ricchezza di una conoscenza più profonda.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Ultimo (perlomeno in ordine di integrazione famigliare) di tre figli, Guillame (il trasformista Guillame Gallienne che interpreta qui ben due ruoli, oltre a quello di regista) non è affatto portatore della ‘mascolinità’ che contraddistingue il padre e i fratelli, inclini allo sport e alle imprese avventurose; una diversità riconosciuta così palesemente dalla madre da indurla a chiamare i figli a tavola con il discriminante: “Ragazzi e Guillaume, a tavola!”. E la vita del ragazzo è d’altronde plasmata proprio attorno alla figura di quella madre elegante, annoiata, e onnipresente, che con il suo carisma e il suo charme avvolge e riempie lo spazio reale e onirico del confuso Guillame. Il processo simbiotico tra madre e figlio aumenterà di giorno in giorno quella differenza nei gusti e nelle movenze portando Guillame a essere con sempre maggiore convinzione la donna mai nata, quella presenza femminile che forse la madre aveva – tempo addietro – tanto invocato. Una distinzione mentale risultata poi (di fatto) nella decisa inclinazione di Guillame alle ‘delicatezze’ e ai gusti del mondo femminile, e dunque alla sua naturale associazione al mondo omosessuale. Un’omosessualità data dunque per certa e mai discussa, ma anzi riaffermata attraverso le varie esperienze di vita del ragazzo: in Spagna (dove apprenderà ogni segreto del ballo della Sevilla – ma quella ballata dalla donna), in un collegio parigino per soli uomini (luogo di traumatiche esperienze di bullismo), e infine in un collegio inglese (dove vivrà l’amore platonico verso un suo compagno dai modi – a suo vedere – incredibilmente garbati). Un percorso di consapevolezza sessuale (ed esistenziale) tutto in salita, affiancato da quella decisa inclinazione a un gusto raffinato e alla predilezione per figure femminili eleganti e solide proprio come sua madre, o la principessa Sissi e l’Arciduchessa Sofia di Baviera; donne che Guillame adora immaginare e inscenare nella solitudine della sua stanza e della sua mente. Un amore, anzi forse vera una propria ossessione per le donne che (a partire da sua madre) hanno con il loro incedere e i loro ‘respiri’ sempre mutabili, interamente ispirato e plasmato la sua vita, tanto da non avere egli altro punto di riferimento se non il trucco, i sussurri e le gonne con volant. Eppure, passata attraverso numerosi lettini di psicoterapeuti, le traumatiche ‘cure’ di una clinica del benessere, e perfino i potenzialmente pericolosi ménage di locali omosex, l’identità sessuale di Guillame è ancora lungi dal palesarsi. Tutto ciò che manca (in fondo) nella sua vita di giovane uomo e acerbo artista, è una figura di riferimento nuova, che possa in qualche modo ‘domare’ o spostare (almeno in parte) dal piedistallo la fisionomia di una madre onnicomprensiva, fonte di grande ispirazione ma anche di eterna insicurezza.
Don’t leave me now, all alone in this crazy world
Una pièce teatrale, autobiografica che diventa film può essere una sfida non facile da affrontare, sia per i diversi tempi che i due prodotti artistici possiedono sia (come in questo caso) per la delicata quanto singolare tematica trattata, ovvero l’affermazione di un’identità sessuale che procede in senso inverso a ciò che comunemente accade. La storia di un outing eterosessuale è un’idea di indubbia originalità che ci spinge a riflettere come i pregiudizi (di qualsiasi tipo essi siano) possano alimentare la confusione esistenziale dell’uomo. Ma il film, diretto e interpretato da Guillame Gallienne, va visto e decodificato soprattutto da un altro punto di vista, ovvero quello del messaggio d’amore – incondizionato – verso i nostri affetti più cari (la figura di una madre in questo caso), e verso l’arte, unica forma capace di concedere a sofferenze e frustrazioni un segno positivo, trasformandole (se incanalate sul giusto binario) in un potenziale creativo senza pari. Racconto autobiografico e ispirazione teatrale lavorano qui al servizio di una storia ribelle, quasi eversiva nel suo essere fuori dagli schemi, ma proprio per questo a suo modo affascinante. E se il film nella prima parte (introduttiva) può risultare a tratti macchinoso e ridondante, è soprattutto nella seconda parte che riesce a dare sfogo a pieni polmoni alla sua voglia di vita, accettazione, amore, necessità di riparo dalla solitudine (Don’t leave me now dice Gallienne attraverso i Supertramp). Siamo di fronte a quel genere di film in cui la storia (in senso stretto) svanisce al confronto con i suoi protagonisti, in questo caso un solo attore che veste e sfila panni multipli con estrema facilità e magistrale ironia. Ragazzo, uomo, donna, uomo che si crede donna, donna che gioca a fare l’uomo, attore, ma anche e soprattutto regista, Guillame Gallienne è tutto in questa sua personalissima opera prima, e il palcoscenico (poi divenuto schermo) alla fine è tutto per lui: che piaccia o meno resta inconfutabile la forza che si sprigiona dal suo travestitismo umano e artistico.
Già vincitore al Festival di Cannes 2013 dell’ART Cinema Award e del Prix de la SACD nella selezione “Quinzaine des réalisateurs” nonché protagonista ai botteghini francesi (si parla di 7.000.000 di euro nelle prime due settimane di programmazione) arriva anche da noi Tutto sua madre (titolo originale Les Garçons et Guillaume, à table!). Lavoro raffinato anche se non sempre all’altezza di rappresentare in maniera equa le tematiche affrontate, Tutto sua madre è un film ispirato ma di certo non per tutti, fondato sulla peculiarità di un sentimento che fatica a diventare universale. Eppure, la straordinaria verve camaleontica di un protagonista capace di interpretare sé stesso e il prossimo con mille registri e mille sfumature diverse, rende questa pellicola capace di racchiudere al suo interno delle piccole grandi epifanie sul senso del teatro, della vita e delle loro (in)sondabili interconnessioni.
VOTOGLOBALE6.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

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